LE PAROLE FRA NOI

PELLE DI TAMBURO

(soliloquio infame)

di Gualberto Alvino

Prefazione

di Luciana Rogozinski

Fiume è la funzione-personaggio che amministra la vita e la morte anche del racconto (o atto scenico che sia), mi pare: sta sull'orizzonte ma quando dilaga anche la finzione del soliloquio scompare. Nemmeno più bolle in superficie.

C'è un rapporto necessario fra la sovranità assoluta dello "stile basso-comico" e la destinazione alla morte? Questo è un problema, non solo formale evidentemente. Le microstorie del "ricordare basso" si succedono nella lutulenza verbale che le fa apparire e scomparire, come cumuli aggrovigliati di bottiglie di plastica e residui del consumo rendono invisibile la corrente che tuttavia li porta.

L'in-differenza della "Storia-che diventa oggetto" colpisce anche la funzione-narrante, che viene inghiottita dallo straripamento senza nessuna consapevolezza del Giudizio Universale che sta per colpirla. C'è però un altro giudizio che già l'ha segnata fin dall'inizio, a sua insaputa: le "note sceniche" che descrivono (e prescrivono) la figura e il suo ambiente e che ogni tanto interrompono il flusso del soliloquio infame. Perché infine "cala il sipario" che all'inizio, con molte raccomandazioni d'intesa con gli spettatori, si era aperto: in esso già nell'imposizione scenografica rituale, che coincide con la descrizione, è contenuta la condanna: Similoro chiama o potere assoluto o morte.

La complicità è con gli spettatori giudicanti, esterni al flusso. La forma drammatica riesce a ripararsi dal rischio della mimesi naturalistica nel parlato? Lo fa, mi pare, attraverso la condanna apriori della funzione-narrante, che viene abbandonata al suo destino "altro". Non tralascerei l'altro nome della protagonista: e, come l'incognita che pertinacemente manca nel romanzo di Perec. Dunque una scelta allegorica.

Questa impresa, col suo finale, mi ha ricordato un bel romanzo cinese dei primi del Novecento, lunghissimo però: Io sono un gatto. Lì è un gatto che parla, un gatto qualunque che vive in una casa ordinaria di un impiegato anche lui qualunque, né buono né cattivo. Stile umile necessariamente, dato il punto di vista. Una fetta di storia della Cina di quel periodo passa attraverso il racconto disincantato del gatto. Anche lui alla fine sbaglia un salto e muore annegato in una specie di tinozza, però se ne accorge e dunque, mentre scompare per sempre (e il racconto con lui), chiede grazia agli dèi.

* * *

Una grotta di tufo dalla quale si diramano a raggiera tre cunicoli quasi interamente occupati da scaffali gremiti di scatolame d'ogni genere. Casse di bottiglie e provviste alimentari sono disseminate ovunque, persino in bilico sull'orlo del proscenio.

Dai ganci sul soffitto pendono prosciutti, salami, quarti di pecora che una cagnetta bastarda cerca di addentare con gran salti.

Alle pareti sono appesi, in pacifica e qualunquistica convivenza, immagini di Mao e di Mussolini, di calciatori laziali e romanisti, di Nilla Pizzi e dei Led Zeppelin, recuperati certamente nei bidoni della spazzatura.

Su una pericolante montagnola di tonno e fagioli in scatola è assisa, come in trono, la barbona Pelle di tamburo, alias "e". Tra i 40 e i 50 anni (a tratti può dimostrarne 30 o 60), di una bellezza appena sfiorita, indossa stracci e vecchie pezze cucite alla carlona, ma stivali lucidissimi all'ultima moda e un vistoso collier d'oro massiccio, trafugati a chissà chi. Su fronte guance collo braccia e caviglie, le sole parti scoperte, spiccano scritte a pennarello che, come vedremo, verga lei stessa: leggibile la frase io sono e, la perfetta.

La sua voce è quella di un basso continuo che a volte s'impenna in perforanti acuti. Mima sempre quel che narra, gesticolando come un'ossessa, e ogni tanto passa da una montagnola all'altra, spizzicando qui e là, soprattutto bruscolini (le cui bucce getta con nonchalance sul pubblico), quasi mai cessando di spolverare le cibarie con l'orlo della veste, quasi fossero pezzi d'argenteria.

Non parla mai tra sé: si rivolge quando alla cagna, quando a uno spettatore, quando a qualcuno all'esterno, scrutandolo dalla feritoia sulla porta.

Il suo è un vero e proprio idioletto patologico, costellato d'anacoluti e strafalcioni tra gravi e gravissimi: per lei, parlare è un atto naturale come il respiro, e mentre parla sprigiona tutte le sue immani facoltà extraverbali: ogni suo gesto, insomma, possiede un alto, coinvolgente tenore semantico.

Non perde mai di vista una feritoia sulla porta della grotta in cui si è rinchiusa per resistere agli attacchi - reali o immaginarî? - di chi vuol portarle via il cibo che ha accumulato, ossia l'unica ragione di vita. Ma sarà davvero così?

Guardalo l'asso del Nilo, striscia fra le sorche, affonda i piedi piatti nella fanga, fa segni ai compari attorcigliando le dita, aprendo chiudendo la bocca, sputa cerchi di fumo senza perdermi d'occhio, attacca foto di sé e dei suoi ai fusti dei pioppi perché ci spiino, me e Blu, in nostra assenza, sposta i rami come si caccia una mosca e intanto si palpa il pacco, persuaso d'avercelo grosso. Non lo sa, non se l'immagina nemmeno, il miserabile, quanti n'ho poppati fino ai polmoni di più torniti saporiti sodi come il ferro, che il sacchetto suo sgonfio e molliccio se lo mangiano a merenda, che al confronto quel taglio di bollito è un'ingiuria alle papille gustative: dovrebbe ingoiare un nido di vespe, una sacca di sangue infetto, una mina antiuomo e scatenare l'aria dal suo afrore; farebbe bene a mettersi un'imbottita in testa e annegare nella rena dall'imbarazzo, il principe del deserto. Invece mi ronza intorno, non fa che ronzarmi attorno come un calabrone sbronzo, macché sbronzo: impazzito; fa di tutto per rendermi la vita impossibile, sarebbe capace di non bere non mangiare non respirare, pur di farmi male. Male a me, che non faccio male a nessuno, se non per legge e per giustizia. A me che non cerco altro se non starmene in pace, calmare fame e dolori contentandomi delle briciole, scrivermi le cose addosso per non scordarmele (indica le scritte quasi con orgoglio), sedermi a guardare Fiume scorrere, tendere la mano agli angoli delle piazze, passare in rassegna i cunicoli a contare bocce e lattine per sentirmi un po' paperona (si gira a contemplare innamorata i cunicoli e tace per qualche secondo), senza mai far male a nessuno se non per legge, per giustizia.

Sei meno di zero, faraone sacciuto dei cosiddetti. Sciò. La faccio io la storia.

È arrivato di notte legato col fildiferro a un portapacchi arrugginito scacazzando bordeaux e frignando come un abbacchio sgozzato, altri cinquantasei erano schioppati di freddo sul gommone; poi ho saputo da un centurione di Colosseo che ne ha spogliati, lo sciacallo, perfino i piccoli. Io i piccoli non li tocco, mai nemmeno sfiorati; non perché mi fanno pena, perché mi piace conquistarmele le cose, e coi bambocci che ti vuoi conquistare? Giusto una volta, una e basta, giuro, parecchio tempo fa all'uscita di un cinema me ne feci uno nuovonuovo di zampate ai ginocchi e scalcagnate in petto, ma non era un bambino, era il figlio del diavolo. Ebbi un solo rimorso: non averlo levato dal mondo. Insomma, mi piazzo là con un fratino gagliardo e un borsello con sopra un marchio finto per posteggiare le macchine dei redditieri che non trovano posto e vanno di fretta, in cinque minuti empio il borsello e comincio a spolverarmi le macchine. Be'? nell'ultima non ti trovo una corona da regina? Roba da matti; Mob di Quarticciolo dice cessi e macchine conosci la gente. Mi siedo, me la metto in testa, mi guardo allo specchio e dietro lo specchio vedo un roscetto affacciato a una finestra del palazzo di fronte che smanetta col cellulare: mi fissa fitto e fa un gesto come a dire "Sto giro t'ha detto male, cocca"; non ci faccio caso, poso tutte le chiavi su un cofano e via; la prima svolta me lo trovo davanti col cugino, roscetto pure lui, catena in mano: caccio la pistola a acqua, gliela punto a due mani, quelli alla scurìa la pigliano per vera e si dànno, il piccoletto inciampa, è mio: un'ora di tarantella mi feci su quell'ossa, un gusto: boccheggiava. Però è successo una volta, poi basta: i marmocchi stanno al sicuro con e, ché e non li tocca se si portano come si deve.

«Dài mi quaccòs?» sfiatava il faraone fra quei denti neri barra laschi che ci passava un tir, dopo se l'è rifatti coi soldi dell'erba delle sue parti, due di un colore due di un altro, ma questo lasciamo stare. Per anni l'ho sfamato calzato vestito vendendo quintali di roba a malgrado dei chiardiluna che da 'ste parti non mancano mai; m'ha pure attaccato la scabbia, che ancora mi gratto a sangue e non c'è verso di vincerla, dovrei svuotare i cunicoli per pagarci le cure: non sia mai, meglio morta di tigna che di fame, sia chiaro.

Quand'era ricercato per non so che truffa al ministero, gli trovai posto in un articolato con tutt'i comodi: settimino cucinotto cassone per la doccia frigo a due ante letto di mogano appiccapanni di radica, un portatile quasi nuovo che per fargli compagnia gl'insegnai a scriverci, ci scriveva tutto il giorno, spesso non andava nemmeno a dormire da quanto gli piaceva, perlopiù favole per i figli, robetta orientale, Bagdad, Aladino ecc., niente di che, ma si leggevano volentieri. Aveva pure scoperto che un programma di scrittura era combinato da caproni, ché le parole legate da apostrofo non le sillabava, le lasciava intere, sicché ettometri di spazi vuoti nei righi, un orrore; spedì una lettera all'inventore del programma con qualche consiglio pratico pratico, io dettavo lui scriveva, l'inventore rispose subito col programma nuovo e un bell'assegnone che s'intascò lui: «Eu ho tantu bisognu, eu no posso te dari sold, sold serve me, eu molie fili» ecc.

L'anno che fu malato non riusciva a muoversi, non poteva mangiare, orinava a singhiozzo, non si capiva perché: lo mandai da due specialisti parcelle a mie spese, compresa una badante macedone boccapronta e sgnàcchera a ventosa: tre giorni dopo zompava come un grillo, gli bastava guardarmi per farselo venire duro. «Ridò te, giuro mani giunta, eu aspetta tanta solda da Cairu, testimoniddio». Mai visti. Oramai ci ho messo una croce. Sui solda e sull'iddio.

Non c'era rissa che non mi buttavo in mezzo per aiutarlo, ci feci mesi d'ospedale e pure un po' di galera, ché uno non capì chi aveva di fronte e mi partì col destro pensando "Questa è femmina, non lo vede nemmeno il cazzotto che gli do, te la mando dritta agli alberipizzuti senza manco passare un minutino dall'ospedale": e invece ci rimise tre dita, il maciste: schivai la tranvata, si sbilanciò, gli afferrai il braccio, glielo rigirai dietro la schiena e lo pigliai a morsi fino all'ossa: lo ridussi a fare le corna a vita. La gente deve impararselo a misurare il prossimo, non ci sta che viaggia alla cieca. Morale? Non ho avuto una cippa di grazie.

Tutte le volte che giocava a Teresina dovevo esserci per forza, sennò non giocava: mi sistemavo dietro gli altri, guardavo le carte e gli facevo segno: non ne sbagliavo uno. Glien'ho fatti fare pochi di dindi. «A te percentu sessanta» fa: balle, m'andava grascia se rimediavo un quartino, una focaccia, due olive malcondite, raramente un pranzo coi baffi fino all'ammazzacaffè, per dire. Scalogna volle che un tipo scafato svagò la faccenda e mi ballò sopra mentre il faraone se la svignava cassa e sgaloppini: le pigliai da lui e da tutta la congrega, mi sballottarono da ogni parte. Incassai non male, ma caposcivolai e mi beccai un calcione in testa, ci sento poco da allora, mi fischiano gli orecchi (se ne gratta uno col mignolo), perdo l'equilibrio, mi tocca buttarmi a terra dovunque mi trovo per non farmi troppo male, anche se è pieno di merda; lui non l'ha mai saputo, ma lo so io che significa per noi bui doversi fermare, buttarsi a terra nelle fughe: vuole dire che dalla strizza rischi di bloccarti a vita, significa stenderci le gambe, significa: questo la gente non lo capisce, lo capiamo noi, e difatti ce lo diciamo spesso, specie nelle notti d'estate davanti a Fiume, che siamo uno squadrone, che siamo una tribù, e nessuno ci vince perché i neuroni-specchio con noi funzionano come devono funzionare.

Non dico di quando mi svegliava alle tre di notte per cambiarsi dopo i lavori nelle case: arrivava coi sacchi pieni di merce, si spogliava, si lavava, gli asciugavo i capelli, gli davo vestiti freschi d'amido, gli cuocevo una bismarck, un bicchiere di rosé, e neanche un fermacarte mi spettava, una tela un candelabro un bracciale, neppure una carezza al volo: più le volte che se n'andava sbattendo la porta senza salutare.

E che lo dico a fare di un natale di neve, tre metri di neve uscio bloccato stufa vuota grotta ghiaccia: lo sentivo cantare sull'altra sponda, gli urlavo «Dàmmi una mano, che ti costa? me lo dici che t'ho fatto di male?» E lui brindava alla mia salute alzando la voce per non sentirmi, spediva schiocchi di baci a destra e a sinistra, e tutti i lavaceci suoi a stravaccarsi sull'erba, a ridere da scimuniti fino a strozzarsi, a imbrodarsi di spumante, a capitombolarsi, tiravano giù i calzoni spetazzando a dispetto chiappe all'aria, i mangiaverze, e io a sgolarmi. Certi fatti non te li puoi scordare, ti restano attaccati addosso come il muschio, sculti drento l'alma a vita, direbbe Mob.

Avrò minimo quindici mariti per colpa sua, Roma-Cairo/Cairo-Roma suggiù trenta volte, vomitavo tutto il viaggio nel cesso dell'aereo: "Qua è il momento che ci lascio le penne" pensavo. Riti copti, lingue assurde, non capivo un'acca, e per me non capire le parole è peggio della forca: compenso zero iva inclusa, nove li feci assumere da un caporale amico mio zona Battipaglia. Mai più visti né sentiti. Mi mandassero, che so? un pomodoro, una coccia di mandarino dopo le raccolte.

Spediva gli amici a spiarmi: li sentivo respirare, frusciare fra le canne, ci succhiavano il fiato, la mattina trovavo mucchi di zozzure e cicche ovunque, dovevamo parlare a enigmi. E mandavo giù.

Sono una che non rinfaccia, ma l'ho munto caterve di volte per qualche dattero zelloso che non ho ancora incassato, e sia chiaro: pochi mungono i maschi meglio di me, perché conosco il mestiere, ho cominciato da scrìcciolo, coi fratelli, uno più in fregola dell'altro, non c'era notte, malapena sapevo parlare ma quanto a mungere, chiedete a loro. Dice: talento innato, la femmina lo fa senza pensarci perché è un comodo anche suo, lei pure ci gode a menarlo, d'altronde nessuno fatica per la gloria, sicché non ci vuole una scienza. Mentrinvece non è vero: un tantino di scienza serve in tutte le cose, specie in queste, poche chiacchiere.

Spiego come funziona. Dovesse servire a qualcuno. Nella vita hai visto mai, la vita è un cinema (prende un cetriolo da un cesto d'ortaggi e lo usa per "dimostrare" la corretta masturbazione).

Prima rapido, una mano sola: fissalo dritto negli occhi, significa sottomissione, e niente piace al maschio più della femmina falsaverginella servaputtana, poi rallenta fino a fermarti, e quandoché lui strabuzza gli occhi che non ne può più, deve partire pure l'altra di mano, da sopra in sotto, alto/basso, piano, senz'arresti, specie se indurisce la trippa e tu pensi "Che gli piglia a questo? ci stende le gambe?" Ma tutto dipende dalla forma dell'attrezzo: lo scappucciato vuole più massaggio che tiraggio, vista la poca materia; al magrolungo bastano due dita e un tempo cortissimo, mentre quelli a fungo è meglio lavorarci assieme i "gioielli": pìgliateli nel palmo come piglieresti un canarino per riscaldarlo, e di tant'in tanto una guardata allegra, una leccata di sguincio colla punta della lingua, mai di piatto, pocopoco (lecca lievemente il cetriolo), devi fargliela sospirare, ti puoi regolare da come si strabica e storce; fa' la cattiva, la servaputtana che fa la cattiva per lui è il massimo; e al colmo rallenta, ma non frenare, dev'essere lui a dire modo e quando: se vedi che non ti chiappa il polso e quasi lo spezza (mima), se non lo spinge in alto come per impiccarselo da qualche parte, tu continua colla stessa furia del principio; ma non guardarlo, perché adesso non è più come prima, adesso si vergogna delle smorfie che fa; non guardarlo, però faglielo capire che per te quello spettacolo è il nonplusultra, pure se non t'importa niente: lo so che non te n'importa niente, ma tu faglielo credere: è teatro; se poi, mentre lavori, ti lavori il grilletto tuo, te lo stropicci bene (se lo stropiccia bene e per qualche secondo il godimento le spezza la voce), stesso ritmo dell'altra mano, e frattanto ti fai uscire dalla bocca qualche lagna fiocafioca, laméntati come se ti vergogni, dàgli a bere che è la prima volta, dàgli a credere che poi ti pentirai: il pentimento li attizza più dei buchi; e quando esplode ridi contenta, sbotta con un "Diomadosca!", quasi te l'aspettavi e dubitavi che arrivava. Se fai così nessuno ti batte, ci puoi campare secoli, garantito centopercento. (Passa improvvisamente dall'entusiasmo alla malinconia) La pianto qui, da un po' mi viene di parlare troppo, fosse per me me ne starei zitta tutto il giorno legata a un dondolo a dondolarmi, non c'è modo meglio per fottere la vita. Ma ce n'avrei di cose da dire.

(Si riaccende fissando una giovane spettatrice) Esempio le sguardatine: il maschio vuole sentirsi padrone, e per sentirsi padrone deve mortificarla la femmina, pestarla sotto le scarpe; e che c'è di più umiliante d'incollare gli occhi sul tuo padrone frattantoché lo servi in tutto e per tutto? Queste cose non le sa la gente, le sa solo chi le fa per durare, siamo rimaste in poche. Se la femmina capisse che è lei la più forte, che ci ha il pianeta dieci centimetri sotto l'ombelico, che il maschio senza lei è meno di un fuco e è meglio svendere la patonza che l'anima... Del resto, quante dànno via l'anima per un centesimo bucato? E invece pèrdono tempo a sdilinquirsi, stillarsi il cervello, farsi domande, problemi.

(Siede sul bordo del proscenio, gambe penzoloni mordicchiando il cetriolo) Io per me si stava meglio in manicomio, non li chiamano più così ma ci siamo intesi, pensano di cambiare le cose attraverso i nomi. No i cessi allagati di vomito, no le trapunte ruvidecorte razziate ai soldati di cent'anni fa, o i paglioni smollati ostiadiarrea, cacchesorcio ai davanzali: questo si sa. Del dentro dico. Vedevo tutto. E se qualcosa scappava mi specchiavo nel culo del cucchiaio e dicevo uhé, che è, vuoi dar ragione a loro? Tutto: chi erano che facevano quale motivo a che ora fino a quando ai comandi di chi se c'era modo di farli smettere e possibilmente punirli. Pure strepiti e lagne erano fissifissi: bassocontinui rotti da picchi ugualmente spaziati. Un grafico, un pentagramma. C'era l'ora del manda giù, del dormi, dell'àlzati, del ferma non muoverti, del mettiti così e così, del sciacquasciacqua, dei beccheggi in cortile, coi redditieri linguainfuori appiccicati ai cancelli nel chiasso delle campane sotto volte nerissime raramente spruzzate d'azzurro.

Però mi stava bene, perché indovinavo le cose e i loro effetti. Mi stava da pascià, anche quando m'empivano l'ombelico di cera rovente, mi schiacciavano i diti nella morsa o m'attaccavano la coda a secco stantuffando in frett'e furia per darsi il cambio prima della visita: «Sta' giù!»

Creampie, o come si chiama, allora si diceva in un altro modo o non si diceva proprio, non mi ricordo. Un mare di bianco, qualche stilla rossa nella turca, un risolino lecchino pronto all'uso e il volano riprendeva a girare oliato oliato una bellezza. Scelte, decisioni? Nisba: se n'incaricavano gli altri. E il mangiare non mancava. Neanche dopo i fuggifuggi. Anzi, quando mi ripigliavano si sentivano fieri, riconciliati dalla compiuta missione: il più bùzzico - trippa ai ginocchi, cranio lustro bernoccoluto - non poteva fare a meno di tastarselo, a guizzi: ruttava un sospiro all'aglio bocc'a cuore, mi strofinava una spugna fracosce per conservarsi l'odore e sniffarselo la sera, magari colla moglie prima di nanna per farselo drizzare; un giovedì, era nato di giovedì, festeggiò facendomi accucciare tutto il tragitto sul suo becco cirano, ancora me lo sento strapanarmi l'utero: poppava come un marmocchio, mo in un buco mo in un altro, mi misi a favore per squadernargli la candida (porta le mani all'inguine): non fece una piega. E erano spezie, tartine pepericotta, acciughe in carrozza, trote su letti di rughetta, gamberi al lardo, mafalde e lattuga croccante, stinchi di porco ai funghi, tartelle spuma di latte, prosecco e julienne di fragole, polpettini in casseruola al negramaro, frutti dalla buccia più liscia del raso, succhi scaduti da meno di un mese. Per tutti, proprio per tutti, anche per i marci e i senzatesta, che non favorivano mai se non a pizzichi e busse però si sfessiavano, tartagliavano qualche paroletta e rimettevano colore, o almeno pareva, e questo bastava a scaricarsi l'anima, chi ce l'aveva.

I senzatesta.

Smisi di pestarli solo quando m'accorsi che sentivano il dolore ma non capivano il motivo, e dopo un po' sbottavano a ridere: m'avvinghiavano allumandomi come mariavergine, mi supplicavano di giocare ai tarocchi freccette ballare, senza troppo insistere per non farmi ammalagnire, carezzandomi con quelle cartevetrate gonfie di calli, croste, e dire che me l'ero castigati di brutto un attimo prima, come altri avevano fatto con me, roba che al solo pensarci...: spilli cicche calci cazzotti vetrirotti staffilate, certi non avevano animo di parlare, tante le fitte; poi, lì a lisciarti, baciarti, come i ragazzini, che puoi sconocchiarli sterminarli triturarli farne strame, e si scordano tutto, sempre pronti a perdonare.

Lè, per esempio (scende dal palcoscenico): la chiamavamo Lè perché diceva lèvati a chiunque s'accostava fuorché a me e alle mosche: se le faceva pascolare dappertutto, naso collo fronte labbri, cacciava la lingua per farcele atterrare, se aveva fame le inghiottiva trivellando le guance coll'indice a dire che bontà (mima il gesto). Ci vomitavo ogni volta, e dopo vomitato le zompavo su a cavallo (siede sulle gambe di una giovane spettatrice), la tenevo ferma coi calcagni, le serravo il rostro sdentato, le scoprivo i seni vizzi come tasche, e vai pacche fino a scuoiarli: mi scorticavo le palme e gliele facevo leccare: «Lecca qua, bastarda schifosa!» Mandava giù il sangue uso marmellata. Qualche volta per svagarmi mi veniva di torcerle i caporelli piantandoci gli artigli mentre le intimavo vocedemonio di non farlo più, mai più: singhiozzava, si disperava, manco avesse visto lo stupro della madre, e la sera me la ritrovavo accicognata sullo scendiletto, bocca spalancata in un ghigno muto: «Che vuoi? Dommocotté, Lè dommecotté». Così.

Eccoquà che era Lè. (Ritorna sul palcoscenico)

Nessuno riuscì più a distinguerla da un sifone. Fu allora che le mosche si presero confidenza. Ce n'ho tante di queste. Centinaia. Un'enciclopedia. (Va dietro una tenda e si accuccia sopra un secchio: lo scroscio della minzione. Torna sul proscenio e si stende su un sacco di farina.)

Capire le cose e i loro effetti: non ho mai chiesto altro da che m'hanno sgnaccata in questa vasca d'acido detta Quelcheaccade. Fortuna, l'ho sempre sfangata, botte lividi sfregi va bene ma... Qua invece, fra i tufi di Ponte, non so come svolta: devo scrivermi tutto, sulle braccia sui piedi sulle cosce in gola. Sole o grandine, devo stopparmi un momento e scrivermi i fatti addosso, quasi potessero prendere senso e forma solo dentro un ordine prestabilito ficcato nella mia testa chissà quando, da chi. E rimuginarmeli, ecco il peggio. Passo nottate intere a ruminarmi le cose, finché mi pare di trovare la quadra e crollo come un grattacielo, con Blu la cagna (stravedo pei nomi corti, fosse per me li ridurrei tutti a un fiato, Mob Grui Scof Za Tul, i doppi li multerei: io stessa mi chiamo e, con la minuscola, perché ci ho modiche pretese e non credo in niente e in nessuno), con Blu che mi scruta perplessa apparecchiandosi alla guardia, benché ormai non sa fare altro che un ringhio stento, ruffiano: una chiamata a entrare. Puc di Cestio, che ne capisce, dice che è perché vuole affetto e se l'aspetta da chiunque, persino dai cornuti; ma io a certe fole non ci credo: lo fa per provocarmi, l'infame, per farmi schiattare, stadifatto che ogni volta che m'hanno ripulita c'era lei nella tana: vorra dire qualcosa? Capace che se l'è slinguati a dovere capopiedi per dargli il benservito, la digiuna d'affetto, si sarà sbracata sui loro stivaloni stile zerbino. Slurpa la mia scodella, mi dorme su, la fa dove la faccio io, ma se dovevo affidarmi a lei stavo fresca: la tengo perché sa di buono pure se non la lavo, e quand'è siberia e micragna nella stufa manda caldo, una pompa di calore, e di tant'in tanto ci parlo: parlare diosà se giova, è una manosanta, dà morale, sana la stufaggine, il rimugino, e la notte passa in un lampo, senza bisogno d'alzarsi per pisciare. E più di tutto fa smaltire la qualunque, Blu, coi giochi e giochetti che s'inventa di continuo, specie se sto sottosopra o non sono andata di corpo: fa finta che qua fuori c'è qualcuno e mi ci porta, si sdraia a terra, smette di fiatare, ulula come se sente un topetto e mi trascina a cercarlo, cose così, sennò starebbe da un pezzo dove so io: giussotto a Fiume con un cotto imperiale al gozzo, l'ho detto. Non creda che perché la tratto bene... Io tratto non bene, benissimo, chiunque serve a qualcosa, se serve a qualcosa e fintantoché serve a qualcosa; pietà è l'unica parola che non conosco, esempi miliardi.

Ieri, per dire, il senzabraccia di Cavour s'è mosso male, coglione, e gli è rotolata una moneta sulla stanga d'un chiusino: un alito e sarebbe cascata giù. Si stende trippatterra (si stende pancia a terra e mima l'intero racconto), striscia a èsse fra gli sputi, un pitone col sanvito; la maglia s'arriccia fino al mento, i capezzoli fanno sangue a furia di fregare e sfregare sull'asfalto scrostato; arriva alla stanga, si gira su un fianco, piglia fiato, cerca d'addentare la moneta cogli incisivi rimasti, una, due, tre volte. Alla quarta, plop. Gli siedo vicino, gli piglio la testa in mano e me lo ninno (abbraccia un cocomero):

«Te lo do io il pezzo, ma devi farti vedere da uno bravo, perché sei messo male, te lo dice e».

Intanto le macchine si fermano, la gente s'accalca, il vigile vede sangue e chiama i soccorsi, una tuona che sono stata io a salvarlo. Ringrazio con un mezz'inchino, mi sfilo; qualche po' e nessuno mi bada. Fischietto, allaccio gli anfibi doppionodo mentre arraffo come un cobra le buste del senzabraccia, inclusa la colletta nel cappello, e sparisco. Ci pappo ancora.

Poi, per curiosità, ho seguitato a guardare dalla vetrina del bar: erano passati sì e no due minuti e, a proposito di pietà, già nessuno lo pensava, salvo la zingara del 6 sbarrato che tempo fa mi tirò fuori di galera: c'ero finita perché l'avevo aiutata in un lavoretto di villa isolata, più che altro ricettazione; un geometra scoppiò d'infarto dallo spavento, la moglie ci restò muta ecc.: finsi di sentirmi male; m'appoggio alla schiena di lei, ci aprono il cancello, «Qua, sdràiati sul canapè», m'offrono un cordialino. Dovevo distrarli mentre la mia socia lavorava fuori campo: li distraggo con un par di conati e qualche luccicone: so piangere a comando, mi ci vuole un momento. «Portatemi al cesso, devo vomitare». Mi ci portano. Tutto liscio fino a che si sente un tonfo di sopra: sembrava un cargo stramazzato sulla casa, il tetto sprofondato, invece era la zingara: aveva scaracollato l'armadio. Il geometra guarda su, guarda me, riguarda su, mi riguarda, piglia il telefono. Mi levo la collana e gliela lego al collo: casca come morto, lingua bianca occhi sbarrati, la moglie sviene. Insomma, andò press'a poco così. Portammo via tutto con un camion, lasciammo solo i bidè.

Insomma, colla destra la zingarella sistemava le chiome incatricchiate del senzabraccia, coll'altra lo perquisiva più delicata d'un sospiro: mai visto viso più radioso, scilinguagnolo più piperino; ogni po' accocchiava una paroletta zingara senza significato, solo per stregarselo, tantoché si stava quasi per abbioccare, la capoccetta oscillava. Alla fine è andata via smadonnando, circo finito.

Pietà è un circo, si sa.

Mentre mi ruminavo i suoi biscotti all'anice innaffiandoli di Velletri, lui si dava dattorno come un pupazzo sfasciato girando occhi e collo in cerca delle sporte. Appena s'è alzato m'è venuto da ridere: non solo senza braccia, pure i piedi equini: sembra che cammina su scogli infocati.

Potessi parlare con padreterno (prende due lunghi salami, li mette in croce, li fissa con occhi di bragia e scende in platea), gli direi senti qua, te, Padre Eterno, ammesso che esisti, e non credo proprio data la situazione, lo trovi bello quello che combini? Quale padre ti dice "Fermo là per quasi un secolo senza vedermi, béccati quel che ti do e mosca, se ti serve qualcosa supplicami in ginocchio, vediamo che si può fare?" Un padre che si fa pregare in ginocchio, se non merita il forcone, minimo è l'antipatia incarnata. Sei onnipotente? e allora fa' il tuo mestiere, sistema le cose come si deve: facci ricicciare mani piedi cervello, basta cogli esami e coi giudizi, finiscila col trucco dei dannati e degli eletti; un vero padre, primo: non si mette a giocare a nascondarella; secondo: si fa squartare per i figli senza segnare nomi alla lavagna, senz'aspettarsi niente in cambio; terzo: non pretende d'essere implorato come i sadici e tratta tutti allo stesso modo, buoni e cattivi, belli e brutti, atleti e sciancati.

(Si rivolge a uno spettatore) Pensa alla faccenda degli angeli custodi. Custodi? Quindi abbiamo bisogno di protezione? Alt: prima ci scaraventi in questa broda che tu stesso hai cucinato, e poi ci affidi ai protettori? Qualcosa non quadra nel tuo stramaledetto marchingegno. E vogliamo parlare dell'altra panzana, il libero arbitrio? Io mi ci sciacquo la gnocca col tuo libero arbitrio, a e di essere libera in questa letamaia non importa un fico secco: preferisco vivere da soggetta in un mondo perfetto, che libera in una porcilaia puzzolente come questa che hai montato non costretto da nessun dottore, dato che sei tu e solo tu a fissare le regole del gioco. Eppoi libera di che? d'ammalarmi, di sbatacchiarmi in mezzo alla strada, di sparire da un momento all'altro senza lasciare un segno? Non disturbarti, ne faccio volentieri a meno. Ci avrei un padre con tanto di superpoteri spaziali e resta lì, sordo zitto immobile a guardarmi sputar fiele perché, naturale, prima devo passare l'esame, prima devo portarmi come vuole lui, per filo e per segno, e guai a scantonare, benché la testa mi dice no, la testa mia mi dice di fare quello che voglio io, non quello che vogliono gli altri; però questa testa qua l'hai impastata, condita e cotta tu, nel forno tuo, non te lo scordare, campione; sei tu il responsabile di quello che sono, in che famiglia sono cresciuta, per dire. Non si fa, cambia registro o finisci pure te sotto un cavalcavia, Barbone, contaci; stai tirando troppo la corda, amico mio, un altro po' e si spezza, la fortuna non sorride a vita, e te di fortuna n'hai avuta tanta, indipercui cerca di mettere i piedi per terra. (Torna a gran passi sul palcoscenico, stappa una birra coi denti, se la scola e lascia le ultime gocce a Blu. Mette le mani sulle ginocchia e molla due lunghi peti con gran naturalezza.)

Il ragazzo del bar deve aver capito il movimento perché mi fa cenno di seguirlo con una cert'arroganza. Lo seguo per quieto vivere nel cesso:

«T'andrebbe di farti succhiare il ditone?» fa, «roba d'un quarticello d'ora, non di più, fra poco c'è una cresima, devo apparecchiare alla svelta, ti va sì o no?»

«Io no che non m'andrebbe ma se non puoi farne a meno, se proprio ti scappa di farlo e non si può fare un altro giorno con calma, fàllo e spìcciati, ché oggi sono di trotto peggio di te, devi contentarti, va bene?»

«Bene sì, dalla faccia mi pensavo che dicevi no, quant'è?»

«Ma niente», dico, «un maritozzo alla panna mi va da re. Magari mettici una ciriola, qualche salamella: a me mi basta che non dici a nessuno quello ch'è successo qua fuori col senzabraccia, pensi che posso fidarmi o mi fai il biscotto?»

«Dipende, poi vediamo, fammici pensare, hai visto mai che mi piglia un attacco di bontà».

Non finisce di dirlo che il ditone gli sparisce in gola: sentivo un leppo di caglio guasto misto al miasma di fogna: qualcuno ne aveva appena mollate due fumanti fumanti, schizzi dappertutto, una scarica che manco un bove prolassato, e lui seguitava a succhiare, a strabuzzare (strabuzza gli occhi ciucciandosi goffamente un pollice).

Quand'ho visto che non cacciava più la lingua e respirava strano ho pensato che a ciriola e salamella potevo pure rinunciare, ché era passato tempo e tutti s'erano squagliati, perciò il ricatto non avrebbe funzionato: ricatti e minacce colla sottoscritta non riescono a bene, per via che la sottoscritta fa le cose a arte: lo sanno tutti, solo lui non lo sapeva, difatti è finito com'è finito, il volpino, bentistà.

Comunque c'era un ombrelletto rotto appeso allo sciacquone, tutt'impataccato pure quello: l'ho messo sotto la cannella per lavarlo dalla sciolta e mentr'era girato gli ho preso il mento e gli ho spinto la punta in gola. Non ho capito bene se pregava, minacciava o malediva e ho premuto ancora. Mi sono messa pure a ballare la rumba, a dispetto.

«"Dipende, dopo vediamo...": hai detto così o sbaglio? Potevi pensarci prima, potevi, non stiamo mica in un computer: annulla rimetti... qui non s'annulla niente, quel ch'è fatto è fatto; non pigliartela con me, pìgliatela con padreterno, è lui che comanda la baracca».

Non credo che mi ha sentito. Sul più bello l'ho visto muoversi in modo strambo, talmente strambo che ho girato un filmino per guardarmelo dopo con calma in modo da capirci qualcosa, ché io devo capirmele bene le cose, se non le capisco bene bene non le inquadro e se non le inquadro mi viene da vomitare pure a pancia vuota: sarà la malattia, la malattia di fare ordine quando non ce n'è bisogno, oppure quando non serve, insomma quando gli altri a fare ordine non ci manco pensano.

Svenuto o scoppiato, l'ho lasciato lì e mi sono messa a schiacciarmi il brufoletto che mi viene alla radice del naso dopo i lavori: un metro di schizzo, mi sembra di buttare fuori la parte malata di dentro, i residui, le scorie; starei tutto il tempo a schiacciarmeli, mesi fa l'ho assaggiato, e non è la chiavica che dicono, anche lui ci ha il suo sapore: è solo questione di pregiudizi. Su questo potrei parlare tanto, esempio perché gl'insetti dovrebbero fare schifo? solo perché pascolano nella cacca? Io, lo schifo è una roba strana, che funziona a cosodicane: per quale ragione la ciccia del verme della mosca della formica dovrebbe fare schifo? non è forse come quella della vacca del pollo dell'abbacchio? che? non pascolano anche loro in mezzo alla fanga? Non sai quante volte mi sono salvata pappando bacherozzi, ciucciando armate di formiche dai tronchi come fa l'orso, che di pappatoria ne mastica tanto più di noi. Famenelmondo famenelmondo, marmocchi pelleossa schiantati dalla fame e ancora non si vogliono capacitare che basta allevare locuste e farne farina per chiudere la pratica; ce n'è milioni, miliardi di miliardi di locuste, già li vedo quei moretti grassi come porcelli scorrazzare nelle pozze grasse, nel grasso delle fogne della loro merda sugosa grassagrassa. Ma questo non c'entra.

Quand'è diventato viola gli ho dato un calcio alla tempia, un altro su un fianco, una dentata al collo, gli ho scaracchiato in un occhio (mima i calci, la dentata e lo sputo), mi sono levata un po' di lingeria e gliel'ho lasciata per ricordo. Ho rastrellato armi e bagagli e me ne sono andata. Nessuno m'ha vista mentre attraversavo la sala col più quieto e lungo dei miei passi, mignoli in fuori come una duchessa imbustando quanto segue:

‒ tre ribera

‒ sei raspi d'uva sultanina

‒ due pompelmoni pasta chiara

‒ una manciata di spagnolette + enne ditate in sacher

Questo sulla pietà, per dire.

Voglio sapere che te ne fai della pietà quandoché la fame t'azzanna, chiedi aiuto e nessuno se ne fotte, ti scrutano come un animale rognoso, si girano, si sfiorano le tasche per vedere se il portafoglio ci sta ancora. Che te ne fai? Non è meglio spogliarli e levargli tutto, massacrarli spaccargli la schiena scoglionarli tagliarli a pezzi abbruciargli le interiora sparpagliarli nei cassonetti? Sai quanti ce n'è nei secchioni, affettati smozzicati sminuzzolati tostati? Ne ho sfilate di fedi ciucciando diti. Uno, con la colletta che gli trovai in tasca mi pagai una cena menu completo a Trevi: bufala pastafilata, timballo di maccheroni, piselli saltati, capriolo lattonzolo, insalatina a taglio, cazzimperio, chianti gallonero, con Blu sulla soglia che ogni tanto il cameriere le portava una cialda calda: zitta, buona, sembrava una monachella (fa gli occhi dolci a Blu che ricambia con un guaito), abbaiava sottovoce palpebre a mezz'asta per ringraziare. Secchioni zeppi di mort'ammazzati. Lo fanno tutti, non pare perché ne trovano uno su mille, ma lo fanno tutti, non solo noi bui, mettiamoli i puntini. E allora per quale motivo non dovrebbe farlo e, che se lo fa lo fa solo per legge e per giustizia?

Ma basta qua. Archiviato. Una volta per tutte.

Io, stare troppo sulle cose annoia. (Si sdraia a terra, Blu le salta sulla pancia e ne nasce una sorta di lotta. All'improvviso si stanca e la spinge via come fosse un odioso pupazzo.)

Breve, mi tocca far da me. Non è una notizia: nemmeno l'aria ho avuto a sbafo. Però non mi lagno, perché io striscio per durare, e ci riesco alla grande. A differenza degli altri, che durano per strisciare. Non pare, ma c'è un ordine nella mia vita. Sarà una vita minima, squinternata, ma ho un progetto.

Quanto al prossimo, fin da subito ho sgamato il busillis. Ecco le tavole della legge:

- uno: degradare bui e redditieri a bestie da spolpargli il grugno, senza rimorsi: si pente il leone? quieto, impassibile, la bocca piena di sangue, lische di cervello fra i denti, occhio groggy pronto alla pennica dopopasto: un mito; domandatelo ai miei morti ammazzati com'è il mio occhio dopo, fatevela raccontare la faccia di e: una statua di cera è mille volte più vispa: ci vuole l'arte;

- secondo: non farsi intortare da nessuno per nessuna ragione perché se il detto si sparge sei fritto dorato: t'assalteranno da ogni parte come vespe, dovrai girare solo di notte, camminare muromuro cappuccio in testa, granata in tasca dito alla spoletta;

- tre: proteggere a ogni costo la roba (guarda le sue scorte di cibo) anche se non c'è partita, senza pensare alla dignità; ma riportarsi a casa la carcassa con meno sbreghi possibile, dato che curarsi costa, e o ti curi o ti nutri;

- ultimo: balle che tutto si paga: c'è chi non sconta mai un beneamato e chi sguazza in eterno nel braco non avendo mai fatto un graffio a nessuno, ragionpercui niente paura dei diavoli; io dico sempre che è a loro, ai diavoli, che non conviene sognarmi se hanno deciso di campare, tanto per chiarire.

Fine della trasmissione.

Ultimissimo: uomo e sasso zero differenze: uguali sputati. E perché dovrebbero essere diversi? Per il cornetto il sonetto la radio i cellulari il petrolio il computer la tv la penicillina il trapano a batteria? Ma andiamo! Non esistono certi sassi stupendi che ti fermi stregato a guardarli? E in cima a tutto niente di peggio dell'umanità associata: preferisco un branco di bufali imbufaliti, perché saprei che fare, me la caverei strabene, scientifico; ma l'umanità associata...

Quando, per dire, anni fa abitavo sulle griglie di Principe Amedeo dormivo con un occhio, ché se chiudevo l'altro i bui mi lasciavano in mutande o mi facevano il servizio senza sputo. Verso le sei rincasavo, m'asciugavo al soffietto caldo che veniva da sotto estateinverno, aspettavo che uscivano quelli dell'ultimo treno e m'accucciavo.

«Te sei maestra o sbaglio?» mi chiede uno al primo scuro.

«Sì, una volta, rispondo, che manco mi ricordo, be'?»

«Io professore, meccanica celeste, te lo sai che è la meccanica celeste? affari d'asteroidi, comete; sloggiato di casa, e eccomi qua».

Parlava basso come tutti i figli di puttana nati a fottere. Ma questo è il senno del poi, che lo dico a fare, al principio do fiducia a tutti, sono così.

«E io studio la protolingua universale», dico per non farmi mettere sotto, «la teoria della continuità, le somiglianze toscani/turchi-etruschi/ungheresi».

Caccia fuori da una sporta d'Auchan un fiasco d'amabile appena incignato, mi squadra due file di denti marrò e «È natale», fa, «bevi quanto vuoi, se non si sfora a natale..., all'occhio sembri furba, profittane».

Fai presto a dire furba: trinco quanto mi pare e tempo un quarto d'ora ci resto fino al mattino: di dieci buste che avevo n'era rimasta una mezza vuota. Mi sfioro la patata: molla alloffita, appiccicosa, un budino, tanfo di varecchina.

E bravo il meccanico celeste, non ce lo facevo tanto valente e lesto d'uccello, e sì che pareva un gallinaccio slombato. Mi metto in cerca ma dove l'acchiappi? Poi seppi che fece pace colla moglie, che se lo ripigliò in casa più festa di prima e lui si scordò tutto, al punto che appicciò un buio su una panca alla stazione per una parola di troppo; e io persi il posto sulla griglia per una storia di spioni beduini municipale, roba così.

La dico?

La dico.

Il portiere di notte d'una pensioncina di trans m'aveva chiesto di sedermi qualche minuto sul figlio paralitico vergine in cambio d'un sonnifero a spruzzo:

«Ci spruzzo i brasiliani: si svegliano e non s'addonano di niente, guarda che ci ho fatto in due mesi». T'apre la porta d'un sottoscala, sposta un mattone e quasi svengo: oro argento soldi a vagonate, da comprarsi un mercato, senza esagerazione. Sbrigo la pratica col figlio che ancora adesso mi benedice sbattendo le palpebre a settemila quando lo incrocio per strada colla carrozzella a motore (sarà stato vergine, ma un obelisco era niente al confronto: m'attaccai alla spalliera per non farmi sfondare; gioco di reni poco, ma dopo finito era subito pronto a ricominciare; dovetti dirgli «E basta, che ti credi, che sono di gomma?». Ci ridemmo su parecchio, gli feci anche la doccia e lui me la fece a me per dispetto, ché non voleva farsi lavare, voleva riattaccare da capo. Fu proprio un bel pomeriggio, me lo ricordo con piacere, mi ricordo specie la fine, che pure lui non ne poteva più e l'ultima zampillata se la fece tenendomi una palma in fronte: «Mica devo vomitare», dissi. Mi schiaffò il medio in bocca. Lo riportai a casa che erano le tre di notte, se lo tirò fuori sotto un lampione, dritto, un'alabarda: voleva farsi tutte le signorine di Termini, disse così: glielo succhiai per quietarlo).

Insomma m'insacco il sonnifero e me ne torno a casa. Ma, e che ci facevo? Stavo per buttarlo quando vedo che un buio a quattro griglie da me porta calze di Scozia, orecchino d'oro, per cui non è un buio: il buio l'orecchino se lo vende, o lo scambia. Lo spio senza farmi vedere: uno parte un altro arriva. Per dirla spiccia spacciava: infilava neve e soldi in una fessura della griglia come monete in un dindarolo sotto l'ammasso di stracci nuovi, pulitissimi. La sera dopo gli do una spruzzata boccanaso, calo una corda nella griglia, entro nella stazione, schiavardo la porta col piediporco, rastrello quel che c'è da rastrellare e torno su. Potevo filare, invece metto tutto fra le gambe e mi corico per non insospettirlo al risveglio; e infatti al risveglio è andato sotto e è tornato occhi a palla, ha controllato che tutti i bui stavano ai loro posti perché se uno mancava il ladro era lui: eravamo ai nostri posti, così s'asciuga il sudore, monta in macchina, parte a razzo.

Più che soldi neve: cerco di mollarla al marocchino di Santa Maria che mi regalò un crostino in un momento di magra, ma lui si scorda chi sono:

«Da' qua, dopo do soldo, eu soldo no porto commé, soldo in camiòn dietro chiesa, poi vado prendi, i' vede se roba bon».

Era la prima volta che provava a fregarmi. E fu l'ultima, perché io svago, lui se n'accorge e schiocca le dita: m'accerchiano in tre, caccio il serramanico, sventaglio per allontanarli, gli lascio la firma sul petto, gli altri si dànno.

Torno a Principe, coi soldi affitto un interrato 3×3 finestra pianostrada per smerciare al dettaglio, ma una sera una vocetta vecchiarda bercia «Non ne posso più, basta, pago le tasse!»: sempre il disco delle tasse, le pagavo stravolentieri anch'io se non mi levavano il lavoro e mi sbattevano in manicomio.

Un secondo dopo arriva la municipale e infratto la roba sotto un montacarichi per ritirarla l'indomani.

L'indomani passai a ritirarla all'alba e profittai per ammutare vocetta e badante: un'annacquata di benza, un prospero e missaest - per il badante, che si squagliò in tre minuti, senza lamenti, un tesoro -, ma il vecchio non voleva saperne: novantun anni e acuti da spaccare i vetri: gli pressai in bocca un guanto di lana, un altro, un altro, ma non bastò: scalciava e spurgava come un lama. Mi toccò lavorare primo di mazzate per metterlo buono, secondo di metallo: gli segai la gola con un coltello da frutta che non tagliava manco l'aria, non trovai di meglio, mi zozzai di sangue da fare schifo, non c'era acqua in casa, mi sciacquai alla meglio con due bottiglie di cognac, il cognac non lascia traccia. Ebbi tutto il tempo di cuocermi un uovo con due fette di colonnata. M'allungai un zinzino sul sofà e mi finii un toscano smezzato con ancora la bava del vecchione appiccicata che sapeva di caffè, poi rovistai i cassetti più per vizio che per intenzione: mi feci due tre settimini, nisba; ma in un baule trovo un libromastro zeppo di nomi date cifre, sicché prestava a strozzo. Così mi metto a cercare il malloppo. Lo cercai per ore: scardinai le cornici delle porte, alzai le piastrelle che suonavano a vuoto, smontai i televisori, sfondai i quadri, tirai giù le coppette dei lampadari: la casa pareva un set di guerra, le mie mani una poltiglia. Li trovai dentro una pila di rame appesa su una parete della cucina troppo a portata per insospettire: dieci salciccioni da cinquecento e almeno ott'etti d'oro che m'andai a svendere al re zingaro della Romanina. Mi diede una miseria, mi pigliò pure a calci perché volevo di più, i figli mi bacchiarono la faccia di cazzotti coi diti carichi d'anelli, ma chiamala poco una quintalata e rotti di mangereccio. Ci ritornai un'ora dopo, ché la storia dei cazzotti m'andò storta. Mi nascosi dietro un palo, dopo un po' il re uscì con una quarantina di bambocci, pigliò a calci pure loro per levarseli di torno e s'incamminò nel frattone dietro casa. Lo seguo, acchiappo un tortóre, gli fischio, si gira, l'atterro e l'incapretto colle sue bretelle:

«Non stringere troppo, fa male, giuro che non mi muovo».

«Ti credo», dissi, «oggi sei fortunato, te le sistemo lasche, però ricordatelo che mi devi un piacere».

Mi giro e ti vedo un cornutello di sei anni massimo con un apriscatole in mano:

«Slegalo sennò ti spanzo».

«Be', allora se mi spanzi lo slego subito».

Faccio finta di slegarlo e gli do una taccata in fronte, gli levo di mano l'apriscatole e gliel'affondo in una coscia tappandogli la bocca:

«Se non strilli me ne vado, che decidi?»

«No strillo, no».

C'era musica quella sera, l'aria ne era piena, il saxtenore mi ghiacciava il sangue. Gli strappai il diamantino che portava al naso e andai verso il Raccordo camminando sulla corsia d'emergenza, mi tornò in mente la volta che papà con mamma ammutita frenò a secco all'ora di punta sul Raccordo, spalancò la portiera e bestemmiando mi spinse fuori perché avevo detto che la giustizia faceva pietà e che lui solamente un giudice poteva essere, con quella testaccia matta.

Rotolai come una pallina, camminai tutto il giorno e parte della notte, uno si fermò, mi prese su, tirò fuori un campioncino di sciampagnino e volle che lo succhiassi, non m'andava di tirarmi indietro benché feteva di letame, così succhiai un po' lui e un po' il campioncino. A premio mi portò in un villone dell'Appiantica con una piscina piena di piragna e checche che li sfidavano mettendo i popò a peldacqua e ritirandoli non appena le bocche s'aprivano: chi usciva chiappe sane vinceva. Un maschio di 150 chili senza un filo di grasso, di grasso aveva solo l'affare, più dritto di una torre, se l'accarezzava ridendo. C'era una festa che non era proprio una festa, era più un'orgia. Quando seppero che non avevo ancora tredici anni mi sfilarono i vestiti, mi schiaffarono su una specie d'altarino fatto di panettoni panna cioccolata coronato di luci intermittenti, mi ci tumularono dentro, poi un tipo magro allampanato vestito da cavaliere mi sverginò davanti e dietro indicepollice senza farmi tanto male, mi tirò fuori per una gamba e pigliò a leccarmi colla sua lingua di capra, tutti incominciarono a leccarmi colle loro lingue di capra, femmine maschi giovani vecchi stravecchi, fino al mattino).

Morale: la municipale guarda se ci sono telecamere, vede che non ci stanno e si piglia tutto il resto. Si fecero le tasche come damigiane.

«Mo sparisci», fa uno, «questi ti linciano, e ci hanno ragione: mettersi a vendere in casa d'altri! Ma non ce l'hai un pochettino di cervello? ti credi ch'è tutto lecito? e guarda che i barboni di pena ce ne fanno tanta, però un limite lo vogliamo mettere o no? hai capito? di' se hai capito».

«Ho capito».

Fine di Principe.

Ecco che è l'umanità associata.

Per dire.

(Siede sul "trono", tira fuori da una tasca dell'ampia gonna una forbicetta e senza dire una parola si taglia le unghie dei piedi offrendole a Blu, che le ingoia soddisfatta.)

E non finì lì. Successe un guaio. I guai non vengono mai soli.

Il mio vicino di griglia, un ragazzone belga mago di tromba, subito dopo l'affare del vecchione mi piglia per un braccio, mi strattona in una fratta e bercia che un tizio del 2° piano, tale Scrifias o Sgricia, m'aveva vista fare di corsa le scale con una patacca di sangue su una manica; era pronto a scordarselo se facevo la bonina, daché il vecchio era un pescecane e meritava di finire peggio. «Io ci metto pure una pietra su», mormorò il trombettiere tastandomi le sporte una a una.

«Che vuoi», feci, «ti vuoi prendere tutto? se ti vuoi prendere tutto prenditi tutto e fàlla finita».

Non gli sembrò vero.

E infatti non era vero: mentre raccoglieva a mazzetto i manici delle sporte gli ho infilzato uno spillone tra capo e collo non so se cinque o sei volte, poi l'ho scassato bene colla tromba.

Arraffo sporte e tromba e me ne torno là.

666, il numero della Bestia.

Nell'atrio, fortore di piedi e broccoli.

Secondo piano, si chiamava Scricchias. Ho bussato, m'ha aperto un maschione combinato da femmina o l'incontrario. Sussurro «Ma te che intendi per bonina? è un ricatto? se è un ricatto partiamo maluccio».

«Tutto intendo», fa, «in ogni senso proprio» e m'offre la meglio granita doppiapanna soprasotto della mia vita.

«A meno che il gabbio non ti tira», soffia a bassa voce, «talcaso è diverso».

«A me il gabbio non m'attira», gli ho detto, «non m'ha mai spaventato se è roba da poco, ma qua trattasi di metterci le tende, e chi glielo dice all'altre carcerate che ho segato un pescecane? Un vecchio è sempre un vecchio e i vecchi a quelle fanno pena, gli ricordano il padre, il nonno, in galera t'esce fuori tutto il tenero, mi metterebbero in croce... Ma vuoi tutto? proprio tutto? sei sicuro? e tutto che?»

«Papà giudice e chiedi tutto che? Mi pigli in giro?»

«No, dicevo così, me li dài due tre giorni per risolvere? devo trovare l'oro, l'argento, le chiavi della cassaforte, della cassetta di sicurezza, svuotare tutt'i conti, non sono fiaschi che s'abbottano».

«Ma prenditene pure cinque di giorni, a me mi basta che non m'imbrogli, fregami e hai chiuso, te devi essere una che la vita degli altri conta zero, non lo sai che c'è sempre lui che ci guarda?» e m'indica un santino sul microonde con sette candele sotto accese; «Un conto i soldi e due schiaffi in faccia, un altro è levargli proprio la vita alla gente. Ma non ce lo sai che la vita è sacra e non si tocca?»

«Dura tanto la predica, padre?» ho detto quando la pazienza m'è finita, «Se ero te me n'andavo in seminario, si mangia bene, c'è pure il pingpong, l'infermeria, devi solo stare attento di notte, la notte i seminari mutande di piombo e lucchetto doppia mandata. C'è uno che mi sta a guardare dici? E lascialo guardare, l'ho guardato tanto io, mi mettevo la sua foto in collo e ci dormivo, lo supplicavo e non s'è mai fatto vedere, mai che ha detto "E va bene, dài, in questo faccio uno strappo e t'accontento": ogni volta che dicevo una preghiera si scatenava Belzebù; sono finita in manicomio perché m'hanno ammazzato la figlia, per dire; potevo nascere in un posto non dico meglio ma passabile, come tanti che in posti passabili ci sono nati gratis, mentrinvece grazie a quello che mi guarda sempre sono nata in un posto che ho dovuto assaggiare prima il sapore del pistolino e poi quello del pane, se me lo davano; non c'è nessuno che mi pensa, mi sono sempre pensata da me, per cui se vogliono fottermi salute e damangiare, che sono le cose base, me li fotto prima io; e calcola che un bagno di sangue ogni po' non mi fa schifo, anzi mi rimette al mondo perché meglio il sangue degli altri che il mio.

Alza una pezza e scopre una specie di radiolina, pigia un tasto e sento me che dico «non sono fiaschi che s'abbottano» e lui che dice «ma prenditene pure cinque di giorni» eccetera. M'aveva registrato, il puzzone. E sento anche parecchi rumori dall'appartamento di sopra, quello del vecchione: mosse, bòtti, rincorse, qualcosa che cade e si rompe.

«Indovina chi l'ha chiamati», fa, «indovina indovinello».

«C'è poco da indovinare: sei stato bravo, m'hai pure registrata».

Mi viene una mezz'idea: «Che, lo posso fare un goccetto d'acqua?»

«La porta di fronte», fa. E mette un disco dei Led.

Più che un bagno un cesso di stazione. Sfrutto gli urli di Plant e empio la vasca, tratanto verso a terra un flacone sano di vasellina.

Mi chiama: «Come va? va bene? non è che mi strippi qua dentro? non sia mai, te lo dico, io sono buona e cara ma certi fatti a casa mia non li...».

«Bene mica tanto, mi sto scatarrando l'anima», rispondo, «pare che c'è pure un pochetto di sangue dentro 'sti sputi». Lo dico dimodoché capisce che se ci stendo le gambe, la roba di papà giudice e compagnia bella se la sogna, la commarella.

«Apri la porta fammi entrare t'aiuto ti reggo la fronte sennò ti schizzano gli occhi».

Fa il buono per farmi uscire. Non ha capito chi è il più e chi il meno.

«Troppo lontana la porta, non mi posso muovere» dico sfilando l'asta della doccia: la stringo come un manubrio di Harley.

Mi chiama colla sua voce di baritono rauco.

Sto zitta, trattengo il respiro.

Chiama ancora.

Entra con una spallata, scia sulla vasellina, finisce a missile nella vasca, sbatte la tempia sul bordo, l'acqua s'arrossa in un lampo. Fottuto.

Ma non è detto: si potrebbe riprendere, quelli come lui si riprendono sempre, tale e quale ai film che la donna all'assassino gli scarica il caricatore addosso, pensa tutto finito, e invece lui si rialza, l'abbranca per un piede, se la tira e la strozza.

È tutto un muscolo la signora zambracca, si farà minimo dieci ore di squat al giorno in palestra. Ma con e non c'è gara: gli blocco il collo col manubrio finché lo sento afflosciarsi. A un tratto i vestiti gli vanno larghi. Ci sciacqua dentro.

Vuoi vedere che adesso suona il campanello con un trillone lungo lungo? pensai, suonano sempre con un trillone appena finisco i lavori, è destino.

Suona.

«Polizia».

Spengo Plant e sento un lamento come di poppante. Eccolo là: se ne sta in cima alla libreria buono buono leccandosi una zampa, sbirciandomi sottecchi pronto a saltarmi addosso. Se si muove fa cadere i libri le cornici i portapillole. Sentiranno, si butteranno dentro e sarà stata fatica sprecata.

Lo guardo fisso e gli dico colla mente se fiati, se provi a fiatare, perdio, se muovi solo un pelo sei fatto, bello mio, te lo dice e, ci puoi credere.

«Polizia... polizia...»

Allungo un braccio e mi plana su una spalla. Lo sapevo. Le bestie si fidano di e, la seguirebbero ovunque, una bestia regina come e lo sa da che verso pigliare le bestie di qualunque razza e stazza.

«Polizia... polizia... polizia...»

Bussano. Forte. Da sfondare la porta. Ma sono sicura che non hanno sentito, se avevano sentito, a quest'ora della porta era rimasta sì e no la vernice.

Me lo bacio. Lo liscio. Ha un manto stupendo, morbido, da tigre, un odorino selvatico che stordisce.

Gnaula ancora, gli occhi sfavillano, ringhia, sbuffa, torna sulla libreria con aria patita, si struscia alle cornici, urta una coppa, la piglio al volo, gliela sbatto sul naso camuso, l'afferro per le zampe, stringo il collo grasso e caldo turandogli le fauci.

S'affloscia pure lui.

«Polizia... polizia... polizia... polizia...»

So come vanno certe cose: la polizia non entra se fai silenzio e non apri, non può entrare per vedere se è vero che non ci sei: preliminare censimento degli eventuali testimoni si chiama.

Se ne vanno. Sento i tonfi delle scarpe sulle scale.

Adesso mi viene fame pensai, a me mi viene sempre fame dopo finito un lavoro. È che ci metto l'anima nei lavori, oggi chi lo fa più? pigliano vanno brigano, senza una regola, un disegno, una mollica di passione, quasi fosse uno scherzo, un passatempo, e poi si fanno beccare o peggio ammazzare da chi pensano d'avere ammazzato.

Mi viene, la fame. Da iena.

Metto l'acqua a bollire, scarico in un tegame tutta la ciccia che trovo, sfumo col bianco, aggiungo salsa, sfumo ancora, salo, pepo, sprofumo di basilico, apparecchio per uno, fior'e candele, accendo la tivvù.

Ma non è finita: s'era sflosciato per finta, il bell'uomo. Sbaglio a non finirli come si deve i lavori. All'ultimo boccone me lo vedo nel vetro di un pensile braccia a cristo come un dracula assetato nell'atto di saltare. Ho bloccato il fotogramma e m'è venuto una specie di moto non so se di stima o rispetto: alle volte in e c'è una specie di purezza, di santità, come dire?

Mi sposto appena in tempo con uno scatto di reni: schianta a valanga sul tavolo:

«T'ammazzo, hai finito di ridere e giocare colla vita della gente, io quelle come te me le sono sempre attaccate alla cinta, ma non me la vedi la faccia? ti sembra che con 'sta faccia me la faccio fare in mano da te? Benedici il Salvatore, troia!»

«Troia a e? Da che pulpito! La faccia da carognone la vedo, ma non si capisce che ci hai là sotto, se c'è il vuoto o il pieno, e dici troia a e? Ma che, s'è rovesciato il mondo?»

Piglio una seggiola e gliela spacco sulla gobba talmente tante volte che non mi sento più le mani dallo sforzo. Ma serve a poco. È più vivo di prima. S'è messo in capo di giocarsi il tuttopertutto: me n'accorgo dal colore della pelle: un cadavere. Per cui è disperato. Ma lo sguardo è da farsela sotto.

Gl'incastro il testaccione nell'ascella e picchietto la tempia colle nocche. Si divincola: «Fàtti ammazzare, infamona, non sai con chi ti metti, se lo sapevi t'ammazzavi da sola, di' che hai sbagliato, dillo e puoi pure farmi pena».

«Sì sì, la conosco la canzone, me la cantano in tanti, da una vita, ma t'avviso che lassù qualcuno ti guarda, e a lui non gli quadra mica quello che dici».

Devo avergli fatto effetto perché cerca le parole ma non riesce a trovarle. N'approfitto per sgusciargli dietro che un lampo è più lento: l'immobilizzo con una leva di grecoromana, braccia sotto braccia a incastro sulla noce del collo, accendo il microonde, lo metto al massimo mentre l'ammanzo a spentolate sul cervelletto, poi gl'inforno la testa. Troppo grossa, non entra. Così accendo il forno a gas, ma mentre apro lo sportello allento la presa e riesce a liberarsi. Adesso è lui che mi stambura la testa a papagne ridendo e cacciandomela dentro a forza.

«Te la do vinta», dico, «onore al merito».

Il complimento lo distrae, lo indebolisce. Sento di potermi muovere di qualche centimetro: infilo dentro il braccio che m'ha lasciato libero, piglio un forchettone unto di grasso che quasi vomito, me lo faccio passare tra le gambe e glielo pianto nell'inguine, poi un par di volte in petto, e sbarro gli occhi per farlo cacare dalla paura.

Casca. Sembra finita sul serio. Ma so che con lui non basta. L'alzo di peso, gli rinforno il testone e aspetto che si cuoce. Il parruccone s'incendia, la lingua s'empie di bolle, vedo l'osso della mandibola, del mento, del setto: il teschio. Gli occhi si sciolgono a candela.

Fine.

Feci un po' di scarpetta con un panino, mi scolai il Barolo, ripulii tutti i pensili dal primo all'ultimo, comprese le briciole e un pochetto di medicine ché mi sentivo imbarazzata di corpo, schiaffai tutto in un canovaccio e tela.

Cicerone diceva che il mondo è tenuto insieme dalla simpatia. Fottiti, Cicerone! Almeno i bufali non si scannano fra loro, ma i cristiani, e specialmente i bui, quelcristo! Sarà pure che non tutto il male viene per nuocere, perché dopo i fatti feci a scambio coi codici antichi di papà e col gruzzolo m'accroccai qua a Ponte, dove rilevai una grotticina nientemale, con ogni agio, c'è tutto quel che serve, perfino una polla che rimargina le piaghe, azzitta le voci, leva i calli più cocciuti, e un orticello di marianna, alla larga dall'umanità. L'umanità! Un branco di bestie da sgranocchiare, nada mas, prima che ti spolpano loro. Del resto me ne infischio. Se la baracca va a puttane non tocca a me rimetterla in sesto. E poi a che serve rimetterla in sesto? non è meglio che se ne scende colla piena e torna a incistarsi nel budello da dove è venuta?

Moralismi e pastorellerie mai più da che Cro disse «Bada, una lacrima un morso in faccia»: si vedono ancora i segni, guardando bene. Non era malaccio come marito: s'accontentava di poco, specie nel mangiare; di buono aveva che a quelle cose lì (porta una mano sul pube) non pensava più, il diabete gli addormì l'estro un anno dopo lo sposalizio, feci in tempo a partorire, poi fortuna mi lasciò perdere: smise di lavorare, passava tutto il giorno in bisca, se vinceva ci portava al mare pure a natale, me e la bambina; suo zio gli aveva regalato una roulotte con frigo tv lavatrice e tutto; gestiva una trattoriola sulla spiaggia, io lo aiutavo in cucina coi secondi e i dolci, Cro pensava alla piccola: ai primi caldi si tuffavano e Cro faceva lo squalo, se la frullava sui cavalloni. Ma quando perdeva ogni scusa era buona: ci levava il damangiare, si pappava tutto lui per farci venire voglia, perfino l'acqua ci negava; ci chiudeva in cantina, avvisava scuola che non andavo per colpa della febbre e giù botte, a me e a lei, mi legava tale un salame col cavetto della luce, poi m'incerottava la bocca e mi faceva vedere come la sfracellava: diventava livida, un catrame; una volta, dopo giorni di digiuno, mi strizzai una fascia in fronte, mi barricai nel refettorio di scuola e m'ingozzai di patate fritte: a quelli che s'accostavano buttavo coltelli, ne presi tre, a un altro smangiai un'orecchia, l'aiutocuoco gli spaccai la testa con una mestolata. Dopodiché se ne sta calmo qualche mese, ma sotto pasqua perde di brutto: reclama lo stipendio, glielo do; pretende l'ipoteca sulla casa, la faccio. Ma non gli bastava e non so che altro voleva: dico «No, questo no, basta»; così piglia la piccola, sale sul parapetto, si butta.

Lui spira quasi subito, lei dopo un sei giorni.

Bel sistema per farmi saltare di botto figlia casa salario cervello.

Mi svegliai in manicomio crocifissa alla branda manipiedi, due matte prostrate a capoletto: la più alta mostrava le sclere, perdeva saliva; la bassa si mordicchiava i calcagni; vicino alla finestra il primario dettava qualcosa al caposala. Usciti che furono capii che non erano marce, e tanto meno senzatesta, perché l'alta ritrova d'improvviso le pupille, tampona la bava sul pigiamone scambiandosi sguardi d'intesa coll'altra che cessa la lagna, mette i piedi a terra, mi slega una mano e dice con voce argentina che mentre mi portavano là avevo mandato l'ambulanza a infrociare sull'ingresso, una tombola di danni, mi sciolse l'altra mano:

«T'hanno presa in nove, zompettavi, una molla, due li hai stesi a testate, urca, t'aiutiamo noi, devi fare finta o si mette male, faccia a terra e sguardo mezzomorto se li vedi, calcola che ti piombano addosso quando non te l'aspetti, alle brutte tela, noi s'entra dappertutto, del pollo la coscia, ci affidano le nuove perché mai una rivolta, pasticche senza fiatare, se fai così anche te hai vinto, ma guàrdati dalla bulgara, colla bulgara non competi, il demonio va a scuola da lei, se n'è grattugiata più d'una, allora che decidi, va bene»?

«Noi sorelle a vita» dissi, e mi slegò i piedi mentre l'alta cacciava dalla mutanda coriandolii di squisitezze: (pronuncia la litania senza mai prender fiato) noci, biscotti salati, zuccherati, filetti di ventresca, manciate di riso bruno rosso parboiled, formaggette Dukan, miche a due strati pregni di mostarda, chicche all'anice, lacci di liquirizia, confetti a palla, e dal reggipetto capperi, ciliegie, nespole, persiche di Lari, olive taggiasche, noci, more, susine selvatiche, portogalli, ananassi a strafottere, sento ancora l'odore. Mi buttò tutto addosso e m'avventai.

Ma sorelle un corno pensai quando due lingue a coppa e venti artigli presero a tentarmi il buchetto, a ararmi orecchie ascelle gnocca quadricipiti polpacci caviglie calcagni e relativi calli, poi di nuovo orecchie, e di nuovo buchetto gnocca calli, e ancora gnocca: me la sgranarono fino all'osso.

La bassetta mi chiese se volevo favorire e mi s'annicchiò in faccia facendo suggiù come un metronomo. Sapore nientemale: la slappai un'oretta buona, l'alta dové turarle la bocca collo stomaco per non farla strillare dal gusto.

Poi mi spazzolai tutto.

Il giorno dopo assaggiai la bulgara, ma non mi va di dirlo adesso. Più in là vediamo. C'è tutto il tempo. Non mi corre dietro nessuno. A voi sì? Allora la porta è quella (indica l'uscita del teatro e sfreccia verso l'ingresso della grotta e guarda fuori dalla feritoia).

Rieccolo, il faraone. Oggi è più acchittato del solito: sciccoso sciccoso, tutto cotonato, si sarà messo pure il profumo su quei mustacchi da sceicco. Aspetta che mi decido a uscire per radunare la tribù e arraffarsi la tana con tutto il bendiddio che c'è dentro, mobilia e cunicoli inclusi. Già me lo vedo ballare colle sue troie sul letto, farla nella mia tazza, adoprare le piante da sputacchiere, sbivaccare qua dentro da mattina a sera coi kebabbari della ganga trasformando il lastrico in camorre di bottiglie lattine preservativi, tirarlo fuori e menarselo a due mani per attirarmi madama. Non lo conoscessi il Caravaggio levantino di travagliosa vita e infame istoria.

Ma stavolta il naso fuori non lo caccio, a prezzo di dormire in piedi, da qui non mi muovo. Mi devono sradicare colla gru, i carognoni.

Adesso dico della bulgara.

«Ma bulgara bulgara o Bulgara di nome?» le domandai.

«Bulgara bulgara, ti pare ch'una possi nomare Bulgara? Che nom'è? Mi canzoni? Mi sa che mi coglioni perché vedo parli sciolto, occhiovivo, coscialesta, non mai tremi, non ciondoli come l'altre. Se mi coglioni ti stronco, avverto. Uno: bocca a culodigallina; secondo: tagliami l'unghie dei piedi ché non arrivo. Intanto piglia questo, è acconto».

Primo bozzo in testa.

«Vanno bene l'unghie o le vuoi più corte?» chiedo per zittirla, ché l'idea d'avere una sosia poco la digerivo.

«Mi vanno bene», fa, «mo passa crema e massaggia, specie sotto pianta, bordo fa male forza camminare suggiù giorn'e notte per voi zozze sgraziate maladette. Ho detto destra, è destra che fa male. Ma di', fai apposta? Devo chiamarti mandrilli?».

Mi sgaluppo tutte le chiacchiere una per una, mi sistemo le mutande per metterle spavento, alzo la testa, me la guardo un po' e «Ci hai un tono che non mi scende, ho detto, due mani, due braccia e un sacco di dentoni per smacinarti quella carnaccia zozza ce l'ho io come ce l'hai te per smacinarmi la carnaccia mia».

Secondo bozzo in testa.

Mani da orco, nocche d'acciaio, parlava come me, ruttava e tossava come me. Mentre massaggiavo con una mano e tenevo la forbicetta coll'altra, la punta della forbicetta le ha bucato il calcagno: mai visto tanto sangue; ci ha schizzato su un po' d'amuchina, se l'è fasciato colla calma d'un bove e senza dire a m'ha preso il gomito e m'ha spinta sulle scale fino a una mezzaspecie di sotterraneo, un cafarnaio d'armadi smontati, mensole, poltrone a rotelle sfasciate, barelle arrugginite; su un tavolaccio c'era una morsa da fabbro: mi ci ha ficcato un polso e ha incominciato a stringere spiandomi colla coda dell'occhio per vedere se aprivo la bocca per strillare; ma io non m'agito, non apro la bocca per strillare, me la tengo chiusa e appiccico gli occhi ai suoi mentreché gira piano la leva, fino che non mi sento più il polso e non mi sento più il braccio, non sento niente, non mi sento più per niente.

Era natale e mi sono svegliata a capodanno legata manipiedi, vedo due infermieri che si tirano su le mutande e dicono che meglio di me difficile trovarne, «con quella pelle, quell'odore di femmina selvatica»; poi si sono sciacquati e se ne sono usciti; è entrato il caposala, ha versato una fialetta nella flebo e mi sono riaddormita. Mi sento scuotere: era lei che diceva piano piano «Sono bulgara, mi riconosci? ti basta una settimana di mandrilli e dormite o te ne devo sparare in vena altro pochetto?»

«Spara quanto ti pare», dico, «se t'aspetti che e s'inginocchia e ti bacia i piedi come gli altri, campacavallo; spara, che mi fai il solletico; tanto dove vai? non mi scappi, e non alludo che ti rubi le medicine, lo sanno tutti, lo so anch'io che te le zotti e ti ci paghi il mutuo, la casa al mare, il pisello di vent'anni nei finesettimana, io non faccio la spia che qualche bucatina te la fai pure te, che a qualche vecchietto gli hai messo il kci nella flebo per levartelo dai zibidei; non lo dico a nessuno che affitti le stanze alle signorine e che una l'altr'anno ci ha rimesso la pelle perché l'avevano insalcicciata troppo stretta mentre se l'ingroppavano in cinque e tu l'hai squagliata nell'acido che ti rubi nello stipo delle pulizie: non la faccio la spia, mai fatta; io sono quella che prima o poi t'arriva il castigo e non puoi chiudere gli occhi, te lo devi ciucciare e mosca!»

Terzo bozzo in testa.

Un'altra la scornavo, le tagliavo la faccia a sorriso, me la sbatacchiavo sotto i tacchi, le davo fuoco ai capelli, ma lei...

Mi piglia in braccio, mi porta nei bagni e mi lava come nemmeno mammina da piccola nel vascone dopo averlo strofinato e ristrofinato a morte; m'issa su un fianco e mi plana dentro come si fa coi neonati: non dovevo fare niente, non dovevo decidere niente, dovevo solo starmela a guardare manza mentre mi frizionava le ascelle il groppone le piante dei piedi la patata il buchetto.

Mi stava asciugando quando scoppia la bomba. Era la porta che sbatteva contro il muro: quattro marce l'avevano sfondata a spallate. Si buttano dentro armate di scope martelli ganci da macellaio. La bulgara mi poggia a terra, si mette in posa, ma non riesce neppure a alzare le mani per parare i colpi: una carica d'artiglieria. Sentivo il crocchio dell'ossa. Penso al bagnetto che m'ha fatto e a tutti quelli che mi farà, così mi levo l'asciugatoio di dosso (si produce in una forsennata danza marziale) e ci fascio la testa di una, le do una gomitata sul naso: casca giù come un fagiano; l'amica gli sfondo lo sterno, sempre col gomito; le altre lasciano la bulgara e mi caricano a toro. Mi volevano mangiare e invece me le sono mangiate io: acchiappo una per la criniera e la schianto due volte sul portasciugamani, l'altra m'abbranca le spalle per infilarmi la testa nella tazza del cesso, ma io m'abbasso fino a terra, mi sgroppo dalla presa, metto i diti a paletta e le centro la gola.

«M'è morta la kapò», fa la bulgara mentre l'aiuto a alzarsi e le tampono le ferite colle maniche, «vuoi essere kapò? Lo sai che fa kapò? No passeggiata salute, kapò lavora duro da mattina a sera, pensa su, poi di' me se vuoi fare kapò, se vuoi fare hai finito penare, ti dico».

Finii di penare.

Da subito. Ché la sera mi venne la febbre a quaranta, la testa mi chiedeva di sbatterla al muro. Quando tuona nel corridoio la camminata tedesca della bulgara sento profumo di menta, la testa si ferma, respiro meglio: arriva di corsa con un secchiello pieno di ghiaccio sulla zucca come le contadine delle mie parti: butta via le coperte, mi piglia la temperatura col dorso della mano fra le chiappe, mi strappa il pigiamone, mi svuota il secchiello sulle caviglie sulle cosce sulla pancia in gola, mi preme forte sulle tempie tre blocchi di ghiaccio e immobile come una mummia aspetta che si consumano con tutta la febbre canticchiando una specie di marcetta.

La mattina dopo mi sveglia un soffio: apro gli occhi e vedo la sua faccia che mi fissa e ride: «Arrivata bulgara, finito penare».

Focacce ai carciofi e scamorza, ombrine selvatiche, bouquette savarin con salsa inglese, indivia belga e arance, paccheri di Gragnano, lardo d'Arnard, pere bella Elena, tower di carpaccio manzolino, leccalecca di sgogliozze e cipolla rossa, trancini d'astice in salsa di ribes, cassoni di squacquerone, busiate al primitivo, rombi chiodati al sale grosso, cosce lardellate di vitello piccante, gazpacho di pomidoro, mantecati con concassé di zucca, pasticci di cernia al profumo delle isole, trapezi del pastaio + rucola novella. Qualcosa l'avrò sognato. È lo stesso.

(Prende una bacinella piena d'acqua, si toglie le scarpe e si fa un pediluvio mangiando patatine fritte.)

Per una vita ho mandato in cielo i vivi, figurarsi i quasimorti. Incredibile che sono pronti a fare i vecchi d'ospedale. L'ultimo voleva intestarmi a ogni costo case e terre se aprivo le cosce a spaccata e gli facevo spingere mezzo piede dentro.

«Ma fino alla caviglia», dissi, «ti bacio pure la dentiera, figliodiddio, ti suco l'emorroidi, quanti chili di farina vale una casa? Ce n'è per duecento natali e più».

Case e terre, disse il vecchio. Ci faccio la bocca e accarezzo un programmino al bacio: vendere tutto, coi soldi comprarmi un par d'ettari fuoriporta e dieci bus di quelli vecchi, bombati, metterli a cerchio, svuotarli, arredarne nove a trattoria, uno a fittacamere per il "riposino" come si usava una volta.

Al bacio, sì, quando ti salta fuori tutto il parentame: la nuora mi buca una gamba colla punta dello stivale, il figlio piccolo scocca freccette alla cieca, suo padre serra labbra e pugni smugugnando arabo.

Meglio così: l'affare si faceva troppo grosso e storto, e la roba storta non fa per e.

Come funziona?

Niente. Entri in ospedale come fosse casa tua, saluti a destra e manca, un crocifisso in petto, due o tre pompelmi in mano tipo dama di carità, ti siedi in pizzo al letto toccandogli la gamba col fianco, poi se lui preme premi te pure facendo l'indiana. Allargagli lo spacco, allargalo al massimo, fino a sentire la fitta della carne che si stira, fa' sì che il ginocchio s'incastra bene dentro e ogni tanto strìzzati come sulla tazza, gli presenti la cima di un caporello mentre ti sistemi la blusa, che so?, un peletto dell'ascella, apri le cosce, sposta la mutanda e fagliela vedere, spaparànzala, schiaccia il grilletto a quattro dita e tutto va da sé.

Dopo anni, ancora devo trovarne uno che dice vattene. La prendono come una grazia, una benedizione. Puoi uscirtene, senza esagerare, pure con cinque o sei pacchetti di grissini altaqualità. Soldi no, soldi non ne piglio mai se non mi sento costretta, giusto roba mangiativa della meglio. Dev'essere una cosa di famiglia (si fa seria e pensosa): mia sorella se n'andò di crepacuore per un furto: rientra in casa e la trova vuota, fiumi di catarro in salotto a sfregio. Ci diventò scema. Pure da piccola era così, quel ch'è mio è mio, quel ch'è tuo è mio. Siamo state bisticciate non so quanto per questo. Ch'era schiantata lo seppi dal farmacista: sembrava un raffreddore, prima muco, poi sangue, alla fine il sangue cominciò a uscirle pure dalla bocca, dal culo, non mangiava per non farla, gli ultimi tre mesi li passò sotto flebo, non riconosceva nessuno. Non è che non m'ha fatto niente l'affare della morte, un po' m'ha fatto, perché me la ricordavo piccola, non più piccola di me, proprio piccola dico, pareva finta, una miniatura, con un ditino ti ci potevi stuzzicare i denti; quando le davo il poppatoio lo sputava stomacata scrollando la testa, sbattendola sul bordo della culletta, manco le avessi frullato un cedro in bocca. Da grandicella mi diceva ogni notte i segreti: resoconti da notaio, una specie di ninnananna: di chi era figlio, come si chiamava, quant'era alto, dove stava di casa, che lavoro faceva, se l'aveva riempita bene, ché le femmine vogliamo essere colmate, non trafitte.

Coi maschi non era come me. Non se ne serviva: le piacevano sul serio. Pensava che piacevano pure a me, perciò i resoconti: riusciva a dire i brividi, i minimi trasalimenti. Quando era sui quindici fu, diciamo, vittima di un branco, ne parlò la tivvù, i giornali, mi raccont: sapeva che bazzicavano la zona e c'era andata apposta: se li guarda, si mette a correre strillando, mette un piede in una fossa, ci casca di faccia e quelli sopra. «Piano, v'ho detto di no?» Si fa portare in un camioncino e li monta lei, calma e gesso, uno via l'altro, ai meglio concede il bis; aveva un vantaggio che poche: i muscoli dietro erano laschi, potevano infilarci dentro un siluro: non càpita a tutte, e chi gli càpita si sistema a vita. Papà ci perse trent'anni dalla vergogna, invecchiò di botto; mamma sarta smise di ricevere: passava le giornate a speneloparsi un maglione fino a che si consumò, mentre mia sorella si fece bianca e rossa come una cotogna e col guadambio dell'interviste si comprò la dote, dodici di tutto, poi dopo mi portò in un'isoletta di miliardari, fu lì che successe la cosa della doppia rapina, forse la dico. Regine dei faraglioni ci chiamavano, da un letto all'altro, si dormiva sì e no tre ore a notte: cene infinite. Se penso a lei perfino il mangiare mi riesce insopportabile, mi viene da rimettere, vorrei farla finita tanto il magone, perciò non ci penso quasi mai: l'ho parcheggiata in un angolo del cervello e ho girato la chiave. Storia chiusa. A guardar dietro ci rimani.

Che dicevo? Ah, i vecchi d'ospedale.

A un arciprete di mezza tacca ricoverato più di là che di qua, la mungitura fece tale un effetto che di punt'in bianco disse «Confessami». Mi mette una coperta addosso, m'avvicina la bocca a un orecchio e comincia a parlare: parla e rutta. Feteva d'incenso. Chiudo gli occhi e gli chiedo i peccati. Non dico che riuscì a tirar fuori, il piattolone, con quel tono latteginocchi da muezzìn: c'era di mezzo un neonato, due pregne acquerotte, tutt'un traffico di vescovi indiavolati, ostensori schizzati di mestruo, tre femminielli scheletriti. Gli nego l'assoluzione e lui ronza «Brava, sorella, fai bene, un peccatore come me non si merita niente» ecc., prima di ventarmi in faccia l'ultima sfiatata d'aglio.

Comunque, quindici minuti di lavoro per altrettante sporte zeppe di mangiare: una al minuto, non dico altro.

Il solo sapere che non n'è rimasta nemmeno la puzza mi consola. Se diopadre era un padreterno serio e non lo scapestrato burlone che è, li stroncava alla nascita. Io me ne intendo di diavoli e diavolacci. Quando c'era messa, specie a vespro, entravo dal retro, mi paravo davanti al sacrestano poppe all'aria e lui si buttava a terra come un burattino: si torceva, leccava le mattonelle pregandomi di piazzargli un tacco sulla cervicale: «Premi, amore mio, pigia più che puoi».

Amore mio a e. Da un po' reclutava carne fresca (disegna una silhouette femminile nell'aria) a Termini - io al Salario, in cambio di qualche filetto - per i festini del parroco e del vice: bastava mi stortignassi parlando in tre lingue, qualcheduna me l'inventavo, un po' di schiumina in bocca e tutti s'attizzavano come montoni.

Finita la menata delle zinne, si copriva gli occhi per non vedermi portar via camionate di roba: casse di mangereccio e bevereccio blasonato, credenze piene strapiene di vasi e vasetti. Si trattano bene i sant'uomini.

Una sera tardi, chissà che gli diceva il cervello, prova a fermarmi: m'azzanna un polpaccio e caccia un urlo cane: pareva lui l'indemoniato. Ci misi poco a chiappare il doppiere di bronzo e a spaccargli il melone con una botta o due prima che tutta la chiesa mi saltasse addosso. Spirò seduta stante come uno che dice "sì ma adesso è tardi mi si chiudono gli occhi lasciatemi stare ci vediamo domani". Un artista. Magari finissi così io, senza manco capire perché e percome: certe fortune a me nemmeno per sogno: le carte dicono che schiatterò strillando al bordo d'un marciapiede una notte di fulmini e di me non resterà che una zuppetta marcia e fredda. È giusto, i peccati si scontano, niente da dire.

Per riguardo aspettai l'ultimo guizzo delle gambe, poi caricai le casse, cancellai le impronte e feci per sbolognare, quando il corpaccione del parroco empì l'arco. M'aveva sempre messo soggezione, ma quella volta lì lo guardai mani ai fianchi finché il mento gli cominciò a tremare. «Vigliaccona assassina!», e giù tiritere del Vecchio e del Nuovo Testamento.

«Ma senti chi parla» (prende di mira uno spettatore della prima fila), gli dico mentofermo come faccio appena rischio qualcosa, «te una sciacquatina alla bocca no, prima di sproloquiare? Vedi piuttosto di sistemare il sacrestano, sistemamelo in giornata e stacca il telefono, se no caccio le foto e tutto il resto. Te le ricordi le foto? Ti ricordi quante belle scenette coi compagnucci tuoi? A me mi piace tanto quella che t'accoccoli su un totem fin quasi a sfondartelo mentre ti fai spetazzare in bocca dalla vecchia e ti poppi la dentiera del marito, che dici? O l'altra, che il porporato se la fa scaricare in petto dal mutilatino colla tua benedizione all'acquasanta. No no, forse la meglio è... te lo ricordi quando ti sbatti il negretto mentre lui spennella per bene prima il buchetto della madre poi quello del padre e poi quello del fratello e della sorella fra il battimani dell'allegra brigata? Gli avevi detto «Volete abitare in canonica per due lire come vuole il papa? allora eccoquà la minestra». Già, quella lì è proprio la meglio. Ma di sciampagnerie e fottisteri ce n'ho a iosa: decidi te, e dopo deciso fammi sapere.

Poi non mi ricordo più.

Certe volte, è brutto dirlo, mi dimentico le cose. Meglio: non le dimentico, è che sfrangiano, pèrdono peso, si fanno fosforescenti, a spizzico, quasiché tutto il passato mi fosse stato strappato, e allora le scancello. Insomma, forse dopo un po' mi presero, è possibile.

Sì, mi presero verso Cesena. Mi fermò la finanza e mi portò in galera per ricettazione e resistenza dopo che n'azzoppai uno col cric perché mi guardava dall'alto in basso: mi dava del lei, mi chiamava signora, e sin qui niente di male, dovere, ma aveva toni da patriarca, e per me i patriarchi cento metri sottoterra, non si meritano nemmeno il cric, specie se servono solo a sbarrarti la strada e a levarti il damangiare. Gli dico «M'aiuti a tirar fuori le robe ché mi brucia una spalla? l'ho caricata da sola, devo essermi scrocchiata». S'abbassa per non sbattere la testa sul cofano, piglia la prima cassa e gli centro due volte tibia e perone: da allora ha camminato a salticchi; con un terzo colpo gli feci pure entrare tre costole in un polmone, così, per soprammercato. Metto pegno che al gioco del patriarca non ci ha più giocato, non ci ha.

Mi sollevano di peso e mi scaraventano nel furgone, m'uscì sangue dalla bocca, dal naso, m'asciugai sulla giubba d'un baffone coll'asma: ogni cazzotto un colpo di tosse, una specie di jazz. Scoprii la patata sperando di commuoverlo, me la smucinai parecchio bene cogl'indici a gancio, finsi pure di godere mentre me lo guardavo, ma lui lo pigliò per una specie d'insulto e raddoppiò la dose.

Arrivammo a destinazione che non ci vedevo: dovettero portarmi dentro in barella, non sapevo più chi ero; il cappellano disse che ormai c'era poco da fare e mi diede l'estrema unzione, lo seppi poi da una secondina perlaquale, che si privava pure del pane per farmi mangiare, in cambio di niente: questione di simpatia, non altro, càpita di rado ma quando càpita è il paradiso, ti viene addirittura voglia d'andare a messa a fare la catena delle mani in segno di pace e tutte l'altre moine, che alla fine escono e come minimo si scannano, se non peggio: i tribunali rigurgitano di cristianucci che si fanno la croce e poi si scazzottano: il popolo della fede c'è da tremare, chi crede in un fantasma è capace di tutto, e difatti guarda le guerre: non ce n'è una che non ciccia dalla fede: una cannonata semplice e una cannonata in nome d'un dio, vuoi mettere? 2800 morti in 25 anni per via delle calche nei posti di culto; allora anziché tremare noi facciamo tremare loro e archiviamo la pratica; non è cattiveria, chi mi vuole strappare la vita gliela strappo prima io e me l'attacco al colletto, lo dice pure la Bibbia, su questo siamo coperti, tutti lo pensano e nessuno lo ammette, ma tutti lo pensano: lo dice solo e, solo e ci ha il coraggio di dirlo papale papale.

I carceri del nord stai mille volte meglio: se fai la brava, quattro pasti al giorno, domeniche e prefestivi cinque. A volontà. Da scoppiare. Niente rancido di refettorio: un bagno nella sugna.

Questione doppia rapina.

Ma detta così non rende. Meglio metarapina, dice Mob, rapina nella rapina: le parole contano, non ne trovi due identiche, per esempio il vocabolario porta che tagliare un piede o mozzarlo pari sono. Niente affatto: l'assassino non taglia, mozza; il chirurgo non mozza, taglia; e quanto fa più male del tagliare il mozzare. Le parole respirano, ha detto Mob, e io l'appoggio.

Basta.

Successe che mentre mi facevo rimettere al mondo da un congolese dopo una scuffia di rum nel suo quartierino sopra la piazza (dita da dio, mi girava e rigirava come una frittata, quelle dita lunghe tese dietro avanti sopra sotto) squilla il telefono: mia sorella: s'era fatta zottare soldi e tutto da uno che avevo segnato nel libro nero notti prima perché qualcosa non mi quadrava nel suo modo di parlare.

Non sono tipo da prediche: «Sdràiati sul letto» dico, «risolvo io, te pensa a riposarti, appena ho fatto ti chiamo... Ma t'ha toccata?»

«No che non m'ha toccata, un tipo così pensa ai soldi, e ha saputo pensarci, gli ho abboccato come una scema, bisogna che ce lo educhiamo».

«Ma certo che ce l'educhiamo, ti credi che me lo lascio scappare? Ma però me lo devi dire se l'hai provocato, se gli hai uscita una zinna, per dire».

«Ma no che non l'ho provocato, sennò lo dicevo».

Quando diceva "sennò lo dicevo", a mia sorella ci credevo.

Chiedo una mano al congolese e lui sguinzaglia i suoi amici sguatteri. La mattina dopo lo beccano: era un cassiere di banca basso strabico ticcoso che si pensava un adone perché era biondo coll'occhio azzurro: aveva strombazzato tutto in un locale sotto coca il vantone, poi ci aveva messo il carico da novanta: ho fatto questo ho fatto quello, «Ci ho strappato le mutande prima di mettermela in mutande, gliel'ho sbattuto bene in faccia, gliel'ho schiaffato dentro mentre stava sulla tazza, m'ho inzuppato la mano nella cascata, gliel'ho infilata in bocca e ho detto ciuccia, alla fine l'ho buttata a terra, l'ho rivoltata e gli ho fatto il servizio senz'olio, m'è entrato liscio liscio, tanto liscio che pensavo d'averlo schiaffato nello strutto: tal e quale, nessuna differenza: diceva per favore non venire ancora vieni più tardi che puoi», cose così.

Organizzo in due minuti. Compro un po' di parrucche, mi faccio prestare un suv da uno e mi presento in banca col congolese e gli sguatteri senz'armi: guai armi in queste cose, basta fingersi armati, ma devi saper bleffare, altrimenti...

Entro per prima, metto un piede sulla soglia e vedo tre che tengono sottomira coi mitragiocattolo vigilanti clienti impiegati. Il congolese non se n'accorge e urla una puttanata come «è una rapina», il più tarchiato dei tre spara, m'affloscio a pera, lui capisce c'ho capito e s'appropinqua mitra spianato, col quale oramai ci faceva la birra, ruggendo «Te chi sei che vuoi chi ti ci ha mandato?»

«Ci siamo sovrapposti», faccio, «una rapina nell'altra, càpita: devo solo educare il cassiere e mi levo dai piedi».

«Va bene dài però fa' presto, questi lavori qua tocca spaccare il secondo, lo sai».

Vado dal cassiere e gli dico «spògliati, fa' una flessione». Si china e gli caccio dentro una parker fino al pulsante. Grida come un maiale mentre gli strappo fede rolex catena, svuoto il portafoglio, gli sussurro all'orecchio «ti saluta mia sorella, ce l'hai presente? quella che l'hai messa in mutande l'altra sera e l'hai spiattellato a tutti: ci ho fatto questo ci ho fatto quello, invece non ci hai fatto proprio niente, sono io che mo ci faccio qualche cosa con te, caccia la lingua e leccami le scarpe».

Mentre il congolese e gli altri pensano alla cassa, mando tanti auguri al tarchiato che sta riempiendo i bustoni della mondezza di fogli da cinquanta, poi colla coda dell'occhio ha visto uno che smanettava il cellulare nella saccoccia dei calzoni: credevo che faceva chissacché, adesso ci stanno i fuochi d'artificio pensavo, e invece è bastato un movimento della testa a bloccarlo, m'ha pure fatto un cenno col mitra quasi a dire «hai visto come si fa»? Un tipetto che simpatico è poco, spero di rivederlo, vorrei restituirgli il favore, avercene criminali così!

Ma non lo dico per questo, lo dico per quello che capitò non appena uscimmo: un fatto strano, non pensavo che mi poteva fare effetto.

C'intruppiamo nel traffico davanti a un distributore, arrivava la polizia e dovevamo levarci da lì; finalmente la fila si muove, si muovono tutti tranne uno, pizzo pelditopo alla moschettiera, che resta colla nuca incollata al poggiatesta:

«E muoviti, ti vuoi muovere o no?» gli strillo.

Ho spazio per superarlo, e mentre passo manca poco che me lo mangio, mi sono fatta paura da me. Si gira lento e mi fa «sì sì» col collo, cogli occhi. La ragazzetta, forse la figlia, che stava vicino, anche lei faceva «sì sì» colla testa, come chi è impotente e si scusa. Sissì un ciufolo, penso. Faccio per scendere ma per fortuna uno sguattero m'arpiona il rennino, altrimenti l'avrei non so che, la faccia mi bruciava. Dico fortuna perché poi si seppe che aveva un appuntamento con padreceleste. Stava per strippare e pensava a scusarsi. La prima volta che ho provato pietà in vita mia, un fritto misto di pietà riguardo furia contro me stessa per non aver capito subito come stava la faccenda, io che mi vanto di spaccare il capello in quattro. Per dieci anni e più ho cercato di scontarlo in tutt'i modi, andavo trovando punizioni a ogni angolo di strada, e solo quando riuscivo a castigarmi mi sentivo bene. Non perdo tempo a spiegarlo. (Rivolta al pubblico) Che è, non vi sta bene? perché, voi riuscite a spiegare tutto? Ma per favore!

Per farla corta, quando cominciai a smanettargli il filetto coll'unghia, il faraone spruzzò talmente forte che per raschiarmi fronte e capelli dovetti farmi uno shampo di un'ora, acqua a manetta, svuotai un barile intero: noi bui siamo gente di mondezza, no gente sporca. S'inchinò fino a terra per ringraziarmi, sembrava dirmi «M'autonomino tuo schiavo a vita, tagliami pure la gola già che sei così màgara di mano». E adesso fa lo sbrasone, come se tutto gli è dovuto.

(Si rivolge a uno spettatore come se fosse il suo ex amico egiziano) Io che sono stata redditiera per due terzi di vita, pur di non chiedere mi sveno, e tu? Chi ti pensi di essere, sarcofago ammuffito? Questo posto è mio, l'ho tirato su dal niente, l'ho marcato col sangue e non ho nessun'intenzione di lasciarlo a te e a quei porci rachitosi dei tuoi tirapiedi mozzorecchi. Di', non ti sei accorto che nessuno scatarra passando qui davanti, benché è una cancrena di zozzume e carogne che qualche volta ci vomito anch'io? (Si avvia verso lo spettatore) Lo vedi quanto spazio c'è? E ti risulta che qualcuno ci ha mai fabbricato, ci ha messo una canadese, uno straccio di coperta? lo fanno dappertutto, Roma è piena di morti di fame che si piazzano ovunque, ma qua no. E lo sai perché, genio? Perché dalla fifa gli si secca la lingua, eccoloquà il perché. Sanno che e è peggio delle bestie se le salta il ticchio di mettersi a fare la bestia. Come lo chiami questo, non lo chiami rispetto?

(Torna allo spioncino) Ma che ne sai di certe cose, tu vieni, fai, dici... (Ora si rivolge al vero egiziano, fuori) Sì, buttati fra le more, credi che non ti vedo? Io ho più occhi che pori, padreterno mi deve fulminare su due piedi se ti perdo di vista un minuto, lui solo sa quanto ci ho messo a farmi 'sta montagna di roba, me ne sono spezzati d'artigli a forza di scavare, e adesso arrivi te fresco fresco dal deserto a infinocchiarmi? Ti pensi proprio che mi faccio babbiare da uno spogliabambole come te, che t'ho sempre mattato in otto mosse? Oramai dovresti saperlo, se ti resta un po' di sale, che razza di mostro ci hai davanti, che barabba della più bell'acqua sono.

(Al pubblico) Giorni fa s'è presentato con un fottìo di beduini lerci appena sbarcati: un nanetto senz'ombra conciato da Aladino, un watusso oscillante dalle piante grevi e malcerte sfondato di vino che strascicava trolley rinfarciati di schifezze, due bagasce scimmiesche colle ciocce come otri in damaschi imbarocchiti da toppe solferine appiccicati alle pelli umide, carreggiate anali a tre corsie, una blatta in fronte che pareva vera; perfino la luce si rifiutava di radere gli ovoidi di quei grugni ronchiosi, che solo a guardarli veniva voglia, diobono!

«Che formellina alla masaccesca», urlo dalla feritoia, «ti sei perso qualcosa? se ti sei perso qualcosa questo qui è l'ultimo posto dove ti conviene cercare: ho accoppato tanta di quella gente che qualcuno in più mi fa il titillo. Esempio, uno imbottito di soldi m'ha addirittura pagato per farlo secco: non ci credevo, sotto c'è la fregatura pensavo, invece era vero: ci mangiai nove mesi e ne stipai la grotta per altri dieci, non c'era più spazio per niente, un super era meno fornito». Andò che era sparita sua figlia durante una merenda al mare: si gira, non la vede più. La cercano anni. Sua moglie esce di capa, si scaruffa i capelli, si spoglia e si fionda verso la bocca di Vesuvio. Dopo un sacco la ritrovano che parla spagnolo, o portoghese: non si ricordava niente, nessuno. Gran ballo. La notte sboccò sangue e schiantò.

«Se mi freddi senza che me n'accorgo ti lascio tutto il resto», mi fa.

Non voleva soffrire, l'eroe. Ci andai alle tre di notte con un sampietrino sbeccato e un pezzo di ferro a punta: crocchetta al bracco, che smette subito di rompere. Via libera. Entro in camera: il committente russa che pare un moribondo: doppia pappagorgia, porro da ciclope sul nasetto rubizzo. M'avvicino al letto, alzo il braccio sulla zuccapelata e... Alle volte le cose meglio sono quelle che non fai: poggio il ferro sul guanciale per fargli capire che c'ero stata sul serio, gli spazzolo la dispensa limitandomi agli articoli di pregio e me ne esco liscia come sono entrata.

Il lillipuziano mi starà ancora aspettando, se nel frattempo non è riuscito a impiccarsi. Li conosco quei tipi: mio padre cercava di farsi fuori una domenica sì e una no, provò di tutto: vene corda fiume beccuccio del gas; una notte si dette fuoco in un parco col cherosene strillando che un giudice come lui era l'infamia del pianeta; disse così, pianeta: da qui si capì che era partito di testa; questo è il bello della lingua: dice anche se non dice.

Era la prima volta che sentivo quella voce: c'era quasi una barriera d'acido fra me e lui. Alla fine spirò di cuore chiedendomi perdono un giorno di febbraio che Roma era sott'acqua: arrivai zuppa. Ci andai per mia madre: «Come ti sei bagnata, papà è più di là che di qua, va', ti vuole vedere». Non feci in tempo perché graziaddio finì prima che aprissi la porta: sull'ultimo rantolo ci tossii sopra per non sentirlo. Bruciai il foglietto dove diceva «cremami» e lo feci schiaffare in una cassa d'abete appena tagliato, poroso poroso: balla coi vermi!

Il funerale mi costò un paio di mungiture nel dietro di un Bingo e un lavoro di bocca nel parco del Verano al figlio critico del beccamorto che mentre veniva (e non la smetteva più di venire come se al posto del grilletto ci avesse non un grilletto ma uno sparaneve), cicalava «L'idioma nazionale s'è immiserito, manca lo stile, qual è ormai il ruolo del critico? non ha più una missione, un mandato sociale». Non dissi niente perch'ero a lutto e fuorisquadro per fatti miei, ma "t'ho letto, che ti credi?" avrei voluto dire, "non t'atteggiare, impara a tenere la penna in mano tu per primo, piuttosto".

Comunque di più non meritava il paparino, gli è andata fin troppo di lusso. Il funerale me lo sono visto da lontano. Poca roba: madre, fratelli, qualche pretore in pensione. Dietro, un donnone in pelliccia culo a valigia che piangeva sotto il cappello abbassato: non l'avevo mai vista, ma ho subito capito chi era: mio padre per quelle valigie ci moriva. Dopo la funzione la seguo sulla Tiburtina, al primo semaforo rosso mi butto:

«Si ricorda di quando lavoravo in procura?» le chiedo, benché la procura non so manco più dove si trova.

«Non tanto bene però mi ricordo», fa la falsona.

Allora è un giudice per da vero. Mi faccio invitare a casa sua, là vicino, altezza Mediaworld: attico superattico mobili 700. Nel salotto sento puzza di papà, tutto mi parla di lui.

«Quello sul muro putacaso è suo marito? Bell'uomo, si somiglia tanto a mio padre, è in casa? mi piacerebbe conoscerlo», chiedo facendo la gnorri.

«L'ho appena seppellito, torno ora dal cimitero, m'è rimasta solo quella, non la butterò mai, c'è ancora la su' saliva».

Faccio la faccia depressa, lascio cadere le braccia sulle cosce, m'alzo, mi siedo vicino, le piglio le mani, gliele stringo guardandomela fitto negli occhi e dico «Su, dài, bisogna farsi forza e coraggio, la vita è questa, non ce ne sta mica un'altra» e le mollo una gomitata sul naso che non sortisce l'effetto sperato, allora replico l'operazione mettendoci più forza.

Sviene. O strippa, non so.

Di solito, quand'è così, saetto in cucina e sparecchio le cibarie, ma stavolta la faccenda è seria: questa s'è presa mio padre per trent'anni e magari passa il tempo a castigare la gente per lo stesso motivo, con quel musetto rintronato da gufa dottora.

Ritorno in sala, m'accuccio sul tappeto, ci sgravo tutto il cenone della sera prima, mi pulisco cogli spartiti, non bastano, rifinisco colle tende e i cuscini del divano, afferro il martelletto da giudice e ci rompo foto ritratti cornici, poi li ammucchio nel braciere bizantino. Zippo. Mai vista una fiammata così.

Ovviamente suona il campanello. Suona sempre il campanello a fine lavori, l'ho detto. Le maledizioni bisogna patirle.

«Portiere. Telegramma».

Acchiappo un busto di bronzo e m'appiatto alla parete vicino alla porta, pronta a ogni evenienza. Se s'accorge del fumo e si mette a strillare sono fatta.

Sento che incolla l'orecchio sotto l'occhio magico e fruscia qualcosa tra sé.

«Telegramma».

Poso il busto a terra, piglio una rivista dal caminetto e ci sventolo il fumo per mandarlo dall'altra parte, verso il terrazzo. Intanto soffio con tutto il fiato.

Si convince che non c'è nessuno e zoccola verso le scale senza convinzione.

Sventolando urto il portaombrelli. L'afferro appena in tempo, ma un po' di rumore l'ho fatto.

Sento che torna su a passo lento.

Rincolla l'orecchio alla porta: «Dottoressa, è in casa? Telegramma per lei, sarà una cosa urgente, lo lascio qua, sulla maniglia».

Rizoccola verso le scale.

Aspetto un po' e me n'esco, mentre le fiamme mi baciano lo spolverino.

Rodiòn Romànovič Raskòl'nikov mi fa un baffo, mi fa.

Sentitissime condoglianze!

Insomma, metto la testa nella fessura e faccio:

«Che vuoi, si può sapere? Scròstati quel ghigno, faraone dei cosiddetti, scròstatelo, ché a me le storie poco chiare mi mandano ai matti».

Ho detto così, ma Fiume deve avermi dato sulla voce (da qualche giorno è marcio di pioggia, gorghi tronchi foglie, secondo me strabocca e si beve tutto e tutti, solfe incluse) perché Caravaggio fa «I' no sent beni»: il solito trucchetto del forestiero che non vuole darti soddisfazione. Mi sono staccata dalla feritoia e sono stata zitta un po' per vedere che faceva: ha messo i diti fra le zanne, un fischio e il nano è scomparso: si sarà arrampicato sul tetto come un vampiro, pronto a saltarmi addosso quando uscivo.

Watusso e bagasce fingevano di grattarsi la tigna e invece mettevano in petto qualcosa. Coltelleria, che altro? Una aveva curiosi tatuaggi sul collo: cerchietti rossi in campo pèsca e tante piccole asce incrociate. Mi slumava sputtaneggiando come a dire "Inutile che t'agiti, sciacquetta, sei a fine corsa!" Non fossi allergica ai proverbi avrei risposto ride bene chi ecc., ma me ne sono stata buona, in silenzio, neppure il fiato facevo sentire.

«Tu spassio pe meu amigo?» fa il sarcofago allisciandosi la zazzera e strizzando gli occhiuzzi incaverniti, «Io regala te tanta si tu spassio pe amigo, mi amigo cuntent pochissima: uno matiraza, una glasa de agua, mi cassa no spassio, tu cassa spassio tanta».

«Si dice spazio. E amico, colla ci», ho detto senza farmi vedere, «ancora non te lo sei imparato? Qua spassio per nessuno, e nessuno chiede regala a te. Scuci i datteri che mi devi, piuttosto».

Frattanto sganciavo la botola colla pertica e il nano m'è cascato dritto dritto in braccio. Stentavo a crederci. L'ho preso, gli ho staccato il naso con un mozzico, gliel'ho messo in bocca, poi gli ho afferrato i coglioni e ho tirato forte: più tiravo più strillava. Quando gli ho stretto l'affare fra le dita s'è azzittato, m'ha guardato e è svenuto. Blu mi fissava stranita mentre l'afferravo alla cuticagna e gli storcevo la cinta al collo strascinandolo senza staccarlo da terra.

Dopo un po' s'è ripreso, s'è messo a tremare, ha farfugliato una specie di preghiera in una lingua piena di clic, aspirazioni, al che l'ho fatto girare come un lazo e quando l'ho sparato sulla porta ho sentito le bagasce lamentarsi non ho capito bene di che: oggi è tutt'una lagna, pare che nessuno ci ha niente di meglio da fare che piagnucolare su tutto e per tutto.

Poi un fruscìo. La porta s'è spalancata.

Fuori nessuno.

Ho guardato meglio. Proprio nessuno.

Solo la testa del watusso sdondolava sul canneto. O forse era il cappellaccio dello spaventapasseri, o un lembo di stoffa perso dalle bagasce, chissà.

«Vedo che i tuoi guerrieri disertano» ho detto. «Begli amici ti ritrovi. Potevi apprezzarmi un po' di più quand'era il momento, a quest'ora non ti trovavi come ti trovi adesso. Ormai è tardi per pentirti, non la senti la campana a morto?»

Ho spinto il nanetto fino a fiume grattando col suo culo a mandolino condom scaracchi e altre squisitezze - da tanto non facevo pulizia per il troppo daffare. Gli ho scaricato tasche taschini, l'ho mollato e la corrente se l'è portato: pareva un funerale indiano, ci mancavano solo i fiori, la zattera, la banda musicale, i globi di riso, la cacca di vacca sacra in petto.

Non so perché, ma il sapore del suo naso tondo e unto m'ha dato una certa euforia. Avrei dovuto friggerlo, o regalarlo a Blu che pei nasi stravede. È che e è troppo buona: fa, briga, poi è la prima a farsi abbindolare dal primo che passa; devo essere obiettiva, non mi piace difendermi per principio, non c'è cosa più facile, più stupida che pigliare le parti di sé stessi, io le parti di me non le piglio mai a cuor leggero, ogni volta che ci ho la tentazione di difendere me e attaccare il prossimo mi blocco e ci penso su: la maggior parte delle volte finisce che mi difendo e attacco gli altri, però lo faccio con cognizione di causa, colla massima convinzione possibile, perché tutto si può dire tranne che e inguatta doppifondi e dietropensieri.

Nelle tasche non c'era granché, ma era quanto aveva. "Ho preso tutto", ho pensato, "gli ho preso proprio tutto, fino all'ultima crosta: adesso se l'è imparato bene chi sta sopra e chi sotto".

Blu credeva di sognare quando ho empito la caccavella fino all'orlo di tonno al granvapore, mollichetta frascatana, cipollotti appena còlti e una bella spolveratona d'origano, che festa. Abbiamo ballato sonato cantato, ho perfino stappato il Taurasi '83 che fregai al moldavo quando gli comprai la grotta. Blu è un tipo speciale (le fa gli occhi dolci e la bacia in bocca): non abbaia: stornella anche se ringhia; è una goduria starla a sentire.

Ho dormito così bene, ma così bene che mi sono svegliata con tutte l'ossa sciolte. Il sole era alto e pareva ancora notte, da qua capisco che ho dormito come si deve.

Pioveva che la mandava; a me la pioggia a secchiate niente da dire, ma quella pareva che tutt'i cieli si dovevano rovesciare: me li sentivo nella testa, per un po' m'è mancato il fiato e ho temuto ch'era la fine, ho detto addio alle scatolette. Forse è la malattia, ho pensato. Quando mi credo di sprofondare o che la piena mi si porta, è sicuro la malattia. Ma però basta che mi convinco che non è vero e tutto passa.

Ho dato un'occhiata a Fiume (cresciuto fin quasi al ciglio: lo dicevo che non è aria), poi ho messo i piedi a mollo nella ciotola di Blu, che ha sonnecchiato ancora un po', ho tirato su la maglietta e mi sono messa a scrivere la scena dettaglio per dettaglio fra una sisa e l'altra, con Blu che mi portava i pennarelli più per fiducia che per altro, difatti mi guardava fra dubbiosa e atterrita come a dire "Ma perché ti devi sporcare tutta quanta per scriverti addosso sulla carne, che poi consumi botti d'acqua per pulirti e non ci riesci neppure perché qualche cosa ti resta sempre attaccato? Non è meglio che i fatti te li segni sulla carta senza macchiarti? di là sugli scaffali ce n'è quanta ne vuoi" Pareva proprio che diceva così, e mi sono vergognata per quante volte ho pensato di farmela arrosto, Blu, con una spennellata d'extravergine come fanno i cinesi.

M'è scesa una lacrima.

Più sotto che sopra.

Io piango sempre colla bernarda, se piango.

(Scruta l'esterno attraverso la feritoia) Mi credevo che capiva l'antifona e invece rieccolo l'infame, dopo neanche tre giorni, come se esisto solo io su questa terra, come se la sua vita balorda dipende dalla mia e tutt'i mali verminosi del mondo sbivaccano in questa porca pompa rugginita.

E guerra sia.

«Fàtti avanti, malacarne, buffone da due soldi, involtino senza ripieno, mucchio di molecole guaste, guardiamo un po' chi la spunta, se tu o io. N'ho prese tante di busse in vita mia che ho imparato a renderle cogl'interessi».

Al sodo.

Ha una sporta di paglia piena da scoppiare. Dai buchi pendono teste d'aglio, cipolle rosse, ciuffi di sedano e basilico, finocchi femmina; travedo un paio di meloncini bianchi con ancora la terra attaccata, fasci di borettane, sammarzano tricolori freschi di negozio: l'odore arriva fino a qua, mi stordisce. Ma non m'incanta: dove avrà rimediato tutto quel frufrù? Non al Trionfale dopo la chiusura, come facciamo noi bui; si sarà ammanicato col governo, il figlio di Ra, colla cia, l'avranno preso i servizi segreti per cacciarmi di casa, nessun dubbio: ci hanno l'elenco dei miei morti ammazzati e si sono messi in testa di farmela pagare a tutti i costi: lo capisco dal passo autoritario, dall'occhio indagatore, la giacca di buon taglio senza risvolti, vagamente marziale come il passo. Lo capisco soprattutto dalla sicumera: lui, proprio lui, che di Blu ci aveva una fifa mortale, che si cacava quando la vedeva e scappava a nascondersi nel folto e ci restava finoché non la legavo alla catena: «Giurame su iddiu che legata, si tu no giura eu resta here».

Le sporte sono due.

Flette un cespuglio, avanza di qualche metro e me le mostra come la bandiera bianca dell'arreso. Intanto sbatte le palpebre, dimena le labbra, continua a parlare. Non lo sento, m'arriva solo qualche sillaba smozzicata, ma lo so che dice: dice che non ha brutti pensieri, che per me si farebbe ammazzare, che sono io a girarmi dei film, ché vuole solo far pace e regalarmi qualcosa per ritornare ai bei tempi, quando ci bastava fissarci negli occhi un secondo per scoppiare a ridere del riso dell'altro, e ci saltavamo in braccio, ruzzolavamo a terra notti intere.

Frottole, m'hai sempre cotto la testa di frottole. Mesi fa m'era quasi venuto di fare pace, ma adesso m'è scesa. Stavolta l'amo te lo butta e.

In una busta dev'esserci ciccia o pesce vivo, perché è piena di rosso sul fondo; nell'altra salamelle, pane, zuccherosi in quantità, che già m'immagino il concerto di tromba e trombone quando li rifarò accovacciata dietro i gelsi sotto la luna alla faccia dell'Africa e di tutti gli africanazzi come lui e i suoi lecchini. Deve aver saccheggiato un forno il Gran Sacerdote, una pizzicheria del Corso, le pescherie di Casilino, la meglio beccheria di Quadraro. Ma perché porta il malloppo a me, proprio a me, che gli ho maciullato quella mezza cartuccia crostosa del suo compare? Credergli è come strapparsi la giugulare a pizzichi, perciò non apro, ma devo sapere che vuole o sballo.

«Ti vanno benino gli affari» dico smorzando i toni, quasiché fra noi solo rose e fiori.

Non ha sentito. O fa finta di non sentire.

Si pulisce la bava colla manica. Sposta un altro cespo. Spinge un ragazzino da questa parte senza smettere di parlare. Si sarà portata la prole, il fasullone, ché la legge dice prole+letto no sfratto; non è escluso: se non ricordo male è quasi avvocato, gli mancano tipo un paio d'esami e la tesi, ma magari se li sarà comprati e avrà fatto l'esame di stato in Lucania, ché è più facile, e ci sarà già diventato avvocato: benché pare un torsolo di zappaterra colla cera da campesino depresso appena smontato dalla croce, un po' di cervello ce l'ha, se non ce l'aveva non l'avrei guardato, non gli rivolgevo neppure la parola, gli avrei sputato in faccia: e non parla con chi non gli brilla un po' di luce in fronte, foss'anche una fiammella, ma ci deve stare; la prima volta gli parlai perché m'invitò a ballare alla festa dell'unità di Tor Bella: si mise tra le zanne un salcicciotto e me lo fece mozzicare frattantoché premeva la pancia sulla mia per farmi sentire quant'era duro e diceva «Il comunismo ha perso, non poteva non perdere siccome a nessuno gli può venire in mente di rinunciare a quello che ci ha per darlo agli altri» ecc. Dissi che gli uomini invece siamo comunisti di natura, esempio quelli delle caverne: cacciavano in gruppo e si spartivano la carne secondo bisogno e appetito. Mi guardò basito. «E che ti credevi?» dissi, «ti credevi ch'ero come le pecorelle delle tue parti, che di giorno vanno in giro mascherate e la sera ficcate e mazzate?» Da allora culo e camicia.

No, che ragazzino? È il nano. Il nano! Gli hanno messo un cerottone in faccia per foderare l'orrore. Fiume l'ha graziato. Sorride ruminando parole che non capisco e che non m'importa capire perch'è chiaro che stanno per fottermi: ci avranno schizzato litri di stricnina su quella graziadiddìo, ecco perché l'altro ieri c'era tutto quel movimento dietro i platani sull'altro argine: la bagascia portava in testa una botte grossa quanto lei e il watusso la pilotava da dietro mani sulle spalle, sudato, spaventato, per non farsi cascare il carico: quando s'è accorto che lo cioccavo s'è messo a canticchiare; non c'è dubbio che vogliono fottermi senza sputo, d'altronde anch'io fossi in loro farei lo stesso, anzi peggio.

«Butta qua la merce» urlo al faraone, «vediamo se si può ragionare; occhiocroce mi pare che ci siamo».

Il fetente cala nel fitto e non risponde. Ma subito s'alza e scocca una costata che uncino col mignolo traverso la feritoia. Ne stacco un angoletto e imbocco Blu, che l'inghiotte ancheggiando e scodinzolando in deliquio.

Se fra un paio di secondi la coda non si ferma significa merce buona e posso negoziare.

Non si ferma. Anzi, continua a mulinare più forte.

Merce sopraffina. Forse voleva regalartela, mi dice un pezzo di cervello che subito azzitto come il Grillo Pinocchio, e forse non vuole rubarti niente, forse sei tu a vederla così, ci hai pensato? potrebb'essere la malattia, che ne sai? e se è la malattia non puoi capirlo, perché la malattia non te lo farebbe capire. Pure papà si credeva spiato, braccato, ti ricordi? quante volte chiamava la polizia perché sentiva risate in giardino, passi in mansarda, e usciva fuori fucile puntato? «Si stanno accordando» diceva, «per farmi secco appena apro la porta, ma io non apro, so chi sono, sono i figli dei miei condannati che vogliono farmela pagare, ma non mi fregano»: spiccicato come fai te, te ne accorgi? possibile che non lo vedi che te e tuo padre siete...

Uguali? Può essere. A fil di logica può essere benissimo, ma il fatto è che non ci vedo nessun guadagno a pensarla così, e niente guadagno niente pensiero: ecco la legge.

Tasto la braciola, me la guardo, me la riguardo, me la giro e rigiro fra le dita, la leccucchio vicino all'osso, ne stacco un brandello, me lo smacino bene. Blu ha ragione: divina. Con un quarto di questa campi una settimana, a tenersi bassi.

«Tu spassio pe mi amigo, sì?» ripete Caravaggio scoprendo gl'incisivi grigiotopo, persuaso d'avermi in pugno. Si riabbassa e avanza ginocchioni occhieggiando senza motivo, il torso nudo stracco stracco battuto dalla luce.

«Tu fa sorisu me, miss? sorisu mali nissuni, si eu fatta quacos mali eu addimanda perdonu, miss», e agita un foglio rosa strappato male da un bloc, uno di quelli che ci depositavo qualche versiciattolo, qualche pensiero pellegrino sulla qualsiasi insieme alla lista della spesa una volta per passare il tempo quando tempo da perdere ce n'era eccome.

«Miss non si chiama miss. Miss si chiama e» ho detto «miss deve pensarci. E poi non sa ridere, miss non ha mai riso, l'ultima volta che ci ha provato le s'è incriccata la mascella. Comunque, te a me non la dài a bere, cataplasma brillantinato, allungami quella cima di sedano e calcoliamo il da farsi, magari uno scorfano: oramai l'hai capito come la penso, non c'è bisogno di farla lunga».

Mi credevo che rispondeva, invece mi lampeggia cogli occhi due tre volte e non lo vedo più.

Non sento niente, mi sgrullo l'orecchio col dito ma non sento niente. Questo pure sarà un trucco, un imbroglio, sicuro, devo solo capire come funziona e imbastirmi un contrattacco.

L'acqua m'arriva ai ginocchi: un'acqua buia, quasi pece, scotta più del fuoco, cambia colore come la bestia zitta senza fame in procinto d'attaccare a sport.

Blu balza nel cesto del cacio sotto l'arco e chiude le palpebre dondolandosi per scancellare il pericolo.

Trema.

Cerco di calmarla schioccando diti, lingua.

Spalanca gli occhi. Ricomincia a muovere la coda. Piano. Gratta il cesto. Smette di dondolarsi. S'addorme.

(Dall'esterno giunge il rumore di una cascata, di una vera e propria inondazione.)

Stavolta Fiume fa sul serio: non è mai stato tanto grosso. (Corre alla feritoria) Quel giallore d'ittero mi dà i brividi, anche se so che non può farmi male: io e lui siamo la stessa cosa, non so la ragione ma siamo la stessa cosa: parla quando parlo, dorme se dormo, s'imbestia se m'abbestio.

Le campane suonano a stormo. Tutta caputmundi è infuriata nera.

Forme morte. Ombre dietro veli accesi si fanno fiocchi di roba sciolta a sfiammate temporalesche.

Il tempo si spacca in quadratini piccoli piccoli e devo metterci dentro le cose, ma sfrangiano, sbiancano, pèrdono peso, diventano fosforescenti, a spizzico.

Nano sparito.

Sirene.

Gente affacciata al ponte: uno alto in divisa gracida qualcosa sbracciandosi come a dire "Oh, sto qua, mi guardi o no? è un'ora che ti chiamo, non lo vedi che c'è la disturbata? lèvati da lì".

«Che disturbata?», faccio, «non rugliare. Pure te vuoi ammazzarmi? Ci hai un bel futuro da giudice pure tu, ci hai. Le solite cricche. Tutti vogliono ammazzarmi e non mi spiegano il motivo, se me lo spiegavano m'alzavo la maglia e dicevo ammazzatemi, la porca che sono. Disturbata? A me le disturbate mi sfamano lo spirito».

Il filo dell'orizzonte si spezza.

Faraone annaspa, cade, si rialza, cade ancora, urla pure lui, non ne sono sicura ma qualche parola riesco a sentirla: «grosso piena corri vortici argini morti ponte fiume», le ultime sono «sali su spalla eu porto te»: quando il faraone straparla, straparla con tutti i comesichiamano.

«Mi porti? e dove mi vorresti portare? mi pensi tanto locca da salirti in groppa e magari stropicciarti bene la patata sul collo per via che mi sei simpatico? Te e le tue stratagemme geniali non mi siete per niente simpatici, piuttosto in bocca all'Esecrando, altro che groppa. Ce lo so che vuole fare, vuole farmi credere che è tutto passato, che mi vuole con sé come una volta, che è venuto apposta per salvarmi non ho capito da chi; vuole farmi credere che è lui l'eroe che ho sempre aspettato; non capisce, non ha mai capito che se mi devo salvare mi salvo da me, e mi so salvare non bene, benissimo, non ho bisogno di lui, eroi pussa via, ci sputo su».

L'onda si richiude sul suo testone come una coperta. Ci ha pensato Fiume, lo sapevo.

C'è pure il watusso: si tende più che può davanti a sé gonfio in faccia, aggancia col dito la sottana d'una bagascia che strilla da matta pure lei, cerca di fermarla, strapparla a qualcuno, ma sarà tutta una finta, le solite sceneggiate. Poi se la guarda intontito sparire nei gorghi. E sparisce anche lui, come quando a Faraone gli facevo il bagno nella tinozza e sprofondava la testa dentro la schiuma, gluglù, dimenando braccia e gambe: «Affocu affocu»; una sera lo spinsi sotto e ce lo tenni per tanto, «Così t'impari a ridermi in faccia quando ti domando aiuto»: non me l'ha mai perdonato, perciò fa così, lo so, aspetta solo l'occasione buona per vendicarsi.

Fiume è pieno di sacchi mosci che sembrano cristiani. O l'incontrario, non capisco bene. E quando non capisco c'è sicuro il trucco. Ma io i trucchi m'inviti a nozze, mi basta un secondo per svagarli e organizzare la difesa.

Dove sarà finita Blu? L'ultima volta che l'ho vista dormiva nel cesto e ogni po' rideva colla pancia che tremava come un budino moscio. La sento uggiolare quasiché piange. Ma non può essere: lei non piange mai, massimo si lagna in punta di forchetta, perché lei, quanto a classe, più dei cristiani.

Starà pedinando una nutria: si diverte un mondo a cacciare le nutrie, a stuzzicarle mettendogli le zampe in bocca, mozzicchiandole in faccia, facendole ruzzolare sull'erba: prima fa le viste di volersele pappare e ringhia da lupa assatanata, mostra le zanne, si fa colare la bava a litri; poi scrolla la coda, sbotta a ridere e se le va a leccare, la scema, come ha sempre fatto coi cornuti quando mi svaligiavano la tana.

Troppa confusione. Schiumo dal caldo.

Così non va, non funziona.

Bisogna fermarsi, bisogna. Senza farsi mettere paura. Bisogna mettere in fila le cose. Io prima di farmi venire lo sturbo ne devono consumare di suole.

Organizzare tutto.

Organizzare bene.

(Le luci scemano fino a spegnersi con l'ultima battuta.)

I bastardi ci mettono poco a alzare la testa, a pigliare il sopravvento, si sa.

Primo: avvelenare i pozzi.

Secondo: ferreffuoco.

Terzo...

SIPARIO