LE PAROLE FRA NOI

LETTERA DELL'AUTRICE AI LETTORI DEL ROMANZO "LA GUERRA DI NORA"

NORA ALLA GUERRA

di Maria Pia Damiani

Cari lettori,

mi chiamo Nora e vengo da un tempo lontano. Precisamente dall'ultima guerra. Ho chiesto un permesso lassù, molto in alto, per venirvi a raccontare qualcosa di me. Un assaggio di ciò che mi è capitato. Per condividere le mie emozioni di allora e portare un piccolo contributo alla conoscenza dell'animo umano.

Il resto vi sarà svelato se leggerete "La guerra di Nora" in maniera completa. Sempre che sia riuscita ad incuriosirvi.

Sarà un piacere che mi allevierà il peso di quell'esperienza ... la trama potrebbe sembrare "prevedibile", ma vi assicuro che non lo è.

Perché ciò che conta in questo mondo, dove tutto il possibile si è detto e fatto, è il <COME> dettato dalla propria personalità".

***

Allora, ero una staffetta partigiana. Ammiravo mio padre e ne avevo sposato l'ideologia. Degli attivisti mi avevano insegnato ad usare le armi e come agire in situazioni di pericolo. Di fatto portavo solo messaggi o provviste.

Fu in una di quelle occasioni che conobbi "Bisagno", ossia Aldo Gastaldi , primo partigiano d'Italia: un grande, un puro.

Si era infortunato a una gamba cadendo in un crepaccio a causa del terreno ghiacciato mentre stava tornando da una riunione di capi partigiani per dirigersi alla sua sede. Con i compagni che l'avevano soccorso aveva trovato riparo dentro una casupola. Malgrado la tormenta di neve che stava imperversando, io osai ... portai a quel gruppo d'uomini pregni di fatica e miseria alcune provviste. E mi adoperai, improvvisandomi infermiera, per alleviare la sofferenza di Aldo che era febbricitante.

Eccovi parte di un nostro dialogo:

- La bufera si è calmata - disse Nora, rompendo quel silenzio fatato. - Ora nevica dolcemente. Domattina potremo scendere in paese. È sicuro di farcela?

- Devo. Ma perché continui a darmi del lei?

- Non so. Mi viene spontaneo.

- Mi fai sentire un vecchio. E non lo sono.

- Ha... hai ragione. Ecco, ti sto dando del tu.

Sorrisero.

- Che cosa ti manca di più in questo momento? - gli domandò la ragazza.

- I miei famigliari, mia madre, e soprattutto il suo pesto!

Nora lo scrutò in viso. Aveva un che d'insolito, gli occhi gli splendevano e l'espressione rivelava la sua vera età. Doveva avere poco più di vent'anni.

- Cosa ti ha convinto a scegliere questa vita così rischiosa?

- Forse gli stessi motivi che ti hanno condotta qui da noi. Comunque, ultimamente mi sento confuso. Le mie sicurezze vacillano. Certo è che odio le ingiustizie, e desidero con tutto il mio cuore di lottare per la libertà e la dignità della nostra Italia. - La sua voce s'incupì e il tono divenne accusatorio. - C'è della melma anche in mezzo a noi. Ho da sistemare alcune cose.

- Non capisco.

- Un giorno capirai.

- Però...

- Però?

- Hai preferito la strada della solitudine.

- Ho i miei compagni.

- Io, io non intendevo questo. Un ragazzo giovane e forte come te, come può rinunciare all'amore, a una donna a cui appartenere.

A Nora quella frase le scappò veloce come una biscia.

Non era da lei, ma fu così. Divenne rossa e, al pari di una bimba, si coprì la bocca con la mano.

- Mio Dio che sfacciata sono stata - pensò.

Lui aggrottò la fronte e guardò fuori il biancore della neve che pareva infinito.

- Io non appartengo a nessuno ormai, nemmeno a me stesso.

Poi si diresse dai suoi uomini.

L'indomani mattina, la bufera si era completamente placata. Il silenzio dominava incontrastato un mondo che pareva incontaminato.

Il gruppo si preparò e lasciò il casolare violando quell'incanto.

Sorretto da due dei suoi, Aldo s'incamminò. Non incontrarono grossi ostacoli e, pur a rilento, arrivarono in paese.

Giunse il momento di congedarsi. Uno alla volta, i partigiani strinsero la mano alla ragazza. Aldo lo fece per ultimo, ma indugiò trattenendogliela nella sua. Nessuna parola, solo il suo celeste puro.

Nora non si voltò, mentre entrambe le parti si allontanavano. Ma immaginò con tutto il cuore che lui l'avesse fatto.

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Passò del tempo.

Un giorno, dopo aver consegnato un messaggio a dei partigiani, durante il percorso di ritorno la mia attenzione fu attratta da un laghetto. Mi sentivo accaldata, intorno non c'era nessuno e decisi di fare il bagno.

Da quell'avventata azione sarebbe scaturita l'esperienza che mi avrebbe cambiato la vita:

...

Si spogliò e vi s'immerse.

Chiare fresche dolci acque, pensava, gli occhi socchiusi, lasciandosi cullare dalla corrente, col sole sulle palpebre che sembrava essersi addolcito e l'accarezzava.

Improvvisamente percepì qualcosa d'indefinito. Un brusio. Un insolito fruscio tra le fronde, seguito da uno strano, innaturale silenzio. Perché gli uccellini avevano smesso di cinguettare.

Si sollevò per uscire, e proprio in quel momento colse due tizi che la guardavano sogghignando. Soldati tedeschi.

...

Ma una voce, stentorea e autoritaria, emerse su tutte. I soldati si misero sull'attenti e si azzittirono. Nora aprì gli occhi. Un ufficiale si faceva largo fra i soldati. E pronunciava frasi dal tono duro e inflessibile. Poi, con un gesto imperioso, ordinò loro di sgombrare.

...

rimasto solo, guardò verso di lei, accennandole d'uscire. Un gesto gentile, delicato e formale. Mentre dagli indumenti, che il suo subordinato nella fretta di eseguire gli ordini aveva gettato per terra, raccolse la veste, più adatta a coprire.

L'ufficiale le parlò in un italiano chiaro e corretto, con l'inequivocabile accento del suo paese:

- Esca signorina, non abbia timore, prego.

La ragazza stava ferma, dubbiosa e diffidente.

- Insomma, vuole rimanere a mollo tutto il giorno? Perché da qui non mi muovo se non esce.

- Si volti allora.

- Proprio no.

- Vuol dire che resterà a guardarmi?

- Certamente, il mio sguardo non potrà nuocerle.

Lei ingoiò una bella boccata d'aria. Si tirò su e lentamente si avviò verso i suoi abiti, consapevole di quello sguardo che la stava percorrendo.

Teneva la testa bassa, ma santo Dio, perché? Non era lei che doveva vergognarsi! Per rendere merito a se stessa la rialzò e fissò quell'uomo in faccia.

Orgoglioso e fiero quello di lei, indecifrabile, quello di lui, gli sguardi si fronteggiarono per una buona manciata di secondi, che diedero opportunità a Nora di tranquillizzarsi, e nello stesso tempo di focalizzare l'aspetto dell'ufficiale.

Bello, in perfetto stile teutonico, ma con qualcosa di particolare che le levò un fremito dal suo più profondo: gli occhi. Incredibile quanto fossero simili a quelli di Aldo! E non solo per il colore. Le figure dei due uomini finirono per sovrapporsi nella sua mente. Una bestemmia? Il sacro col profano?

- I miei complimenti, signorina. Lei è molto bella. Tenga - disse, porgendole il vestito, e intanto le si avvicinò fino a sfiorarla. Nora fece per prenderlo, quando si sentì trattenere la mano.

- Mi sono sbagliata - pensò.

Lui le accarezzò i capelli e, accostandovi il viso, li annusò fino ad arrivare al collo.

Nora non capì perché la paura socializzava con una strana sensazione di piacere che non la faceva vergognare più della sua nudità.

L'equivoco, quell'ambiguo intrattenerla, fu interrotto da una voce concitata. Si trattava di un soldato tedesco, che si dirigeva veloce verso di loro. L'ufficiale distolse l'attenzione, volgendola al suo sottoposto, il vestito di Nora ancora in mano. Lei ne approfittò per strapparglielo, raccogliere in fretta il resto e fuggire.

...

Quando arrivai in paese andai a rapporto dalla Muè, soprannome affibbiato a una donna che organizzava e dirigeva le staffette di zona. Non le raccontai l'episodio col tedesco, originato da una mia sventatezza. Quindi lei non ebbe dubbi nell'affidarmi il primo importante incarico, da svolgersi a Genova: dovevo prendere servizio come cameriera in una trattoria del centro storico frequentata in prevalenza da brigate nere e tedeschi, per smascherare una pericolosa spia. Io "ufficialmente" ero una ragazza rimasta sola, che aveva bisogno di guadagnare per sopravvivere. Il mio referente sarebbe stato Don Giacomo Adinolfi, altro personaggio che mi rese "attrice" di una prova terribile.

Una sera, mentre stavo servendo in trattoria, mi capitò ciò che mai avrei immaginato:

...

- Nora - le ordinò la cuoca, - questi piatti sono da portare al tavolo grande.

Lei ne prese due, con lo stufato, e si apprestò a eseguire. Sì, erano tutti dei graduati: chi fumava e chi beveva. Nell'insieme un parlottio con quel caratteristico tono, per lei sempre duro e uguale, che le procurava un caos interiore di pulsioni negative. Ma non poteva, né doveva, dimenticare il motivo per cui si trovava lì.

Per diverse volte fece la spola fra quel tavolo e la cucina al fine di completare le ordinazioni. Aveva appena sistemato le ultime due portate, quando la mano di un ufficiale la trattenne per un braccio. Lo sguardo di Nora, che sempre era stato fuggevole, fu costretto ad alzarsi per capire la ragione di quella stretta, e uno dei lampi che si scagliavano fuori le sparò dentro: era l'ufficiale che aveva incontrato al laghetto!

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Per l'insistenza di Cinzia, la ragazza che lavorava con me in trattoria, mi trovai costretta a rivedere Carlo, partigiano irruento, che si era messo in testa di essere il mio fidanzato. Non potei evitarlo. Lei organizzò un appuntamento a quattro, poiché a sua volta fidanzata con Pietro, partigiano militante nella stessa brigata di Carlo. I due erano amici. Ed ecco una dialogo con lui:

...

- Fremevo dalla voglia di vederti - disse Carlo.

- Sei gentile. In effetti è passato tanto tempo dall'ultima volta. Come ti va?

- Sai bene cosa si fa lassù. La vita nelle boscaglie è dura. Non vedo l'ora che tutto finisca. Spero di ricavarci qualcosa da questa fottuta guerra, e di goderne insieme a te.

- Qualcosa?

- Certo. Non deve finire nel niente tutto 'sto sputare sangue. Voglio avere un incarico, un compito di responsabilità. Mi sono stufato solo di eseguire!

- Sarebbe già un grosso risultato il ritorno della pace. L'aver salvato la pelle. Poter parlare con chi vogliamo, senza guardarci alle spalle come belve braccate. E ritrovare il rispetto per la vita.

- Belle parole. Come non condividerle? Ma stando dalla parte di chi comanda. Perché ci sarà sempre chi comanda e chi subisce. Torniamo ora a noi ...

Il Dott. Dodero, amico di Don Adinolfi, a causa di una spiata, era stato catturato dai fascisti.

Il mio referente si attivò per aiutarlo:

...

Indugiare sarebbe stato deleterio. Doveva agire. Cercò di riordinare i pensieri, per quanto possibile, finché non gli sovvennero due nomi: la dottoressa Muller e suo marito, il professor Antonio Giampalmo, che tanto si adoperavano per la causa. Sapeva che entrambi diverse volte si erano mobilitati per salvare la vita a chi veniva sequestrato e rinchiuso presso la Casa dello Studente o nel carcere di Marassi. Paradossalmente, li aveva aiutati il generale Meinhold, comandante della piazzaforte di Genova sin dal 1° marzo del' 1944. Ignorava i motivi effettivi che univano questa coppia di collaborazionisti a un alto esponente del fronte avversario. Ma, giunti a questi estremi, contava solo il risultato. Il generale aveva chiesto esplicito favore a Engel, a capo della polizia segreta di Hitler (SD), ed era stato accontentato. Perché ciò non poteva succedere ancora?

Don Adinolfi sprangò dall'interno la porta principale della chiesa, e uscì da quella di servizio tirandosela dietro. Sapeva che i coniugi Giampalmo, avendo perso la propria abitazione in seguito ai bombardamenti, si erano accampati nell'Istituto di Patologia dell'Università, dove il professore lavorava. Da S. Donato a lì intercorreva un bel pezzo di strada. Troppa per raggiungerla a piedi in breve tempo. E troppe attese servendosi dei mezzi pubblici. Specie la domenica. Pensò di rivolgersi al rigattiere che aveva il magazzino a poca distanza dalla chiesa, e non riposava nemmeno di festa. Si chiamava Ugo, ed era ben temprato, come si conveniva a chi esercitava il suo mestiere, e legato al prete poiché assai devoto.

...

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Ora vi accenno della violenza che subii:

...

Bussarono alla porta e lei liberò il respiro. Scese rapida le scale. Dalla sala fu un attimo agguantare la maniglia senza chiedere chi fosse. Aprì.

Di fronte a lei, Carlo. Nora non si lasciò sopraffare dall'attimo di smarrimento; immediato fu il tentativo di chiuderlo fuori, quanto inutile. Carlo si servì del piede e del braccio per introdursi senza alcuna fatica, e chiudersi dietro la porta. ...

- Noto che ti sei sistemata bene, anzi che ti hanno sistemata...

- Mi suona come una battuta, anche se non la capisco. Piuttosto, come mai qui?

- Guarda guarda... spiccia la ragazza!

- Se permetti, sono stupita.

- Di vedermi qui? Non dovresti. Mi pare normale che un fidanzato vada a trovare la sua bella. Tanto per stare un po' insieme.

E le fece l'occhiolino.

- Sai bene che non sono la tua fidanzata. Un'amica forse, anche se non mi piace il tuo modo di guardarmi.

- Che modo?

- Ti sei introdotto qui senza neppure chiedermi il permesso.

- A una porta che si vuole chiudere in faccia non lo chiedo!

- L'impulso è difficile da tenere a bada. Di questi tempi, una donna sola...

- Oddio quanto è sola questa donna! - E si accomodò su una delle sedie che incorniciavano il tavolo.

- A parte il tuo sarcasmo, per me abbiamo chiacchierato abbastanza. Con questo stato d'animo è inutile continuare. Sarà per un'altra volta, quando sarai più calmo.

- Io sono calmo, anzi calmissimo. Per dimostratelo sono pronto ad ascoltare ogni cosa che vorrai dirmi. Per esempio del ballo che ieri sera ti sei fatta col tedesco.

- Dunque sapeva - pensò Nora, con la paura che le cresceva dentro.

- Non capisco di cosa parli - disse titubante.

Lui improvvisamente si alzò per avvicinarla tanto da farle sentire il fiato.

- Sai che non amo essere preso per il culo. Da nessuno! - La voce gli era uscita forte con note stridule che la agghiacciarono. - Hai capito? Non lo permetto a nessuno, tantomeno a una troia come te!

- Come osi? Riferirò la cosa al comando.

- Al comando che saprà della tua tresca col tedesco.

- Io non ho nessuna tresca.

- Ancora hai la faccia di negare? Sono stato bene informato di tutta la tua squallida storia. Mi hai deluso. Io che pensavo a noi due come...

Nora capì l'inutilità della sua negazione, e perciò decise di giocare a carte scoperte.

- Ebbene sì. E non permetto che la si chiami tresca! Lo amo e stiamo assieme. Non devo rendere conto a te per questo. Il mio dovere per la Patria l'ho svolto, senza intaccare il resto e viceversa. L'amore non ha Patria.

Lui sbottò in una risata sguaiata.

- Hai ragione. A certi sentimenti non si comanda. - E agguantandola per le spalle le diede una scrollata. Lei si divincolò, allontanandosi quanto bastava per non sentirgli quell'odore ripugnante di carne.

Carlo nuovamente la raggiunse.

- Siccome sono buono, prima d'andarmene da questa casa d'appuntamenti voglio lasciarti un ricordino. Dimostrarti che il cazzo di un partigiano non ha nulla da invidiare a quello di un ufficiale tedesco.

...


A seguito di ciò dei tedeschi fecero un agguato ai danni di alcuni partigiani che periodicamente si riunivano in un luogo segreto per

...

Giunsero in zona, dove sarebbe stato possibile avanzare e addentrarsi nel baricentro della missione, senza inutile dispersione di energie gravata da eccessiva attesa, approfittando della penombra che si dilatava. Hans sperava in quella sua azione che gli avrebbe permesso di mettere le mani su quel disgraziato. Nora glielo aveva più o meno descritto. Accalappiato il gruppo, per esserne sicuro sarebbe ricorso all'espediente di nominarlo d'improvviso, in modo da indurlo a sputtanarsi.

Lasciarono le camionette in una radura fra gli alberi. La ciminiera era ben evidente. Vicino si udiva scorrere il torrente. Proseguirono a piedi. C'era un bel pezzo di strada prima di arrivare al casolare della bisca, ma l'impegno non era rilevante per loro, abituati a ben altre scarpinate. Li agevolava la conformazione dell'habitat, caratterizzato da una folta vegetazione. Anche il cielo era loro complice, inscurito, col sole che se ne stava andando e uno spicchio di luna sfrangiato pronta a confermarsi. Il comandante ad un tratto si fermò e tirò fuori da una tasca della divisa la mappa che s'era portato dietro. La dispiegò, puntandovi una piccola torcia.

- Ecco ci siamo - disse Hans a bassa voce rivolgendosi al suo aiutante, che nel frattempo gli si era avvicinato. - Dev'essere quella costruzione laggiù, accanto ad altre due più piccole. - La indicò sollevando il mento.

Intorno ormai vagheggiava un tramonto pieno.

- Disporremo due uomini per ogni punto cardinale. Poi noi avanzeremo lentamente.

Cauti si avvicinarono alla costruzione, immersa nel verde scuro della sera, in modo da raggiungere il muretto. L'insegna c'era. Quel luogo così fitto e rigoglioso evocava il significato sinistro delle fiabe e le sue infinite congetture, che giacciono dentro di noi, suscitando atmosfere spettrali e infide. Una giornata di sole, e senza la guerra l'avrebbero trasformato in una specie di paradiso terrestre.

Il gruppo raggiunse il muretto di confine. Hans fece cenno ai suoi soldati di prendere posizione e aspettare, al suo vice di seguirlo. I due cautamente oltrepassarono un cancello divelto e si portarono a ridosso dell'unica finestra che s'affacciava da quel lato. Era debolmente illuminata. Ne scrutarono l'interno. Degli uomini stavano giocando a carte, sgualcendo di tanto in tanto il silenzio con mugugni e imprecazioni. I vetri sottili e lesionati non riuscivano più a custodire i rumori.

Gli occhi di Hans erano lucidi di frenesia. Sapeva che doveva ancora aspettare prima di agire, poiché il gruppetto non pareva molto concentrato nel gioco, che forse era iniziato da poco. Intanto, li perlustrava con lo sguardo uno per uno, nel tentativo di identificare la faccia che cercava. E la individuò, al culmine della tensione che lo pressava.

- Che facciamo? - gli mormorò il collega.

- Passa la voce. Avverti gli altri di tenersi pronti. A un mio segnale attaccheremo.

E l'occasione giusta non tardò. Un altro uomo entrò nella stanza, alto e robusto, il viso connotato dal naso aquilino da cui sgorgavano dei mustacchi. Aveva capigliatura folta e riccia, con tanto di basettoni. Portava una bottiglia con dei bicchieri. Un'esclamazione di contentezza si levò dal gruppo. E Hans con i suoi irruppero dentro, mitragliando la porta.

I mitra spianati dei tedeschi costrinsero i ribelli ad alzare le mani, gli occhi sbarrati dalla paura e dallo stupore. L'illuminazione nella stanza era ridotta allo stretto necessario, ma tutti in quel periodo vi si erano ormai assuefatti. D'una tratto, come si era ripromesso, Hans pronunciò quel nome con un tono stentoreo, pur temendo che potesse cadere nel vuoto.

- Ringraziate Carlo lo Squalo, se da questo momento la vostra casa sarà il carcere di Marassi.

...

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Alcune azioni di guerra, attentati e rappresaglie, così venivano riportate dai giornali dell'epoca:

...e quale rappresaglia per l'uccisione di nove tedeschi, caduti il 22 marzo a Cravasco in uno scontro coi partigiani della Brigata "Balilla" al comando di "Battista" (Angelo Scala), la notte del 23 marzo i nazifascisti hanno prelevato da Marassi 20 detenuti politici e, caricatili ammanettati su di un autocarro, trasportati a Isoverde. Lungo il tragitto due prigionieri sono riusciti a fuggire. Gli altri diciotto, avviati a piedi sino a Cravasco, dove nelle vicinanze del cimitero, sono stati fucilati. Il partigiano Arrigo (Franco) Diodati, colpito con gli altri compagni, è riuscito miracolosamente a salvarsi...

...come detto in precedenza, lo scontro a fuoco avvenuto il 22 marzo 1945 tra una decina di partigiani della Brigata volante "Balilla", esperti in tattiche di guerriglia, e nove tedeschi, caduti nell'imboscata, si concludeva con la sconfitta e la morte di questi ultimi. Nonostante questo fosse un episodio di guerra, e nonostante la direttiva dell'Obergruppenfuehrer Karl Wolf, emanata dieci giorni prima, in cui si ordinava, essendo ormai evidente l'approssimarsi della fine del conflitto, di astenersi dal compiere

stragi, veniva ordinata la rappresaglia

...


Dopo vari accadimenti e colpi di scena ... la guerra era finita.

Ed ebbi l'ultimo incontro con Bisagno:

...

Ci fu un avvenimento i primi di maggio che la segnò per sempre. Aveva imboccato via XX Settembre da piazza De Ferrari. Ne percorreva la parte sinistra quando, a fianco, notò l'hotel Bristol: chissà quali segreti custodiva, visto che lì si trovava la sede del CLN. Appoggiata una mano sul muro a fianco della porta per occhieggiarne la hall, venne quasi investita da uno che ne usciva. Non cadde per terra proprio grazie al muro che le fece da scudo. Alzò lo sguardo per vedere di chi si trattasse, e rimase di stucco. Così come chi si trovò di fronte: Bisagno!

Parlò lui per primo:

- Nora! Tu qui? Scusami, io non volevo...

- Aldo, come sono felice di vederti, che quasi ringrazio il colpo che mi hai dato.

Lui le mise le mani sulle braccia e, dolcemente, la posizionò in modo che la luce la illuminasse meglio.

- Sei diversa, più donna.

- Tu, invece, hai sempre lo sguardo pensieroso, ora anche rabbuiato. E anche pure gli scarponi sporchi di terra.

- A quelli non rinuncio, specie se posso impiastricciare la passatoia rossa di quel posto lì. - E indicò l'hotel.

- Posso sapere perché uscivi così di fretta?

- Vieni, mettiamoci sotto quell'arco. Ho due parole da dirti. Sono uscito dalla stanza 28, dove si trova la sede dei capi. C'è stato uno scontro, un forte diverbio, tra me e loro. Ho detto quel che pensavo. Tu sai che non sono tipo da tacere, che odio le storture.

- Cosa gli hai detto?

- Che è una vergogna, uno scandalo di civiltà, trovare tutte le mattine nelle strade di Genova corpi di uomini morti con una mela in bocca! Non abbiamo combattuto per consentire questo flagello di vendette personali. Che non sono in grado di gestire il futuro, e l'ordine pubblico non può essere lasciato in mano a degli incapaci. Meglio affidarlo agli americani. Non è un caso che dopo il 25 aprile gli Alleati mi abbiano affidato il compito di disarmare le GAP e le altre squadre cittadine, lasciando fuori Miro Ukmar. La cosa è rimasta indigesta alle nostre teste d'uovo.

- Trovo tu abbia ragione. Ho sempre seguito le tue gesta, e mai ho dubitato della tua onestà. Difficile trovare uno così. Sei una mosca bianca. Fai attenzione, ti prego!

- In effetti uno di loro mi ha detto una frase che a un altro avrebbe gelato il sangue. Ma io ci sono abituato, ormai.

- Cosa ti ha detto?

- Che i carruggi di Genova sono stretti e possono favorire incidenti.

- Chi è stato?

- Ha poca importanza farne il nome, perché è solo il portavoce.

- Oh, Aldo!

- Ascolta, non so se riuscirò a vedere la nostra Patria rifiorire nella pace. Però rifarei tutto ciò che ho fatto. Sono un tipo tosto che mai accetterebbe inciuci di nessun genere. Questo i miei nemici lo sanno bene, e non vogliono ostacoli. Io andrò avanti per la mia strada. Poca o tanta... quella che mi resta. Sono nato per questo. Tutto ha un motivo. Se mi dovesse accadere qualcosa, almeno tu saprai che non sarà stato un incidente. E questo mi basta. Addio Nora.

...

***

Il tempo passò ancora. Mi sposai e la mia vita fu abbastanza tranquilla. Ma questa "Storia" ebbe veramente termine durante una delle tante commemorazioni del 25 aprile: precisamente in Via XX settembre, proprio dove ancora oggi si trova "Il Bristol".

Come detto all'inizio, se volete sapere come finisce ... dovrete leggere il libro, o chiedere a chi lo ha letto.

Un saluto a tutti!

Nora