Foro Romano

NEWS OF LIFE – NOTIZIE DI VITA

CE N'EST QU'UN DEBUT

Finalmente, il primo incontro presso la federazione degli editori tra il comitato di redazione e la proprietà dell'agenzia Askanews, vale a dire Luigi Abete. Di cui si ricordano le gesta a Cinecittà, non per caso ri-pubblicizzata onde evitarne l'inesorabile parabola discendente.

La vicenda di Askanews, purtroppo, non è che l'inizio di un altro disastro annunciato, quello della crisi del settore delle fonti primarie. Sono note le difficoltà, infatti, di tutte le agenzie, anche delle più grandi. E come non ricordare pure la preoccupante parabola del Velino.

La strada fu spianata da una gara discutibile promossa dalla presidenza del consiglio all'epoca del governo Renzi. Fu un'interpretazione assai dubbia delle regole europee, peraltro tutta italiana. Come se un bene pubblico per sua natura nazionale (qui c'entra sì la sovranità linguistica) potesse essere esercitato da una struttura tedesca o estone o francese. Là comincia la disavventura della testata nata nel 2014 dall'unificazione di TmNews e Asca, che non passa il bando in prima battuta e rientra in gioco solo per una rinuncia. In simile passaggio nasce il contenzioso con il dipartimento per l'editoria di Palazzo Chigi: in gioco quasi cinque milioni di euro, per servizi effettivamente resi ma finora non riconosciuti. E' di queste ore la polemica tra il Cdr dell'agenzia e il sottosegretario con delega Crimi, che ha già avuto le luci della ribalta con la bruttissima storia dello snaturamento del Fondo per il pluralismo, a danno de il manifesto, di Avvenire e di Radio radicale. Ma è probabile che il dirigente di 5Stelle non creda che perseverare sia diabolico. Anzi. Meglio chiudere e chiudere ancora le voci libere e indipendenti.

Torniamo ad Askanews. La situazione è paradossale. Ad agosto fu siglato un contratto triennale con il citato dipartimento, dopo cinque mesi di contratti di solidarietà al 50% seguiti ad anni di ammortizzatori sociali. Sembrava che ci fosse una schiarita. E no. A dicembre niente stipendio e alla vigilia di Natale l'amministratore delegato annuncia la richiesta di concordato preventivo. Nel frattempo è avviato il contenzioso legale con Palazzo Chigi. Così, se mai, la proprietà incasserà il dovuto mentre lavoratrici e lavoratori rischieranno un forte ridimensionamento.

In tale vicenda si leggono in controluce due tratti distintivi dell'Italia di questo tempo: l'assenza di una strategia pubblica e la comoda inerzia del capitalismo nostrano incapace di entrare nell'agone dell'editoria. In era digitale.

Quanto avviene non è un semplice accidente. Sì, forse, una strategia si delinea e - se fosse così- ci sarebbe da temere per l'insieme delle agenzie.

Le fonti primarie dell'informazione sono un baluardo essenziale contro il dilagare delle fake e si contrappongono di fatto alla leggerezza dei social. Tuttavia, la comunicazione politica nell'era del "partito-piattaforma" non gradisce l'intermediazione giornalistica, preferendo il rapporto diretto tra l'Uno e la Folla. Facebook e Twitter sono alleati perfetti, costi quel che costi. Peccato che la rete fu sognata dai profeti che l'organizzarono come territorio della partecipazione democratica attiva e cosciente. Non come la riedizione del medesimo meccanismo invasivo e autoritario della televisione commerciale. Da tale punto di vista c'è una evidente continuità tra Berlusconi, Renzi, Di Maio e Salvini. Si comprende, allora, perché vi sia simile stillicidio contro le agenzie.

Askanews appare, allora, una prova generale di qualcosa che deve ancora accadere. Siamo solo ai titoli di testa?


IL COPYRIGHT VA ALL'INFERNO

La proposta di direttiva europea sul copyright, di cui si è parlato ancora nei giorni scorsi su il manifesto, pare ormai destinata a non concludere il suo iter decisionale prima della ormai prossima conclusione della legislatura. Infatti, la prevista riunione di lunedì 21 del cosiddetto "trilogo", vale a dire l'organismo che raccoglie la presidenza di turno, consiglio, commissione e parlamento, è saltata. Era probabilmente l'ultima opportunità. Rinviata, forse, ma chissà. Che è successo? Malgrado gli sforzi indubbi volti a trovare la formula magica, la presidenza rumena non ha ottenuto il mandato necessario per tentare di chiudere il negoziato. Sarebbe stata una bella carta da visita per la Romania. Nella sede istruttoria dei rappresentanti dei rappresentanti permanenti a Bruxelles dei vari governi (Coreper) le delegazioni di Francia e Germania si sono "bloccate" vicendevolmente, compromettendo la procedura del "trilogo". La stesura di mediazione dell'articolo 11 inerente all'utilizzo dei lanci (o dei brevissimi sunti) delle notizie pubblicate dalle testate giornalistiche da parte della rete sembrava essere definita, ma la definizione dell'articolo 13 si è ancora una volta inceppata. Il testo citato intende stabilire le modalità di controllo delle infrazioni da parte delle piattaforme Internet e da tempo, malgrado i parziali miglioramenti della scrittura, è stato sottolineato il rischio che nei meandri dei commi si annidasse qualche censura preventiva. Sono in gioco interessi assai rilevanti, in quanto la varietà delle piattaforme diffusive numeriche ha reso fortissimo il desiderio di sovvertire le logiche classiche della proprietà intellettuale.

Con le paginate pubblicitarie con cui ha inondato i quotidiani nei giorni passati Google aveva mandato messaggi di disponibilità. Ma il popolo della rete, con le sue istanze libertarie avverse a qualsiasi regola impositiva, è un fertile territorio elettorale e si è fatto sentire. Chi se lo vuole inimicare in una stagione in cui i movimenti che attraversano l'Europa hanno spesso messo in causa pure il copyright?

Se si bloccasse il percorso normativo ne pagherebbero le conseguenze i mondi dell'editoria, del cinema, dell'audiovisivo, travolti e spiazzati da uno scontro che riguarda la natura del capitalismo cognitivo immerso nelle lingue digitali. Si tratta di una lotta per l'egemonia, che un po' irresponsabilmente si è cercato di risolvere e portare a sintesi in un articolo. E un fragile e contraddittorio articolato non poteva reggere un edificio così pesante. Serviva, servirebbe un vero dibattito pubblico con il coinvolgimento attivo dei vari soggetti interessati. Tant'è.

Eravamo ai titoli di coda. Ora siamo nei pressi del the end. Ma senza lieto fine.

PRIVACY PERDUTA

Il convegno tenutosi ieri nella giornata europea dedicata alla protezione dei dati personali su "I confini del Digitale", organizzato dall'Autorità italiana, è stato davvero interessante. Tra l'altro, a fronte di un programma piuttosto specifico e specialistico, l'emiciclo dell'aula dei gruppi parlamentari - pur capiente- non è riuscita a contenere gli ospiti accorsi.

Il tema del rapporto tra la velocità dell'innovazione tecnologica con l'enorme diffusione dei dati e la tutela della riservatezza costituisce una delle maggiori contraddizioni del secolo digitale, laddove solo una impegnata sfera pubblica può interagire positivamente.

Nella sua efficace relazione il Garante Antonello Soro ha evocato una vera e propria rivoluzione del lessico e della semantica giuridici: il diritto, più di ogni altra scienza sociale deve riscrivere le categorie di riferimento con la "...duttilità necessaria ad accogliere una realtà in costante evoluzione...". In tale quadro va ribadito che la protezione dei dati ha poco a che fare, ormai, con la gelosa custodia della vita privata, mentre riguarda uno dei perni del sistema democratico per la cui affermazione è indispensabile una "tutela universale", ben al di là dei confini nazionali. Qui l'Europa, ricca di tradizioni normative evolute a differenza del liberismo degli Stati uniti o del centralismo autoritario della Cina, ha un possibile compito strategico. Del resto, il Regolamento n. 679 del 2016 dell'Unione europea ha aperto la strada, ma servono ora coraggio e creatività. I robot (drammaticamente pericolosi nell'uso bellico già praticato) e il salto nel buio dell'intelligenza artificiale hanno seccamente cambiato scenari e rapporti di forza, con la Cina in progressione geometrica. Già, ma a che prezzo? Come ha detto il corrispondente dall'Asia di Radio radicale Francesco Radicioni gli occhi di Mao e delle Guardie rosse sono stati soppiantati da almeno 200.000 apparati di sorveglianza, con 46.000 telecamere solo a Pechino, e con la silenziosa invasione di cospicui pezzi del mondo con strumenti ad altissimo valore aggiunto e una marea di dati offerti da una popolazione immensa ormai largamente connessa. Dall'inizio del 2016 ad oggi è entrato in rete un volume di dati e di identità personali "profilate" maggiore dell'intero ciclo storico precedente, ha ricordato il direttore de "La Stampa" Maurizio Molinari. In Cina il controllo capillare persino su sguardi ed emozioni costituisce il "Social Credit System", vale a dire un punteggio assegnato ad ognuno che determina lo stesso accesso alle prestazioni del Welfare e la collocazione nella scala gerarchica.

Giuliano Amato ha messo in causa il "determinismo tecnologico". Anzi, "non tutto ciò che è fattibile deve essere fatto". Le tecniche hanno bisogno di un limite. Tra l'altro, l'argomento è stato trattato dalla Corte costituzionale anche in merito al grado di trasparenza richiesto ai dirigenti pubblici.

Le blasonate smart cities, poi, sono il cavallo di Troia di forme di sorveglianza selvaggia. Il caso di Boston: si comincia a illuminare le buche nelle strade e si finisce in un immenso "grande fratello". Il cyber crime è stato oggetto della relazione di Roberto Baldoni, vicedirettore del "dipartimento delle informazioni per la sicurezza" (Dis). Vari i contributi: Stefano Mele, Erica Palmerini (i rischi del puro affidamento agli algoritmi), le componenti dell'Ufficio Giovanna Bianchi Clerici e Augusta Iannini, la ministra Giulia Bongiorno.

I "potenti" della terra ne hanno parlato al meeting di Davos. I progressisti e le sinistre sono solo spettatori?


LEGGI CHE TI PASSA

I dati sulla lettura di libri sono inquietanti e ci dicono che ben più della metà delle persone non si accosta neppure a un libro all'anno. Naturalmente, qui come in numerosi altri indicatori, c'è il gruppo che sta in cima alla piramide che - in questo caso- con il 18% genera la maggioranza del mercato. E' il lascito del berlusconismo mai sopito, dell'impronta della televisione commerciale tramandata nell'uso fac-simile dei social, della distruzione progressiva delle roccaforti dei saperi. I riflessi di tutto questo sulle forme della cittadinanza politica sono evidenti, a partire dal crescente astensionismo elettorale.

Tuttavia qualche controtendenza sembra profilarsi, ancora timida e iniziale, e però interessante. Lo scorso lunedì il ministro delle attività culturali Bonisoli, coadiuvato dalla direttrice del settore competente dell'amministrazione Passarelli, ha istituito un tavolo di confronto finalizzato ad una complessiva riforma del comparto librario. Partecipi i vari soggetti della "filiera", dalle associazioni degli editori al sindacato dei librai ad Amazon. Il tema si è fatto incandescente, perché la scarsa lettura è un indice assai negativo dello stato delle cose ed è urgente rimettere mano al quadro normativo, fermo alla "legge Levi", la n.128 del 2011 in realtà limitata al tetto sugli sconti (a fronte del 5% voluto da Jack Lang in Francia, il 15% peraltro di incerta applicazion). La stessa Amazon, pur presente all'incontro, è una delle concause della crisi, essendo la sua offerta un mondo a sé fondato su convenienze di scala in grado di sbaragliare ogni concorrenza. Ecco, una prossima riforma dovrebbe esigere proprio da Amazon e dagli Over The Top coinvolti un contributo di solidarietà per rimpinguare il modesto "fondo per la promozione della lettura" che comunque esiste ed è un punto di riferimento. Se non si affronta la questione delle vendite in rete ogni linea di difesa delle librerie e dei canali classici di distribuzione rischia di essere vanificata. L'era digitale esige attenzione seria e creativa, accompagnata -però- dal rigore dei principi.

L'occasione per discutere e arrivare a qualche soluzione c'è. All'inizio di febbraio è previsto l'avvio dell'iter formale nella commissione cultura della camera dei deputati della proposta di legge "Disposizioni per la promozione e il sostegno della lettura", prima firmataria Flavia Piccoli Nardelli. Ed è davvero augurabile che il governo voglia scommettere sul dialogo parlamentare, uscendo da logiche maggioranza-opposizione così ridicole davanti alla frana in corso nella condivisione della conoscenza. Il testo sottolinea la necessità di un piano d'azione nazionale unito a patti con le autonomie e gli enti locali, nonché di utili modifiche della legge Levi e di una specifica cura verso la digitalizzazione che incide non poco sulla fisiologia del diritto d'autore. Vi è, poi, il rilevante progetto di valorizzare con uno specifico "albo" le librerie indipendenti di qualità, vittime designate della competizione selvaggia in ciò che resta dell'industria del libro. Va aggiunto il rifinanziamento del tax credit previsto per le librerie, incredibilmente tagliuzzato nel polverone della recente legge di bilancio. Come pure è da migliorare il "bonus cultura" per i diciottenni (18app), affinché non rimanga una monade nel deserto, mentre servirebbe una complessiva politica sulle leve fiscali.

Del resto, gli economisti illuminati parlano di integrare il Pil (prodotto interno lordo) con il Bes (benessere equo e sostenibile). Facilitare la lettura è il primo passo.

CREPUSCOLO LOCALE

La legge di bilancio, approvata con voti di fiducia su di un testo ignoto ai più, contiene novità e sorprese, nonché diverse amare conferme.

E' nota la revisione del fondo per il pluralismo, foriera di danni immediati e futuri per le testate locali, indipendenti e di opinione. Come è ribadita l'incredibile sforbiciata dei tax credit per le librerie e gli esercizi cinematografici previsti dall'omologa legge dello scorso anno. Una trovata "geniale", vista la perdurante crisi della lettura e delle sale. Scuola, università e ricerca maltrattate costituiscono il filo nero, del resto, di un vero e proprio attacco ai saperi. Ritenuti forse, insieme ai media liberi, troppo ingombranti. Un sintomo ulteriore, anche per la sua gratuità, è il taglio riservato al Museo nazionale delle arti del XXI secolo (MAXXI) di Roma.

Ma, non ci si crede, si fanno a fettine pure le emittenti locali. Stupisce che la Lega, da sempre prodiga di attenzioni a quel mondo, abbia accettato le risultanze davvero mediocri del "tavolo 4.0" istituito presso il ministero dello sviluppo economico. E pure proprio il ministro-vicepremier Di Maio inaugurando il tavolo fornì rassicurazioni in materia.

Facciamo un passo indietro. La liberazione della banda 700 entro il 2022, per stornare risorse tecniche verso la tecnologia 5G e per il passaggio al digitale di seconda generazione (Dvbt-2) priva la televisione di una porzione di spettro storica. Le reti nazionali -dove malgrado tutto brilla sempre il duopolio Rai-Mediaset- non si possono toccare. In Italia chi mette le dita nella vecchia intelaiatura di potere prende la scossa. E il governo, dopo le dichiarazioni roboanti di inizio mandato, non smentisce le abitudini consolidate. D'altronde, il servizio pubblico è sotto assedio e Mediaset è un caso a parte, probabilmente un accordo "sottotesto" del centro-destra da cui la Lega non si è mai distaccata definitivamente. Insomma, da dieci Mux (blocchi di frequenze)nazionali scritti nel piano delle frequenze, si è passati a dodici, lasciando le briciole alle stazioni locali. Non solo. E' stato dimezzato lo stanziamento destinato ai contributi previsti dal Dpr n.146 del 2017: da 117 milioni di euro a 50 (sarebbero 62,5; ma 12,5 rivolti alla cosiddetta pubblicità incrementale vale dire gli sgravi fiscali per gli inserzionisti). La quota dedicata a radio e televisioni nelle provvidenze per l'editoria è cassata a partire dal 2020.

In sostanza, si passa da trecento televisioni a una cinquantina, con un piccolo risarcimento per l'uscita di scena.

Finisce tristemente un capitolo glorioso, per di più scritto da soggetti titolari di concessioni d'uso ventennali. Si rischia una feroce e inesorabile disoccupazione, essendo 4000 gli addetti del settore, dei quali almeno 2000 giornalisti. Quantità -quest'ultima- superiore ai numeri della Rai e nettamente a quelli di Mediaset.

Un pasticciaccio brutto, reso persino brutale se confrontato con la generosità mostrata verso la Rai, che ha a disposizione 80 milioni in due anni per la digitalizzazione, ulteriormente supportata dagli incentivi per l'acquisto dei nuovi decoder. Quanti misfatti perpetrati in nome del "digitale", declinato solo in Italia come aggettivo della televisione generalista, mentre nella sanità o nella pubblica amministrazione langue. Maglie larghe usate senza giri di parole, poi, verso il Biscione, visto che nel silenzio il gruppo di Berlusconi sta diventando dominante anche nelle "torri" di trasmissione del segnale. E poi la questione di Telecom, che si intreccia al resto per gli interessi mai smentiti della stessa Mediaset alla ricerca di uno sbocco strategico. Il governo tace?

Il maxiemendamento chiamato Legge di bilancio ha, poi, un'altra chicca. Si prorogano i termini per la presentazione da parte del ministero della attività culturali del regolamento sugli obblighi di produzione e investimento di film e audiovisivi italiani ed europei. Altra pacca sulle spalle. Anzi. Fa specie che nulla si sia scritto sugli affollamenti di spot, dilatati dalla recente direttiva "Media service" dell'Unione europea che pure poteva essere recepita in modo più rigoroso. E questa era l'occasione.

Qualcuno spiegherà? O è la "normalità televisiva"? 


"TRILOGO" AI TITOLI DI CODA

Il prossimo lunedì 24 si terrà l'ultima e decisiva riunione del "trilogo", ovvero l'organismo di conciliazione convocato sulla proposta di direttiva sul copyright 2016/0280 reduce da un doppio voto: bocciatura e approvazione tra gli scorsi luglio e settembre. Da allora i tre convitati delle codecisioni comunitarie (commissione, consiglio, parlamento) cercano di dipanare il groviglio di contraddizioni, sotteso a un testo viziato dal problema delle regolazioni digitali: i processi normativi lenti e complessi si addicono assai poco all'era digitale. In quest'ultima la velocità del mutamento tecnologico è tale da rendere obsoleto il più illuminato degli articolati. Tant'è. Tuttavia, il complesso normativo è da tempo oggetto di una feroce lotta politica e culturale tra due polarità dialettiche entrambe segnate. A favore di una difesa strenua del diritto d'autore si collocano le filiere produttive di contenuti: dall'informazione al cinema all'audiovisivo. E' comprensibile, perché il lavoro intellettuale va remunerato, altrimenti sfocia nello schiavismo. Ma dalla parte opposta c'è l'infinito universo della rete dove soprattutto i millennials trovano "normale" scaricare gratis le opere autoriali. E, quando un'infrazione assume caratteri di massa il reato permane sì, però il diritto si deve fare qualche domanda. Magari, però, il Web si fosse espresso in tutte le sue articolazioni democratiche e partecipative (il popolo della rete, oggi alquanto sfuocato). La bandiera della libertà è stata sollevata, infatti, dagli Over The Top, gli oligarchi aggregatori dei dati capaci di sferrare un'offensiva abnorme, tipica delle lobby potenti e prepotenti. Ecco, proprio da Google è venuta nei giorni passati - e con ripetitività seriale attraverso paginate pubblicitarie su diversi quotidiani, già di per sé un segno di apertura agli "avversari"- un'ipotesi di mediazione su uno dei due articoli controversi, ovvero l'11 volto a chiedere il pagamento degli snippet, gli strilli degli articoli che spesso sono carpiti da siti e blog proprio attraverso gli aggregatori. "...L'articolo 11...mira a proteggere il lavoro della stampa. E questo è un obiettivo che condividiamo pienamente...". E' un passaggio dell'inserzione benevola, la quale non smentisce - però- la solita volontà di potenza nelle ultime righe, che rinviano ad una sorta di supervisione della stessa società californiana. Comunque, un passo avanti c'è rispetto a qualche mese fa.

Rimane, al contrario, aperto l'altro nodo irrisolto. L'articolo 13, in cui rimane -malgrado le correzioni della lettura di settembre- un certo fumus censorio, attribuendosi agli stessi "padroni del vapore" il diritto-dovere di controllare le eventuali infrazioni, mentre tutto ciò sarebbe prerogativa di autorità e magistrature terze. Su tale questione è nota la contrarietà al testo dell'attuale governo italiano. E pesano i dubbi tedeschi, con il rischio di blocco.

Riuscirà miracolosamente il "trilogo" a confezionare un decoroso compromesso? Tra poco si capirà. Certament, la nuova presidenza del consiglio europeo, dal primo gennaio attribuita alla Romania, vorrà presentarsi con un primo successo negoziale e si butterà nell'agone. Del resto, a breve si esaurirà la legislatura e, come accadde nel 1999 su omologo tema, il capitolo passerà di mano ai prossimi governanti e legislatori.

Se il compromesso è tuttora possibile ai titoli di coda, chissà, è proprio per le previsioni diffuse sui prossimi numeri dell'aula di Strasburgo. Il voto potrebbe peggiorare l'approccio alla "terribile" proprietà intellettuale.