OTTO SETTEMBRE 1943 MUORE LA PATRIA MONARCHICA E FASCISTA NASCE QUELLA DEMOCRATICA E REPUBBLICANA

di Aldo Pirone

C'è stato un momento in cui la monarchia ebbe un definitivo tracollo nella coscienza civile e politica degli italiani? Sì, fu proprio l'8 settembre del '43. Mentre a Roma, all'Ostiense e a Porta San Paolo, soldati e civili si uniscono per respingere i tedeschi, il re, con Badoglio e decine di dignitari e i capi dell'esercito, fuggono lasciando gli italiani, soldati e popolo, in balìa dei tedeschi.

Negli anni scorsi, ricordando questa data, Ernesto Galli della Loggia ha voluto parlare di "morte della Patria", ripescando l'espressione da un vecchio libro di Salvatore Satta. Ma a morire fu la Patria incarnata nell'istituto monarchico affossato da un re fellone, Vittorio Emanuele III. Con lui crollò un'intera classe dirigente che era stata fascista e che del fascismo aveva accettato e condiviso le cose più turpi e immorali: la dittatura, le guerre d'aggressione e di rapina e le leggi razziali. Al tempo stesso è proprio quel giorno che rinasce una Patria diversa, quella antifascista. Sono gli antifascisti tornati dalle carceri, dall'esilio e dal confino che, insieme a tanti popolani e soldati scampati alla deportazione nei lager tedeschi e insieme a tanti italiani di tutte le classi sociali, iniziano la Resistenza ai nazisti e ai fascisti tornati all'ombra delle loro baionette. Sono loro a impadronirsi della Patria dandole un contenuto opposto, democratico e popolare, a quello monarchico e fascista. Il 9 settembre mentre il re e Badoglio sono in fuga verso Pescara, il neonato Comitato di liberazione nazionale chiama il popolo italiano alla lotta armata contro l'invasore: "Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni".

Ha scritto Piero Pieri, partigiano e storico militare: "Se l'improvviso tracollo dell'8-9 settembre segnava la profondità del baratro in cui la nazione era precipitata, esso era pure il punto di partenza di quella meravigliosa affermazione delle recondite virtù di nostra gente che si disse la Resistenza". La Patria italiana rinasce per divenire repubblicana, democratica e costituzionale con la Resistenza e la Guerra di liberazione nazionale. Una stagione di lotta dura e spietata, iniziata a Roma l'8 settembre e durata venti mesi, costata lacrime e sangue al popolo italiano.

E' bene ricordarlo. Sempre.

Di seguito le pagine del libro di Sergio Gentili e Aldo Pirone Roma '43-44. L'alba della Resistenza che ricostruiscono gli avvenimenti dell'otto settembre.

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Il RE E BADOGLIO FUGGONO. NASCE LA RESISTENZA

La vicendadell'annuncio dell'armistizio ebbe aspetti grotteschi in piena sintonia con tutto il "doppiogiochismo" messo in atto dal governo Badoglio e dal re nelle settimane precedenti. Gli Alleati, non fidandosi dei loro interlocutori, non avevano concordato il giorno dell'annuncio, né, per le stesse ragioni, li avevano informati della data e del luogo del progettato sbarco: a Salerno (Operazione Avalanche) e quello contemporaneo degli inglesi a Taranto (Operazione Slapstick) per il 9 settembre. Tuttavia avevano concordato per la difesa di Roma da un eventuale reazione armata dei tedeschi, l'arrivo nella capitale di una divisione di paracadutisti americani - in codice "Operazione Giant II"- che avrebbe dovuto dare man forte alle truppe italiane. Quando gli americani gen. Maxwell Taylor e col. Wiliam Gardiner giunsero clandestinamente la sera del 7 settembre a Roma per incontrarsi col capo di Stato maggiore gen. Ambrosio e organizzare l'operazione, non lo trovarono. Pur sapendo del loro arrivo il generale se n'era andato a Torino a trovare la famiglia. Trovarono al suo posto un inconsapevole e imbarazzato gen. Giacomo Carboni, comandante del Corpo motocorazzato schierato a difesa esterna di Roma, che li accompagnò, a notte inoltrata, da Badoglio che era già a letto. Il capo del governo, accogliendoli in vestaglia, sorpreso del loro arrivo e ancor più dell'annuncio dell'armistizio per l'indomani, disse loro che le truppe italiane non erano in grado di garantire l'agibilità degli aeroporti intorno alla capitale necessari allo sbarco.

Ike svela il segreto. Gli ufficiali americani capirono subito che il governo, il re e i capi militari non avevano preparato un bel niente per far fronte alla prevedibile reazione tedesca. Il "maresciallo d'Italia", privo di ogni senso della realtà, si affrettò a chiedere al generale Eisenhower, per radio messaggio, di rinviare la comunicazione dell'armistizio.[1] Al che "Ike" - così veniva confidenzialmente chiamato l'allora capo delle truppe alleate nel quadrante mediterraneo - aveva risposto minacciando di far sapere al mondo il voltafaccia italiano, e di pubblicare i documenti già firmati. Riferendosi all'operazione Giant II disse: "I piani erano stati fatti con il postulato che agiste in buona fede e noi ci eravamo preparati a condurre le future operazioni su queste basi". Quanto al rinvio dell'armistizio replicò: "Non accetto il vostro messaggio di stamattina che posticipa l'armistizio. Il vostro rappresentante ha sottoscritto un accordo con me e la sola speranza dell'Italia è legata alla vostra adesione a questo accordo [...] Adesso, ogni mancanza da parte vostra nell'ottemperare in pieno agli obblighi dell'accordo firmato avrà gravissime conseguenza per il vostro paese. Nessuna vostra futura azione potrà poi ristabilire la benché minima fiducia nella vostra buona fede e conseguentemente ne deriverà la dissoluzione del vostro governo e della vostra nazione".[2] Poi, temendo una nuova giravolta dei governanti italiani e volendo evitare alle sue truppe in procinto di sbarcare a Salerno di trovarsi di fronte anche agli italiani oltre ai tedeschi, annunciò l'armistizio da radio Algeri alle 17,30 (18,30 ora italiana). L'Agenzia Reuters l'aveva anticipata alle 16,30 a New York. La notizia cadde nel bel mezzo di un'affannosa, confusa e tremebonda riunione del Consiglio della Corona in cui si andava delineando una maggioranza propensa a sconfessare l'armistizio. Paolo Puntoni annotò nel suo diario: "Nel corso del dibattito si delinea una corrente che, ammessa l'impossibilità di trovare una via d'uscita, insiste perché la corona sconfessi pubblicamente Badoglio, additandolo al paese come responsabile dei contatti presi con gli alleati e di conseguenza della firma della resa e riconfermi l'intenzione dell'Italia di continuare la guerra al fianco dei tedeschi".[3] Il generale De Stefanis, da parte sua, scrisse che a intervenire nella breve e concitata discussione furono Sorice, Carboni, Acquarone e Guariglia e che "fu ritenuto opportuno fare un comunicato radio inteso a smentire la Reuter e atto a tranquillizzare i tedeschi". E che quel comunicato s'iniziò a stilare.[4] Probabilmente c'era ancora qualcuno, come il ministro della Real Casa Acquarone, che s'illudeva di poter trattare con gli Alleati fino all'ultimo momento, e a posteriori, un miglioramento delle condizioni di armistizio già firmate. Il comunicato di Eisenhower costrinse in tutta fretta il re e Badoglio a farne uno che conteneva, però, gravissime ambiguità il cui prezzo fu poi pagato dal popolo italiano. In esso, da una parte, si dava la notizia della cessazione di "ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane", dall'altra si diceva che le forze armate italiane "reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza". Non c'era la direttiva precisa di contrastare i tedeschi, né, tanto meno, l'appello al popolo a cacciare l'invasore nazista e a sostenere l'azione dei militari italiani.[5] Su questo punto il comunicato di Eisenhower era stato assai più chiaro ed esplicito: "Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l'assistenza e l'appoggio delle nazioni alleate".

Una colpa imperdonabile. Nella notte tra l'8 e il 9, il re con la sua corte e Badoglio con alcuni generali e ministri del governo, decisero di fuggire da Roma per Pescara, per poi proseguire via mare verso Brindisi. Lasciarono l'Italia, l'esercito e la Capitale senza ordini precisi e senza alcuna difesa, in balìa dell'occupante tedesco. Il re si dimenticò di tutto, ma non della sua preziosa collezione di ben 103.846 monete. Vittorio Emanuele si rifece vivo da Brindisi l'11 settembre sera; con un proclama radio agli italiani in cui diceva, con involontaria ironia, di essersi "trasferito" al sud "per la salvezza della Capitale". Seguì a ruota Badoglio che dichiarò, senza alcun senso del ridicolo, che la sera dell'8 settembre aveva sì detto che le ostilità con gli Alleati dovevano cessare ma che bisognava reagire ad attacchi di altra provenienza (!!). [6] Peccato, però, che nel frattempo, con l'esercito dissoltosi perché i comandanti in capo si erano dileguati, non ci fosse più chi potesse reagire.

Nasce la Resistenza. A capire subito che le truppe tedesche si sarebbero tramutate in truppe d'occupazione e che bisognava combatterle, furono le forze antifasciste. In particolare lo compresero i comunisti, i socialisti e gli azionisti che pensarono di formare, fin dalle prime trattative per l'armistizio, squadre militari, anche se in quel momento prive di armi. Il 5 settembre, Luigi Longo [7] aveva passato in rassegna sul Lungotevere gli acerbi e generosi combattenti comunisti pronti per la lotta partigiana. La sera dell'8 settembre, Longo, Trombadori, Forti e Boccanera, presero in consegna un carico d'armi dal gen. Carboni e lo portarono in alcuni nascondigli: nel museo dei Bersaglieri a Porta Pia, nei locali del barbiere Rosica di Via Silla, nell'officina di biciclette dei Collalti a via del Pellegrino e nell'officina meccanica di Umberto Scattoni in via Calvani.

La reazione di soldati e civili all'occupazione tedesca fu immediata. Infatti, mentre la maggioranza dei soldati e dei reparti, lasciata senza ordini e nella confusione, si sbandava, altri reparti, investiti dall'attacco tedesco, decisero di resistere e reagire per difendere se stessi e la capitale. Quei soldati non si trovarono soli ma poterono contare sulla generosa solidarietà e partecipazione armata di molti antifascisti. Anche se Roma era stata per vent'anni il palcoscenico delle adunate "oceaniche" a Piazza Venezia, su cui il dittatore riversava i suoi teatrali e pericolosi discorsi, non tutte le coscienze erano state intimidite, offuscate e manipolate dalla propaganda fascista. Anzi, per molti era ancora vivo il ricordo della lotta contro le squadracce fasciste nei primi anni '20 e la vigorosa protesta popolare contro l'assassinio di Giacomo Matteotti. L'occupazione di Roma non fu come bere un bicchiere d'acqua. "Il grano è maturo, Alarico subito", questo fu il messaggio in codice trasmesso a tutte le truppe tedesche alle 20.20 della sera dell'8 settembre. Era l'ordine di impadronirsi dei nodi strategici nella penisola attaccando le forze armate italiane. Il piano era stato predisposto da tempo. A Roma i primi duri scontri si accesero sul ponte della Magliana, poi all'Eur, alla Montagnola, sulle vie consolari e, infine, a Porta San Paolo e alla stazione Termini.

Ignobile resa. Il comando tedesco di tutto il fronte sud, agli ordini del feldmaresciallo Albert Kesserling, fece convergere sulla città le truppe necessarie per occuparla. I paracadutisti del generale Ramcke dislocati a Pratica di Mare arrivavano da sud, dal mare, lungo la vie Portuense, Magliana e Ostiense; la panzergrenadieren del generale Grase scendeva da nord lungo le consolari Flaminia, Cassia e Aurelia. All'inizio i comandi tedeschi furono incerti nel valutare la forza dell'esercito italiano tanto che all'ambasciata tedesca di Villa Volkonski, la sera dell'8, il personale aveva cominciato a fare i bagagli e a bruciare i documenti. A sera tardi l'ambasciatore tedesco in Italia Rudolf Rahn telefonò a Roberto Suster direttore dell'Agenzia Stefani per salutarlo: "Tutti i tedeschi - gli dice - i croati e gli slovacchi hanno chiesto il passaporto per rientrare in patria".[8] Poi con tutto il personale dell'ambasciata e insieme al console generale Moellhahusen prese un treno speciale organizzato dal ministero degli esteri italiano e lasciò Roma per fermarsi due giorni dopo a Verona da dove tutti tornarono indietro.

Anche a Berlino si temeva che un'energica offensiva dell'esercito italiano sostenuto da un qualche aiuto alleato e simultaneo allo sbarco di Salerno in corso, avrebbe potuto spezzare la linea Gustav e stringere in una sacca micidiale le loro truppe impegnate a fronteggiare l'VIII armata britannica del generale Montgomery e la V americana del generale Clark. Anche il Führer telegrafò a Kesselring alle 3 di notte: "Tieniti pronto a rientrare, dall'Italia smobilitiamo, e arretriamo, non voglio farmi prendere in trappola".[9] A Berlino si temeva che per le truppe tedesche si sarebbe creata una situazione pericolosissima da cui sarebbe stato molto difficile uscire. Perciò i primi attacchi nazisti servirono ai generali nazisti per saggiare la resistenza e le intenzioni dell'esercito italiano.

Il primo scontro si ha con il 1° reggimento Granatieri di Sardegna, alle 21,30 dell'8 settembre. I tedeschi attaccano il posto di blocco dei soldati italiani che sbarra il ponte della Magliana. I primi caduti della Resistenza sono 8 granatieri attratti in una trappola. Convinti di andare a parlare con alcuni tedeschi che issavano la bandiera bianca per parlamentare, quando sono allo scoperto, i tedeschi, a sorpresa, si gettano a terra e da postazioni preordinate aprono il fuoco. Si accende una furibonda battaglia. Il ponte è perso e riconquistato. Alla fine i nazisti hanno la meglio. Cadono 38 granatieri e 22 tedeschi. I soldati italiani seppur lasciati senza ordini non si arrendono, anzi al ponte arrivano i rinforzi. La confusione è enorme, infatti nella stessa notte, in altre zone della città, altri ufficiali italiani lasciano disarmare le proprie truppe dai reparti tedeschi. Al ministero della difesa arrivano segnalazioni di violenze delle truppe tedesche verso cittadini romani. In un primo momento, i generali italiani rimasti a Roma scambiarono l'azione di occupazione dei tedeschi con una loro ritirata. Il gen. Ambrosio, invece di ordinare l'offensiva contro i nazisti, violando le stesse generiche indicazioni di Badoglio di reagire ad eventuali attacchi, mantenne in vigore gli ordini di non prendere iniziative verso di loro. Ancora 20 minuti dopo la mezzanotte invia un telescritto n. 24202 a tutte le forze armate in cui si ordina di non prendere "iniziativa di atti ostili contro i germanici".[10] Come se i tedeschi non fossero già da ore all'offensiva dappertutto. Poi, mezz'ora dopo, di fronte alle richieste pressanti provenienti dai vari reparti per avere indicazioni chiare, invia un nuovo ordine: "ad atti di forza reagire con atti di forza" che è quello che ha già detto Badoglio nel proclama dell'armistizio. Ma ora, sotto i colpi dell'esercito nazista, sarebbe stato necessario dichiarare guerra alla Germania e attaccare ovunque, in Italia e all'estero, l'invasore, per cacciarlo e sconfiggerlo.

Il 9 settembre, di prima mattina, il comitato delle opposizioni si riunisce e delega Ivanoe Bonomi e Meuccio Ruini di recarsi al Viminale per capire cosa stava succedendo. Trovano il ministro degli Interni Ricci in compagnia del sottosegretario Baratono e del capo della polizia Senise. Il ministro è occupato a cestinare tutte le sue carte nell' "intento - racconta Bonomi - di non lasciar nulla all'invasore: "Io e Ruini peroriamo la richiesta dei combattenti (civili n.d.r.) di avere armi". Le milizie popolari - aggiunge Bonomi - hanno un valore soprattutto morale che può "accrescere l'ardore dei soldati". La risposta è gelida e negativa: "non bisogna esasperare gli invasori".[11] Al Viminale ci sono pure alcuni generali in pensione che chiedono di armare gli ex combattenti vogliosi di battersi contro i tedeschi. L'idea sbagliata era sempre quella: evitare di provocare i tedeschi, lasciarli passare, non costringerli a combattere. Si dava per scontata una loro ritirata. Un'imperdonabile illusione che aveva guidato tutta l'azione della monarchia nei 45 giorni badogliani: non provocare i tedeschi, sganciarsi senza farsi troppo male. Come se non sapessero, dopo tre anni di conflitto spietato, quale determinazione di conquista e cinica crudeltà avessero Hitler, i suoi ministri, i suoi generali e il suo regime.

E così gran parte delle forze italiane furono paralizzate e sbandate e le truppe tedesche ebbero con un insperato vantaggio strategico le porte spalancate. Trentacinquemila soldati tedeschi, che sapevano bene cosa fare, ebbero la meglio su novantamila soldati italiani senza ordini, inquadrati in 6 Divisioni intorno a Roma più due Battaglioni di altre due (la "Re" e "Lupi di Toscana") in procinto di sopraggiungere. Dentro la città, inoltre, stazionava un intero corpo d'Armata comandato dal gen. Barbieri.

Quando, nella notte tra l'8 e il 9 settembre, il re, i suoi generali e il principe Umberto decisero di fuggire, arrivavano sia le notizie dei combattimenti in corso che quelle dell'afflusso di truppe tedesche sulla capitale. Il generale Roatta, nella riunione suggerì di abbandonare Roma. Fuggirono nonostante i combattimenti fossero in corso e non fosse stato ancora impegnato il Corpo d'Armata motocorazzato (Cam) comandato dal generale Carboni, l'unità più efficiente assegnata alla difesa esterna della capitale.[12] Addirittura il generale Roatta per proteggere la via di fuga escluse categoricamente qualsiasi difesa di Roma e diede ordine a Carboni, nominato in tutta fretta comandante in capo di tutte le truppe dislocate in città, di ripiegare ad est verso Tivoli, senza contrastare, perciò, la minaccia tedesca che, all'opposto, veniva da sud e da nord. Una tale macroscopica assurdità strategica, unita al fatto singolare che il corteo reale superò indenne alcuni posti di blocco tra cui uno tedesco,[13] non poteva non dare adito al sospetto di un qualche accordo di scambio, più o meno tacito, fra il sovrano e i tedeschi fra la salvezza della sua persona e l'occupazione indolore di Roma. Infatti, nel dopoguerra, su questa vicenda, si è accesa una forte polemica in sede di analisi e valutazione storica, politica e di azioni in sede giudiziaria.[14] Assai singolare fu anche il comportamento del generale Carboni che pensò bene di allontanarsi da dove si combatteva per dirigersi verso Tivoli. Per tutto il 9 settembre, giornata cruciale, fu irreperibile. Vestito in borghese e su una macchina non militare si spinse fino ad Arsoli perché Roatta gli aveva detto che lì avrebbe posto il suo comando. Non trovandolo, finì nel castello dei principi Massimo, all'interno del quale, sotto la supervisione del produttore cinematografico Carlo Ponti, si stava girando il film "la freccia nel fianco". Poi tornò a Tivoli. A Roma si presentò solo la mattina del 10 quando la situazione era compromessa, dando ordine ai reparti italiani, ormai disorientati, sbandati e soccombenti, di resistere ai nazisti.

Nell'opera di disgregazione ebbe un ruolo non secondario una "quinta colonna" nazifascista, cioè una massa di alcune migliaia di tedeschi armati[15] che da mesi agivano sotto copertura nella capitale e molti fascisti ancora presenti nelle unità militari. In questa situazione dominata dalla fuga dei capi politici e militari, molti ufficiali e soldati si lasciarono disarmare, altri abbandonarono l'uniforme e si nascosero, altri ancora si diedero alla macchia, dando vita ai primi nuclei di combattenti partigiani. Cominciava il "Tutti a casa" e nasceva la Resistenza.

LA BATTAGLIA DI ROMA. SOLDATI E POPOLO

Mentre i capi politici e militari scappano, reparti di soldati sostenuti da civili si oppongono ai tedeschi. Inizia la "battaglia di Roma".

Nelle giornate del 9 e 10, il questore di Roma segnala al capo della polizia numerosi episodi di cittadini che si armano o chiedono armi per combattere contro i tedeschi e descrive, con un colpevole e irresponsabile orgoglio burocratico, come la polizia sia intervenuta con la forza per impedire che le armi venissero distribuite ai cittadini e come questi fossero stati dispersi. Situazione opposta a Monterotondo e a Mentana. Un battaglione di paracadutisti tedeschi, appena sbarcati da 52 aerei juncker e agli ordini del gen. Student, viene fermato dalla divisione "Piave" comandata dal gen. Tabellini. La battaglia è durissima. Numerosi civili prendono parte agli scontri: sparano dalle finestre, da dietro gli alberi, dai portoni, dalle terrazze. I tedeschi chiedono una tregua e molti di loro sono fatti prigionieri. Si contarono 156 caduti italiani di cui 33 civili, ben più alto fu il numero dei caduti tedeschi. Anche ai Castelli romani i tedeschi trovano resistenza. Reparti italiani li contrastano a Velletri, ad Ariccia e Albano, ma non riescono a fermarli.

Alla periferia ovest della città, tra le strade Laurentina, via Ostiense e Cristoforo Colombo (allora denominata via Imperiale) si hanno gli scontri più duri per impedire l'accesso a Roma ai 14 mila paracadutisti provenienti da Pratica di Mare. Dopo lo scontro al ponte della Magliana, un altro se ne accende alla Cecchignola. I militari del 1° Reggimento Granatieri e quelli del reparto corazzato "Lancieri di Montebello" della divisione Ariete, respingono all'Eur - all'epoca quartiere E42 - una divisione di paracadutisti tedeschi del battaglione "Diavoli verdi". La mattina del 9, nonostante le artiglierie italiane siano fuori combattimento, ancora resistono.

Alla confluenza fra via Laurentina e via Cristoforo Colombo c'è la zona della Montagnola. Nell'area è situato il Forte Ostiense, un vecchio forte papalino dismesso e destinato all'Istituto religioso per orfani Gaetano Giardino. Lì si sono attestati 800 granatieri armati solo di fucili e alcune mitragliatrici. Sono aiutati dalle suore francescane alcantarine. Sopraffatti dai mortai e dai cannoni del nemico, vengono sostenuti da Don Pietro Occelli, parroco della locale chiesa di Gesù Buon Pastore, che si assume l'onere di dichiarare la resa del Forte, mentre le suore distribuiscono bluse, camicie e altri indumenti civili ai soldati superstiti per evitare loro la cattura. In quella situazione, suor Teresina delle figlie di Sant'Anna, al secolo Cesarina D'Angelo, colpisce con un crocefisso un soldato tedesco che cerca, brutalmente, di strappare a un caduto la catenina d'oro.

Accanto al Forte, altri soldati italiani resistono all'attacco tedesco nei pressi della "casa rossa", affiancati da civili a cui sono state consegnate le armi. Il fornaio Quirino Roscioni che in quella casa ha il suo forno, sforna pane tutto il giorno per i combattenti. Dopo la ritirata dei granatieri non vuole andarsene e viene ucciso insieme alla cognata Pasqua Ercolani, madre di 4 figli, falciati da una raffica di mitra tedesco mentre cercano di rifugiarsi nella vicina parrocchia. Alla Montagnola caddero 42 granatieri e 12 civili del quartiere. L'avanzata delle truppe tedesche è ostacolata quartiere per quartiere, dalla Garbatella a Tormarancio, da gruppi armati di antifascisti uniti ai soldati. Lungo la via Ostiense, nei pressi dei bianchi e isolati edifici dell' E-42, dopo ore di battaglia, molti granatieri sono accerchiati, catturati e assassinati sul posto dai tedeschi con un colpo alla nuca e riversati nelle cunette al lato della strada. Alla Basilica di San Paolo è allestito un ospedale da campo; alcune suore curano i feriti e cominciano ad allineare i primi cadaveri. Gruppi di donne portano patate bollite ai soldati e ai civili che lì stanno combattendo; altre donne assistono i feriti insieme alle religiose. Altri civili arrivano e chiedono armi. Qualcuno si rivolge ai soldati della Polizia Africa italiana (P.A.I.)[16] messi a guardia della Basilica di San Paolo, gridando: "Damme er fucile! Damme er fucile, je lo famo vedé noi a quei fiji de 'na mignotta". [17] Ma le armi per il popolo non ci sono.

A Trionfale, in viale Giulio Cesare, un alcuni civili, tra cui lo studente in medicina Rosario Bentivegna, futuro gappista, si radunano davanti alla caserma dell'81° fanteria: chiedono armi, ma sono respinti dagli ufficiali. Il tentativo però induce uno squadrone del reggimento a schierarsi l'indomani a Porta San Paolo, al comando del tenente Maurizio Giglio. Ad animare la resistenza popolare ci sono anche vecchi combattenti antifascisti. A San Giovanni "Cencio" Baldazzi, che abbiamo conosciuto come organizzatore degli "Arditi del popolo" romani nel 1921, distribuisce ai civili del quartiere un carico d'armi di cui si è impossessato. Analoga distribuzione la fa a Testaccio, a Trastevere e a Trionfale. In piazza Tuscolo, soldati al comando del maggiore Enrico Di Pietro hanno la meglio su un reparto motorizzato tedesco. Poco distante in via Carlo Felice, presso il deposito Atag, tramvieri e soldati attaccano una pattuglia tedesca tra la solidarietà della popolazione. A Porta San Giovanni un centinaio di persone fra civili e soldati tenta di sbarrare i varchi delle mura romane con i tram del vicino deposito di Santa Croce per impedire il passo ai tedeschi. La battaglia dura due ore. Alla periferia sud di Roma, sulla Casilina, soldati e popolani combattono a Torrenova, a Centocelle attorno all'aeroporto, a Tor Pignattara. A via Tuscolana, all'altezza di Cecafumo e del Quadraro, negli scontri con i tedeschi cadono sette militari e altrettanti civili fra cui quattro donne.

Porta San Paolo.A Porta San Paolo si ha lo scontro decisivo. La battaglia durò tutta la giornata del 10 settembre. L'artiglieria tedesca martellava la zona, i carri armati avanzavano coprendo la fanteria. Accorrono numerosi civili armati alla meglio, singolarmente o organizzati sommariamente dai rispettivi partiti politici. Baldazzi con i suoi volontari si apposta vicino alla Piramide Cestia e mette fuori uso due carri armati tedeschi; Aladino Govoni, futuro comandante del gruppo "Bandiera rossa", combatte su via Ostiense. L'azionista Ugo Baglivo, armato solo di una bandiera tricolore, cerca di organizzare volontari da affiancare ai militari. Sandro Pertini, insieme a Mario Zagari e Bruno Buozzi, guida i primi gruppi di socialisti della resistenza a fianco dei granatieri; tentano di costruire una barricata con i sampietrini (cubetti di porfido) del piazzale. Prendono parte ai combattimenti Romualdo Chiesa, Alcide Moretti, Adriano Ossicini del movimento dei cattolici comunisti, Fabrizio Onofri, gli studenti Mario Fiorentini e Marisa Musu, futuri gappisti. Giaime Pintor incita la gente a sostenere la resistenza dei reparti armati. Sabato Martelli Castaldi ed Enrico Lordi, generali di brigata aerea in congedo, arrivano armati di due fucili da caccia. Raffaele Persichetti, insegnante, invalido di guerra, ufficiale dei granatieri in congedo, si mette al comando di un drappello di granatieri. Cade colpito a morte in viale Giotto. Maria Teresa Regard, studentessa iscritta al Partito comunista e futura gappista, accorre per fornire vettovaglie ai combattenti insieme con altre donne. Giorgio Amendola, giunto con una macchina zeppa di persone, viene fermato da civili in armi in via Marmorata perché più avanti si combatte. L'auto verrà utilizzata durante la giornata per trasportare numerosi feriti negli ospedali. L'attore Carlo Ninchi guida una folla di dimostranti provenienti dal rione Testaccio intenzionati a dar man forte ai combattenti. Arrivano anche gli azionisti Pilo Albertelli, Filippo Caracciolo ed Emilio Lussu, armato con una Beretta 7.65; provano a unirsi alla formazione di Baldazzi.

L'avanzata tedesca è rallentata. Per tutto il giorno davanti l'antica porta romana, presso la Piramide Cestia, arrivano alla spicciolata persone che immediatamente imbracciano le armi, spesso raccogliendole dai soldati morti o feriti. Arrivano operai della Fatme e altri gruppi di lavoratori, giovani studenti e intellettuali. Arrivano anche gruppi di soldati; alto è il sacrificio di sangue dei Lancieri di Montebello. I bersaglieri della caserma Tevere, tenuti in disparte dai loro ufficiali, scelgono di andare a combattere sfidando l'insubordinazione. I caduti sono moltissimi. I feriti vengono soccorsi dalle donne a dagli abitanti che, scesi dalle proprie case, mettono così a rischio la vita. Altri civili armati, invece, sono bloccati e disarmati nei pressi del Colosseo dai carabinieri, la cosa accade anche in altre parti della città. Addirittura, una parte delle armi consegnata ai comunisti dal gen. Carboni la sera precedente, viene requisita. Stessa cosa succede a "Cencio" Baldazzi a via delle Medaglie d'oro:alcuni militari tentano, senza successo, di farsi consegnare le armi dai volontari.Alcuni comandi delle forze di polizia e dei carabinieri continuano a seguire la vecchia linea monarchico-fascista di considerare gli antifascisti pericolosi avversari e ad attenersi alla sciagurata direttiva di impedire che si desse fastidio ai tedeschi. Anche gli organi d'informazione sono ligi a questa indicazione. I giornali legali si comportano come se nulla stesse accadendo e continuano ad esercitare una vergognosa censura: non danno le notizie della resistenza in atto e diffondono informazioni falsamente tranquillizzanti sulla situazione in città, mentre la radio trasmette solo canzonette d'evasione. "Il Messaggero" e "Il Giornale d'Italia" pubblicano il 10 settembre, come altri giornali del resto, un comunicato in cui si mette in guardia la cittadinanza contro la "diffusione di notizie allarmistiche e tendenziose la cui origine e i cui scopi sono facilmente identificabili [...] S'invita pertanto la popolazione a non prestare facile orecchio alle insinuazioni di elementi irresponsabili e sobillatori".[18] Il maresciallo Caviglia fa affiggere un manifesto, diffuso anche per radio, in cui rassicura: "La città è tranquilla. La vita si svolge con ritmo consueto e normale. Sono in corso trattative con il Comando delle truppe germaniche per il trasferimento dei reparti verso il Nord".[19]

Solo i pochi fogli della stampa clandestina antifascista chiamano alla lotta. l'Unità del 10 settembre titola a tutta pagina: "I tedeschi vogliono impedire la pace - gli italiani debbono torcere il collo ai briganti hitleriani e ai loro complici fascisti".

Il Comitato delle opposizioni aveva indetto un comizio a Piazza Colonna, per le ore 18,00 del 10, per far parlare Bonomi. Una grande folla si raduna, ma gli antifascisti presenti, Amendola, Nenni e altri, preferiscono non esporre gli intervenuti ai rischio di una situazione ormai compromessa dalla resa già concordata dai generali italiani rimasti nella capitale. Perciò, mentre nessuno parla, alla spicciolata invitano tutti ad allontanarsi e a prepararsi per la lotta contro i tedeschi per i giorni e le settimane seguenti. Tutti i partiti antifascisti, ognuno con le proprie caratteristiche e possibilità, si preparavano alla clandestinità mentre socialisti, azionisti, la sinistra cristiana e i comunisti si predisponevano per la lotta partigiana.

Alla stazione Termini l'ultimo scontro.Nelle stesse ore, si svolge l'ultima battaglia. I combattimenti hanno luogo alla stazione Termini. Qui, per 5 ore, soldati, ferrovieri e civili si oppongono alla truppe germaniche. I tedeschi asserragliati in piazza dei Cinquecento all'interno dell'Hotel Continental, vengono attaccati da alcuni giovani studenti, da un tramviere, che viene ucciso, e da alcuni facchini. Cade lo studente quattordicenne Carlo Del Papa unitosi a un gruppo di soldati nei pressi di Palazzo Massimo. Sul lato delle ferrovie Laziali della Stazione, i pochi soldati italiani rimasti dei circa 200 addetti a un treno militare, agli ordini del maggiore Benedetti si difendono dagli attacchi tedeschi provenienti anche da via Marsala; ad aiutarli sono alcuni ferrovieri e civili. Hanno solo quattro mitragliatrici prelevate dal convoglio. Alle 20.00, esaurite le munizioni e messe fuori combattimento le mitragliere, il comandante ordina il cessate il fuoco. Soldati e civili si dileguano per non cadere in mano ai nazisti. Mentre combattevano e resistevano per tutta la giornata, avevano assistito a numerosi gruppi di soldati sbandati che cercavano di salire sui treni per tornarsene a casa.

ROMA CITTÀ APERTA: UN INGANNO

I tedeschi avevano visto come la fuga del re, di Badoglio e dei capi militari avesse provocato lo sbandamento generale e la liquefazione dell'esercito, mentre la resistenza di soldati e civili, pur significativa, era stata circoscritta ai luoghi dei combattimenti. Lì la solidarietà, la partecipazione attiva, l'assistenza, il sostegno e il conforto popolari non erano mancati ai soldati. Uomini e donne non si erano risparmiati. Ma nel resto della città la maggioranza della popolazione, anche per l'assenza d'informazioni su ciò che stava accadendo, era stata esclusa, passiva e incerta sul da farsi. Le voci più strampalate correvano per Roma e anche fra i dirigenti antifascisti sull'imminente arrivo degli Alleati. Dopo l'annuncio dell'armistizio, i romani avevano sperato che i tedeschi lasciassero presto la città e che altrettanto presto arrivassero gli angloamericani. Ma non fu così.

La capitolazione. I nazisti per impadronirsi di Roma, unirono alla forza spietata anche l'astuzia. La sera del 9 settembre il capitano Schacht, per conto del generale Kurt Student comandante dei paracadutisti germanici, contattò il genero del re il conte gen. Calvi di Bergolo,[20] comandante della divisione Centauro II, per proporgli la resa con l'onore delle armi per gli ufficiali e il permesso ai soldati di andarsene a casa pacificamente. Il gen. Carboni, interpellato in proposito, disse che avrebbe dato il suo assenso se tali condizioni fossero state estese a tutte le truppe italiane in Roma. Kesselring in persona avviò la trattativa in quel di Frascati dove c'era il comando generale tedesco. A trattare fu mandato il tenente colonnello Leandro Giaccone. L'accordo di massima prevedeva che Roma avrebbe avuto lo status di "Città aperta", cioè non utilizzata come retrovia militare, senza la presenza di truppe germaniche e sotto la sorveglianza del comando italiano per le funzioni di polizia. Questo all'1.30 del 10 mattina. Ma quando i comandanti tedeschi capiscono che ormai, sul piano militare, hanno la città in pugno, prima chiedono di modificare l'accordo con l'istituzione di un loro comando in città, poi passano direttamente alle minacce e intimano la resa per le 16, pena il bombardamento di Roma. Giaccone e Carboni si rivolgono al ministro della guerra Antonio Sorice per sapere il da farsi. Il ministro dice che lui è un "mero organo amministrativo" e non può assumersi una tale responsabilità di decisione politica. Suggerisce di rivolgersi all'anziano Maresciallo Caviglia arrivato a Roma per incontrare il re la mattina del 9 settembre, ma il sovrano era già scappato e allora il maresciallo si era messo a disposizione per assicurare la continuità di governo. In quel momento è il più alto in grado della gerarchia militare presente in città. Caviglia consiglia a tutti, Carboni, Giaccone e Calvi di Bergolo, la resa. Riunitisi con Sorice, e pur tra non poche diffidenze, soprattutto di Carboni, sulle promesse dei tedeschi, decidono di accettare la resa. Rimaneva a quel punto da decidere chi si sarebbe assunto l'onere di firmare la vergognosa capitolazione. Nessuno se la sentiva. L'onere fu scaricato sulle spalle del povero Giaccone, ma come firma "tecnica". Calvi di Bergolo assunse il finto comando di "Roma città aperta". La resa fu firmata alle 16,30 del pomeriggio del 10 settembre mentre in città ancora si combatteva.

Generosità del popolo. La sanguinosa battaglia per occupare Roma smentì lo sprezzante giudizio sui romani dei generali nazisti, che il colonnello Dollmann aveva descritto come pavidi, indolenti e opportunisti: "hanno spesso dimostrato che non amano né alzarsi al mattino né sollevarsi contro il nemico". [21]

I romani, invece, combatterono. Come ricordò in seguito Giorgio Amendola, "Roma offrì in quei giorni una grande manifestazione di coraggio e di solidarietà umana. I romani, che amano presentarsi come egoisti, indifferenti a tutto quello che non li tocca personalmente, diedero con magnifica generosità un aiuto massiccio (abiti civili, vitto, denaro, rifugio), favorirono con ogni mezzo la partenza e il viaggio ai soldati e agli ufficiali che volevano raggiungere le loro famiglie, e offrirono sfidando gravi rischi, asilo e protezione ai prigionieri evasi in gran numero dai campi".[22]

Quella che i nazisti avevano previsto come una comoda occupazione della città eterna per risposarsi e ristorarsi tranquillamente dietro il fronte di Cassino, si sarebbe ben presto rivelata un "letto di Procuste", punteggiato quotidianamente da audaci attacchi militari, sabotaggi, scioperi, renitenza alla leva fascista e a quella del lavoro obbligato, resistenza passiva e ostilità diffusa. All'indomani della resa ai tedeschi, i molti combattenti della battaglia di Roma, civili e militari, passarono alla clandestinità per organizzare la guerra partigiana cercando di reperire più armi possibili dalle caserme e dai depositi militari abbandonati. La battaglia condotta in quei tre giorni, dall'8 al 10 settembre, non era stata per loro solo una sconfitta e un' amara conclusione ma l'inizio della lotta di Resistenza. La difesa di Roma costò agli italiani 597 morti: 414 militari e 183 civili, di cui 27 donne; 700 feriti, 139 dispersi. Ma sono numeri approssimativi perché molti caduti non furono identificati.


[1]Il testo del radiomessaggio:"In seguito ai cambiamenti della situazione, nettamente peggiorata, e per la presenza di forze tedesche nell'area di Roma, non è più possibile dare l'annuncio dell'armistizio perché la capitale verrebbe occupata e il potere assunto con la forza dei tedeschi. L'operazione non è più possibile, perché non dispongo di forze necessarie a mantenere gli aeroporti". Pietro Badoglio. Eric. Morris, La guerra inutile, Ed. Longanesi, p. 151

[2] S. Lepri, op. cit, p. 297

[3]P. Puntoni, op. cit., pp. 161-162

[4] G. Caputo e A. Ravaglioli (a cura di), La Resistenza a Roma: 1943 - 1944, capitolo "L'armistizio dell'8 settembre" di Ivan Palermo p. 26. Roma, Comitato Romano per le Celebrazioni del Venticinquesimo della Resistenza, 1970.

[5]Il testo del comunicato: "Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

[6] A. Degli Espinosa, Il regno del sud, Ed. Rizzoli, pp. 41-42

[7] Luigi Longo, dirigente e deputato del PCI di cui è stato segretario generale dal 1964 al 1972 e poi Presidente. Nella guerra civile spagnola fu commissario politico e poi ispettore generale delle Brigate internazionali. Nella Resistenza fu comandante generale delle Brigate Garibaldi, vicecomandante del Corpo volontari della libertà e rappresentate del PCI nel Clnai. Nome di battaglia "Gallo".

[8]S. Lepri, op. cit., p.311

[9] A. Kesserling, Memorie di guerra, Ed. Garzanti.

[10]R. Zangrandi, L'Italia tradita, Ed. Mursia, p. 155.

[11] I. Bonomi, op. cit., p. 114, Ed. Castelvecchi, Roma 2014.

[12] 135ª Divisione corazzata "Ariete II" e 10ª Divisione fanteria "Piave".

[13]"Il viaggio si svolge senza alcun incidente. Ci fermiamo ad alcuni posti di blocco, uno dei quali controllato dai soldati tedeschi, ma nessuno fa difficoltà per il nostro passaggi." G. Caputo A. Ravaglioli,op. cit., capitolo "La Resistenza a Roma" di G. Caputo, pp. 30-31. Cit. da: Paolo Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, Ed. Palazzi, 1958.

[14]Nel 1944 il governo Bonomi istituì una commissione d'inchiesta sulla mancata difesa di Roma presieduta dal sottosegretario al ministero della Guerra Mario Palermo. La commissione espressa una netta condanna per il comportamento del re, di Badoglio e del generale Ambrosio e delle altre gerarchie militari come i generali Roatta e Carboni. Le conclusioni del Palermo furono recapitate a Bonomi il 5 marzo del '45. Esse dicevano: "In conclusione l'esame degli avvenimenti dimostra chiaramente che i veri interessi del Paese, sono stati deliberatamente traditi in quanto il perseguirli nella loro integrità avrebbe comportato una linea di condotta e l'impiego di forze che avrebbero potuto in seguito seriamente pregiudicare gli interessi di quelle classi e di quelle istituzioni responsabili dell'avvento e della permanenza al potere del fascismo".Roatta fu processato per crimini di guerra e per l'omicidio dei fratelli Rosselli e condannato in contumacia all'ergastolo dall'Alta Corte di giustizia il 12 marzo del '45 poiché il 4 marzo precedente era fuggito all'estero dalla scuola in cui era detenuto. In seguito, cambiato il clima politico, con la rottura dei governi di unità nazionale la Cassazione annullò la sentenza nel 1948. Nel 1946 fu anche deferito al Tribunale militare per la mancata difesa di Roma, per la dissoluzione dell'Esercito e per la resa, insieme agli altri militari accusati: generali Carboni, Ambrosio, Castellano, Utili, De Stefani, Calvi di Bergolo e i colonnelli Salvi e Giaccone. Il 21 febbraio del 1949 il Tribunale militare prosciolse tutti.

[15] P. Secchia e F. Frassati, Storia della Resistenza, Editori Riuniti, Roma, 1965, Fasc. 1 p. 4

[16]Venne istituita nel 1936 con la denominazione di Corpo di Polizia Coloniale in seguito Polizia Africa Italiana (PAI). Durante e dopo l'8 settembre molti appartenenti alla PAI resistettero ai nazisti. Altri passarono alla RSI fiancheggiando le molte polizie repubblichine nelle azioni di repressione antipatriottica.

[17]C. De Simone, Roma città prigioniera, i 271 giorni dell'occupazione nazista (8 settembre '43 - 4 giugno '44), Ed. Mursia, p.15.

[18] C. Fracassi, La Battaglia di Roma, 1943 i giorni della passione sotto l'occupazione nazista, Ed. Mursia, p. 88

[19] Ivi, p. 55

[...]

[20] Comandante della Divisione Centauro II, ex divisione di Camicie Nere "M" considerata una unità fedele al fascismo e amica dei tedeschi. Il conte Giorgio Calvi di Bergolo ne aveva assunto il comando all'indomani del 25 luglio con il compito di procedere alla sua defascistizzazione.

[21]Dollmann a Kesselring: "Basandomi sui miei quindici anni di esperienza della mentalità italiana fui in grado di rassicurarlo. Nel corso della loro storia turbolenta i romani hanno spesso dimostrato che non amano né alzarsi al mattino né sollevarsi contro un nemico... Assicurai Kesselring che anche questa volta la loro reazione non sarebbe stata diversa. Avrebbero semplicemente atteso a braccia conserte di vedere in quali mani sarebbe caduta la loro città: in quelle dei britannici e degli americani - con il governo Badoglio ad arrancare penosamente nella loro scia - oppure in quelle dei tedeschi. La mia affermazione fu accolta da sorrisi, ma il feldmaresciallo mi credette". R. Katz, Roma città aperta, Ed. Il Saggiatore, p. 63.

[22]G. Amendola, Lettere a Milano, Editori Riuniti, 1974, p. 171