Marco Palladini, Nomi veri falsi (Empiria 2019)

PALLADINI – CENTRIPETE POLIMORFIE E STUPORI, SERRATAMENTE ILLOGICI

di Marco Buzzi Maresca

Ove scelga la prosa, e nella dimensione 'lunga' pararomanzesca, di solito Marco Palladini è sul versante dell'autobiografismo e memorialismo post ideologico, tra lutto, nostalgia, rivendicazione: 'I rossi e i neri' (2002), 'Non abbiamo potuto essere gentili' (2007), 'Stecca, mutismo e rassegnazione' (2017).

Fa parzialmente eccezione, nonostante il titolo, quando si sperimenta nel racconto, come fu il caso di 'Il comunismo era un romanzo fantastico'

(2006), dove vi erano sconfinamenti nel fantastico e nello storico, e come appare in questa ultima raccolta 'Nomi veri falsi' (Empiria, 2019), che si potrebbe considerare una sintesi provvisoria dei suoi camminamenti tematici e formali, inglobando nella prosa i modi della sua poesia, il cui espressionismo linguistico va sempre più dilagando, in chiave iper mimetica e dissacrante.

E diciamo che sempre più al coté esistenzial ideologico, tra eros anarchia e utopia di 'sinistra', si va aggiungendo una malinconia filosofico mortuaria, talora declinata in versanti aggressivo dichiarativi ed in virulenza di trasgressione formale, talora in stupore interrogativo, in apertura poetica al mistero fenomenologico del multiforme plurale esistere e disesistere. Un côté più leggero quindi, di una leggerezza calviniana, vagamente confinante col fantastico. Una apertura al possibile, un interrogante stupore, un assurdo lieve e positivo, che si discosta da un altro 'assurdo', più 'tradizionale', che il nostro riversa a piene mani, talora fino al sintetico-elencatorio: l'assurdo del filone nichilista, depressivo, mortuario, post delusione trans-utopica.

E del resto, se posso permettermi una battuta, Palladini, perfettamente etero sul piano sessuale, è molto 'trans' quando si tratta di meticciare e fare collidere livelli di realtà, nell'ultra mimetismo del caos anomico e trash del reale 'post'. Quindi, post eros, post utopia politica, apertura interrogativa e pluralità di generi.

Una raccolta dunque che è una sintesi ed un lavoro in corso. Non so se un macrotesto coerente, come il titolo sembrerebbe voler imporre come pista. Ma forse una pista a posteriori.

I nomi. L'io. Certo viene posta a più riprese questa questione. Nomina sunt consequentia rerum? Già se lo chiedevano nel medioevo. Siamo parlati dal linguaggio? O con le stesse sue parole, in 'Tra un'ora o tra dieci anni... lo sai' «l'individuo, secondo insegnava Deleuze, è una invenzione, una costruzione surrettizia, una narrazione prescrittibile, in sé non esiste». Del resto, si pensi al concetto foucaultiano di 'biopolitica' (Storia della sessualità - 1976-1984), sul sapere, i piaceri, la costruzione del sé, dove il potere avrebbe come oggetto la stessa vita umana, tramite la costruzione di una soggettività individuale (il sé), inscindibile dalle tecniche tramite le quali viene gestita una popolazione nella sua interezza.

E in questo rientrerebbe anche la falsa dialettica repressione/libertà sessuale. La pista de Sade/Pasolini tanto presente in Palladini.

Ma in Palladini, più che in questione la liceità dell'identità, sembra che il tema sia quello della morte. Del senso e non senso.

«Lo sai come sai che tra un'ora o tra dieci anni non ci sarai più e in quella sfera oltreterrena avrai finalmente incontrato il Grande Bluff e allora saprai che è stato tutto un equivoco...» (p 193).

In molti racconti di Palladini, in filigrana, ci sono mimi e contrappassi di persone vere, vere nel senso di esistenti o esistite, conosciute (l'altro dall'io è l'altro, o l'altro in me?). Ma questo non è essenziale, anche se fa parte della sua missione di 'testimone del suo tempo', come ipertroficamente tematizzato, in un flusso infinito senza gerarchie, in 'Non posso dimenticare' (pp 45-76) il racconto più lungo della raccolta.

La memoria, il tempo, la morte.

L'individuo non esiste? Siamo parlati dal linguaggio?

La messa in questione dell'io - da Freud all'estromissione strutturalista dell'autore, all'ideologia antiromantica e antiborghese delle avanguardie, e soprattutto della neoavanguardia - rischia di essere un topos, una tradizione, da cui si è 'parlati', come da tante cose. Quello che conta è la struttura del testo, da cui il nostro, o un nostro io, è parlato e manifestato. Palladini sembra optare tuttavia - come è nei 'multiversi' totiani - più che per la negazione dell'io, per la pluralità.

Tra la pluralità degli io in situazione, relazionali, pirandelliani, e la proustiana pluralità di io nel tempo. Lo tematizza ironicamente, quasi futuristicamente (con linguaggio ironicamente matematico), in 'L'io 0 + 0 + 0' (pp 22-27).

Ancora tuttavia il problema sembra essere la gabbia del reale, l'assurdo, la morte.

"Ciò che, dentro di lui, remava contro: prese la rincorsa, superò con insospettabile agilità il parapetto e volò di sotto. Nel vuoto, finalmente. Ma cadendo in un vuoto reale dove la missione non è compiuta, se il soggetto è morto. Ché il cadavere è un non-Io 1, non è l'Io 0 + 0 + 0 del grande vuoto."

Dunque, la gabbia delle identità e del reale è irresolubile, anche dalla morte. E sovviene lo Shakespeare che apre la modernità "To die: to sleep; / No more; and by a sleep to say we end / The heart-ache and the thousand natural shocks / That flesh is heir to, 'tis a consummation / Devoutly to be wish'd. / To die, to sleep; / To sleep: perchance to dream: ay, there's the rub; / For in that sleep of death what dreams may come / When we have shuffled off this mortal coil, / Must give us pause ..." ('Amleto' - Atto III, scena I).

Come raccontare dunque? E cosa scegliere di raccontare, e perché, di un reale multiverso sì, ma ormai orizzontale, senza ordine e memoria? Palladini resta interrogante, e rinuncia a dare un ordine. Ma non può rinunciare alla memoria. Quella deve essere la nostra forma di resistenza, sia pure sotto forma ormai informe di infinito catalogo che attraversa il nostro io disperso.

"Madamina, il catalogo è questo / Delle belle che amò il

padron mio [ ... ] / Cento in Francia, in Turchia novantuna;

[ ... ] / Ma in Ispagna son già mille e tre."

Palladini ha amato molte donne, ma con stuporosa disadesione stranita poi, e disappartenenza (cfr 'Stecca, mutismo e rassegnazione' - 2017). Meno facile gli riesce di disappartenere alla sua giovinezza, e all'eros utopico per l'ideologia.

Ecco dunque il dis-racconto 'Non posso dimenticare', che dilata il presupposto del racconto breve d'apertura 'AutoRacconto'

"Racconto che, come sempre, non ha nulla da raccontare

[ ... ] e che, [ ... ] può al massimo irracontare."

Non si può più scegliere, e non si può più dire io. Ma non si può non registrare il reale dal cui incontro-scontro l'io è attraversato. Solo è una registrazione ipertrofica (80 ricordi in un dis-racconto di 30 pagine), e che nella registrazione non rinuncia a registrare il proprio pseudo-io reagente. Non sono infatti ricordi a caso, ma di sentimenti sul reale, tra stupore, ideologia, marcatura di non senso. E comunque spesso con la virtù di fulminanti 'sintesi' acido doloranti. Critiche.

p 74 - "Non posso dimenticare [..] che nel territorio

dell'odierna città di Mosul c'era [..] la città

di Ninive [..] Al presente [..] Una città martoriata

coi miliziani [..]" (dolore politico e assurdo)

p 75 - "Conoscerai il bene del disincanto / solo nel

male dell'impatto mortale / cioè troppo tardi"

(morte e assurdo)

p 72 - "Non posso dimenticare che oggi anche l'amicizia

si può affittarla. Falsa, naturalmente [..]"

(assurdo consumistico)

Si potrebbe dire ancora tanto delle plurime direzioni della raccolta. Ma tornando a quanto dicevo agli inizi, il Palladini che preferisco è quello che si tradisce, e che rinunciando non rinuncia, ma accetta la sfida della narrazione. Come la sfida al 'segreto dentro di noi' ('La vita segreta dei bambini'), come la sfida erotico-vitalistica al pericolo ('I ciclisti venivano giù a schiaffo'). Forse non 'allegria' di naufragi, ma sì accettazione vitalistica del naufragio.

Sono due racconti che evadono il catalogatorio - o il pontificatorio deferito ai personaggi - per un ritorno alla trama, sia pure per slittamenti, ellissi, giochi di specchi (forse Borges, o Landolfi, in filigrana).

Sono narrazioni interroganti, ricche di domande, non detti, derive, con leggerezza logico-fantastica calviniana, ma ferme nel dolore del reale. E non a caso entrambe hanno come centro la sfida.

Perché si può bestemmiare il reale, nichileggiare. Ma dove c'è interrogazione, apertura, là ancora c'è sfida. Non rinuncia. Eros, forse sfibrato, ma eros contro la morte.

Palladini non ha potuto essere una 'rock star', come sognava da giovane. Ma per un po' è stato una 'rock star' dell'antisistema politico libertario anni '70, sia pure sempre roso dal tarlo della disappartenenza, anche lì.

In questo senso 'I ciclisti venivano giù a schiaffo' è un perfetto 'correlativo oggettivo' del suo 'io', una deleuziana 'narrazione prescrittibile', ma sempre risorgente, in libera uscita. Per parafrasarlo, un 'io 1+0+1'. Un 'Serafino Gubbio operatore' ridotto a sguardo, sì, ma ancora pieno di volontà

Un resistente. Si pensi al titolo di una sua antica operazione editoriale, 'Resistenze 2, memorie random per il prossimo millennio' (Arlem, 1997).

E diciamolo, quando non nichileggia, come già avevo rilevato in 'Stecca, mutismo...', la lingua abbandona la violenza espressionista e trash. Si rifà alta e nuda. Sintetica e icastica. Lingua-pensiero, battente, percussiva, quasi visionaria: non più mimesi.

'Giù dalla montagna maledetta. Il Mont Ventoux. Orribile e desertica montagna, bianca di scisto, nera di sofferenza. Giù dalla montagna assassina. Magico luogo di sacrifici umani. Pietraia atroce e impassibile, frammento cosmico della divina indifferenza. Chi scampa al Ventoux non ci ritorna. Soltanto un pazzo,'

Addirittura citazionista ('la divina indifferenza' ... un Leopardi mediato da Montale)

Ma è ovvio. Il monte... è quello dei ciclisti, o non piuttosto l'esistenza, come sfida mortale?

La voce narrante è quella di un ciclista di serie B, un gregario, intervistato da un giornalista. Ma più che un racconto è una visione, nella quale compaiono in sequenza, con brusco slittamento ellittico, due episodi in crescendo: Nasazzi, folle in discesa (ma che finisce all'ospedale); poi Santarulo, che invece finisce giù dalla scarpata, e muore. Zerilli ha visto la tigre in scena, come Serafino Gubbio? Certo ha lasciato il ciclismo, come Palladini la politica e le utopie. Ma lo ama ancora, perché 'l'ho odiato tanto'.

Per chi sta Palladini? Qual è il suo io? Zerilli o gli altri due?

Direi un 'io diviso', per parafrasare Laing. Tra follia e rassegnazione. Ma forse sta continuando a scendere il monte, a sfidare, anche se con più cautela. Certo, come nel Gozzano di 'Le due strade', il racconto resta 'aperto'. Pone una sfida al mondo, e al lettore come interpretante.

E una sfida, a Palladini, al narrante e al lettore, pone il fatto al centro di 'La vita segreta', che già nel titolo denuncia l'irresolubilità della domanda, e quindi sfida e apertura, anche se con maestria e un brusco finale a sorpresa, si azzera alla fine in modo surreale la stessa distinzione fra io e altro, in un delirio allucinatorio dove l'io narrante viene a coincidere con il misterioso movente stesso indagato, in un gioco di specchi impossibile, che denuncia l'inconoscibilità dell'io stesso narrante, impossibilitato a chinarsi su se stesso, se non con un ultimo lampo di sospetto.

La voce narrante - che del suo ricordare interrogante esplicita il fine, cioè la stesura di una tesi, 'La vita segreta dei bambini' - è quella di un compagno di classe di un ragazzetto buttatosi giù dal tetto di scuola, dieci anni prima. Si susseguono, incalzanti, una serie di ipotesi, fino a che compare quella che il compagno fosse stato vittima di 'Aquila verde' (che sta ovviamente per il gioco online 'Blue whale')

Internet - Blue Whale / Cinquanta sono le regole del gioco della morte. Una per ogni giorno.

[ ... ] procurarsi dolore, guardare video horror. Fino all'ultimo passo, saltare da un edificio alto, suicidarsi per prendersi la propria vita.

Suicidarsi per prendersi la propria vita?

Come i ciclisti giù dal monte?

Come il prendere coscienza del narrante di essere forse lui 'Aquila verde'?

Dunque, narrare, prendere coscienza del nostro mistero, sta tra il suicidio ed il sadismo?

Una sfida mortale.

Sperimentare la morte nell'eros (Bataille), ma qui nell'eros della conoscenza?

Ma cosa e come si narra, non si può scegliere.

Non si può scegliere... solo interrogarsi.

Eros, amore, delusione?

Forse Palladini ha lasciato l'eros, l'onda adolescenziale, anche se con nostalgia, e si incammina alla via difficile dell'amore, della domanda sull'alterità.