POSTILLE

PETER HANDKE

di Natalia Anzalone

CHI HA DETTO CHE IL MONDO È GIÀ STATO SCOPERTO?
(citazione da "L'ora del vero sentire")

La pericolosa deriva che trascina fuor di sé la nostra epoca muove dal suo folle sogno di esserne un'altra e "futura". E l'uomo, a essa impigliato, è in fuga anch'egli, e in modo particolare dalla sua condizione naturale d'esser incastonato, con "radici volanti", ai luoghi. A poco a poco ha perso del tutto di vista che le cose osservate hanno anche loro una prospettiva. Peter Handke, fuori dal coro, ha allevato un lettore, tutto suo, a rintracciare quell'interiorità del fuori[2], o doublure, tale che se lambiamo, con precisione d'osservazione, un luogo, quel luogo chiede di noi.

Con il consolidarsi del paradigma tecnologico, che già i Greci evitarono di far proprio perché temevano configgesse con le leggi di natura, noi oggi non siamo più abituati a pensare ai luoghi come a qualcosa di più originario dello spazio[3], né a sentire che l'intimità che portiamo con noi aderisce ai paesaggi che attraversiamo. Handke, in un eccesso di vicinanza, raccoglie repertori di percezioni impreviste e lentissimo le degusta, tanto che ogni sfumatura viene licenziata solo dopo averla assaporata a fondo.
"Gli occorreva sentire con precisione dov'era in ogni momento, di aver presenti le distanze, di esser sicuro degli angoli di inclinazione. [...] La voglia disinteressata di esistere."[4]
Ed è così che la sua scrittura torna a casa, prendendo sul serio il mondo in ogni sua minima forma, - una striatura in un sasso, un virar del colore nel fango, - come solo i bambini sanno fare. Le sue annotazioni, senza interruzione né connessione armonizzante, obbligano il lettore, e Handke stesso, a un approccio, alle cose e alle forme, segmentato e concatenato. La frase è coordinata senza gerarchia, dalla congiunzione copulativa, da una "e" insistente, spesso preceduta e nobilitata dalla virgola, o dal punto e virgola. Questa addizione minuta d'osservazioni, secondo una scansione paratattica, è molto rivelatrice: rivela quanto l'uomo non abbia, in realtà, bisogno d'esser soccorso dal riconoscimento di una direzione o da una qualsivoglia spiegazione. L'ostensione è quanto di più sia in grado di custodire la meraviglia, come se ancora nulla abbia asservito i nostri sensi e la nostra anima: "il fracasso di un treno che improvvisamente, al passaggio sopra un ponte di ferro, si trasforma in un frastuono primigenio"[5].

Natalia Anzalone

Note:

[1] P. Handke, L'ora del vero sentire, Milano, Garzanti, 1995.
[2] Espressione già di Rainer Maria Rilke.
[3] G. Agamben, Stanze, La parola e il fantasma nella cultura occidentale, Torino, Einaudi, 2011.
[4] P. Handke, Lento ritorno a casa, Milano, Garzanti, 1986.
[5] P. Handke, Saggio sul juke-box, Milano, Garzanti, 1992.