Gianluigi Bruni

LUCE DEL NORD

Rubbettino, Soveria Mannelli, 2020

di Carlo Cenciarelli

Uno degli esordi narrativi che in questi mesi hanno più colpito è senza dubbio Luce Del Nord di Gianluigi Bruni. Per capirne le ragioni, converrà accennare all'attività di Bruni precedente alla scrittura. Egli si è occupato essenzialmente di cinema. Diplomato in regia presso il Centro Sperimentale con un cortometraggio tratto da Nella colonia penale di Franz Kafka, da lui scritto e diretto e interpretato da Pier Paolo Capponi, è stato poi assistente di Federico Fellini per La Città delle donne (1979), quindi ha lavorato nell'organizzazione di numerosi film di rilievo, fra i quali: Amore tossico di Claudio Caligari (1983), Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti di Lina Wertmüller (1985), Otello di Franco Zeffirelli (1986), Il giovane Toscanini, sempre di Zeffirelli (1988), Un ragazzo di Calabria di Luigi Comencini (1987). Per non parlare dei tantissimi spot pubblicitari a cui ha dato il suo contributo. Intanto scriveva diverse sceneggiature, una delle quali, nel 2003, è diventata il film Prendimi e portami via di Tonino Zangardi, con Valeria Golino.

Tratteggiamo ora quella che è opportuno chiamare la struttura, anziché la trama del romanzo. La struttura è costituita dall'intrecciarsi delle voci di tre personaggi: Frank, Eva e Cristian, che narrano i fatti. Tutti gli avvenimenti saranno visti attraverso i loro occhi. Ciò che accomuna i tre è l'emarginazione da qualsivoglia contesto sociale. Frank è l'anziano relitto d'un tipo di cinema che non si fa più. Stuntman , anzi stunt coordinator, all'epoca del peplum e del western all'italiana, lavorava parecchio e guadagnava bene, ma oggi, dopo un incidente e il rarefarsi delle pellicole spettacolari, è stato estromesso dal giro; si è abbandonato all'alcool e alle avventuracce erotiche, mentre l'unica donna che lo abbia veramente amato, sua moglie Maria, sta morendo in ospedale.

Eva, a cinquant'anni, ha accumulato solo fallimenti, vuoi esistenziali vuoi lavorativi. Sul versante sentimentale c'è una scena bella e spietata in cui un certo Michele, con cui ha un rapporto casto e bizzarro ma che lei in cuor suo spera possa diventare un vero e proprio amore, finalmente la invita a cena a casa sua. È arrivato il gran giorno? Tutt'altro. Michele si fa trovare con Rudi, il suo amico gay: l'hanno chiamata per metterla in imbarazzo, deriderla, farne il loro zimbello.

... è tornato Rudi. Pantaloncini, maglietta, infradito. Si sono baciati; io non sapevo cosa fare né dove guardare. Dovevo assolutamente evitare di mostrare il mio imbarazzo e la mia umiliazione; dovevo assolutamente cercare un qualsiasi pretesto per scappare. (p. 50)

Sul versante, diciamo così, professionale, Eva coltiva l'ambizione di scrivere ma tutti i suoi progetti si sono fermati alle prime pagine. Per vivere ha dovuto accettare impieghi ben più prosaici. Ora, ad esempio, fa da badante a una vecchia scorbutica e maligna.

Cristian è un ragazzo rifiutato senza una vera ragione dai genitori, che si è abituato a una vita precaria e girovaga, in ambienti marginali. Eppure ha conservato un candore e una sensibilità che in qualche modo seducono.

A un certo punto i tre s'incontrano e nasce fra loro un rapporto tanto apparentemente assurdo quanto radicalmente vitale, che permetterà loro di andare avanti in qualche modo.

L'esperienza cinematografica fa sì che Gianluigi Bruni eviti d'istinto quell'autobiografismo stanco e manierato che si svolge immancabilmente in ambienti piccolo borghesi e che affligge tante opere prime. Al contrario, in particolare il lavoro di sceneggiatore ha stimolato e fatto maturare in lui una notevole capacità d'oggettivazione fantastica che culmina nella creazione di personaggi con uno spessore tutto loro. Luce Del Nord è un romanzo di personaggi. Quello più significativo, che potremmo addirittura definire tipico nel senso che Lukàcs dava a questo termine, è Frank.

Andavamo al cinema del centro; era uno stanzone freddo e brutto ma a suo modo accattivante, con i tendaggi rossi di velluto stinto, le locandine alle pareti, le poltrone di legno talmente fitte che con le ginocchia toccavamo lo schienale di quelle davanti.

C'era un uomo anziano e gentile che faceva i biglietti e durante l'intervallo veniva in sala a vendere i popcorn. Ricordo che portava sempre una giacchetta di rigatino blu e nera. Una volta - c'eravamo solo noi - ci portò nella cabina di proiezione per farci vedere il proiettore. Era un mastodonte di metallo smaltato color verde bottiglia, malinconico reperto da archeologia industriale.

«È un proiettore ad arco», diceva tutto contento, «non se ne fanno più da moltissimi anni. Questo è l'ultimo».

La cosa più singolare che ricordo di quel cinema era la programmazione. I film che vi si davano erano assolutamente misteriosi e, a parte noi, sparuto gruppetto di affezionati, nessuno ne aveva mai sentito parlare, né trovavano posto nella programmazione di altre sale. (p. 34)

Il lettore non si lasci ingannare dal tono un po' trasognato, un po' surreale: il brano è la descrizione assolutamente fedele d'una sala di terza visione degli anni Sessanta e Settanta. Persino il particolare che i film proiettati non si vedono in altri cinema non è totalmente un'invenzione dell'autore: esisteva tutta una produzione italiana ed estera di serie c, oppure pellicole vecchissime (chi scrive può testimoniare di aver visto negli anni Settanta una proiezione commerciale di Tarzan, l'uomo scimmia del 1932, con Johnny Weismuller!), che costituiva un universo cinematografico del tutto alieno rispetto ai film di cui parlava la stampa e che si vedevano in prima e seconda visione. È istintivo pensare che una sala del genere sarebbe stata perfetta per un peplum o un western spaghetti arricchiti dalle prodezze dello stunt coordinator Frank.

Abbiamo già visto che i film di cui Gianluigi Bruni si è occupato erano di qualità, destinati al consumo culturale. Eppure si giurerebbe che la sua vocazione sia nata lì, in una salaccia scalcinata e affollata, davanti a un western girato nella campagna romana. Quei b e c movies erano film che per il coinvolgimento che suscitavano nel loro pubblico soprattutto adolescenziale risultavano infinitamente più vivi dei tanti film raffinati e intelligenti che si possono vedere oggi. Frank rischiava l'osso del collo per soddisfare il suo pubblico. E questo in qualche modo si sentiva. Il nostro Frank, insomma, è l'incarnazione di tutto un sistema cinema - certi film, certe sale, certo pubblico - che avrà avuto tutti i difetti di questo mondo ma che ha deciso il destino di tanti che, all'epoca, erano poco più che ragazzini.

Non paia paradossale che il personaggio più autobiografico del romanzo sia Eva. Proprio la distanza fenomenologica tra lei e l'autore permette a Gianluigi Bruni di cogliere e raccontare uno stato d'animo assai diffuso tra chi cerca di portare avanti un'attività artistica. Quello di star dissipando inutilmente il breve tempo della vita, quello per il quale tanti sforzi e tante rinunce non produrranno che un patetico fallimento.

Abbiamo descritto il romanzo, i suoi personaggi, il suo retroterra culturale. Ma in cosa consiste precisamente il suo valore? Nell'intima, profonda, radicale delicatezza con cui vengono narrate le disavventure esteriormente quasi grottesche di questi tipi strampalati. Tale delicatezza blocca ogni possibile irrisione: fa venir fuori la loro fragilità, la loro misera, umanissima fragilità. Il lettore perde il suo distacco, entra in contatto con personaggi apparentemente così lontani da lui e vi si rispecchia perché s'accorge di ritrovarvi la propria di fragilità.

La nostra fragilità, però, è feconda: ci spinge a superarci, a tentar di avere rapporti cogli altri. Quanto mai problematici ma assolutamente necessari. E così il romanzo raggiunge il suo climax,

il suo nucleo poetico più autentico, quando si compie il rapporto tra Frank, Eva e Cristian.

Assurdo? Ridicolo? Magari sì, visto dal di fuori. Nondimeno, per i nostri "eroi", cui abbiamo cominciato a voler bene, indispensabile per poter continuare a vivere.

Concludiamo, allora, lasciando la parola a Eva:

Nel corso degli anni avevo assistito al fiorire e allo sfiorire di tutte le aspettative e le speranze mie e dei miei pochi amici e temevo che mi sarebbe toccato anche questa volta. Non mi importava di me, di essere cacciata da questa casa, no, io avevo paura per loro, temevo che fuori di qui non avrebbero saputo dove andare, come difendersi, come sopravvivere. Volevo tenerli con me entrambi, l'amico vecchio e quello nuovo, volevo proteggerli, che stessero bene, che non finissero soli e disperati, ma sapevo di non poter far nulla per me e neanche per loro. Nello stesso tempo non potevo arrendermi, sapevo che occorreva affrontare il problema, abbrancarlo, dissanguarlo, infine risolverlo. Non ero sempre stata così passiva nelle difficoltà. Ricordo che quando mi licenziai dal bar - dopo quella cena - caddi in una profonda depressione ma poi, quando mi accorsi di essere rimasta senza soldi mi misi a cercare lavoro e alla fine lo trovai e così sono sopravvissuta, almeno fino a ora . Cosa avrei dovuto fare adesso? Con loro due la mia vita non mi appariva più nella sua pochezza ma mi mostrava invece tante piccole ricchezze. No, non volevo più cambiarla. Era la mia vita, di cui non mi vergognavo più. Anzi, adesso ne ero fiera. (pp. 225-226)