Per la Critica

“PIAN DELLA TORTILLA” 

JOHN STEINBECK

Questo romanzo scanzonato e surreale, pubblicato nel 1935, rappresenta il primo passo della letteratura americana all'interno di quella italiana, reso più agevole dalla traduzione di Elio Vittorini del 1939.

C'è una scena ricorrente nei film d'azione: quando, il missile che ti sparano contro, ti manca di poco e ti apre un inaspettato varco, una via di fuga. Le mie vacanze estive incastonate tra la prima e la seconda liceo furono oltraggiate dall'occhialuto professore di italiano che ci assegnò un compito tanto inaspettato quanto poco gradito: leggere un romanzo e riassumerne la trama. Ecco, ebbi la sensazione che la mia estate si fosse infilata in un vicolo cieco. Sbirciando sul ripiano più basso della libreria di un amico, tra gli album dei primi Iron Maiden, quelli guidati dalla voce di Paul Di'Anno, vidi spuntare la spalla di un romanzo in edizione economica, alquanto datato e malconcio. La copertina titolava "Pian della Tortilla".

Autore, John Steinbeck. Ecco quel missile. Ecco il varco. Ecco la fuga. La lettura fu veloce, a tratti avida. Il peso del barcamenarsi quotidiano e irrinunciabile dei personaggi scandì alcune giornate di quel torrido mese di luglio e condizionò per sempre il mio approccio alla narrativa e il mio stesso modo di concepire la scrittura. Questo romanzo scanzonato e surreale, pubblicato nel 1935, rappresenta il primo passo della letteratura americana all'interno di quella italiana, reso più agevole dalla traduzione di Elio Vittorini del 1939. La storia è ambientata in un sobborgo di Monterrey, una città affacciata sul Pacifico, a nord del confine con la California. Pian della Tortilla è abitato per lo più da "paisanos", il risultato antropico di un crogiolo di razze, dagli ispanici ai caucasici passando per gli indios; una comunità tanto povera quanto impregnata di genuina umanità. Il ritorno dalla guerra, per uno di loro, Danny, riserva una novità non del tutto gradita: un lascito ereditario di ben due case. Per la prima volta nella sua vita Danny si trova a fare i conti con il "possesso". Il modo per sfuggire a questa morsa è quello di condividere le due case con i suoi amici, dando continuità a quell'esercizio laico di comunanza che sino ad allora aveva riguardato il vino e le galline. Queste due unità di misura dell'esistenza e dell'amicizia, un gallone di vino e un pollo, scandiscono il tempo della banda di perdigiorno ubriaconi e bestemmiatori che, a vario titolo, ruotano attorno a Danny: Pilon, Joe Portoghese il Grande, Pablo, Gesù Maria Corcoran. La spartizione della ricchezza, come nella migliore tradizione popolare nostrana, genera soltanto altra povertà. Ma la povertà, così come una vita puntellata da continue scappatoie, sono l'unico modo per affrancarsi da una società che vorrebbe ingabbiarli in un contesto organizzato, precostituito, opprimente, mortificante e falsamente libertario. E' lo scenario della nuova borghesia commerciale che Steinbeck descrive e denuncia anche negli scritti successivi trattando i grandi temi della depressione economica e delle minoranze marginalizzate.

John Steinbeck

Steinbeck, infatti, è l'unico autore che raccoglie l'appello del connazionale John Dos Passos: inaugurare una nuova stagione di militanza culturale e dar vita ad una "letteratura della crisi" che possa raccontare le disparità e le disuguaglianze attraverso la formula del romanzo sociale. Il capolavoro di questo nuovo genere fu partorito proprio dalla penna di Steinbeck qualche anno dopo con il romanzo "Furore". Seguendo il passo lento di Danny e dei suoi amici è impossibile non affezionarsi alla genuinità dei personaggi, alla loro religiosità contaminata dai residui di un paganesimo ancestrale, all'innegabile dignità che ciascuno di essi riesce a mantenere rispetto a certa innata corruttela morale e ad una cronica allergia al lavoro. La scelta di evitare con cura ogni opportunità di guadagno attraverso la fatica e la monotonia di una occupazione tradizionale è l'ingrediente base di una specie di resilienza economica, di un atteggiamento velatamente rivoluzionario che interpreta la povertà come una precisa e consapevole scelta di vita. Anche i piccoli furti, declassati al rango di espedienti, trovano una loro forma di dignità. Questa corsa per nulla affannosa verso il traguardo quotidiano della sussistenza ricorda lontanamente i cosiddetti espropri proletari degli anni '70: sdoganati come forma di protesta dalla sinistra extraparlamentare italiana in risposta al pesante carovita che premeva sulla classe operaia, si rifacevano alle azioni dei Tupamaros venezuelani del 1965. Non vi è dubbio che questa pratica quotidiana di ricerca dello stretto necessario e di una utopica redistribuzione della ricchezza tra gli attori di una comunità in crisi, regali ai protagonisti un credito di simpatia che aggancia il lettore e lo coinvolge nella narrazione attraverso la leggerezza di un'epica picaresca rivista e corretta. Ma la vera forza narrativa di Steinbeck risiede nell'attualità giornalistica dei suoi racconti. E' difficile osservare la varia umanità di Danny e dei suoi compagni d'avventura senza pensare a quelle migliaia di latino-americani che, proprio in questi giorni, stanno provando ad attraversare la frontiera del Messico, a poche miglia dai luoghi di ambientazione del romanzo. Le cronache ci offrono immagini surreali di un esodo di occhi speranzosi e timidamente sorridenti. Sembra, per certi versi, una marcia dell'amicizia. E in "Pian della Tortilla" è proprio l'amicizia a prevalere su tutto, anche sulla disperazione. L'amicizia, regola portante di un codice d'onore non scritto, trattata con impareggiabile ironia da Steinbeck, offre indistintamente a tutti i protagonisti un piccolo momento di eccentrica gloria e regala loro il mantello di un anti-eroismo salvifico e, per certi versi, epico ed eterno. Ed epico è il finale, cucito attorno alle gesta leggendarie di Danny durante una festa in suo onore. Il vino a fiumi, la musica travolgente, i fuochi d'artificio, le donne, gli amici. Tutto il senso della vita in una esplosione di gioia che si esaurisce inspiegabilmente nella morte. La morte, tuttavia, viene spogliata dei suoi contenuti drammatici, forse perché regala quell'eternità che verrà garantita dai ricordi e dai racconti liquidi degli amici rimasti in vita. Ricordi diluiti, nelle serate d'estate, nel solito bicchiere di vino, in attesa di una notte indulgente e di un domani migliore. C'è un dono impagabile nella lettura di "Pian della Tortilla", una eredità immateriale ma preziosa: il ritrovarsi irrimediabilmente contaminati dallo spirito di una dissolutezza adolescenziale innocente e lecita. Quello stesso spirito che, in qualunque momento ozioso della vostra vita, vi garantirà la piena assoluzione rispetto al giudizio sommario di una società precipitosa, iniqua, un po' cialtrona e, soprattutto, falsamente impegnata.