Cultura & Società

PER LA STORIA D'ITALIA E DELLA SINISTRA

NEMICO

di Giovanni Franzoni

Il 13 luglio del 2017 a 89 anni è scomparso Giovanni Franzoni. Ex monaco benedettino, ex prete, ex abate "rosso" della basilica di San Paolo fuori le mura

Trattato, fino all'ultimo suo giorno di vita, come un fantasma ingombrante da quella Chiesa istituzione che negli anni '70 lo sospese a divinis prima di ridurlo allo stato laicale. Nel processo canonico ai suoi danni gli accusatori ebbero vita facile a far passare per un tesseramento la sua dichiarazione di voto al Pci. Una trappola, l'ha sempre definita dom Franzoni, orchestrata da quei settori ecclesiali che non avevano alcuna remora a irrompere nella basilica di San Paolo per disturbare le sue omelie contro la guerra nel Vietnam, a favore di un dialogo con i marxisti nell'ottica di un socialismo dal volto umano e di una comunità cattolica schierata concretamente al fianco degli ultimi.

L'apice di questa damnatio memoriae si raggiunsenel 2012 quando - in occasione delle celebrazioni ufficiali per i 50 anni dall'apertura del Concilio - il nome dom Franzoni, che aveva preso parte alla terza e alla quarta sessione del Vaticano II, venne omesso dall'elenco dei padri conciliari ancora in vita.

Neanche il Papa della misericordia Francesco l'ha riabilitato. È morto da ex, così come era vissuto per buona parte della sua vita.

Qui ripubblichiamo la sua postfazione al libro di Tonino Tosto sulle legge razziali "L'invenzione del nemico".

NEMICO

Molte sono le dinamiche psico - sociali che contribuiscono a creare l'immagine del nemico. Il nemico è l'invasore del proprio territorio ma anche il competitore o il rivale all'interno del tuo gruppo sociale. Il nemico può rappresentare una diversità che ti inquieta perché sottolinea ciò che tu non sei ma vorresti essere ma anche un doppio identico a te stesso che devi distruggere prima che ti distrugga, giacché non c'è posto che possa sostenere due uguali.

Lasciando a un'altra occasione e a persone più competenti una analisi esaustiva del fenomeno dell'inimicizia è forse opportuno limitarsi a un tema: come si costruisce e, al contrario, come si potrebbe smontare. la rappresentazione artificialmente indotta del "nemico" nell'agire politico.

Un esempio di dimensioni colossali, relativamente recente e perciò ancora documentabile, è riscontrabile alla fine della seconda guerra mondiale.

Negli Stati Uniti, soprattutto dopo l'attacco di Pearl Harbour (probabilmente anche questo costruito) ma per tutto il corso del conflitto USA - Giappone, i giapponesi erano rappresentati dalla stampa americana come esseri subumani, fanatici, scimmieschi, pericolosi e odiosi: "musi gialli".

Nel 1945 il Giappone era praticamente sconfitto e, ai primi di agosto, il ministro Suzuki già stava trattando la resa incondizionata. Restava un solo punto da trattare: la condanna dell'imperatore Hiro Hito come criminale di guerra. L'impiccagione del Tenno, considerato dalla popolazione un semidio, sarebbe stata troppo traumatica e destabilizzatrice per cui ancora si trattava e la trattativa si concluse con la condanna di alcuni alti ufficiali, fra i quali l'ammiraglio Togo.

Nel frattempo, chiuso con la caduta di Berlino il fronte occidentale, in base agli impegni presi a Yalta da Stalin, era imminente l'intervento sovietico sul fronte orientale.

Ormai il "nemico" temibile non era più il giapponese ma il comunista. Agli occhi del popolo americano bisognava costruire una nuova immagine del nemico: non più il mostro contro cui si era combattuto con furore per anni, ma l'alleato. Su questo tema si rovesciò con zelo la stampa americana, pilotando la docile opinione pubblica degli USA.

Gli avvenimenti precipitavano. Il 6 agosto un aereo americano sganciava l'atomica su Hiroshima, ufficialmente per abbreviare una guerra che in realtà era già finita, ma in realtà per bloccare i sovietici. L'8 agosto l'Armata rossa entrava in Corea e il 9 Truman raddoppiava, distruggendo Nagasaki. Il 16 agosto fu firmata la resa: mentre Hiro Hito era diventato fedele alleato degli americani, l'ammiraglio Togo penzolava dalla forca e l'orrore dell'atomica era diventato realtà. La Corea era spaccata in due e si era creato il teatro per avere il nuovo nemico.

Negli anni ottanta, in un sondaggio di opinione fra gli studenti giapponesi, alla domanda "Chi ha gettato la bomba atomica su Hiroshima?" il 27% degli intervistati ha risposto: "i russi". Inutile commentare.

Di queste operazioni è piena la nostra storia: esiste perfino una pittoresca espressione latina per dire che, quando si vuole, il casus belli, si crea.

Un consiglio per evitare la rappresentazione del nemico ci viene da un testo buddista antico: il Mahaparinibbanasuttam ovvero Il grande libro della totale estinzione di Gotamo Buddho.

Il celeberrimo racconto esordisce proprio con la consultazione dell'illuminato, da parte del re Ajatasattu, sulla opportunità di muovere guerra ad un popolo fastidioso e violento - i Vajji - così da "sterminarli e farli sparire dalla terra".

"Mentre l'onorevole Anando stava alle spalle del Sublime, facendogli fresco col ventaglio - così la narrazione - il Sublime si volse all'onorevole Anando, interrogandolo: 'Hai tu forse sentito, Anando, se i Vajji si riuniscono spesso, hanno frequenti adunanze; se si adunano concordi, si sciolgono concordi, adempiono concordi i loro affari; se essi non promulgano nuove leggi, non aboliscono le antiche leggi e si mantengono fedeli alla loro antica tradizionale costituzione; se essi stimano, pregiano, rispettano ed onorano i loro anziani e ne accettano il consiglio; se essi non fanno violenza alle loro donne; se rispettano, onorano ed adorano gli altari , i templi e le tombe delle loro terre; se essi accolgono ospitalmente, mantengono e proteggono i santi pellegrini, siano indigeni che estranei?' Assentì l'onorevole Anando, confermando quello che il Sublime chiedeva sul retto modo di vivere dei Vajji. Allora il Sublime si volse a Vassakaro, il primo ministro di Magadha: ' una volta, o brahmano, mentre dimoravo presso Vesali, ho esposto ai Vajji queste sette regole imperiture . E fino a quando, o brahmano, queste sette regole imperiture persistono presso i Vajji, ed i Vajji si attengono ad esse, c'è da aspettarsi un prosperare dei Vajji, non un perire'...'no, signore Gotamo - rispose l'inviato del re - i Vajji non potranno essere vinti in guerra dal re Ajatesattu, altrimenti che col tradimento e con la discordia. Orsù dunque, signore Gotamo, ora ce ne andiamo..".

Così l'ambasciatore comprese e così, si presume, riferì al suo sovrano, cosa poi abbia fatto re Ajatesattu, il Mahaparinibbanasuttam non lo dice.

Al lettore di oggi, peraltro, se è negata la notizia sulla conclusione della vicenda, non è negato l'accesso al paradigma dello scongiuro della guerra: rappresentarsi il volto dell'avversario come umano e decifrabile e quindi rivolgersi a lui con la trattativa e il confronto, non col tradimento e la discordia.