STORIA, CULTURA, SOCIETÀ

PALMIRO TOGLIATTI E

“CETO MEDIO ED EMILIA ROSSA”

Discorso tenuto da Togliatti al teatro municipale di Reggio Emilia il 24 settembre 1946. In questo discorso il segretario del PCI argomentò a fondo le ragioni storico-politiche che imponevano la costruzione di un solido rapporto con i ceti medi. Così facendo Togliatti si collocava per molti aspetti nel solco della tradizione del movimento socialista italiano, la cui eredità veniva infatti apertamente rivendicata, allo stesso tempo egli definiva l'originalità e la «modernità» del «partito nuovo» rispetto al vecchio riformismo proprio nella capacità di andare oltre quell'impianto particolarista e classista che aveva spinto il PSI a privilegiare le ragioni dei braccianti a scapito di quelle dei mezzadri e dei piccoli proprietari, contribuendo a determinare una frattura sociale in cui si sarebbe inserito il fascismo. Il rapporto con i ceti medi, secondo Togliatti, era invece essenziale, sia per il radicamento del PCI che per la realizzazione di quel «patto tra produttori» che era al centro della proposta di politica economica da lui lanciata in agosto su «l'Unità» con un esplicito riferimento al New Deal rooseveltiano. Un «nuovo corso» la cui realizzazione era considerata necessaria per superare in modo duraturo le tensioni sociali che attraversavano il paese e per il successo della strategia lanciata a partire dalla «svolta di Salerno».

Cittadini di Reggio, i dirigenti della federazione comunista della vostra città (...) mi hanno invitato a parlarvi su un tema che hanno voluto formulare così: «Il Partito Comunista e il ceto medio». In verità non so se questa sera mi atterrò strettamente a questo tema, il quale è vasto, complicato e difficile assai. Più difficile ancora di quanto non sia lo rendono poi coloro che ne trattano partendo da arbitrarie considerazioni che non so se chiamare ideologiche o filosofiche, e che certamente sono astratte, cioè lontane dalla realtà delle cose. Secondo costoro (...) vi sarebbe «ceto medio» là dove si crede a certe idee o si rimane fedeli a certe affermazioni o posizioni di principio: all'idea della libertà, al principio della uguale dignità di tutte le persone umane, e così via. (...) Questo modo di porre la questione del «ceto medio» ha una radice storica. Esso ci richiama i tempi in cui con questo termine si indicava la classe borghese, e la classe borghese di quei tempi, affermatasi in seno alla società feudale e in lotta contro di essa, veramente si presentava come portatrice di nuovi valori universali, tanto di cultura, quanto politici e morali. Ma il periodo in cui la classe borghese era portatrice di valori universali è finito da un pezzo (...). Oggi si può bensì affermare che determinate posizioni ideali e determinate affermazioni di principio abbiano un valore particolare per definire la posizione politica di certi gruppi di intellettuali, più addestrati a seguire il corso delle idee che a scoprire la relazione che passa tra queste e la realtà dei rapporti sociali; si può anche constatare come la parte generale, e per così dire ideale, dei programmi politici, abbia un particolare valore per quegli strati medi cittadini che più sentono l'influenza delle correnti di pensiero, per cui sembra alle volte (ma non è vero) che non la loro posizione nella società, ma soltanto la loro coscienza determini il loro movimento; ammesso tutto questo, però, è un madornale errore storico e politico attribuire al cosiddetto «ceto medio» il regno delle idee o dei princìpi universali, così come Arrigo Heine attribuiva ai tedeschi il regno delle nuvole (...). Mi asterrò quindi dal trattare il tema che mi è stato fissato secondo il consueto schema ideologico che ritengo non rispondente alla realtà e mi sforzerò invece di avvicinarmi a questo tema come uomo politico, con la mente fissa ai contrasti sociali e politici che si svolgono oggi nel nostro paese, adoperandomi cioè di rimanere aderente alla realtà della nostra vita nazionale, anzi della vita stessa della vostra regione e della vostra provincia, nella misura per lo meno in cui le conosco.

Che cosa è questo «ceto medio» di cui si parla così a questo modo, designandolo con un termine così generico e quindi così comprensivo? «Ceto medio», come dicono le parole, dovrebbe essere uno strato sociale che si colloca tra i due estremi della scala, comprendendo coloro che stanno in mezzo, fra chi è salariato e chi è proprietario dei mezzi di produzione cioè capitalista (...). Appartengono dunque al ceto medio il mezzadro e il fittavolo che non sono proprietari di terra e per avere la terra pagano la rendita fondiaria, ma in pari tempo non sono salariati. Appartiene al ceto medio il piccolo e medio proprietario, che possiede (...) la terra che coltiva (...). Vi sono poi i gruppi intermedi cittadini, essi pure assai variati, dai commercianti piccoli e medi agli esercenti, agli artigiani, agli imprenditori di piccole e medie aziende. E infine vi sono gli intellettuali, che vanno dal maestro di scuola, dal sacerdote, dalle varie categorie di liberi professionisti, sino agli uomini di grande cultura, poeti, artisti, scienziati, scrittori. Se tutti questi gruppi possono a buon diritto essere considerati come economicamente facenti parte del cosiddetto «ceto medio», è assurdo però pretendere che essi costituiscano una massa uniforme. (...) Stabilita questa prima verità, ne deriva immediatamente che è errato affermare che esista una specie di incompatibilità organica tra tutti questi gruppi sociali, così numerosi e così vari, e il Partito Comunista.

Esaminate la cosa, prima di tutto, nel suo aspetto più ristretto, che è quello dell'organizzazione stessa del partito. Qui a Reggio Emilia (...) noi siamo un partito nel quale i ceti intermedi sono largamente rappresentati, per lo meno nelle campagne, ma anche, sebbene non nella stessa misura, nelle città. I migliori successi elettorali, del resto, sono stati raggiunti proprio in quelle zone dove abbiamo maggior numero di aderenti e di simpatizzanti tra i ceti medi delle campagne (...).

Mi pare dunque evidente che coloro i quali pontificando cianciano di una pretesa incompatibilità tra noi comunisti e i ceti medi, hanno in mente qualcosa di ben diverso da ciò che dicono (...). Ho l'impressione che il proposito che li ispira non è se non quello di introdurre nel corpo della nazione italiana una nuova scissione (...) che potrebbe essere fatale per le sorti della democrazia. L'Italia è infatti un paese ricchissimo di gruppi intermedi, tanto nelle città quanto nelle campagne; molto ricche e tenaci, poi, sono soprattutto tra gli intellettuali le tradizioni della cultura umanistica. Se si riuscisse a creare artificialmente una rottura fra quei gruppi e i partiti come il nostro, più decisamente democratici e antifascisti, oppure se si riuscisse a suscitare l'impressione che tra questi partiti e ciò che vi è di buono nelle tradizioni della cultura umanistica vi sia una specie di incompatibilità, si sarebbe ottenuto, senza dubbio, un risultato politico abbastanza importante. Ma a favore di chi si sarebbe ottenuto questo risultato? Non certo a favore del popolo, di cui si sarebbe minacciata l'unità; non certo a favore della causa democratica, la quale per trionfare ha bisogno dell'unità delle forze popolari; bensì a favore di quei gruppi reazionari, i quali non vogliono che il popolo sia unito, perché nell'unità del popolo vedono una permanente minaccia per i loro privilegi. (...)

Non proponiamo una ricostruzione della nostra economia secondo princìpi comunisti o socialisti. (...) Noi diciamo che occorre un «nuovo corso» di economia e di politica economica. Ci si accusa, quando parliamo di questo «nuovo corso», di voler sopprimere l'iniziativa privata; ma la cosa non è vera. Noi vogliamo che venga lasciato un ampio campo allo sviluppo dell'iniziativa privata, soprattutto del piccolo e medio imprenditore. In pari tempo però chiediamo che lo Stato intervenga per dirigere tutta l'opera della ricostruzione, per coordinare le iniziative private e indirizzarle, legandole organicamente le une alle altre a seconda delle necessità nazionali, e impedendo che la sana iniziativa privata venga soffocata e alla fine distrutta dal prevalere dei gruppi plutocratici e della speculazione. Nel campo dell'industria, basta pensare alla necessità di spostare il centro di gravità dalle produzioni di guerra alla produzione di pace, o alla necessità di spostare parte dell'apparato industriale nelle regioni meridionali e nelle isole, per comprendere che si presentano quei problemi che il privato, da solo non potrà né risolvere né vedere. Nel campo dell'agricoltura, basta pensare all'enorme regresso causato dalla politica fascista, alla necessità della riforma agraria e alla necessità di liberare così gran parte dei nostri agricoltori dal peso eccessivo della rendita fondiaria, per arrivare alla stessa conclusione. (...) Poste così le cose, mi sembra evidente che alla adozione di un «nuovo corso» della nostra economia sono interessati non soltanto gli operai, o i braccianti, ma tutti i lavoratori, e che vi sono interessati in modo particolare i gruppi del cosiddetto «ceto medio». (...)

Un particolare rilievo assumono queste verità se dalla considerazione generale passiamo all'esame della situazione concreta di singole regioni d'Italia, di questa regione emiliana, per esempio (...). Bella regione l'Emilia, cara a tutti gli italiani, ma specialmente a quelli a cui sta a cuore la causa della emancipazione dei lavoratori. (...) Non appena, abbandonato l'Adriatico, incominciamo a percorrere la grande strada che unisce le vostre città principali, avvertiamo subito qualcosa di nuovo, di diverso. Sembra che il torpore che tutto regna altrove, qui finisca. Vi è ardore di movimento, intensità di traffico, e di un traffico che immediatamente ci si accorge essere legato a una vivace attività economica. Anche sul viso degli uomini, delle donne che a frotte percorrono in bicicletta le vostre strade, sembra di cogliere una nota di fierezza e di soddisfazione che altrove non c'è. Si sente che questa massa è legata a un'attività produttiva che l'interessa e l'assorbe; sembra che il sangue qui circoli più rapido, che più forte qui batta il cuore della nazione.

In realtà questa regione emiliana ha avuto una posizione e una funzione singolare nella storia del nostro paese. Nei movimenti che hanno avuto un carattere progressivo, sempre troviamo questa regione all'inizio e al vertice del movimento. Ciò si può constatare anche nella letteratura, che all'inizio fu siciliana, bolognese, toscana, e al vertice della gloria colloca i due grandi poeti emiliani, il Boiardo e l'Ariosto. (...) Durante il Risorgimento, e sin dagli albori di esso, l'Emilia sottolinea di fronte a tutta l'Italia (...) il carattere unitario del movimento. Non per niente è nato proprio nella vostra città il simbolo della nostra unità nazionale, il tricolore. (...) Ma dove la funzione nazionale dell'Emilia acquista un rilievo particolarmente vivace è nel contributo decisivo che essa ha dato a quella profonda trasformazione economica che si è compiuta negli ultimi decenni dell'Ottocento e nei primi dieci anni del Novecento, e che ha dato al nostro paese la fisionomia economica e sociale che tuttora conserva. Nella sostanza, si tratta di una nuova ondata di sviluppo del capitalismo, che (...) nelle campagne dell'Emilia si manifesta con vivacità singolare.

La prima cosa che colpisce l'attenzione è che nel corso di alcuni decenni si trasforma radicalmente persino l'aspetto esteriore di questa regione: il che dovrebbe sempre essere tenuto presente da coloro che parlano, a proposito dell'odierno aspetto di alcune regioni meridionali e della loro miseria, di una naturale infecondità. La ricchezza e lo stesso aspetto esteriore della terra di questa regione emiliana sono creazione delle popolazioni che abitano e lavorano sopra di essa. Sono gli investimenti e le accumulazioni di lavoro e di capitale nella terra che hanno fatto dell'Emilia ciò che essa economicamente è. (...)

Da che parte è avvenuto e come si è operato il cambiamento? Esso è stato la conseguenza dell'irrompere sulla scena di nuovi gruppi economici e sociali, prima di tutto di borghesia rurale o cittadina, e poi di proletariato e di altri gruppi intermedi della campagna. Sulla base di particolari accumulazioni e particolari spostamenti di ricchezza, si determina un movimento profondo, il quale tende a trasformare in senso progressivo gli esistenti rapporti economici, e prima di tutto travolge i residui feudali nelle campagne (...). La borghesia agraria capitalistica, che si afferma come la nuova classe dirigente della regione e attorno alla quale si raccoglie il ceto medio cittadino, è piena di iniziativa, audace, battagliera. (...) Ma se allarghiamo la visuale e cerchiamo di comprendere meglio quali son le molle profonde di questo progresso economico e sociale, il fattore che più colpisce è l'energia stessa della popolazione lavoratrice delle campagne, di quelli che allora si chiamavano gli obbligati, dei braccianti, dei coloni, dei fittavoli (...). Certo tutto questo significa lo scatenarsi di un'aspra lotta tra le classi: tra folle innumerevoli di lavoratori che combattono con energia non comune, gruppi di vecchi proprietari terrieri che resistono con la testardaggine dei gruppi sociali condannati a sparire, e nuovi gruppi capitalistici, costretti dallo stimolo stesso della lotta di classe a cercare una via di uscita nel progresso economico oggettivo. Dominano la scena grandiosa la figura del bracciante emiliano (...) e quella del mezzadro (...). Aver fatto delle plebi rurali povere, miserabili, febbricitanti e turbolente una massa di milioni di donne e di uomini inquadrati nelle leghe, nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito politico nazionale; avere insegnato loro a conquistare e gestire i comuni; e soprattutto averle strette assieme con legami di solidarietà e avere acceso nell'animo loro la fede inestingubile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione, questo fu il grande merito dei pionieri del socialismo, degli Andrea Costa, degli Anselmo Marabini, dei Giuseppe Massarenti, dei Camillo Prampolini e di tutti gli altri. Non vi stupirete, credo, se vi dirò che i nomi di questi uomini noi, comunisti, li onoriamo e veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni.

È vero, i capi del movimento socialista emiliano furono, in prevalenza, riformisti. Questo vuol dire che nel loro orientamento e nella loro attività politica vi era qualcosa di sbagliato, che deve essere respinto e che noi respingiamo, e che li condannò, del resto, alla sconfitta. Nel quadro di un grande impeto, quasi messianico, di sentimenti e di aspirazioni, e accanto a capacità organizzative singolari, vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l'uno dall'altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione della prospettiva e dell'interesse generale del movimento. (...) Un altro errore comune a quasi tutti i capi riformisti e che veramente fu fatale per la sorte delle classi lavoratrici emiliane fu la errata impostazione del problema contadino. E qui ritorno al mio punto di partenza, delle relazioni tra i salariati e il ceto medio. Il riformismo - e tutto il socialismo ufficiale, del resto, tanto nelle sue correnti di destra quanto in quelle di sinistra - non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell'azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. (...) La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi della campagna e della città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici di ordine nazionale, fu all'origine del fascismo. (...)

Ora l'Emilia, che fu prevalentemente socialista, è diventata prevalentemente comunista (...). Alcune cifre e alcuni dati di fatto ne danno la prova. (...) È un quadro impressionante, grandioso (...).Che cosa occorre oggi alla nostra agricoltura, e quale parte assegniamo noi a essa? (...) Occorre, soprattutto, accrescere la produttività delle nostre terre (...). Ma chi sarà il protagonista di questa azione? (...) Animatori del progresso agricolo, protagonisti dell'azione sociale e politica destinata a provocarlo, saranno oggi gruppi sociali nuovi, e precisamente, da un lato le masse dei braccianti organizzati, (...) dall'altro le masse dei mezzadri, dei fittavoli e dei piccoli e medi coltivatori. (...) Tanto come gruppi sociali interessati a un miglioramento decisivo delle loro condizioni di esistenza, quanto come uomini aspiranti al progresso nella libertà e nella giustizia, i ceti medi sia di campagna che di città hanno il loro posto nel fronte delle forze del lavoro che avanzano per rinnovare tutta la società. E voi lavoratori, voi operai che già marciate per questa strada, se volete che questa unità di gruppi intermedi insieme con voi venga rapidamente a rafforzare tutta la nostra azione democratica e socialista rinnovatrice, voi avete un duplice dovere. Il primo è di essere uniti voi stessi, il secondo è di rafforzare sempre più quel nucleo più deciso e disciplinato di combattenti per la causa del lavoro, che si raccoglie nel Partito Comunista. (...) Allargate quindi sempre più le file del Partito Comunista; accogliete in esso non solo coloro che hanno una legittima rivendicazione economica da soddisfare, ma coloro che vogliono soddisfare l'aspirazione ideale a un rinnovamento di tutta la nostra vita. (...) Diventi dunque l'Emilia sempre più rossa, sempre più democratica, sempre più comunista e socialista. (...)

da P. Togliatti, Opere scelte, a cura di G. Santomassimo, Roma, Editori Riuniti, 1981, pp. 456-484.