PER LA CRITICA

PAOLO GUZZI, MATERIALI

DI RECUPERO ED ALTRO

di Marcello Carlino

Giovanni Segantini: L'angelo della vita, 1895

Quanto a tagli di scene, a paesaggi e atmosfere, nella parte prima di questa raccolta di Paolo Guzzi sembrano ravvisarsi prossimità di genere che, con speciale riguardo alla pittura, trascorrono dal simbolismo al surrealismo; e, seguendo le tracce che portano alla cultura figurativa del nord, chiamerei a testimoni - per talune loro note salienti qui riascoltate come in un'eco - Segantini ovvero, al di là delle Alpi, Magritte e Delvaux.

Una storia d'amore che ha i tratti appena accennati di una ricerca in compimento (e trascende, frattanto, ambiti particolari nei quali risieda l'individualità di un io, ospite abituale della poesia lirica) e boschicupi e ombre fitte (sono scuri i toni) e trame e viluppi vegetali che costituiscono un limite invalicabile (e che strettiquale una muraglia fanno ostacolo allo sguardo) e spiagge punteggiate di "clavicole sparse": tanto traspare dai versi giovanili posti sul cominciare del libro. Gli spazi vi sono selvosi, accidentati, deserti di umane presenze, e il tempo appare bloccato, fermo a battere reiteratamente la stessa ora, che non ha né orologio né calendario a misurarla: uno spazio-tempo popolato di enigmi, affacciato sull'attesa che qualcosa accada, in sostanza vuoto e interdetto all'azione.

E in effetti, mentre i nomi dei personaggi sanno di rarità letterarie o di inusualità da fiaba e da fantasia leggendaria (quasi da saga nordica), il récitsi mostra insistentemente discontinuo, spezzato, scazontico al modo di un cavallo che rompee riprende a rompere l'andatura del trotto (sicché non fila la sua trama ed anzi si sfilano le maglie del poemetto epico, pure richiamato, ma per riflessi, in una sorta remake; e non hanno agio di consistere, in parallelo, le astrazioni metafisiche di anime in viaggio che vogliano agnizioni gemellari e rimpatri in condizioni di interezza); la parola si autosospende, reclusa, trattenuta in un luogo labirintico da dove non è dato d'immediato uscire. Grigiori di morte, perciò, tingono lo sfondo e numerosamente disseminati sono gli esiti, le membra disiecta, lo "stracquo" (le "clavicole sparse" su fasce litoranee) di un naufragio che si direbbe ci sia stato (un surrealismo della morte si figura così sullo sfondo).

Renè Magritte

Venuto da una lontananza che sconsiglia reimmissioni nell'uso, è pure, in forza di alcune sue scelte elocutive, il linguaggio: esso sperimenta di frequente impreveduti e mai prima normati passaggi denominali dal sostantivo al verbo oppure soluzioni deverbali (succede che l'infinito sia adoperato in vece del nome - e nei casi di specie, a fronte delle consuetudini linguistiche, si delinea il profilo di un apax) e, in un processo chimico di tendenziale reificazione,esso denaturalizza la natura truccandola con un sovrappiù di antropomorfizzazione. Sono frammenti, al dunque, di un lessico in rovina, simili ai relitti di una nave colpita e affondata dal mare in tempesta: materiali di recupero ("clavicole sparse" per esempio) disseccati, erosi, scabri; materiali di recupero che danno il titolo, che scrivono Materiali di recupero. Non per nulla, del resto, si pronuncia un Crisantemum, fiore di morte, accosto ad un "luttuoso battello", che ha la carena di un vascello fantasma. Sulla rotta disegnata nella parte prima del libro di Paolo Guzzi s'avvistano il riverbero, l'ombra di un vascello fantasma.

È un fatto, comunque, che il Crisantemum torni; col nome la cui grafia rivà al termine scientifico, Chrysantemum torna nel secondo atto di questa pièce, stabilendo una liaison (un ponte gettato, il messaggio in una bottiglia arrivato e raccolto) tra i Materiali di recupero e l'altro che si produce in versi e fa mostra di sé negli anni più recenti.

Epperò, quel che decenni addietro appariva sospeso sul silenzio e sul vuoto dell'attesa ora non concede possibilità alcuna di spiragli, di squarci nella rete che sbozzino, benché aleatoria e malcerta, la promessa di comunicare con un altrove; quel che si predicava nel segno del lutto e della morte ora è lutto e morte fattisi sodezza di cose, materia di peso specifico che nelle parole s'addensa e oltrepassa le parole; e la chiusura della rappresentazione si rafforza munita delle paratie di una camera stagna; e il vascello fantasma che spargeva stracquo, lasciando relitti in superficie, quei relitti ("naufraga il brigantino") li sprofonda per sempre e li consegna alla realtà degli abissi: la realtà che sola può essere detta, gli abissi nella cui oscurità i relitti solo possono essere mostrati. Unicamente in questa oscurità che non ha riscatto.

Paul Delvaux

E infatti la non realtà - come il rovescio, il buco nero di un collasso materico - si pone, nell'altro che segue ai Materiali di recupero, come oggetto dello sguardo acuto e mai caritatevole dei versi. È la realtà della non realtà - e cioè la realtà della negazione della realtà quale attestazione di un ineluttabile destino di alienazione, di annientamento e di perdita - è la realtà della non realtà quella che può, che deve essere testimoniata: testimoniata di riflesso, in un quadro di astrazione e di straniamento, come in un calcolo mentale di realissimi numeri irreali, negativi.

Paolo Guzzi mette in campo la poetica del "non" e ne articola i diversi procedimenti: sia il "non" il segno apportato ad una condizione - individuale, collettiva -che ha incontratoun declino senza freni, finita in un tramonto senza ritorno, scandita da una sequela dirapine con scasso; sia il tratto saliente in cui si riassume un vissuto in corso, che congiunge disvalori privati con disvalori pubblici, tinti di lutto (di morti migranti), e che induce restringimenti, muri insormontabili, arrocchi; sia un indice dell'aridità che dichiara assente il futuro, che pre-sentein atto il tempo della fine.

La poetica del "non, inoltre, avoca a sé una scrittura del "non" (e "non segni si sciolgono" e si espongono "le ragioni del mio non canto"): disposto sul limitare del verbo o di fianco al nome, battuto con cadenze irregolari ma a ritmo incalzante quando in premessa quando a clausola della costruzione frastica, riemerso come per un ritorno del represso che con insistenza bussa alle porte per trovare enunciazione, recrudescente per via di riproposizioni tanto serrate quanto ribelli ad un ordine costituito e riconoscibile, prestato a sommuovere lo stile, l'avverbio di negazione aggrega un blocco cospicuo di versi per proiettarsi (per prolungarne gli effetti) sull'intero corpo dei materiali di recupero poi raffermatisi, implosi, mutatisi in altro. La scrittura del "non", nella sua partitura dodecafonica, sovverte gli schemi della lingua, respinge il senso comune, promuove conoscenza: la sua è un'offerta di ciò che il testo di poesia solitamente non è abilitato ad esprimere, la sua opera è di forzatura e di sperimentazione della struttura del linguaggio, in virtù del ripensare il composto linguistico e di metterne in luce la faccia nascosta il suo è un lavoro di consapevolezza, un lavoro di consistente spessore civile, specificamente politico. Un lavoro di severa, resistente, non corriva, non arresa declaratoria espressiva.