PER LA CRITICA

PER NANNI BALESTRINI, 

 IL FORMALISTA ROSSO

Se ne è andato l'ultimo dei Novissimi, quel "quintetto" che, poco oltre la metà del Novecento, ha impresso alla poesia italiana una svolta clamorosa. Certo bisognerà riscrivere quella storia e magari fare posto anche a chi è rimasto fuori dall'antologia e avrebbe meritato l'inclusione: e tuttavia bisogna dare atto a quel piccolo gruppo sponsorizzato da Anceschi, di aver costituito la boa e il tornante storico, nonché la pietra dello scandalo.

Di quella compagine Nanni Balestrini ha rappresentato il lato più letteralmente sperimentale, l'autore che, più di ogni altro, ha interpretato lo sperimentalismo alla lettera e cioè come un meccanismo applicato al testo senza preoccuparsi della convenienza degli esiti. I formalisti russi avevano suggerito di rapportare i procedimenti a dei puri materiali indifferenti a prescindere dal loro contenuto; Balestrini, soprattutto nella prima fase della sua opera, ha portato questa logica formale all'estremo, facendo del taglio e del montaggio la sua regola, a sostituire la metrica tradizionale, addirittura sforbiciando segmenti di svariatissima provenienza e realizzando stringhe anche a spese dell'integrità della parola. Un meccanismo reinterpretato con spirito dadaista, nella convinzione che ‒ se poesia è creatività ‒ il grado maggiore (il grado maggiore di sorpresa) si ottiene per grazia del caso. E dunque è inutile per l'autore aspettare l'ispirazione da dentro il proprio vissuto o il proprio travaglio esistenziale: la miglior posizione autoriale era per Balestrini, e mi sembra che così sia rimasta fino alla fine, quella dell'autore operatore, che predispone il programma, ma sostanzialmente in stato di sparizione. Questo avverrà anche con il ricorso all'uso del computer, in quel romanzo "ultimativo" (Tristano) assemblato da una macchina randomante.

Se inconscio c'è, non è quello personale, ma una sorta di "inconscio generale". Da questo punto di vista, credo non ci sia poeta (neanche novissimo) che più di Balestrini abbia praticato la "riduzione dell'io", al punto che le tracce dell'individuo autore vanno cercate con il lanternino e scommetto non si trovino, mentre è evidente che il soggetto c'è e sta appunto nella preparazione del meccanismo. Il soggetto è invisibile, dietro il testo. Allo stesso modo, nell'allargamento della "squadra" alla neoavanguardia del Gruppo 63, Balestrini lascerà volentieri ad altri i compiti teorici di sistemazione e polemica, di indirizzo del movimento, ma terrà per sé soprattutto compiti organizzativi, per così dire di "regia degli eventi".

Dopo il Sessantotto e la spaccatura di "Quindici", Balestrini prenderà il lato sinistro dello schieramento, mentre la sua scrittura si apre al romanzo politico, il che potrebbe far pensare all'abbandono del formalismo per un ritorno al contenuto. Ma noto soprattutto due cose. La prima: quello che sta al centro dei suoi romanzi a partire da Vogliamo tutto è, sì, il movimento rivoluzionario e i suoi "attori" (l'operaio massa, i militanti incarcerati, l'editore Feltrinelli, ecc., fino all'elezione a sindaco di Pisapia), ma a patto che siano colti nel momento originario, nell'insorgenza della ribellione. In fondo, ancora una volta, il punto è il formarsi per opera del caso di una deviazione (un clinamen) che contesta e contrasta l'ordine stabilito o attendibile. Come nella prima fase il significato che spontaneamente si forma dal meccanismo predisposto, così nella seconda fase si trova la ricerca dell'atto altrettanto spontaneo che dà inizio a una manifestazione del conflitto. L'altro punto riguarda la sparizione dell'autore. Perché anche nel romanzo politico l'autore non si impanca a guida, né si propone a personaggio, non sta all'interno: in ogni caso la parte del narratore è devoluta a un testimone, si potrebbe dire: un informante, di cui l'autore si limita a registrare il racconto (è una sorta di narrativa per contro terzi). Dove, certamente, di nuovo, il soggetto si trova nella parte dell'operatore che monta il materiale e gli conferisce il ritmo, la sequenza delle lasse (i brani brevi che contraddistinguono la frammentarietà narrativa della neoavanguardia). A volte anche (come nel montaggio alternato de Gli invisibili) con un intervento sulla linearità della storia.

Tra l'altro, di recente è stata riscoperta e ripubblicata anche l'opera visiva di Balestrini, basata sul collage, in cui spicca nuovamente il carattere del ritaglio, delle giunzioni sorprendenti e dell'uso del linguaggio come mero materiale, in questo caso preso nel suo valore visuale.

Nell'ultima fase, la raccolta Caosmogonia dimostra insieme alla persistenza dei procedimenti una volontà esplicativa degli stessi: esemplari le finali Istruzioni preliminari, nelle quali la regola di ripetizione dei versi si accompagna a stringhe dal significato esplicitamente metapoetico. Insomma è rilevante il filo rosso (rosso in senso forte) che lega l'opera balestriniana dall'inizio alla fine, nel segno di una posizione anti-sistemica che da un lato annulla i significati consolidati assumendo il linguaggio come mera materia, dall'altro lato li ricombina nella scommessa di un senso diverso.

Costantemente animato da una fondante istanza politica, a me pare palmare come Balestrini si sia per così dire mantenuto sempre giovane: e ai giovani soprattutto tocchi di tenere conto e prendere ispirazione dal suo modo di sperimentare ed ereditarne gli spunti eccedenti, come benefico antidoto alle sirene delle invadenti banalità di una poesia liricheggiante, emotiva e paga della propria marginalità.