SPECIALE 100 ANNI DI PCI

PER UNA STORIA NON AGIOGRAFICA DEL PCI
DALL'ASCESA ALLA CADUTA

di Mario Quattrucci

In questi anni, dopo la crisi definitiva della sinistra, ci siamo posti in varie sedi la domanda "Come è stato possibile? Quando ha avuto inizio la caduta e la fine?". Ho azzardato qualche mia riflessione.

Il V Congresso del PCI si tiene a Roma dal 29 dicembre 1945 al 6 gennaio 1946, mentre ancora si contano e piangono i nostri 472 mila morti (ufficiali: certamente molti di più) militari e civili, e mentre l'Italia è una plaga di macerie e piaghe materiali e morali prodotte dalla guerra fascista e dalla occupazione nazista. Sono però trascorsi solo otto mesi dalla insurrezione del 25 Aprile e dalla vittoria sul Fascismo, mentre si annuncia e prepara il referendum istituzionale - monarchia o repubblica - che si svolgerà di lì a 6 mesi, il 2 e 3 giugno 1946 con l'esito storico repubblicano. Il V Congresso del PCI uscito dalla clandestinità e dalla Resistenza, è dunque il congresso della seconda fondazione, e quindi della delineazione di una strategia politica per l'epoca che si apre. È il congresso della fondazione del Partito Nuovo, della conferma dell'unità nazionale, della strategia di avanzata delle classi lavoratrici partendo dai problemi reali e dalle condizioni storiche nuove..., ivi incluso il ruolo nazionale che le classi lavoratrici e i partiti del Movimento Operaio (PCI e PSI) hanno conquistato. E che nei due anni successivi, nonostante il capovolgimento politico attuato dalla DC e dai partiti laici, riusciranno a far valere nella Costituzione del '48.

Il Partito Nuovo sarà Partito Comunista Italiano, non più P. C. d'Italia. La differenza, in seguito da molti storici e da tutte le forze politiche obliterata o minimizzata, è sostanziale. Non più un partito Sezione Italiana dell'Internazionale Comunista, ma partito italiano, nazionale, cofondatore della Repubblica e della Costituzione repubblicana. Sarà, inoltre, partito di massa e non di quadri (come invece rimarranno il Partito francese e tutti gli altri partiti comunisti europei), e sarà partito della classe operaia e del popolo, fautore e organizzatore dell'unità di tutte le classi lavoratrici operaie e contadine e dei ceti medi laboriosi, laico e non ideologico formato da uomini e donne senza distinzione di credo filosofico o religioso, di origini etniche. Nazionale, inoltre, anche perché impegnato a sanare lo storico abisso economico sociale e culturale tra il nord e il sud del Paese, e a promuovere una "riforma intellettuale e morale d'Italia" (Gramsci). Sulla linea di unità antifascista e democratica aperta proprio da Togliatti al VII Congresso dell'Internazionale Comunista (1935) e portata in Italia con la cosiddetta "svolta di Salerno", propugna l'alleanza di tutte le forze democratiche che hanno combattuto nella Resistenza e propone addirittura la fusione col Partito Socialista Italiano

Non è davvero poco quanto a novità e a diversità dagli altri partiti comunisti.

Ma il '46 non è solo l'anno del Partito Nuovo e della fondazione della Repubblica, bensì anche l'anno in cui l'unità mondiale antinazista e antifascista viene rotta dagli USA e dai governi occidentali: l'anno in cui è bandita e lanciata la nuova crociata anticomunista della guerra fredda e del roll back - arrotolare all'indietro tutte le posizioni raggiunte dall'URSS e dai movimenti socialisti e comunisti nel mondo - lanciata fin dal '46 (Fulton, Missouri-USA) da Churchill e Truman, poi Foster Dulles ed Eisenhower. L'Italia è a questi fini Paese strategico e dovrà dunque soggiacere a quella che verrà presto definita - apertamente - una sovranità limitata. Il partito comunista italiano, il più forte dell'Occidente dovrà essere ricacciato indietro e, nei ripetuti tentativi degli USA, non solo isolato ed emarginato ma escluso ed espulso dalla vita nazionale. Il disegno non riuscirà mai, ma la svolta che ne consegue anche in Italia cambierà il corso della storia e produrrà i suoi effetti esiziali per il Paese nei decenni a venire... fin oltre la fine e la scomparsa del PCI.

Nel 1947 comunisti e socialisti vengono estromessi dal governo di unità nazionale. Alla sinistra che chiede di affidare la ricostruzione materiale e morale del Paese, e l'edificazione della Nuova Italia così come delineata dalla Costituzione, alla collaborazione di tutte le forze antifasciste socialiste liberali e cattoliche si risponde con la rottura, con una contrapposizione frontale ideologica politica e sociale: antioperaia, anticontadina, di svuotamento e messa in mora dei fondamentali diritti appena conquistati con la Costituzione, duramente attiva contro la libertà di pensiero e culturale (si arriva alla censura; si ritorna all'indice; il fascista codice Rocco resta in vigore e applicato...). Stati Uniti e Confindustria invocano a più riprese la messa fuori legge del PCI; il Vaticano di Papa Pacelli è in prima fila, ed arriva alla scomunica non solo dei militanti ma dei votanti comunisti e perfino dei lettori della stampa vicina al PCI. Viene inscenato un poderoso processo alla Resistenza, non soltanto politico ed ideologico ma fatto di centinaia di processi penali contro partigiani rei di aver lottato (e rischiato vita famiglia ed ogni cosa) contro i nazifascisti occupanti. Il ministro della difesa Randolfo Pacciardi, già combattente antifascista in Spagna e in Italia, si mette agli ordini della CIA ed espelle da tutte le forze armate quanti hanno combattuto nella Resistenza; la carriera militare è preclusa ad ogni persona sospetta di comunismo e socialismo; tutti i dirigenti dello Stato e delle Forze dell'Ordine prebellici rimangono al loro posto e su centinaia di questori, prefetti, ispettori generali che costituiscono i vertici dei corpi di forza dello Stato, sei soltanto provengono dalle file della Resistenza...

Non si entra in fabbrica, non si trova lavoro se non passando per le parrocchie; all'interno dei luoghi di lavoro privati e pubblici i lavoratori di sinistra e i loro sindacalisti vengono discriminati e perseguitati; le lotte operaie e contadine per il pane, per i salari, per la terra, per i diritti vengono contrastate con brutali interventi delle cosiddette forze dell'ordine, e gli anni Quaranta e Cinquanta sono segnati da una lunga scia di sangue (centinaia di morti e feriti di stato), di arresti, di licenziamenti.

Nel dicembre del Quarantotto viene proclamata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma dal '48 al '60 quei diritti vengono calpestati, soffocati con la violenza. In Italia si spara e si uccide - uomini, donne, bambini - a Cerignola, a Foggia, a Pantelleria, ad Andria, a Roma/Trecenta, a Spino d'Adda, A San Martino di Reggio E., a Napoli, a Taranto, a Livorno, a Genova, ad Abbadia S. S. di Siracusa, a Bologna, a Porto Marghera, a Gravina di Puglia, a Siena, ancora a Gravina di Puglia, a Tricarico di Matera, a Dairago-Milano, a Pistoia, a Bondeno-Ferrara, a Terni, a Mazara del Vallo, a Molinella-Bologna, ad Isola Liri-Frosinone, ancora a Mazara del Vallo, a Forlì, a S. G. Persico-Bologna, a Gambara-Brescia, a Minervino Murge-Bari, a Bolzano, a Medigliano-Padova, a Melissa-Catanzaro, ad Isola Capo Rizzuto (Cz), a Crotone, a Torremaggiore-Foggia, a Bagheria-Palermo, a Matera, a Modena con la strage delle Officine Orsi, a Lecce, a Petraglia-Palermo, ancora a Porto Marghera, a Torino, a Chieti, a Parma, ad Avezzano, a San Severo-Foggia, a Celano-L'Aquila, a Gibellina, ad Adrano-Catania, a Comacchio, a Piana degli Albanesi-Palermo, a Villa Literno, a Villamarzana-Rovigo, a Bitonto, a Trieste, ancora a Trieste, a Milano, a Mussumeli, a Barrafranca-Enna, a Venosa, ancora ad Andria, a Comiso, a Barletta, a San Donaci-Brescia, a Spoleto; a Licata, Reggio Emilia, Palermo e Catania nel luglio '60.

Nel sud lo Stato mobilita la Mafia, ed ha inizio a Portella della Ginestra (1° maggio 1947) non solo la lunga catena di assassinii di sindacalisti e sindaci di sinistra e democratici, ma la serie di interventi dei poteri cosiddetti deviati e cosiddetti occulti (cioè poteri dello Stato infedeli alla Costituzione) contro i diritti e la crescita delle classi lavoratrici.

Quella che fu chiamata la restaurazione capitalistica, sotto l'egida del Centrismo e la cappa della Nato, alla fine degli anni Cinquanta era conclusa. Inizia col Sessanta - ma a quel punto il PCI è già pervenuto alla sua cosiddetta terza fondazione (1956) crescendo in voti e in iscritti - la crisi del centrismo e l'età del centrosinistra. A cui le forze non dome della reazione italiana e internazionale risponderanno con vari tentativi di colpi di Stato e con la nefanda strategia della tensione, con lo stragismo e il terrorismo, con gli anni di piombo e la notte della Repubblica da Piazza Fontana al delitto Moro..., con l'attacco armato alla democrazia che culminerà con le stragi del '92 e '93. - Ma ormai siamo alla fine e già oltre il PCI.

La linea del V Congresso rimane viva, non viene abbandonata, ma non passa, è respinta. Il PCI resiste e continua a lottare, a fare cultura, a difendere diritti e posizioni della classe operaia e del popolo. Ma in questo contesto riemergono e prendono corpo nel partito e fra le masse posizioni settarie, dogmatiche, di contrasto alla linea gramsciana e togliattiana della strategia di democrazia progressiva.

Tuttavia, anche in quegli anni bui della guerra fredda e della contrapposizione frontale, imposta non da noi, e negli anni terribili del roll back contro la Resistenza, della repressione antioperaia, della "restaurazione capitalistica", e dei reiterati tentativi degli USA della Confindustria e del Vaticano di mettere il PCI fuori legge, il partito seppe mantenersi (perfino dopo l'attentato a Togliatti, e grazie alla saggezza sua e di Longo) sul terreno della legalità, e incessantemente combattere per l'attuazione della Costituzione, riuscendo ad essere sempre parte dirigente e partecipe della classe operaia, dei lavoratori e del popolo ma anche della Nazione, della Nuova Italia di cui orgogliosamente e incessantemente rivendicò legittima paternità: la Costituzione Repubblicana porta in calce anche la firma di Umberto Terracini.

Fu questo che consentì al partito comunista italiano, all'VIII Congresso del Cinquantasei, un rinnovamento profondo ed una rinascita. Divenendo sempre più baluardo della democrazia, moderno principe, artefice (pur senza governare) di grandi conquiste e riforme sociali, civili, istituzionali e, negli anni di piombo e della notte della Repubblica, il vero defensor rei publicae et civitatis.

Nel 1953 il PCI riesce a rompere l'accerchiamento e, in alleanza e al centro di un grande poliedrico schieramento costituzionalista, sconfigge la famigerata legge elettorale maggioritaria, universalmente nota come legge truffa - seconda dopo la legge Acerbo del '24 e antesignana delle altre truffe chiamate leggi elettorali maggioritarie venute se non erro dal '94 in poi, pronubi anche quei tali democratici riformisti e mai comunisti).

A quel punto il Partito si stava già liberando di alcune zavorre terzointernazionaliste e, dopo il tentativo del '51 di Stalin e Secchia di liquidare Togliatti rispedendolo a Mosca, aveva già sostituito Pietro Secchia con Amendola all'Organizzazione (1953) e, di lì a poco, lo aveva sollevato dalla carica più importante di Vicesegretario, con la IV Conferenza d'Organizzazione del '54. Con la quale si iniziò a liquidare ogni residuo di sovversivismo e rivoluzionarismo post-resistenziale, di ogni doppio apparato e via continuando. Poi, come detto, venne il '56 e l'VIII congresso, e il vecchio PCI riprese il cammino alla testa di grandi masse e avanzando anno dopo anno (1963, e poi il '75 e il '76, poi l'Ottantaquattro) fino ad essere il primo partito in Italia, su una linea politica e ideologica della democrazia come valore universale, di costruzione di tutte le possibili alleanze sociali e politiche, e di una vasta mobilitazione e adesione delle grandi energie culturali e morali di cui il Paese era ricco. E, quanto al suo essere in sé, sulla regola interna di unità dopo il libero confronto, di libertà di ricerca di espressione ed anche di dissenso ma poi di consapevole disciplina come dettato da Gramsci. Il Partito che giunge a quella grande espansione del consenso e del suo ruolo nazionale e internazionale, è quello. E, anche se non fu facile né breve sradicare le incrostazioni, cancellare definitivamente gli errori del primo decennio postbellico e poi resistere (specialmente dopo il '65) al ritorno di estremismi e settarismi, quel partito seppe ritrovare totalmente e per sempre (Longo e Berlinguer) la sua autonomia da ogni partito − guida o fratello − e da ogni modello.

E, in tutto ciò, mantenere la sua diversità (quella con grande scandalo, anche interno, rivendicata poi da Enrico Berlinguer). Diversità che non era nuova presunzione e isolamento in una sorta di turris eburnea ideologica politica e morale − e basti rileggere il suo discorso agli intellettuali del 1977 − ma rivendicazione del nostro antagonismo ideale politico ed etico, proteso a suscitare e organizzare le forze capaci di imporre una grande riforma economica e sociale e, su quella base, la riforma intellettuale e morale che l'Italia attende dal 1861 e dal 1919 e dal 1945..., e che purtroppo vanamente attenderà per chissà quanto ancora. Mantenere questa diversità, dicevo, senza ritrarci di nuovo nella nostra caverna, e respingendo la tentazione del così è se vi pare e della perdita di autonomia rispetto all'altra parte: la controparte di classe, la controparte del nuovo capitalismo.

Il culmine della sua parabola, in un favorevole contesto internazionale - vittoria in Viet Nam; rivoluzione dei garofani in Portogallo; vittorie di Brandt in Germania, di Palme in Svezia, di Gonzales in Spagna, di Mitterand in Francia, del PASOK in Grecia... - è raggiunto dal PCI nel '75 alle elezioni regionali (33,5% dei voti, sul 92,7% di votanti ), e nel '76 alle elezioni politiche, in cui, nonostante la rimonta della DC a spese dei suoi alleati, mantiene quel consenso elettorale (sul 93,4% di votanti) crescendo del 7% rispetto alle politiche precedenti. Ci sarà poi, nel contesto drammatico della morte di Berlinguer sul campo, la grande vittoria alle Europee dell'84: ma fu solo un momento: la parabola discendente era avviata e già in corso.

Sul piano mondiale il trend era stato rovesciato. Con l'ascesa di Margareth Thatcher nel Regno Unito (1979) e l'elezione di Donald Reagan a presidente degli USA (1981), si avviava il processo di globalizzazione e di dominio mondiale del nuovo capitalismo. Ed inizia la resa e l'arretramento della Socialdemocrazia europea.

In Italia, dopo i risultati, diciamo bipolari, delle elezioni del '76 il PCI avanza la proposta di una svolta storica che, mettendo fine alla sovranità limitata (il cosiddetto fattore K), preveda la possibilità di un ritorno delle sinistre (e dello stesso PCI) alla guida del Paese. Ad una apertura della DC di Moro per una siffatta prospettiva - fortemente e apertamente osteggiata dagli USA di Kissinger - il partito comunista si dichiara pronto alla svolta anche in termini di governo. Ma le potenti forze ostili, italiane e straniere (USA, blocco occidentale e la stessa Unione Sovietica) riprendono con forza le azioni di isolamento e corrosione del Partito Comunista. E si servono alla bisogna di tutto l'apparato eversivo che agisce ormai da trent'anni (anzi dall'indomani della Liberazione): Servizi cosiddetti deviati (insomma l'apparato di intelligence in mano ai poteri forti e ai settori anticostituzionali); servizi segreti d'oltreatlantico, mediorientali e dell'Est; poteri occulti - P2 ed altre Agenzie - che hanno in mano settori istituzionali e governativi fondamentali. Si pensi, a tragico esempio, al comitato di crisi durante i 55 giorni del rapimento di Moro, costituito e presieduto dall'allora ministro Cossiga e formato dai comandanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, oltre ai direttori da poco nominati del SISMI e del SISDE, al segretario generale del Cesis, al direttore dell'UCIGOS e al questore di Roma. Di costoro ben 16 risulteranno appartenenti alla P2, mentre fu costituito anche un "comitato di esperti", mai riunito collegialmente, la cui esistenza fu rivelata solo nel 1981 da Francesco Cossiga davanti alla commissione speciale del Parlamento, nel quale agì da vero direttore l'inviato di Kissinger Steve Pieczenik, il quale dichiarerà e scriverà che la morte di Moro fu decisa dai poteri a cui faceva riferimento[1]).

L'azione di contrasto all'ascesa del PCI fu quindi realizzata rimettendo in moto, con azioni politiche culturali e soprattutto violente, la strategia della tensione dichiarata conclusa nel 1974.

Furono mobilitate e sovvenzionate tutte le forze e i circoli reazionari e conservatori, e furono utilizzate e manovrate anche sul terreno della lotta armata e stragista forze di destra e di sinistra: terrorismo nero e rosso, gruppi e gruppuscoli estremisti di ascendenza europea cinese terzomondista, tutti volti contro un solo obiettivo, il PCI, e, non importa quanto soggettivamente intendessero di sé e della reale situazione di confronto mondiale, tutti eterodiretti e finanziati da poteri italiani e da potenze straniere.

Sul piano politico l'azione di isolamento del PCI ebbe come condottiero il PSI di Bettino Craxi. E con il combinato disposto dell'azione eversiva (anni di piombo) e dell'azione politica della destra DC e di Craxi, l'operazione riuscì.

Berlinguer cercò di far fronte alla nuova situazione e a quella che, senza addolcimenti, va chiamata una sconfitta pesante del Partito Comunista Italiano, mantenendo fermo l'orizzonte (per l'Italia e l'Europa) di un'alternativa politica e storica al thatcherismo e reaganismo (in Italia assunto, come detto, non solo dalla DC e dai suoi satelliti ma anche dal PSI, e in Europa dalla Socialdemocrazia) e, come partito, mantenendo ferma la nostra autonomia antagonista. Ma la sconfitta produce danni gravi anche all'interno del partito.

I primi "ripensamenti" politici e teorici si erano manifestati apertamente già all'indomani della vittoria del '76, e al primo prospettarsi di un possibile sbocco politico (governativo) della linea di "un nuovo grande compromesso storico". Ora, dopo il '78 e l''80, da una parte cospicua, non solo dirigenziale del partito, il valore e il senso di quella autonomia antagonista si stempera e dilegua, viene abbandonata e perduta. E con essa l'anima: la stessa ragion d'essere non dico di un partito comunista ma di una sinistra.

E ci trasferiamo nel purgatorio della socialdemocrazia europea. Ma non la socialdemocrazia di Brandt e Palme (tanto meno di Lafontaine, presto sconfitto), ma quella di Schröeder e del suo Deutsche TINA: "Es gibt keine Alternativen". Tradotto poi in italiano anche dagli avversari interni di Berlinguer, e a dire il vero anche da qualche rivoluzionario pentito, oggi magari pentito di essersi pentito.

Bisognava andare al governo ad ogni costo: questa fu la linea che prevalse. Non un "nuovo grande compromesso storico" come nel '44/'45, ma un qualche patto parlamentare per gestire, non per cambiare, lo stato delle cose presente. Se la crisi dell'URS e del socialismo reale appariva ormai evidente e volgeva rapidamente alla fine, se una terza via non si delineava concretamente, se il capitalismo iniziava a celebrare i fasti della sua evoluzione finanziaristica e del suo dominio globale, se there is not alternative, non rimaneva che entrare nel campo dell'ex nemico e ammainare le bandiere dell'antagonismo storico sociale politico per salvare il salvabile e, al più,  trattenere i vecchi e nuovi rappresentanti del capitalismo mondiale, le vecchie democrazie europee, dalla deriva autoritaria e neofascista. Quali siano gli esiti della crisi oggettiva del socialismo e di queste scelte soggettive è squadernato davanti a noi nell'almanacco dei due primi decenni del secolo nuovo.

Quanto alle conseguenze interne di tali rese e abbandoni, il mutamento culturale ed umano che ha presto divorato il comunista, poi postcomunista, poi maicomunista, ne fu il fattore determinante. Alle grandi ambizioni sopravvennero le piccole: una poltrona al Senato (e poi un sottosegretariato), una poltroncina alla Regione, un posto da Governatore, una presidenza di Ente..., e più in basso una sedia nella segreteria federale o regionale, l'emolumento non più rimesso al partito ma tenuto per sé con l'aggiunta delle prebende parlamentari o consiliari. Il confronto o dissenso ideologico e politico che diviene contrapposizione frontale e pubblica, sconfessione, perfino insulto; le differenze che diventano correnti organizzate e la spartizione dei posti guerra per bande; le candidature decise in base ai rapporti di forza; le elezioni non più affidate al rapporto con la base e con il popolo, all'autorevolezza storica o culturale, ma alle campagne personali finanziate da chissà chi.

Anche dal crescere nel partito di questa deriva ideale ed umana, Berlinguer è stato stroncato. Ma eravamo già oltre i limiti di un partito che aveva lottato e lottava per la democrazia e il socialismo, con una legge e una morale gramsciana.

Se dunque..., e ciò va detto con dolore..., ci si chiede e ci chiediamo dove ha inizio la nostra disfatta ritengo sia lì: sul piano soggettivo nel punto in cui inizia questo rovesciamento teorico, culturale e morale. Nel punto in cui rinunciamo ad un pensiero forte, non assolutistico ed ideologico ma forte di una concezione del mondo altra rispetto all'idealismo al post-idealismo e al pensiero unico neo capitalistico, forte soprattutto di una ricerca che miri a comprendere la nuova realtà per − filosofia della prassi - trovare la via di abolire lo stato di cose presente.

Nel punto in cui Berlinguer e la sua concezione del partito vengono delegittimati ed irrisi, in cui la sua questione morale viene negata e considerata una fastidiosa e dannosa geremiade di un moralista; e le sue intuizioni e prospettive (1977, 1983) rispetto al nuovo mondo segnato dalla rivoluzione elettronica sono negate in radice e rifiutate.

Nel punto in cui prevale la voglia di essere come gli altri, e di lì il cretinismo parlamentare e l'abbandono di ogni antagonismo che non sia quello del piccolo cabotaggio e del vecchio vizio socialista della politique d'abord. Nel punto in cui la cultura di sinistra si ritira in disordine, diviene agnostica, punta solo ad essere pubblicata o rappresentata, sposa ogni tipo (o quasi) di revisionismo storico, abiura a sé stessa. Nel punto in cui sposiamo il pensiero debole ed il postmoderno e al posto di Sanguineti eleggiamo al Senato l'ottimo Gianni Vattimo. Nel punto in cui perfino il keynesismo viene ritenuto inattuale, troppo a sinistra... e dunque irrealizzabile (Blair, Schröder, futuro PD...), in seguito (ma siamo già ai DS e poi al PD) negato sul piano teorico e, su quello pratico, rinnegato con lo smantellamento dello stato sociale. Nel punto in cui (ma siamo già al post) gli intellettuali operaisti (ex fiancheggiatori degli armati) diventano senatori e filosofeggiano sul destino cinico e baro mentre votano tutti i provvedimenti governativi, specialmente quelli antioperai e truffaldini. Nel punto in cui le belle bandiere vengono ammainate e il Sindacato diventa il principale bersaglio dei riformisti ed è privato del suo immenso storico ruolo popolare e nazionale.

Tuttavia, a malgrado di queste derive, fino all'invenzione del partito leggero, ed ancora nel PDS, il rapporto con i militanti, con le sezioni e, attraverso loro, con la gente, fu intenso e permanente, politicamente e umanamente ricchissimo. E ancora nel 1987 il PCI era ancora seguito da 10 milioni di italiane e italiani e la sua influenza era estesa ad oltre un quarto della Nazione.

Ma se questo Partito fu, tout malgré, vivo sino alla fine, forte, attivo, protagonista, ricchissimo nella sua vita interna, con le conoscenze di poi non possiamo non interrogarci sulle origini e le cause non soggettive, e poi sulle forme e i tempi con cui si giunse alla sua risoluzione. E poi alla fine della sinistra.

Io credo, insomma, che la causa e la ragione fondamentale del lento declino e poi della rapida sconfitta storica del PCI e della sinistra, vadano poste nel mutamento, anzi sconvolgimento, delle condizioni oggettive mondiali − economiche, sociali, culturali, di relazioni internazionali − che presero l'abbrivio nel 1971 e si svilupparono sempre più rapidamente negli anni '80 e primi '90 del secolo scorso. Ma sul piano (come si diceva un tempo) delle condizioni soggettive, la incapacità di organizzare una resistenza ed una possibile ripresa, ovviamente in forme e per vie nuove, dopo la caduta del muro e del mito, è da ricercare nella incomprensione di quei fattori oggettivi che tumultuosi e vertiginosi, come gli sviluppi scientifici e tecnologici, hanno mutato radicalmente le condizioni e il terreno della lotta.

Alla luce degli avvenimenti storici dell'ultimo cinquantennio a me sembra, cioè, che il punto di partenza, o almeno il prodromo, la scaturigine..., della discesa agli inferi del PCI (celata dai successi elettorali del '75−'76 e poi dell''84, concomitanti peraltro con quegli eventi vittoriosi sul piano internazionale già richiamati, che sembrarono iniziare un generale spostamento a sinistra europeo e mondiale), fu la sostanziale incomprensione da parte di tutto il Movimento operaio e socialista mondiale della fase nuova aperta dal Decreto Nixon di Camp David (15 agosto 1971), col quale gli USA decretano unilateralmente la fine di Bretton Woods. Quel decreto − fine della convertibilità fra oro e dollaro e dell'allineamento delle altre monete − segna di fatto l'inizio della fine (anche ideologica) del keynesiano trentennio glorioso; apre la strada alla vittoria della Thatcher (maggio 1979), e all'ascesa di Reagan (gennaio 1981), e alla vittoria del liberismo assoluto, con la globalizzazione e la finanziarizzazione (brutta parola, ma rende) del capitalismo e di conseguenza aprono alla affermazione ed egemonia del correlato pensiero unico: straripato poi dopo la caduta del muro e la dissoluzione dell'URSS.

In realtà gli sviluppi economico-politici su scala mondiale di quell'atto nixnoniano del '71, soprattutto dopo la vittoria della Thatcher e di Reagan, rappresentano la causa prima, materiale, oggettiva (poi, naturalmente, ci sono i fattori interni, soggettivi, e con essi anche i gravissimi errori compiuti nel segno della politica di potenza, in Afghanistan ecc...) della stessa crisi dell'URSS e della sua dissoluzione. "Dissoluzione dell'Unione Sovietica che" secondo Putin, "è stata la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo", e con la quale si consuma la possibilità..., la speranza stessa..., di un'alternativa socialista.

Vinta la gara spaziale nel '69; usciti finalmente dalla trappola della guerra in Vietnam (a finanziare la quale è servito, fra l'altro, l'abbattimento di Bretton Woods), liberi di stampare le quantità di dollari che essi vogliono, gli Usa possono dedicarsi con nuovi mezzi alla conquista definitiva della supremazia mondiale. Sarà con il Piano dello Scudo Spaziale o, come fu anche detto, delle guerre stellari. Il quale, malgrado i suoi grandissimi difetti, malgrado la sua immoralità (pratica cancellazione di tutti gli accordi internazionali precedenti), malgrado la sua sostanziale non attuazione, ha, come è stato detto, «contribuito o almeno accelerato la caduta dell'Unione Sovietica, col meccanismo della "strategia del surclassamento tecnologico"». L'URSS, infatti, è proprio a questa sfida che non regge: né economicamente, né - morto e sepolto Sergej Pavlovič Korolëv − un altro a suo tempo purgato da Stalin a 10 anni di gulag -, l'artefice del primato spaziale sovietico fino al '68 - scientificamente.

Tornando all'origine del processo di cui sopra, con cui si conclude la sfida tra capitalismo e socialismo (e con essa, per ora, l'amaro risveglio dal sogno di una cosa)..., tornando a quel decreto Nixon di Camp David, con esso, come ben dice Fabrizio Annaro, «la perdita della convertibilità fra oro e dollaro... e l'instaurazione delle libere fluttuazioni valutarie, hanno legittimato la visione di un mercato valutario e finanziario senza limiti, senza vincoli, senza regole, un mercato dove l'unica legge è quella del massimo profitto. La fine di Bretton Woods ha segnato l'inizio di un periodo di grande instabilità valutaria, di speculazioni finanziarie, ma soprattutto di libertà per le banche centrali, in particolare la Federal Reserve, di creare moneta e generare valori che alimentavano i mercati finanziari e sporadicamente la produzione e il lavoro... La fine di Bretton Woods è la fine del limite, il via libera ad ogni eccesso considerato dalla cultura fonte di benessere e di progresso. Un'idea smentita dalla crisi del 2008/2009 e dalla mancanza di sostenibilità ambientale e finanziaria. La soppressione della "cultura del limite", l'apologia degli eccessi, l'esaltazione dell'individualismo, sono le premesse della nostra crisi economica e morale.». Oggi sembra emergere dal cuore stesso di tale sistema, ovviamente ancora minoritario e fortemente contestato − la Business Roundtable[2] − un radicale cambio di rotta, su una linea anticipata da Adriano Olivetti e dalla nostra Costituzione, e cioè sulla necessità di una funzione sociale della proprietà e del capitale: ma intanto quel travolgente processo di cui dice Annaro, avanzato sulle e determinato dalle rapidi e clamorose rivoluzioni scientifiche e tecnologiche dell'ultimo cinquantennio, ha aperto una nuova epoca nella storia del mondo, ha determinato l'egemonia mondiale di un capitalismo decadente e più che mai inumano ma dominante, sostanziali mutamenti nelle strutture economiche e nel complesso delle relazioni sociali, ed una nuova ancora in fieri ma chiarissima mutazione antropologica. Sullo sfondo il disastroso accelerato manifestarsi dei caratteri di una nuova era geologica- l'Antropocene -, che segna il rapido e tragico mutamento delle condizioni di esistenza e di vita del e sul pianeta, l'inizio di un nuovo corso della storia della Terra condizionato in negativo dall'uomo e dai suoi sistemi. Mentre (è quanto che è stata chiamata appunto una nuova mutazione antropologica) avanza a livello di masse in tutti i paesi del mondo il rifiuto o l'accantonamento dei diritti umani e dei principi di solidarietà e giustizia sociale, e la risposta alle inumane contradizioni e ingiustizie prodotte dall'attuale fase del capitalismo è cercata in politiche ed etiche di destra, di "esaltazione dell'individualismo" e della supremazia personale sociale e nazionale, di odio razziale, di emarginazione ed esclusione di ogni diversità.

Non solo il PCI ma tutto il Movimento comunista mondiale, a cominciare dall'URSS e dalla Cina, e tutta la sinistra europea (ovviamente con eccezioni preclare di economisti e politici non sottomessi, quali coloro che prima ho citato), o non capirono o decisero di non capire. Soltanto Berlinguer, nel '77, nel suo Discorso alla Cultura, quello famoso detto dell'austerità, mostra d'intendere e di voler opporre una strategia e una proposta alternativa che ancora una volta chiama ad unirsi il pensiero (e le parti) di matrice marxista e gramsciana, di matrice cristiano sociale, socialdemocratica, liberal−socialista, per un'alternativa che esca dagli attuali modelli di sviluppo, in direzione di una società "che abbia come fine la elevazione dell'uomo nella sua essenza umana e sociale", che miri a costruire "forme di vita e rapporti tra gli uomini e fra gli stati più solidali, più sociali, più umani, e dunque tali che escano dal quadro e dalla logica del capitalismo". E poi, nel 1983, quando dirà che "... la rivoluzione elettronica rivoluzionando il tradizionale modo di lavorare e di vivere, e i processi ad essa connessi pongono problemi assolutamente inediti nella lotta per una civiltà più avanzata: sia sul versante sociale e culturale, in conseguenza della trasformazione e della mobilità della base tradizionale di riferimento, sia su quello più propriamente politico, dove la democrazia elettronica apre nuovi spazi di partecipazione, ma in pari tempo accresce i rischi di autoritarismo plebiscitario e di cesarismo". Tutto dipende, sottolineava il segretario del Pci, da chi e come i processi di innovazione della tecnica sono guidati.

Ma lui, come gli altri, viene sconfitto: contestato, dileggiato, liquidato.

Nel PCI, dove pure sono presenti ed operanti, non prevalgono coloro che stanno orientando la ricerca verso un'analisi metodologicamente marxista e leninista (si ricordi ad esempio il Lenin dell'Imperialismo, fase suprema...) della nuova fase storica, ma quelli che insistono (quando va bene) a scandagliare il rapporto tra Marx ed Hegel, tra il giovane Marx e il Marx maturo, tra Gramsci e Croce. Anche se è pur vero che tra i primi prevarranno sempre di più − si pensi a certi Quaderni e a certe riviste socialiste, o a certi settori dello stesso Partito e della FGCI, o a certi leader della UIL, della CISL e della stessa CGIL..., operanti dal '67-'68−'69 fino agli anni dell'attacco aperto (e terroristico mafioso) alla Repubblica −, critici e teorici che volgono l'analisi (sbagliandone clamorosamente, come poi si vedrà, la diagnosi e la prognosi, o indugiando su socio-filosofie più o meno integralistiche o unidimensioniste o terzomondiste) ad esiti estremistici, e per i quali il nemico principale diventa il PCI. Bombardato con accuse di cedimento e tradimento basate su stanche e improprie ripetizioni del Lenin meno creativo e più dogmatico... quando non dello sconclusionato maotzetungpensiero..., o addirittura da un recupero aggiornato del trotzkismo magari in versione terzomondista e guevarista.

È importante ricordare tutto ciò, poiché se quell'incomprensione di cui parlavo vi è stata, ed è il germe della crisi soggettiva della sinistra storica mondiale (ed anche del fallimento delle nuove sinistre figlie e figliastre di Marcuse e dei Nouveaux Philosophes), occorre non dimenticare in quale contesto politico- ideologico internazionale e italiano si svolse la vita del Partito in quell'epoca.

Se invece si pone la causa del declino e della fine del PCI nel mantenimento del "cordone ombelicale" col PCUS e con l'URSS - legame che fu certamente un peso e che fu troppo tardi reciso - non si compie una analisi storicistica, non si considera appunto quale fu il contesto internazionale seguito alla guerra, segnato e determinato dalla dura e minacciosa confrontation aperta dal blocco occidentale, dalla guerra fredda, dalla minaccia atomica annunciata da Hiroshima e Nagasaki e mai attenuata, dall'inizio di quella che sarà chiamata terza guerra mondiale a pezzi e a zone (una storia di trenta e più guerre cosiddette locali permanenti), dalla reconquista neocoloniale (l'altro roll back) di Africa, parte dell'Asia (il rovesciamento di Sukarno in Indonesia fu compiuto con la distruzione fisica del partito comunista indonesiano (contadino, filocinese, 600 mila persone) e l'eccidio di 3 milioni di indonesiani).

No. Mi è chiaro più che mai: la parabola discendente del PCI, come dell'intero movimento comunista internazionale, inizia coi mutamenti oggettivi - economici, sociali, tecnologici, scientifici... - e dei rapporti di forza internazionali, seguiti al '71 e, dall'Ottanta in poi, alla apertura di una nuova fase del capitalismo e del suo dominio su scala mondiale. Soggettivamente favorita, naturalmente, dalla debolezza e crisi crescente (poi dissoluzione) dell'URSS e del suo sistema di potenza, dall'incomprensione dei nuovi tempi e quindi dalla incapacità, impossibilità, di far fronte alle nuove sfide che si aprivano sul terreno di una nuova e ben diversa confrontation.


[1] Ecco quanto nel 2006 dichiara all'Unità Steve Pieczenik: "Decisi allora che doveva prevalere la Ragione di Stato anche a scapito della sua vita. [...] Sono stato io [...] a decidere che il prezzo da pagare era la vita di Moro". Nell'intervista rilasciata poco tempo prima ad Amara aveva affermato che la decisione di lasciar morire Moro fu presa verso la quarta settimana di sequestro, "quando le lettere di Moro hanno cominciato ad essere disperate" e questo faceva temere che potesse rivelare segreti di stato, ma in questa sede dichiarava che "la decisione finale [...] fu di Cossiga e, credo, anche di Andreotti"

[2] Ecco cosa ne scrive recentemente Alberto Improda: "Il 19 agosto 2019 la Business Roundtable, un thinkthank di duecento CEO del Nord America, presieduto da Jamie Dimon, numero uno della JP Morgan Chase, pubblicava una innovativa ed eclatante dichiarazione programmatica. Le opinioni sul valore e sull'importanza di questo manifesto sono state, in tutto il mondo, numerosissime e assai discordanti... Ad ogni modo, si è incontestabilmente effettuato un radicale cambio di rotta, su una linea anticipata da Adriano Olivetti (e dalla nostra Costituzione) rispetto alla precedente posizione della Business Roundtable, che - nel 1997 -aveva pienamente aderito alla linea di Milton Friedman e della Scuola di Chicago, in base alla quale l'unico fine dell'azienda consiste nel creare profitto per gli azionisti... Oggi viene invece esplicitamente dichiarato che il purpose delle corporation non deve essere solo la produzione di utili per gli shareholder, ma anche e soprattutto quello di servire tutti gli stakeholder, vale a dire i clienti, i lavoratori, i fornitori, le comunità. Un punto risulta particolarmente significativo, nel calare questa novità nella realtà italiana e nell'attuale crisi da Coronavirus: il documento riconosce quasi esplicitamente come le esigenze di redditività dei grandi gruppi siano spesso scaricate a valle sui fornitori, mediante l'imposizione di condizioni economiche inique o la richiesta di rinegoziazioni al ribasso..."