PER UN’EDUCAZIONE DI QUALITA’ E CONTRO LE DISUGUAGLIANZE

di Antonio Augenti

Questa volta, pur in una situazione estremamente difficile e lacerata, la Scuola ha dimostrato di esserci. Non certamente per l'apparato istituzionale, partito in ritardo negli interventi destinati ad affrontare le conseguenze di un evento imprevedibile, ma per la volontà, la tensione morale dei docenti e dei dirigenti scolastici, e per la collaborazione offerta dagli stessi studenti e dalle loro famiglie.

Chi politicamente governa il sistema d'istruzione e di formazione del nostro Paese, ma l'osservazione vale anche per altre realtà, ha dimostrato di non sapere cosa fare nel momento in cui abbiamo assistito alla deflagrazione tra una realtà piegata all'indietro o poco dinamica e un di là da venire che era dietro l'angolo, e che si è palesata ora con una pandemia.

Tutto ciò che è scritto in nero nella storia delle nostre istituzioni formative non abbiamo da impararlo dalle voci stridule di opinionisti di turno: strutture non accoglienti e insicure, contenuti non generati dalla ricerca e dall'innovazione, didattica tradizionale o stanca, insufficienti risorse professionali e finanziarie per la formazione in servizio dei docenti, buio pesto tra ciò che si riesce a trarre in profitto dalla Scuola e il suo impiego in una società in frenetica trasformazione. I risultati storici registrati dopo stravaganti riforme tentate negli ultimi vent'anni sono sotto i nostri occhi: contraddicono sia gli auspicati traguardi fissati dall'ONU con i MIllennium Goals sino al 2015, sia, nell'ottica di prevedibilità, quelli indicati dalla stessa Organizzazione internazionale con i Sustainable Development Goals per il 2030. Il trend in atto mette in luce preoccupanti aspetti di qualità dei processi di apprendimento e vistose emorragie di risorse umane con una dispersione sia visibile che occulta, che registra tassi elevati rispetto a quelli degli altri paesi con i quali dovremmo competere.

Se si continuerà a tenere gli occhi chiusi, a conclusione della pandemia gli interrogativi che ci porremo saranno: quale distanza tenere tra gli alunni nelle aule, quanti studenti saranno inclusi nelle classi, i locali saranno stati sanificati? Sarà tenuta così sotto gamba l'esigenza di garantire un'educazione di qualità e senza differenze. Contrariamente a ciò che si afferma, le catastrofi accentuano le disuguaglianze, non le eliminano.

Se tentassimo di tenere gli occhi aperti, ci porremmo il problema di ridisegnare, in una società in mutamento, il Sistema educativo nei rapporti con l'economia, la cultura, la ricerca, gli assetti normativi, le responsabilità e i compiti da assumere in una prospettiva di sovranazionalità dello sviluppo. Ci interrogheremmo su un punto molto rilevante: se la connettività, come dicono gli scienziati, è un fattore sempre più pervasivo all'interno della società, c'è spazio per chiedersi se la conoscenza e il saper fare non possano essere offerti e filtrati da altri organismi sociali che con le scuole e le Istituzioni d'istruzione e di formazione avanzata sono in grado di dialogare?

Non è un interrogativo di poco conto. Se ne possono far carico i filosofi della politica, gli analisti sociali, i tecnologi della comunicazione, ma anche gli educatori e gli studiosi di ecologia dei media, se possibile e auspicabilmente i decisori politici. Anche in tal caso, non si potrebbe far da soli. Abbiamo bisogno di condividere con l'Europa il credo di un investimento di qualità nella risorsa umana e di un processo di civilizzazione coerente con la tradizione della cultura occidentale. Documenti votati dall'UE sino al 2018 ne hanno riconosciuto l'esigenza.

La scommessa da correre è duplice: colmare il divario tra mentalità o cultura digitale e cultura arcaica; costruire una società nella visione di un'architettura costituzionale e istituzionale capace di ridistruibire -secondo quello che qualcuno ha indicato come "modello collaborativo di costruzione del sapere - non solo nel web, ma anche nella rete fitta, non virtuale, delle Istituzioni, dei corpi intermedi, dei processi di comunicazione quel prezioso bene che non è il dato informativo, ma il sapere, unitamente alla capacità d'interpretare in modo costruttivo il diritto ad una cittadinanza attiva.

C'è un'etica della costruzione sociale che gli scienziati della politica oggi indicano come necessario punto di riferimento del nostro agire. È il modo migliore per rimarginare quella che il nostro Presidente della Repubblica ha chiamato la ferita inferta alle nostre scuole e alle Istituzioni universitarie dall'invisibile nemico a caccia del quale ancora siamo.