CULTURA, STORIE E SOCIETA'

PAURA DEL NUOVO

di Dino Villatico

Nel 1960, Luigi Ronga, il mio professore di storia della musica all'Università di Roma - quell'anno il suo corso era su Debussy - disse che il problema della cultura italiana e del pubblico italiano, oltre che delle istituzioni musicali, conservatori compresi, è l'assoluta indifferenza alla musica antica e a quella contemporanea. Dopo 53 anni siamo ancora lì, se non peggio.

Ho ricollocato questa riflessione, del 2013, su Facebook, dopo sei anni. Il ricordo di quella considerazione di Ronga, che - si badi - non era né un avanguardista né un rivoluzionario, ma solo un uomo di cultura sensibile a quanto gli accadeva intorno - ha continuato a turbinarmi nella testa per tutti questi anni, 60 ormai! - e i fatti non hanno mai fatto altro che confermarmene la giustezza. Il 4 marzo 1988 fu inaugurata da Mitterrand, a Parigi, la Pyramyde du Louvre, che venne aperta al pubblico nel 1989, bicentenario della Rivoluzione. In Francia ci fu qualche polemica, subito però sopita dalla bellezza dell'oggetto, che anzi, come accadde per la Tour Eiffel un secolo prima, divenne subito un simbolo della città di Parigi, della sua capacità di ripensare modernamente l'antico. In Italia fu, invece, un diluvio di critiche, da parte anche di architetti illustri. Tra l'altro molto maleducatamente, perché non erano affari nostri. Ieoh Ming Pei (Canton, 26 aprile 1917 - New York, 16 maggio 2019), l'architetto che ideò la Pyramide, comunque fu giudicato troppo cinese e troppo americano per capire l'arte europea. Invece la capivano i nostrani, fermi com'erano a un'idea museale della città, al rispetto dell'antico "dov'è com'è", parole usate per la ricostruzione del teatro La Fenice di Venezia, che infatti è un bellissimo falso "com'era dov'era", vale a dire che non lo è affatto perché non riproduce affatto l'opera bruciata, ma una sua copia evidentemente, e civettuolamente, solo una copia. Si perse così la possibilità di costruire un teatro nuovo, moderno. O quanto meno di adattare una struttura nuova sullo scheletro del teatro vecchio. Cosa che ha fatto mirabilmente a Lione Jean Nouvel, ingrandendo l'Opéra.

Un ascoltatore di radio3 chiamò la redazione protestando per la musicaccia che si stava trasmettendo. "Ma vi sembra musica, questa?" fu la sua domanda. Riferita, con sconcerto, dal conduttore della trasmissione. Quale era questa "musicaccia"? Mica Stockhausen, mica Boulez o Nono. Era il secondo concerto per violino di Šostakovič.

La nuova sistemazione della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma ha disordinato la disposizione cronologica delle opere, e ora si possono vedere accostate una tela di Mondrian, una scultura di Canova (Ercole e Lica) e un'installazione contemporanea (32 metri quadrati di mare circa di Pino Pascali). Mentre guardavo passa una coppia, sulla cinquantina. Lui: "Ma è arte, questa?"

Da qualche settimana la Domenica del Sole24Ore pubblica una serie di articoli sulle sconcezze delle regie moderne del teatro musicale, come se quelle "tradizionali" fossero sempre capolavori. Viene il sospetto che l'italiano sia spaventato dal nuovo, da qualunque cosa che disordini la sua percezione abituale del mondo in cui è inserito. E pensare che l'Italia è il paese che ha inventato l'inserimento del moderno in un contesto antico. Lo ha fatto nel '600. Architetti che si chiamano Borromini, Pietro da Cortona e Bernini, a Roma. Ma anche Longhena, a Venezia: Ca' Pesaro, Ca' Rezzonico, la Salute. Che cosa è accaduto? E quando?

Il discorso ci porterebbe lontano. Ma questa repulsione del nuovo ha risvolti anche sociali, anche politici. Una società che non si muove, in cui si è fermato anche l'ascensore sociale, le classi chiusa ciascuna nei suoi confini, guai a mescolarle. Forse è per questo che s'investe poco nella scuola, poco nella ricerca. Si lamenta, con retorici pianti, la fuga dei cervelli. Ma i cervelli, le intelligenze hanno sempre girato il mondo. Solone è arrivato perfino in Egitto. E anche Pitagora. Petrarca è arrivato a Oxford e a Buda. E' vissuto a lungo in Francia. Paisiello fu chiamato a Pietroburgo, Rossini a Parigi. Il problema non è questo. Il problema è che le intelligenze di Europa e del mondo non fanno il percorso inverso, non vengono in Italia. Le nostre università non sono attrattive. Non sono attrattive, soprattutto, le nostre remunerazioni. E' un argomento da ampliare, approfondire. Basti per ora la sfida di queste considerazioni su un paese che invecchia e non si rinnova. Io getto il guanto. Chi lo raccoglie?