CULTURA & SOCIETA'

Nuovo corso

di Aldo Pirone

Mercoledì scorso su "Repubblica" c'erano due interviste interessanti: una a Riccardo Illy e, a seguire, a Maurizio Landini. Tra le risposte date alle domande degli intervistatori (Ettore Livini e Roberto Mania) c'è stata anche quella sulla redistribuzione della ricchezza. Dice Illy: "Se l'economia distribuisce male, bisogna intervenire correggendola. Come? Tassando di più i redditi più alti". E a testimonianza del suo assunto fa l'esempio di quel che è successo in Germania per far fronte all'unificazione del paese dopo la caduta del muro.

Landini, dal canto suo, afferma che c'è bisogno di un piano di interventi e investimenti statali di grande portata (infrastrutture, manutenzione del territorio, mobilità, energie rinnovabili, economia circolare, sostegni all'innovazione digitale, alla ricerca, alla cultura ecc.). "Servono soldi, tanti soldi. Dove pensa di trovarli?" domanda Mania. Landini risponde, tra l'altro, che "bisogna intervenire sulle ricchezze per una lotta contro le disuguaglianze". Patrimoniale? Chiede l'intervistatore. Landini dice che non gli importano i nomi, il problema è la sostanza: "Penso che un prelievo di questo tipo debba essere finalizzato a un piano per gli investimenti (di cui sopra n.d.r) ". Dentro questo piano di progetti produttivi e opere sociali, aggiunge il segretario della Cgil, "si potrebbero coinvolgere anche i fondi pensionistici integrativi. Finalizzare i loro investimenti, che comunque devono garantire un rendimento". La proposta non è una novità. Era anche al centro del cosiddetto "Piano per il lavoro" proposto dalla Cgil di Susanna Camusso nel 2013 in cui si chiedeva: "Un'imposta sulle Grandi Ricchezze, per tassare i grandi patrimoni privati, immobiliari e finanziari (depositi, titoli di Stato, azioni, fondi comuni di investimento, ecc.), che misurano la crescente diseguaglianza della distribuzione della ricchezza". Ma non sapendo inserire i gettoni telefonici negli smartphone, come rimproverò Renzi, le proposte della Cgil non raggiunsero il centralino Palazzo Chigi.

Sempre su "Repubblica", il giorno dopo, a firma di Giovanna Casadio, è apparso un articolo in cui si dava conto dello scompiglio che una simile proposta di "patrimoniale" aveva suscitato nel PD. Subito si erano scatenati i renziani a respingere simile obbrobrio socialisteggiante e democratico-rooseveltiano. Carlo Calenda, il nuovo astro liberal democratico del PD, ha subito gelato le voglie di espropriazione proletaria di Landini: "Non sta né in cielo né in terra" ha detto. "Le tasse non possono aumentare ma solo diminuire". Il che, come si sa, è sempre stato il cavallo di battaglia di lor signori. "L'unico aumento di gettito possibile - ha aggiunto - è quello derivante dalla lotta all'evasione fiscale". Cosa giusta e sacrosanta, ma che si dice sempre quando si vuole scantonare da provvedimenti che da subito mettano a disposizione le risorse necessarie per un piano di sviluppo economico e, insieme, per "correggere", come dice Illy, l'iniqua distribuzione della ricchezza.

Cesare Damiano, invece, ha invitato a non avere tabù, "di fronte a una distribuzione più equa della ricchezza". Cioè a smetterla con simile interdizione sacrale che, detto tra noi, per un partito che si definisce progressista e di sinistra, risulta un po' strano per non dire straniante. Andrea Orlando, il fu l'audace competitore di Renzi, ha rivelato, timidamente, che ci aveva pensato pure lui. Forse rimase impaurito da tanto ardimento, perché la cosa non ebbe seguito e svanì presto dal suo encefalo che ridivenne piatto. Ora, però, sentenzia: "In una fase di recessione una tassa sul patrimonio non è la soluzione". Come se lor signori fossero ridotti alla fame e certe misure non dovessero prendersi proprio nei momenti di vacche magre per rilanciare, tra l'altro, il ciclo economico espansivo.

"Non entra nel merito Enrico Letta, - scrive la giornalista - l'ex premier che di patrimoniale non volle sentir parlare durante l'anno del suo governo". Anche perché con Berlusconi contraente principale del suo governo di "larghe intese" non era nemmeno pensabile. Oltre, naturalmente, alle inclinazioni personali di Enrico e a quelle del suo PD in procinto di farsi conquistare da Renzi.

Pure il vecchio e mite Vincenzo Visco ha detto la sua in proposito; con una certa autorità giacché è l'unico che ottenne qualche successo nella lotta all'evasione ed elusione fiscale ai tempi di Prodi e del centrosinistra. Per questo fu visceralmente odiato dai ceti possidenti alla stregua di un Robespierre travestito da "Dracula", solo perché gli faceva pagare il dovuto. Visco ha ironizzato: "Mi preoccupa - ha detto - il riflesso condizionato di perbenismo fiscale del PD". E aggiunge: "L'imposta patrimoniale che tutti evocano con terrore è ritenuta una espropriazione di una parte del patrimonio dei ricchi. Ebbene questo è ciò a cui proprio il governo gialloverde ci sta condannando visto l'indebitamento a cui ci porta".

Zingaretti, per calmare le acque - e anche le aspettative (spes contra spem) sul "nuovo corso" e "la rivoluzione democratica" nate dalla sua elezione a segretario - è volato a rassicurare in modo inequivoco i parlamentari riuniti a Montecitorio: "Non so se è una proposta del sindacato (non aveva letto ancora i giornali? n.d.r.), di certo non è una proposta del PD".

Non avevamo dubbi.