PER LA CRITICA

PLAUSI & BOTTE

di Gualberto Alvino

Lesa maestà?

Ho sempre trovato noiosi e incomparabilmente trascurati i libri di Philip Roth.

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Quandoque bonus dormitat mengaldus

Il geniale Pier Vincenzo Mengaldo (uno dei pochi critici letterarî degni oggi della qualifica) nella sua Tradizione del Novecento. Quarta serie definisce i caproniani «sudori di ghiaccio» un «audace ossimoro».

Audace? Ma santo cielo, non si dice forse "sudar freddo", "sudore gelato"?

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Zeitgeist

La partita dei poeti è sempre stata giocata tra intellettualistici e creaturali. Questa, ahinoi, è l'èra dei creaturali.

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Nossignori!

Al fine di equilibrare i ruoli di suono e senso nell'arte della parola si sarebbe fortemente tentati di affermare (cfr., ad esempio, l'ultimo Montale) che lo stile non sia la cosa, bensì "anche" la cosa. Nossignori: in arte lo stile è l'unica realtà possibile. La "cosa" della pagina gaddiana, per esempio, sarebbe forse la medesima se veicolata da una lingua referenziale, grigia e notarile, antipode allo spettacoloso plurilinguismo del gran lombardo e ai suoi sardonici, sprezzanti contrasti di registri? E in «Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori» qual è la "cosa", se non quella forgiata dal chiasmo? Chi asserisce l'identità di stile e cosa non sancisce affatto la signoria del suono sul senso, dello stile sulle cose, divaricando i due termini: intende semplicemente che i contenuti-significati sono condizionati - ergo creati - dall'organizzazione formale del testo letterario.

Sono le parole a dar vita alla realtà, non viceversa (come riteneva, fra i molti, Elsa Morante).

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Tarli

Tradurre poesia è uno dei possibili modi di far poesia?

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Fondamenti estetici

Ha ragione Gadda: in arte si conosce solo de-formando.

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Odî e amori

Detesto cordialmente la critica verbosa e parolaia di chi rilutta a fondarsi su basi il più possibile scientifiche e verificabili, a meno che non si tratti di critici-scrittori di calibro, come Debenedetti, Pedullà e numeratissimi altri, felicemente dediti al cosiddetto "romanzo critico": pochi dati oggettivi, nessuna pretesa di scientificità, ma somma destrezza retorica e affabulatoria. Il resto è sproloquio.

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Pentalogo per il poeta in erba

Abbassare il tono e la temperatura "poetica".

Non azzerare l'io, ma trasformarlo in personaggio.

Scansare come la peste l'indicativo presente lirico-descrittivo.

Intrecciare tutte le voci e i registri possibili.

Non aborrire per principio né la rima né i versi canonici.

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Tarli

L'arte è arte se il grande pubblico mostra di comprenderla?

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Parole transessuali

I puristi si rassegnino: il pronome indefinito maschile qualcosa sta per mutar genere. Anzi, è già diventato femminile nella testa e negli scritti della stragrande maggioranza dei parlanti/scriventi (che tendono a concordare con cosa, trattandosi del composto di qualche e cosa): Qualcosa mi è sfuggita, Qualcosa si è messa di mezzo...

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La tirannia del re lettore

Oggi è il lettore a dettar legge, a esercitare il potere di vita e di morte sugli autori, a decidere insomma «chi deve parlare e chi deve tacere», come dice il mio amico Pedullà padre. E gli editori si genuflettono ovviamente al re lettore. Che si rivela molto spesso un profano delle lettere, se non esattamente un semialfabeta.

Quousque tandem?

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Forma e sostanza

La cura della forma non è vacuo formalismo se il fine è trovare la parola - sovente l'unica - più adatta alla cosa.

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L'arte che ci piace

è eraclitea:

non si bagna mai

nella stessa idea.

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Tarli

Perché mai, gran Dio, torme di illetterati si ostinano a occuparsi di editoria letteraria?

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Come non scrivere

Claudio Giunta ci insegna Come non scrivere (Utet, 2018) dichiarando subito che le parole accattivante, divenire al posto di diventare e bimbi al posto di bambini (perché il plurale? il singolare bimbo, invece, va bene?) non gli vanno a genio, ovviamente senza spiegarcene il motivo (cosa, del resto, impossibile).

1) Cos'hanno di tanto repellente quelle parole?

2) Uno che comincia così (aggiungendo che Edoardo Albinati è «uno dei migliori scrittori italiani di oggi») può mai dire qualcosa di originale e, soprattutto, di utile?

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Corone e coronarie

Caro Sgarbi, perché fa così? Proprio lei: il principe, il re, l'imperatore degl'intellettuali italiani! Mesi fa abbiamo temuto seriamente per le sue preziosissime coronarie. Là, a Sanremo, davanti a milioni di telespettatori stregati dalla sua irresistibile avvenenza e straordinaria facondia, commentando la canzone della Zanicchi lei si torceva come un ossesso, si faceva di brace, urlava con tale furore che la poltrona fu lì per cedere, i cristalli della sontuosa scenografia s'incrinarono e il suo povero collo - sostegno di tanto encefalo - rischiò d'esplodere assieme ai timpani dei suoi terrificati vicini. Grazie al cielo non esplose, ma se ciò dovesse, come si teme, accadere (vacilliamo, giuraddio, al solo pensarlo), chi c'insegnerebbe che il vocabolo perdenza non esiste, e che la frase Io ti godo è errata, perché si può dire soltanto Io godo di te? E da chi potremmo apprendere che la parola arbusto è marcia, retorica, indegna di figurare in un testo poetico moderno, come lei ammonì in quella memorabile puntata del Costanzo Show che la fiondò d'emblée nel firmamento televisivo, e dunque politico?

Perdenza. Ossignoriddio, che parola è mai questa?

Eppure, pensi, è lemmatizzata in tutti i vocabolarî della lingua italiana. De Mauro: «perdita di un bene materiale o spirituale, di una persona, ecc. | fig., danno morale; perdizione, dannazione»; Garzanti: «perdita, spec. economica | (fig.) danno morale»; Zingarelli: «perdita, dannazione, perdizione»; Devoto-Oli: «perdita, grave danno, rovina materiale o morale»; Treccani: «Perdita e, in senso fig., danno, sconfitta, rovina spirituale: il vincer d'una volta Di quaranta p. rifà il danno (Tansillo); perdita dell'anima, dannazione: odera' [= udirai] la sentenza C'andarai en perdenza nel foco (Iacopone)». Taccio del Grande dizionario della lingua italiana, che dedica al lemma un'intera colonna, allegando illustri esempî d'autore.

Fandonie! Al muro i lessicografi italiani! La parola perdenza non esiste! Quegli esempî non sono che invenzioni di Battaglia!

Inoltre, non c'è un dizionario, leggasi uno, che non la contraddica riguardo agli usi del verbo godere. Un caso per tutti: Zingarelli: «godere un bene, le ricchezze; godere i frutti del proprio lavoro, una cospicua rendita; godere una buona salute, una bella vista, la popolarità, le gioie della famiglia».

Balle! Alla gogna i lessicografi italiani! Il verbo godere, perdio, non è transitivo, e non lo sarà mai!

Che dire, poi, di arbusto? Il De Mauro Paravia ardisce persino definirla una parola comune, e indica un solo sinonimo: frùtice.

In galera tutti i lessicografi italiani! Il termine arbusto fete di rancido! Mille volte meglio frùtice!

Sì, ma si calmi, la prego, si calmi. Non ci liberi troppo presto della sua querida presencia in questa valle di lacrime.

Un saluto "cordiale" in tutt'i sensi dal suo

Gualberto Alvino

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L'italiano si evolve

«Abbiamo paura di ammetterci fragili» scrive Concita De Gregorio («la Repubblica»).

Io mi ammetto buono? Tu ti ammetti intelligente?

State pensando che qualcosa non quadra, lo so, e che sarebbe meglio riconoscere la nostra fragilità; ma la lingua italiana si evolve a velocità supersonica.

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Dite che è lacuna da nulla?

Nessuno dei 50 professori medî da me interpellati negli ultimi mesi ha dimostrato di sapere che, ad esempio, Petrarca scriveva tucto, honore, ma le pronunce erano come le odierne, e che la congiunzione e si scriveva come in latino, et, ma si leggeva e (o ed davanti a vocale), mai et.

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Peccato veniale?

Contro chi la reputa un peccato veniale, considero una iattura la sempre più diffusa ignoranza dei segni paragrafematici. Conoscere l'accento grafico, l'apostrofo, l'asterisco, l'interpunzione, la barra verticale e obliqua, le virgolette, il capoverso, le parentesi e la loro precisa funzione; saper distinguere il trattino dalla lineetta, le maiuscole dalle minuscole, il tondo dal corsivo; tutto questo è assolutamente indispensabile per chi scrive.

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Anche un accapo deve avere il suo perché

Lo stile commatico, ossia la tendenza a far corrispondere frase e capoverso, non è più esclusivo delle sentenze giudiziarie: ormai impera nel web. Dove però - differenza non dappoco - l'accapo, oltre che senza motivo, viene fortemente enfatizzato da una doppia interlinea, come a dire: "Procedi con calma, sprovvisto e indolente lettore, digerisci per bene questa frase prima di mordere la successiva, altrimenti potresti confonderti".

Diritto e web. La singolare coincidenza merita studio.

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La tragedia più grande

Capii d'essere inetto agli affari e sovranamente indifferente ai beni materiali quando, cinquenne, presi a mio fratello una magnifica pistola-accendino col manico in finta madreperla e la scambiai con la lisa figurina di un calciatore: «Ci stai? - mi propose luciferino il mio compagno di banco, - tanto la tua pistola vale zero: non vedi che il grilletto è sbeccato?». Ricordo perfettamente il motivo per il quale accettai, malgrado quel grilletto non fosse affatto sbeccato e il calcio mi annoiasse a morte: il rosso vivo della maglia e il turchese abbagliante dello stemma mi parvero più preziosi dell'oro. Corsi da mio fratello per annunciargli la stupenda notizia e lui spense il mio sorriso celestiale con uno sguardo tra feroce e commiserante. Ne piansi per giorni, e nei sogni ne piango ancora.

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Il potere incantatorio della parola

Bagheria, 21 ottobre 2009. Convegno internazionale di studî su Antonio Pizzuto. È il turno dell'estetologo Giuseppe Di Giacomo. Ammette onestamente di non aver mai letto un rigo del prosatore palermitano; si cala a tutt'uomo nella poetica del narrare opposto al raccontare sperticandosi in paragoni improbabili ed equivalenze da far drizzare i capelli (Joyce Proust Musil Kafka...); si arena nelle secche dei più vieti tòpoi sillogizzando disinvoltamente (due narratori che spruzzano i loro testi di filosofia non possono non aver molto in comune; come dire che se un imbianchino usa lo stesso pennello di un pittore, l'imbianchino è di certo un pittore); maschera il tutto modulando sapientemente gesti e voce come si conviene ai bravi estetologi; insomma, non pronunzia una sola sillaba documentata né degna d'attenzione, eppure la platea prorompe in un applauso scrosciante che strabilia lo stesso oratore arrossandogli le gote.

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Da qui a lì

«Non posso pensare il romanzo contemporaneo come la storia di uno che va da qui a lì, e alla fine termina qualcosa che aveva cominciato all'inizio, perché non posso pensare la vita così» (Daniele Del Giudice).

Purtroppo, caro Daniele, il romanzo contemporaneo è fatto esattamente così: senza ordine logico e cronologico, in assenza di una trama "compiuta e persuasiva" (che significherà mai?), con gli editori non c'è nulla da fare.

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La critica

L'estetica è il territorio dell'opinabile par excellence, quindi la critica non può essere decreto, verdetto inoppugnabile valido per l'universo mondo. Oltre e prima che giudizio, l'atto critico è argomentazione dialogo proposta, e per ciò stesso inevitabilmente soggettivo. Tuttavia un modo c'è, io credo, per sceverare e misurare con esiti (non dirò oggettivi, ma perlomeno) apprezzabili: un'opera è tanto più esteticamente valida quanto più spessa articolata efficace è la parola critica da essa suscitata.

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Pronto soccorso linguistico

Mi si chiede un parere sull'uso sempre più frequente di giustiziare nell'accezione di 'assassinare', nonché di ammazzare per 'uccidere un essere umano' («A me - dice un amico - hanno insegnato che riguarda certi animali, tipo i conigli, destinati all'alimentazione umana»).

Sul primo punto concordo pienamente con lui: giustiziare significa 'sottoporre qualcuno a esecuzione capitale in séguito a condanna penale', mentre assassinare sta per «uccidere un essere umano in una rissa o a tradimento, per rapina, per odio, per vendetta» (Vocabolario Treccani).

Quanto, invece, al secondo quesito, l'osservazione non è condivisibile: il verbo ammazzare, parasintetico da mazza, significa 'uccidere con mezzi violenti', e può essere riferito indifferentemente sia a esseri umani che ad animali (È stato ammazzato dai banditi, Fu ammazzato come un cane).

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Su lessico e pensiero

Heidegger: «Riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponda una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare».

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Voi che ne dite?

«Non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza», afferma il filosofo statunitense John Searle. Già. Ma penso ai molti maghi della truffa (semi)analfabeti, che non sanno mettere due parole in fila ma a pensar chiaro e a progettar chiarissimo riescono magnificamente; o a un filologo come Gianfranco Contini, del quale non può certo dirsi che non pensasse con chiarezza, benché scrivesse in modo spesso difficilmente decodificabile. È indubitabilmente vero, invece, che la ricchezza concettuale di un individuo è direttamente proporzionale al volume del suo patrimonio lessicale.

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Notizie esplosive

Apprendo in questo momento che una certa "scuola di scrittura" (agghiacciante ossimoro) sarebbe il punto di riferimento della "comunità letteraria". Dunque, esiste ancora una comunità letteraria in Italia? Non era morta e sepolta da decennî? E dove si trova, quali membri annovera, come ci si iscrive?

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Il gran Gillo

Gillo Dorfles se n'è andato. Aveva 107 anni. Lo conobbi nel 2009 a Palermo, in occasione di un convegno su Antonio Pizzuto, di cui eravamo relatori. Durante una pausa dei lavori m'invitò a fare una passeggiata: non riuscivo a stargli dietro.

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Tradurre è tradire?

Ho risposto così a un'inchiesta sulla traduzione:

«Ogni traduzione (si parla ovviamente di testi letterarî) è una riscrittura. Un solo esempio: l'ultima parola della prima strofa di A Silvia - "salivi" - è un anagramma del nome che apre la strofa: Silvia; ciò significa che il nome abbraccia l'intera strofa iniziale: un vero e proprio inno all'amata. Questo, in traduzione, è destinato a scomparire. Come è destinata a scomparire - lo dimostra magistralmente Stefano Agosti - la disseminazione del fonema /t/ nella strofa (te, tu, tua, tuoi, tuo): altro inno (sub specie grammaticale) alla destinataria del componimento».

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L'inarginabile potenza dell'uso

Si dice ovviamente cui prodest, non cui iuvat. Ma l'uso è talmente potente che la seconda forma, oggi largamente diffusa, prima o poi prenderà il sopravvento, come è accaduto, ad esempio, con acne, frutto di un'errata lettura del gr. akmḗ 'efflorescenza'.

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Corsi e ricorsi

Nel 1920 il dantista Ernesto Giacomo Parodi scriveva: «Oggi son tutti esteti e critici». Io, per me, continuo a scrivere come se la letteratura esistesse ancora.

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Per vostra norma e regola

Dite ancora scuola di calcio? Ma santo cielo, non sapete che si dice soccer academy? Volete aggiornarvi o no?

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Pretese

Da un'opera letteraria pretendo d'essere turbato osteggiato demolito covato sorpreso gabbato scosso ammaliato negato.

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L'amico americano

Mi scrive un amico americano: «D'improvviso, e senza un motivo apparente, due o più personaggi cantano a squarciagola una canzone in voga. Scene simili ricorrono sempre più spesso nel cinema italiano contemporaneo. Perché lo fate?».

Devo ancora rispondere. Che mi consigliate di dire?

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Memento

Diffidate degli scrittori che godono d'una facile e abbondante vena.

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Fortuna o jattura?

A Maurizio Costanzo si deve il lancio di Sgarbi e del commissario Camilleri.

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Idee

Una metonimia, un enjambement, un'inversione sintattica non sono forse idee?

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Gilet gialli

«Gilet» e «gilè» pari sono. Allora perché mai i nostri giornalisti non hanno scelto l'adattamento italiano?

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Previsioni

Dilaga - anche presso politici, giornalisti e conduttori televisivi - l'uso di raccimolare per racimolare, con -c- scempia, infatti denominale da racimolo 'grappoletto d'uva'. Tempo qualche anno e la forma oggi reputata scorretta prenderà il sopravvento sulla canonica.

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Bilanci

Negli ultimi 12 mesi ho ricevuto ed evaso poco meno di 300 richieste di chiarimenti in materia linguistica, contro le 70 dell'anno scorso e le 30 di due anni fa. Ciò significa che la "domanda" di grammatica cresce a dismisura. E mi chiedo: qual è il compito dello studioso? È davvero solo quello di osservare e registrare? Non può anche consigliare gli amatori della lingua? Io credo di sì, in perfetta sintonia col Nencioni di «La Crusca per voi».

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Ok

La parola okay non significa più, in italiano, soltanto 'd'accordo', ma va sempre più acquisendo l'intera gamma di significati che ha in inglese: 'ti seguo con attenzione, continua pure', 'ah, adesso capisco cosa intendi', 'pur non concordando con te, non mi sfugge nulla di quel che dici', 'prendo atto di quanto affermi'...

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Impossibile?

Il si impersonale designa persone, non animali e cose: non si può dire In questa strada si miagola continuamente. Ma ho sentito dire In quel canile si muore troppo, e non mi è parsa una frase impossibile.

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Un tema degno di riflessione

Reduce da un interessante colloquio con un celebre linguista generale, il quale sostiene che molti meccanismi e fatti linguistici non hanno nulla a che vedere con la narrazione, continuo a chiedermi se il linguaggio - tutto il linguaggio - non sia invece costituzionalmente narrativo. Non è forse racconto un testo scientifico o filosofico? una pagina di critica letteraria o d'arte? il dialogo fra due vecchi amici? un comizio di piazza? perfino la lista della spesa?

Che cosa, nel linguaggio, sfugge alla narratività?

Prendiamo il teorema. Cos'altro è se non il racconto di una concatenazione di fatti ed eventi logici che partono dal punto A al punto Z consentendomi di seguire passo passo la "narrazione"? E una legge non è forse il racconto delle circostanze e delle modalità in cui può svolgersi ("svolgersi") un reato?

«Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e...», scilicet: una persona ne truffa un'altra con artifizî e raggiri inducendola in errore; la truffa procura al truffatore e alla sua famiglia ingenti profitti; il truffatore viene arrestato e punito con...

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Santa pazienza!

Stupefà la leggerezza con la quale Sergio Givone, uno dei nostri più reputati filosofi, asserisce che Rodiòn Romànovič Raskòl'nikov, il protagonista di Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij, «è un uomo del sottosuolo, anzi 'dal', perché emerge dal sottosuolo, infatti la sua stanza si trova sotto il livello stradale». Ma il romanzo dice ben altro, confutando sia l'asserto sia le riflessioni che ne conseguono: «Il suo stambugio si trovava proprio sotto il tetto di un edificio alto cinque piani»: si tratta, insomma, di un abbaino, di una soffitta, ossia dell'esatto contrario di un seminterrato.