74 ANNI DALLA VITTORIA

NEL REFERENDUM ISTITUZIONALE

PER LA REPUBBLICA

di Corrado Morgia

Ricorre il prossimo 2 giugno il 74° anniversario della vittoria della Repubblica nel referendum istituzionale del 1946. Sono trascorsi ormai molti anni e inevitabilmente le celebrazioni, anche se purtroppo senza l'adeguata partecipazione di popolo, come è accaduto lo scorso 25 aprile, a causa della nota pandemia, rischieranno comunque di assumere un carattere rituale, se non retorico e magniloquente. Però, a proposito della recente Festa della Liberazione, ho ancora netta negli occhi l'immagine, austera e per niente enfatica, che la televisione ha portato in tutte le nostre case: quella del presidente Mattarella che da solo saliva la scalinata dell'Altare della Patria per deporre una corona al sacello del Milite Ignoto. Episodio suggestivo e degno di essere ricordato per sobrietà, austerità e patriottismo, appunto. Molti di noi, alle 15 dello stesso giorno, hanno poi intonato canti partigiani dai balconi e dalle finestre delle proprie case, accogliendo l'invito dell'ANPI, l'Associazione Nazionale Partigiani. L'emergenza coronavirus insomma non ci deve impedire di ricordare quello che è stato, perché è stato e perché oggi in Italia viviamo in una democrazia, sia pure con non pochi difetti, e abbiamo una costituzione democratica e progressiva, giustamente definita programmatica, cioè costantemente da attuare e adeguare, con leggi e interventi che non ne esauriscono lo spirito di innovazione e di adattamento ai tempi che cambiano. Rigida si definisce la nostra costituzione e non flessibile, proprio per impedirne lo stravolgimento e la manomissione, ma questo non può significare immobilismo, anche se l'ubriacatura federalista della fine dello scorso secolo ha provocato guasti che andrebbero urgentemente riparati, mettendo fine a un regionalismo scombinato, rivelatosi dannoso e controproducente. La repubblica è una e indivisibile, si dice nella stesura originale della costituzione, con una frase che riecheggia il modello francese cui i padri costituenti si erano ispirati, e in effetti il regionalismo andrebbe secondo me rivisto per riportarlo alla lettera e allo spirito delle prime elaborazioni, tornado cioè a considerare le regioni puri enti di coordinamento e non di gestione, restituendo alle province e soprattutto ai comuni, veri assi portanti del nostro sistema, il ruolo di soggetti fondamentali del governo e della amministrazione della cosa pubblica sul territorio.

La Costituzione del 1948, frutto del lavoro dell'Assemblea Costituente eletta il 2 giugno, del '46, rappresenta dunque la realizzazione e il compimento del programma dei democratici dell'Ottocento e l'attuazione di quella parola d'ordine con cui Antonio Gramsci suggella il suoi Quaderni del Carcere, quando sostiene che la rivoluzione nel nostro paese non è la presa di un fantomatico Palazzo d'Inverno, perché in Italia, dove esiste una società civile rilevante ed articolata, non si può fare come in Russia, dove lo stato invece è tutto e la società civile quasi non esiste. Ecco perché è giusto dire, come già all'epoca intuirono i partigiani delle Brigate Garibaldi e del Corpo Volontari della Libertà, che La Resistenza rappresenta il secondo Risorgimento e anzi è l'attuazione completa dei programmi più avanzati dei patrioti che si batterono per cacciare gli austriaci e unificare la penisola. Infatti ciò che non vollero fare poi i Savoia, per il timore del responso democratico, fu fatto in quei fatali anni Quaranta del Novecento, quando la lotta di Liberazione restituii all'Italia l'onore perso con le guerre d'aggressione del fascismo, il regime tirannico che aveva trascinato il popolo italiano in una serie insensata di conflitti a partire dai primi anni trenta, e la Patria, calpestata dall'invasore nazista e stuprata dai manutengoli repubblichini, si risollevò in piedi, riscattando l' infamia con una lotta di popolo, in cui rifulge il volontariato di centinaia di migliaia di uomini e donne, di diverso orientamento ideale e politico, ma che con innumerevoli episodi di ardimento e coraggio, fecero argine alla barbarie di un nemico feroce.

L'Assemblea Costituente, i cui lavori durarono quindi un anno e mezzo circa, dette all'Italia un nuovo assetto, istituzionale, di tipo finalmente democratico, attraverso un incontro tra le grandi tradizioni politico culturali del nostro paese, quella cattolico - democratica, quella socialista e comunista e quella laico - liberale.

Molte furono le personalità che si impegnarono nel dibattito costituente, uomini politici integerrimi, provenienti in molti casi dall'esilio o dalle galere in cui erano stati cacciati dalla tirannia mussoliniana, tutti animati dalla volontà di dar vita a un nuovo ordine che tagliasse definitivamente con il passato di cui non c'era molto da rimpiangere. Tra i protagonisti dell' attività della Assemblea fu Palmiro Togliatti, il capo dei comunisti italiani, figura oggi dimenticata o quasi, ma che pure è stato definito dagli storici il "rivoluzionario costituente", per l'assidua partecipazione alle riunioni plenarie, ai lavori preparatori del testo finale del solenne documento fondamentale della repubblica e per aver scritto di persona alcuni degli articoli del testo medesimo, dimostrando una dottrina e un acume, e anche una capacità di compromesso, inteso come ricerca di accordo alto e nobile tra diversi, che pochi gli conoscevano.

Togliatti era tornato in Italia, dopo un lunghissimo esilio, durato quasi venti anni, nel marzo del 1944, quando il nostro paese, come nelle guerre della prima metà del '500, era percorso da eserciti stranieri, occupato al Nord dai tedeschi, sostenuti dagli scherani fascisti della repubblica fantoccio costituita da Mussolini a Salò, mentre al Sud Vittorio Emanuele III era solo formalmente il sovrano di un regno ridotto a poche province, appoggiato dagli inglesi e appena tollerato dagli americani. Togliatti, appena mette piede nella penisola, con la cosiddetta "svolta di Salerno" spiazza tutti gli interlocutori, compresi quelli del suo stesso partito, con discorsi e proposte che non solo stupiscono, ma sbloccano una pericolosa situazione di stallo, che vedeva le risorte formazioni politiche divise, e quindi impossibilitate a decidere, proprio sulla questione della monarchia, impedendo in tal modo alla Resistenza, che si andava organizzando nelle zone occupate, di dispiegare tutto il suo potenziale unitario. Togliatti invita gli antifascisti, monarchici compresi, ad accantonare la questione istituzionale, da risolvere a guerra finita, per unire nel frattempo tutte le forze disponibili nella lotta per liberare il paese dal nazifascismo. Egli individua in un tale obiettivo lo scopo, al momento fondamentale, di ogni iniziativa politica e militare, saldando in tal modo le energie disponibili e riuscendo così a coinvolgere nello scontro anche molti ufficiali e soldati, a cominciare da tanti carabinieri, che si sentivano vincolati dal giuramento di fedeltà al re. Qualcuno ha sostenuto, e continua erroneamente a sostenere, che questa operazione sarebbe stata suggerita a Togliatti dallo Stalin, che allora guidava l'Unione Sovietica, impegnata nella grande alleanza antifascista insieme agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. In realtà Togliatti non obbedisce a un ordine del capo sovietico, ma applica una linea le cui premesse aveva elaborato da tempo, anche se a volte durante gli anni di "ferro e di fuoco" tra le due guerre era stato costretto a metterla tra parentesi per le condizioni generali che non la rendevano praticabile. Anche Togliatti partiva da convincimento profondo; che in Italia non si poteva fare assolutamente come in Russia, certezza che lo avvicinava al pensiero che Gramsci andava elaborando in carcere e dal quale Togliatti stesso avrebbe poi tratto ulteriore alimento e legittimazione. Questa tesi, rafforzata dalla vittoria del nazismo in Germania e poi dall'insieme delle vicende che portano alla guerra e ai suoi esiti, si sviluppa coerentemente con tutta una serie di conseguenze ideali e pratiche.

Il fascismo aveva vinto in Europa Occidentale per molti motivi, ma anche, e forse soprattutto, per le divisioni del movimento operaio e democratico, per i contrasti fra socialisti e comunisti e per l'incapacità di questi ultimi di sviluppare una politica di alleanze pure con movimenti di estrazione democratico borghese. Questo è il filo rosso che collega l'intera elaborazione togliattiana nel corso dei decenni, naturalmente con tutti gli aggiornamenti e le integrazioni necessarie, con momenti di silenzio o di adeguamento alle parole d'ordine di volta in volta prevalenti, come quella, infelice, del socialfascismo dei primissimi anni Trenta, che pur considerata sbagliata nel proprio foro interiore, veniva tuttavia da Togliatti applicata in nome di un realismo politico dai risvolti a volte tragici, ma necessitati dalla drammaticità delle condizioni date.

Togliatti è il capo di un piccolo partito in esilio, con molti militanti dispersi o in galera. Egli sa bene che, pur con tutte le sue contraddizioni, l'Unione Sovietica rappresenta l'unico vero baluardo alla definitiva vittoria di una reazione spietata come quella del nazismo, anche di fronte agli errori e alle sottovalutazioni delle potenze democratiche come Francia e Regno Unito. Ma di fronte alle lezioni della storia, cui nemmeno Stalin si sottrae, la sua prospettiva politica torna in auge nel '35, al VII congresso dell'Internazionale Comunista, quando, secondo relatore dopo Dimitrov, esalta l'esperienza dei Fronti Popolari, coalizioni attraverso le quali finalmente la distanza far i partiti di sinistra viene colmata e contestualmente distingue le differenze tra la natura intrinsecamente aggressiva e dispotica del nazifascismo e il ruolo, a volte incoerente, ma assolutamente diverso sul terreno della difesa delle libertà e della pace, dei partiti e dei paesi democratici.

Altra tappa della elaborazione togliattiana è rappresentata dal Corso sugli Avversari, ovvero le Lezioni sul fascismo, tenute tra il gennaio e l'aprile del '35 presso la Scuola Leninista Internazionale di Mosca frequentata da giovani comunisti provenienti da tutto il mondo, molti dei quali dall'Italia. In queste lezioni Togliatti esce, appunto, dallo schema del socialfascismo, riflette sul rapporto tra fascismo e storia d 'Italia, applicando il tipico metodo storicista che caratterizzava anche i suoi comizi, che a volte erano vere e proprie lezioni di storia e di politica. Coglie quindi gli aspetti propri e distintivi del fenomeno fascista e motiva la prospettiva unitaria che caratterizzerà la lotta per la libertà e la ricostruzione della democrazia.

Successivamente, nel saggio del '36, dal titolo Sulle particolarità della rivoluzione spagnola, scritto all'inizio dell'esperienza di governo del Fronte Popolare in Spagna, mentre torna a denunciare il ruolo del fascismo che non solo calpesta le libertà, ma prepara anche una nuova guerra, esalta la funzione della classe operaia e della democrazia, interpretando il vero carattere del fronte popolare spagnolo, non come "dittatura democratica degli operai e dei contadini", ma come "un tipo nuovo di repubblica democratica", da difendere e costruire unendo intorno alla classe operaia e al proletariato "tutti gli antifascisti sinceri, tutti i democratici veri". Non si tratta insomma di "fare la rivoluzione come in Russia", l'obiettivo viceversa è quello di schiacciare il fascismo, di tagliarne le radici attraverso profonde riforme nella struttura economica e sociale del paese, riforme da ottenere con la più ampia unità democratica e popolare, obiettivi che riproporrà come abbiamo visto al suo ritorno in Italia.

Questo atteggiamento tutt'altro che rinunciatario, ma realista e fondato su una profonda capacità di analisi, dove sempre si presenta non solo il momento sincronico, del giudizio sul presente, sui rapporti di forza del momento e sulle prospettive, ma anche quello diacronico, sulle condizioni storiche che hanno determinato questa o quell'altra situazione e dove quindi lo storicismo non è da confondersi con il determinismo, ma con la realistica considerazione di ciò che è possibile proporsi senza avventure, ben sapendo che i rischi di una sconfitta ci sono sempre. Insomma conoscere il passato, per analizzare il presente e per progettare il futuro, secondo il dettato di Tucidide. Questo atteggiamento, insieme di prudenza ma anche di iniziativa coraggiosa e tenace, portano il nostro paese, nel periodo che va del '43 al '48, pur in condizioni che potevano sembrare in certi momenti disperate, ad una serie di conquiste, la vittoriosa guerra partigiana di liberazione, l'affermazione della Repubblica nel referendum istituzionale, l'elaborazione di una Costituzione tra le più avanzate del pianeta, che ancora può essere definita un modello e un punto di riferimento decisivo per ogni forza democratica. Accanto a ciò Togliatti in quegli stessi anni rinnova il partito, ne fa lo strumento per realizzare quella democrazia progressiva che è in sostanza la realizzazione del socialismo attraverso la lotta per l'attuazione piena della costituzione; in altri termini àncora la battaglia politica quotidiana per le riforme alla prospettiva di un fine ultimo potente, che riscalda le coscienze e muove alla lotta, evitando sempre sia gli scogli del settarismo che quelli dell'opportunismo.

Togliatti non fu solo in questa impresa. Scesero in campo le forze sconfitte dal fascismo, ma che durante gli anni della dittatura non erano scomparse, ma, pur ripiegate su se stesse, avevano continuato ed esserci e a fare proseliti: i socialisti, gli azionisti i cattolici democratici, i liberali, i repubblicani, che con Sandro Pertini, Pietro Nenni, Rodolfo Morandi, Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi, Leo Valiani, Alcide De Gasperi, Enrico Mattei, Giuseppe Dossetti, insieme a Giorgio Amendola, Luigi Longo, Emilio Sereni, Giuseppe Di Vittorio, Giancarlo Pajetta, Matio Alicata, Celeste Negarville e tanti, tanti altri guidarono il paese fuori della tragedia in cui era stato gettato. Vibrava i quei momenti lo spirito delle anime grandi del Risorgimento, dei Mazzini e dei Garibaldi, degli eroi della rivoluzione napoletana del 1799, delle cinque giornate di Miano, dei difensori della Repubblica Romana e di Venezia, nel 1848 - 49, che si sarebbero riconosciuti nei protagonisti delle quattro giornate di Napoli del 1943.

Non è inappropriato dunque parlare di Resistenza come secondo Risorgimento ed è giusto che nel calendario delle feste laiche della Repubblica Italiana, da marzo a giugno, si susseguano una serie di ricorrenze che legittimamente vengono celebrate come grandi feste laiche, popolari e nazionali.

Parlo dell'8 marzo, la Festa Internazionale della Donna, che deve continuare ad essere celebrata come momento di testimonianza e di lotta, viste le condizioni di sfruttamento, di arretratezza e di subalternità in cui molte donne giacciono ancora in tutti i continenti; parlo del 25 aprile, Festa della Liberazione dal nazifascismo, la più odiosa tirannide di tutti i tempi; parlo del Primo Maggio, la Festa del Lavoro, tanto più attuale oggi, quanto più il lavoro sta tornando ad essere semplice merce, spesso non solo sottopagata, ma anche priva di diritti e quindi di dignità umana; parlo del 2 giugno, la Festa della Repubblica, la vera casa, finalmente, di tutti gli italiani, in cui tutti hanno diritto di parola, anche chi è nemico di quella libertà riconquistata.

Celebriamo il 2 giugno, dunque, con il giusto spirito e orgoglio nazionale. Noi siamo ciò che siamo stati, la vera natura dell'uomo è la sua storia, non come peso, ma come spinta ad andare avanti, ricordare non è un inutile lusso ma un dovere, per capire chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo: tagliare il ramo sul quale si è seduti è l'operazione degli sciocchi, sapere vuol dire sapersi riconoscere e la Rivoluzione Francese ci ha insegnato l'importanza delle festività laiche accanto a quelle religiose.