25 APRILE 1945.

LA PRIMAVERA PIÙ BELLA

Cronaca politica e bilancio storico dell’insurrezione nazionale

di Aldo Pirone

A marzo del 1945 l'esercito partigiano ha superato l'inverno e cresce impetuosamente. Le diserzioni nella Rsi e l'afflusso di molti giovani renitenti contribuiscono a questo rafforzamento quantitativo se non qualitativo. Gli Alleati hanno ripreso gli aviolanci. Sempre sparagnini quelli britannici, affluenti quelli americani che fanno arrivare armi, munizioni, divise, generi di conforto in abbondanza. I patrioti hanno ripreso a ripulire le valli e la pianura dai presidi tedeschi e repubblichini e ora guardano alle grandi e medie città. Nei paesi la gente li sostiene apertamente. Non si ha più paura di un ritorno dei nazifascisti. Tutti sanno che gli alleati sovietici e angloamericani stanno combattendo nel cuore della Germania dirigendosi verso Berlino. Per dirla con Churchill: non siamo all'inizio della fine, ma alla fine dell'inizio. Per gli angloamericani il fronte italiano è diventato, dopo il D-Day, secondario. La partita principale contro i nazisti si gioca in Germania e sta andando a gonfie vele. Tuttavia, dopo qualche dubbio, sanno che non possono esimersi di attaccare per evitare che i tedeschi possano fortificarsi, insieme ai fascisti, in qualche ridotto alpino da dove sarebbe difficile sloggiarli. Inoltre, c'è sempre il temuto pericolo che arrivino da est i titini i quali, in combutta con i comunisti garibaldini, potrebbero imporre una repubblica popolare nel nord dell'Italia. Perciò, decidono di conseguenza. Il Clnai aspetta l'attacco alleato alla linea gotica per dare il via alla fase insurrezionale. Ma come si pone la questione sul terreno politico e militare? L'insurrezione popolare gli angloamericani non la vorrebbero. Poi, c'è tutto un fiorire d'iniziative da parte di forze moderate che la scoraggiano e si danno da fare per evitarla proponendo vantaggiosissimi, in apparenza, compromessi fra tedeschi, Alleati e partigiani. Il pegno è sempre la salvaguardia degli impianti industriali. Ma questo attesismo di ritorno non sta più nel Clnai, sta fuori, nelle curie e nelle alte gerarchie ecclesiastiche delle grandi città. A volere l'insurrezione è tutto il Clnai-Cvl. Anche tra la popolazione la situazione non è più quella di molti mesi prima. L'attesismo ha perso molto terreno e la repressione nazifascista, con il calvario di stragi ed eccidi, di paura e terrore, ha scavato un solco di odio profondo con la gente. A dominare è la voglia popolare di fargliela pagare ai "briganti neri". Sul piano militare, però, le cose non sono così semplici. Vi sono due eserciti possenti che si confrontano sulla linea Gotica. Da una parte 27 divisioni tedesche, quattro repubblichine con varie compagnie di ventura al seguito, 200 carri armati, 1000 cannoni, 60 aerei comandati dal generale Von Vietinghoff che ha sostituito Kesselring. Dall'altra 24 divisioni, 3100 carri armati, 3000 cannoni, 5000 aerei comandati dal generale statunitense Clark che ha sostituito l'inglese Alexander . Da una parte un esercito demoralizzato, con armamento logorato anche se ancora potente; dall'altra non solo una schiacciante superiorità di armamento, soprattutto aereo, ma anche morale di chi si presenta e viene accolto da liberatore. In mezzo, se così si può dire, 130.000 partigiani, tanti sono diventati in aprile, armati di armi individuali, mortai e mitragliatrici leggere e pesanti. Orgogliosi della prova già data e protesi verso l'insurrezione. Da soli i volontari della libertà non sono in grado di sopraffare i tedeschi. Il Movimento partigiano italiano non è quello jugoslavo. Può solo inserirsi al momento dell'inizio dello sfondamento alleato della linea Gotica, decidendo, luogo per luogo, zona per zona, città per città, quando insorgere. Anche in base allo svilupparsi delle operazioni militari e, soprattutto, contando sulla mobilitazione popolare. E così sarà.

Soldati del Gruppo di Combattimento "Friuli" passati in rassegna prima delle ultime battaglie - Museo Memoriale della Libertà - San Lazzaro di Savena (BO)

Operazione Grapeshot. E' il nome in codice dell'attacco tanto atteso degli Alleati alla linea Gotica. Comincia l'VIII armata inglese il 9 aprile sul versante Adriatico. Subito dopo si muove la V Armata americana su quello Tirrenico. L'obiettivo è semplice: puntare verso est per arrivare a Venezia e Trieste, al nord sul Brennero al confine con l'Austria e a Ovest verso Genova, la Liguria, il Piemonte e la val d'Aosta. Arrivare al Po, attraversarlo e dilagare in val Padana. Clark si fa subito vivo con i patrioti l'11 aprile, invitandoli a non essere precipitosi. Due giorni dopo ripete che quando sarà il momento "sarete chiamati a fare la vostra parte nella liberazione dell'Italia e nella distruzione dell'odiato nemico". La parte sarebbe di proteggere le installazioni industriali, perché i nazifascisti sono affar nostro, aggiunge. Quella chiamata non arriverà. Arriva invece la mobilitazione insurrezionale dei Cln-Cvl.

Primavera di bellezza. I comunisti, a scanso di equivoci, emanano il giorno prima del messaggio di Clark, la direttiva insurrezionale n. 16. L'insurrezione - dicono - non è aspettare l'ora X, ma un processo in crescendo da avviare subito. Un intreccio di azioni di sciopero, manifestazioni e azioni militari. Non bisogna farsi irretire da alcun compromesso sul piano militare. Se necessario occorre passare all'azione da soli, ma sempre in nome del Cln.[1] Togliatti condivide pienamente e incoraggia. Il 20 aprile scrive ai compagni del nord: "Mai come in questo momento ci vuole ardire e audacia, ancora ardire e audacia, sempre più ardire e audacia, per il trionfo della insurrezione popolare liberatrice". Ma la stessa determinazione hanno gli altri partiti del Clnai e lo stesso Cvl comandato da Cadorna. "Bisogna dire alle masse - afferma il Clnai - che la libertà deve essere conquistata con le nostre forze e non averla in dono dagli Alleati". Anche il rappresentante liberale concorda: "L'insurrezione deve essere fatta perché è nostro preciso dovere". [2] Questa convinzione non è del momento. I piani operativi zona per zona e città per città sono già stati approntati da tempo. Sono semplici: il segnale dell'insurrezione sarà dato dallo sciopero generale di tutti i lavoratori. Particolarmente importanti saranno gli scioperi dei ferrovieri e, nelle città, degli addetti ai trasporti pubblici. Gli operai devono occupare le fabbriche e trasformarle in fortilizi armati per salvaguardare gli impianti dai tentativi nazifascisti di distruggerli. Le squadre cittadine di Gap e di Sap hanno il compito di attaccare presidi e caserme di tedeschi e repubblichini e occupare le prefetture, i Municipi e tutti i luoghi del potere pubblico. Le formazioni partigiane devono scendere nelle città a dare man forte agli insorti. Compito delle formazioni partigiane foranee sarà anche quello di salvaguardare le grandi dighe e le centrali elettriche nelle vallate. Lo schema è chiaro, sarà applicato in base al territorio, alle sue conformazioni sociali e politiche e alle condizioni concrete derivanti dagli sviluppi dell'avanzata alleata.

Comincia l'insurrezione. La prima zona a muoversi è quella appenninica a ridosso della linea Gotica. Qui la ribellione generale inizia ancor prima dell'attacco alleato. La prima grande città a liberarsi è Bologna. Gap e Sap cittadini occupano il 20 sera Prefettura, Questura, Comune, carcere, caserme e la stazione ferroviaria abbandonata dai nazifascisti in fuga. Gli insorti controllano tutti i punti nevralgici della Città. La mattina del 21 arrivano gli americani, i polacchi dell'VIII armata, i soldati italiani dei Gruppi di combattimento Legnano, Friuli, Folgore, i bersaglieri del battaglione Goito e i partigiani della Brigata Maiella. Sfilano tra la folla impazzita di gioia. In Comune, a riceverli, ci sono già, designati dal Cln, il sindaco Dozza e il prefetto Borghese, nonché il Presidente del Cln regionale Antonio Zoccoli. Alcune donne iniziano a portare fiori e foto dei caduti partigiani al muro esterno del Comune in piazza Maggiore. Lì dove i nazifascisti fucilavano i patrioti. Lo chiamavano "posto di ristoro per partigiani" ne diventa il sacrario. Il 24 è la volta di Genova. I tedeschi, comandati dal gen. Meinhold, dominano le alture con potenti batterie di cannoni. Lo squilibrio delle forze è immenso: 32 mila nazifascisti ben armati contro 3-4.000 partigiani di città con armi leggere. La Divisione garibaldina Cichero che sta sui monti, intanto, provvede a chiudere ogni via di uscita dalla città. Il 24 il Cln dà l'ordine di insurrezione. Ai Gap e alle Sap cittadine si uniscono spontaneamente, decuplicandone i combattenti, moltissimi cittadini. La sera del 25, il generale Meinhold si arrende nelle mani del Presidente del Cln ligure, l'operaio comunista Remo Scappini. Ma non è finita. Al porto, la struttura più importante e vitale della città, a comandare c'è il capitano di vascello tedesco MaxBerninghaus che non si arrende. Il gatto partigiano del porto - vi è un Cln apposito -, ha ingaggiato, nei mesi precedenti, una silenziosa battaglia con il topo nazista che ha minato la struttura portuale. Gli operai hanno sabotato gli ordigni e i tedeschi riminato; più volte. Ad aiutare Berninghaus ci sono pure i fascisti della X Mas di Mario Arillo. Alla fine depositano 73 mine magnetiche sui fondali, ma non riescono a farle esplodere. Poi, anche il capitano di vascello della Kriegsmarine si arrende. Il 26 per le vie di Genova sfilano, fra due ali di folla che inveisce e l'insulta, 6.000 prigionieri tedeschi con alla testa Meinhold. Sono protetti dai partigiani. Gli Alleati sono ancora lontani. A Torino, la sera del 24 il Comando militare regionale piemontese (Cmrp) emana l'ordine "Aldo dice 26 X 1". E' il segnale dell'insurrezione. La città è già in sciopero generale preinsurrezionale. L'hanno iniziato i ferrovieri fin dal 18 aprile. Gli operai occupano armati le fabbriche. Le Sap e i Gap cittadini passano all'attacco in attesa dell'arrivo delle formazioni partigiane della montagna. I tedeschi chiedono di andarsene, in cambio offrono di dichiarare "Torino città aperta" e di non fare violenze. Il Cln rifiuta. Stanno per arrivare le formazioni foranee. Le più vicine sono quelle garibaldine di "Barbato" provenienti dal Monferrato. Ma vengono fermate da un contrordine del col. Stevens. L'inglese l'ha mandato su carta intestata del Cmrp di sua iniziativa e senza alcun consenso del comando militare partigiano. Per fortuna "Barbato" capisce l'inganno e non si ferma e arriva ad aiutare gli insorti sottoposti a una nuova pressione, quella delle truppe tedesche del gen. Schlemmer che, provenienti da occidente, vogliono passare per Torino. Promettono di non fare della città una seconda "Varsavia". Il Cln rifiuta anche questa volta. L'obiettivo di tutti i comandi partigiani non è solo liberare le città e i paesi, le valli e le zone di pianura dai nazifascisti, ma anche di impedire che se ne vadano da ovest verso nord-est a ingrossare i loro camerati in ritirata dalla linea Gotica. Tedeschi e repubblichini devono solo arrendersi. C'è la consapevolezza fra i combattenti di essere un esercito di liberazione nazionale. A Cuneo, per esempio, il comandante giellista Ettore Rosa a chi gli chiede di lasciar passare i tedeschi per evitare danni alla città, risponde: "Non faccio la guerra sul piano di Cuneo, ma su quello nazionale". Dopo quattro giorni d'intensissimi combattimenti, Torino è libera e presidiata da 14.000 partigiani. Gli angloamericani arrivano il 1° maggio. Trovano una città in perfetto ordine e funzionante.

Sandro Pertini ordina l'insurrezione di Milano

Arrendersi o perire. A Milano il Clnai ha formato un triumvirato insurrezionale: Sereni, Valiani, Pertini. Il 25 aprile inizia l'insurrezione. Sandro Pertini[3]legge alla radio il comunicato insurrezionale: "Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire". I trasporti si fermano. La Guardia di Finanza si pone agli ordini del Clna-Cvl e occupa la Prefettura. Gli operai occupano le fabbriche, le Sap e i Gap conquistano le sedi delle Istituzioni cittadine. I fascisti si squagliano, i tedeschi si concentrano senza attaccare e aspettano l'arrivo degli Alleati. Poi arrivano i partigiani dell'Oltrepo pavese capeggiati dal garibaldino Italo Pietra. Girano per la città tra la folla plaudente per dare coraggio ai milanesi e intimorire fascisti e tedeschi. Il giorno dopo è la volta di quelli della Valsesia e dell'Ossola. I garibaldini della Valsesia di Moscatelli hanno con sé pure sette carri armati strappati al nemico. Il 28 Milano è libera, per opera degli italiani. Gli Alleati arrivano il giorno seguente.

Il processo insurrezionale è guidato con mano ferma e unitaria da tutti gli organismi del Cln: Cvl, Comandi unici regionali, comandi di zona e di piazza. E' scandito dai proclami e decreti del Clnai. Il 19 aprile Clnai e Cvl intimano ai nazifascisti "Arrendersi o perire!". Nel proclama non ci sono alternative: " Il Comitato di Liberazione Nazionale e le formazioni armate del Corpo dei Volontari della Libertà non accettano e non accetteranno mai - in armonia con le decisioni dei capi responsabili delle Nazioni Unite - altra forma di resa dei nazifascisti che non sia la resa incondizionata". Chi depone le armi e si arrende avrà salva la vita e trattato da prigioniero, secondo la Convenzione di Ginevra. Il 23 aprile, proclama: "La parola d'ordine per tutti i Comitati di Liberazione Nazionale è una sola: 'INSURREZIONE!' [...] Soltanto con la lotta, soltanto con l'insurrezione il popolo italiano può ora creare le premesse di un avvenire di libertà". Il 25 aprile, in piena insurrezione in corso, il Clnai decreta di assumere tutti i poteri "in nome del popolo e dei volontari della libertà e delegato del solo governo legale italiano". Istituisce i tribunali di guerra: "essi siedono in permanenza e le loro sentenze sono emanate in nome del popolo italiano ed eseguibili immediatamente". Su Mussolini e i gerarchi il verdetto è chiaro: "I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d'aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all'attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte". Lo stesso giorno soldati americani e sovietici s'incontrano a Torgau sull'Elba. La morsa della grande alleanza antinazista si è chiusa.

L'insurrezione dilaga in tutto il nord. Non sono solo le grandi città industriali a insorgere, è tutta l'Italia settentrionale. La valle Padana pullula di colonne tedesche in ritirata dal fronte dirette verso l'Austria, attaccate e bloccate dai partigiani e incalzate dagli Alleati. Le truppe germaniche che non sono state immobilizzate dall'insurrezione popolare in Liguria e in Emilia, in Piemonte e nella Lombardia occidentale, defluiscono verso il Veneto. In questa regione si concentrano i combattimenti più aspri e più lunghi con un tributo di sangue altissimo. Ma anche qui gran parte delle città grandi e piccole si liberano da sole: da Padova a Venezia, da Treviso a Udine. Da ogni parte l'insurrezione presenta due costanti: da un lato semplici cittadini che, a migliaia, si uniscono e ingrossano le file dei partigiani che combattono e cercano di ripulire le città dai cecchini fascisti; dall'altro la disintegrazione delle formazioni repubblichine che non oppongono alcuna resistenza. Alla fine, anche con gli apporti dell'ultima ora, la Resistenza registrerà 250.000 combattenti e 130.000 patrioti.

Il nazionalismo jugoslavo. L'ultima grande città a insorgere è Trieste. Il Cln cittadino, il 30 aprile, dà l'ordine e gli insorti occupano rapidamente gran parte della città mentre i tedeschi si rinserrano in alcuni caposaldi e aspettano di consegnarsi agli inglesi dell'VIII armata che avanzano. Purtroppo il Cln triestino non è unito; i comunisti se ne sono andati da tempo.[4]Non riesce a svolgere, come in tutta la Venezia Giulia, una funzione di contenimento dei titini che hanno invece l'obiettivo di annettere la città alla nuova Jugoslavia socialista. Negli operai triestini prevale più la solidarietà di classe verso la rivoluzione partigiana titina che quella nazionale. L'insurrezione è proclamata non solo contro i nazifascisti, ma per far trovare anche l'esercito jugoslavo di Tito di fronte a una città liberata dagli italiani. Il giorno dopo, arrivano i titini del IX Corpus jugoslavo, seguiti, il 2 maggio, dai neozelandesi del gen. Freyberg che sono stati sollecitati ad accelerare il passo da esponenti del Cln preoccupati dagli atteggiamenti dei militari jugoslavi. I soldati sloveni impongono subito i segni del loro potere sulla città; sostituiscono i bracciali tricolori con la stella rossa partigiana. Gli ordini di Tito sono di "punire con severità" e "epurare subito" chi si oppone. Per i titini a dominare non è più la discriminante fascismo-antifascismo, ma la nazionalità italiano-sloveno. Gli Alleati non intendono acconsentire all'annessione della città. Neanche Stalin vuole inimicarsi gli angloamericani per Tito e Trieste. Ma questo non impedirà ai titini di abbandonarsi a una repressione generalizzata di italiani, sia fascisti che antifascisti, e anche di sloveni antitini. Le foibe, in cui sono gettate alcune migliaia di italiani, non sono che la vendetta nazionalistica inumana di quanto il fascismo nazionalista ha fatto di orribile agli sloveni e ai croati, prima con una politica ventennale di oppressine, discriminazione e snazionalizzazione e poi, dopo l'aggressione e la guerra, con gli eccidi, le stragi, le deportazioni nei tristi campi di Arbe, Gonars, Renicci. Ma la reazione nazionalistica jugoslava che, oltre tutto, non distingue fra fascisti e antifascisti non ha nulla a che vedere con l'internazionalismo della lotta antifascista e antinazista e neanche con quello proletario. Dopo quaranta giorni di occupazione, Tito e i titini saranno costretti ad abbandonare Trieste. Non saranno rimpianti.

La fine di Mussolini. "Stravolto" e "inebetito", così il cardinale Schuster vede Mussolini il 25 aprile. Il capo del fascismo è la personificazione stessa della dissoluzione della Rsi. Si è presentato nel pomeriggio alle 15 all'arcivescovado accompagnato da Graziani e dai gerarchi Barracu, Bassi e Zerbino per trattare la resa con il Clnai. A Milano, nella Prefettura, si era trasferito il 18, credendo ancora di poter trattare un qualche immunità. Al tedesco Wolf aveva prospettato, qualche giorno prima, di voler scambiare con gli Alleati la propria salvezza con la legge sulla socializzazione. Oppure medita di finire con un'ultima disperata battaglia nel ridotto della Valtellina con 20.000 camicie nere. Poi pensa di trasmettere il potere al Partito socialista e a quello d'Azione e, addirittura, di concordare con il Clnai di far mantenere l'ordine pubblico in città alle sue milizie nere, in attesa degli angloamericani. Non si rende conto di quel che gli sta succedendo intorno. Dopo un'ora arriva la delegazione del Clnai-Cvl con Carboni, Lombardi, Marazza e Arpesani. Per il capo del fascismo è un brusco risveglio. Il Clnai ha da offrire solo la resa incondizionata in cambio della vita. Sembra cedere, poi interviene Graziani che chiede, "per correttezza", di informare prima l'alleato tedesco. Al che vien fuori che i tedeschi stanno già trattando la resa per conto loro. Il "duce" s'infuria. "Ci hanno sempre trattato come servi e alla fine ci hanno traditi!", grida fuori di sé. Per le autocritiche, in verità, sembra un po' tardi. Mussolini se ne va promettendo di rifarsi vivo dopo un'ora. Non si farà più vedere. Pensa solo a scappare, con i gerarchi al seguito e con i tedeschi che lo seguono controllandolo da vicino. La comitiva fascista s'imbranca in una colonna tedesca dell'antiaerea che fugge verso la Germania. Il 27 aprile è bloccata a Musso, presso Dongo sul lago di Como, dai partigiani della 52esima brigata Garibaldi, comandata dal conte Pier Bellini delle Stelle, "Pedro". Il "duce", per non farsi riconoscere, si maschera con un pastrano e un elmetto tedeschi. Ma viene riconosciuto lo stesso. Il capo del nazionalismo fascista finisce così, camuffato da tedesco. A dargli la caccia sono, però, anche gli americani che lo vorrebbero tutto per loro. Gli Alleati hanno sempre preteso dal Clnai la consegna di Mussolini e i gerarchi; lo prevede espressamente l'"armistizio lungo" firmato a Malta.[5] L'Oss ha organizzato un'apposita missione comandata dal capitano Quincy Daddario che lo cerca spasmodicamente. Il Clnai, informato della cattura, spedisce una squadra di garibaldini comandata da Walter Audisio, "Valerio", e Aldo Lampredi, "Guido", per giustiziare il "duce" e i gerarchi catturati.[6] Ci vuole un "taglio netto" con il fascismo e il suo capo e a farlo, dicono concordi tutti i partiti del Clnai, devono essere gli italiani stessi. Su questo gli Alleati non trovano crepe nella Resistenza. Mussolini, insieme alla sua amante Claretta Petacci, sarà fucilato in località Giulino di Mezzegra. Sedici alti gerarchi, tra cui Pavolini, saranno giustiziati a Dongo sul lungolago. Trasportati tutti a Milano, saranno scaricati in Piazzale Loreto, dove l'anno prima i fascisti avevano trucidato, lasciandoli esposti sul selciato per tutta la giornata del 10 agosto, 15 antifascisti. Quello che avverrà dopo, la folla tumultuante, lo sfogo di rabbia e rancore collettivo, l'oltraggio ai cadaveri, l'aggancio per i piedi alla trave del distributore di benzina - una scena che Parri definirà di "macelleria messicana" -, appartiene alla conclusione di una sanguinosa e feroce "guerra civile". Il 29 aprile la Resistenza assumerà in pieno la responsabilità dell'esecuzione: "Il Clnai dichiara che la fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro Paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. [...] Dell'esplosione di odio popolare che è trascesa in quest'unica occasione a eccessi comprensibili soltanto nel clima voluto e creato da Mussolini, il fascismo stesso è l'unico responsabile.".

Non fu come spegnere la luce. Ma il "trascendimento" popolare non è solo quello di piazzale Loreto. Quella che finisce, infatti, è anche una guerra civile; e le guerre civili non cessano mai di colpo come quelle condotte da eserciti tradizionali. Non è come spegnere la luce. A un primo e breve momento in cui ad agire per un'energica punizione dei fascisti colpevoli di crimini, sono i tribunali dei Cln e dei comandi partigiani, subentra uno strascico di regolamento di conti con spie, delatori e aguzzini fascisti.[7] In vari paesi esplode il rancore popolare contro locali collaborazionisti che hanno denunciato antifascisti e partigiani facendoli ammazzare ed esporre sulle pubbliche piazze. In molti luoghi c'è il rito pubblico del taglio dei capelli per le donne collaborazioniste o che si sono accompagnate con i tedeschi. Per chi ha subìto efferate atrocità sui propri cari, è difficile dimenticare.[8] La giustizia partigiana durante l'estate trascolora in vendette in diversi paesi e cittadine. Si verificano assalti alle carceri dove sono detenuti decine di fascisti che vengono giustiziati: in Liguria a Finalborgo e Castiglione d'Oneglia; nel Veneto a Schio, Solesino, Verona; in Emilia Romagna a Carpi, Cesena, Ferrara, Mirandola e Reggio Emilia. Nella confusione c'è chi ne approfitta per eseguire vendette personali per motivi che nulla hanno a che vedere con la lotta antifascista. In alcune zone, come nel Reggiano, queste violenze avranno anche il segno di una guerra di classe che si prolungherà fino al '47. In Emilia Romagna, spesso, il proprietario terriero è, o è stato, anche gerarca fascista, e nei primi anni '20 è intervenuto a finanziare e organizzare le prime squadracce fasciste che hanno messo a ferro e fuoco le leghe contadine, le camere del lavoro, sedi e tipografie dei partiti operai e i Municipi socialisti, uccidendo migliaia di militanti contadini e di sinistra.[9] Di mezzo ci vanno pure alcuni ecclesiastici, come don Pessina, che condannano queste violenze post resistenziali.

A wonderfull job. "Ottimo lavoro". Se lo sentono dire spesso i patrioti. E' il riconoscimento che gli Alleati fanno loro in quasi tutte le città in cui entrano.[10]

Più di cento le trovano libere, funzionanti, con i Cln che hanno provveduto già a nominare prefetti, sindaci, questori e dirigenti di una miriade di enti minori economici e di altra natura. Gli angloamericani non li revocheranno ma li controlleranno da vicino. Ma, "ottimo lavoro" si poteva dire anche sul piano politico. La Resistenza è riuscita con l'insurrezione nazionale a produrre il massimo risultato nelle condizioni politiche date. Il motore principale della rivoluzione democratica ha girato al top delle sue possibilità. Nonostante tante diffidenze, tanti intrighi e tanti tentativi di evitare l'insurrezione popolare, le forze antifasciste, con la loro unità, hanno determinato nella storia e nella coscienza popolare e nazionale una frattura non solo con il fascismo ma con la vecchia Italia monarchica, codina e conservatrice. Quell'Italia che aveva tenuto a battesimo la ventennale dittatura totalitaria di Mussolini. Come si vedrà, quell'Italia non scomparve; tentò subito di riorganizzarsi all'ombra dell'incipiente rottura del fronte antifascista e antinazista delle grandi potenze e della "guerra fredda". Ma le forze popolari evocate dalla Resistenza non potranno più essere ricacciate indietro. Anzi, saranno loro a dare l'impronta fondamentale al futuro repubblicano e democratico del Paese. Certamente le forze militari e combattenti della Resistenza furono, anche se non esigue, una minoranza, ma il sostegno popolare era stato larghissimo e multiforme.[11]Tutta l'Italia aveva combattuto contro l'occupazione nazista, ma non tutta con la stessa intensità e per lo stesso tempo. Fra nord e sud l'esperienza resistenziale era stata diversa, innestandosi su una differenza socio-economica storicamente già in atto. Tuttavia il treno della rivoluzione democratica era partito e agganciato c'era anche il vagone meridionale con le sue lotte democratiche e contadine che avevano iniziato a dispiegarsi. E c'era anche quello delle donne, la metà della popolazione, alle quali il governo Bonomi aveva riconosciuto, il 31 gennaio '45, il diritto di voto.

Il bilancio storico. E' difficile dare cifre esattissime sul sacrificio degli italiani nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione nazionale. Circa 44.000 furono i caduti fra partigiani e patrioti; più di 20.000 i mutilati e invalidi. La sproporzione fra caduti e feriti evidenzia la ferocia della "guerra civile" e della guerra ai civili condotta dai nazifascisti; 40.000 i civili deportati nei lager e 7.000 gli ebrei italiani sterminati nell'olocausto. Accanto a questi vanno considerati: i 45.000 soldati caduti subito dopo l'8 settembre nella resistenza ai tedeschi; i circa 50.000 fra gli italiani militari internati (Imi), su 650.000 deportati, morti nei lager nazisti; i 3.000 caduti dell'esercito regolare, fra Cil e Raggruppamenti militari, che ha combattuto accanto agli Alleati nella campagna d'Italia. Moralmente e politicamente le forze che si schierarono nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione nazionale furono la maggioranza. La partecipazione popolare fu la vera novità storica e, se paragonata all'altro grande evento storico nazionale, il Risorgimento,[12]fu numericamente e politicamente superiore.[13] Ciò in virtù dell'intervento cosciente e maturo dei partiti di sinistra che proposero le forze lavoratrici e popolari come nuove classi dirigenti nazionali e anche dell'intervento popolare cattolico. Non è da escludere affatto che oltre alle immagini dei documentari che nei giorni dell'insurrezione nazionale mostrano l'entusiasmo e la gioia popolare per la fine della guerra, del terrore, dei pericoli per la vita e per il ritorno della speranza, ce ne fossero altre occulte, più opache e incerte, non impresse su pellicola, dei "vincitori dell'ultima ora". Quelli sempre pronti a saltare sul carro dei vincitori. Sta di fatto che la vittoria sul nazifascismo segnava certamente anche per loro la fine di un incubo.

Il 30 aprile Hitler si suicida nel bunker di Berlino. I sovietici conquistano Berlino e issano la bandiera rossa sul Reichstag. L'8 maggio la Germania, ormai totalmente occupata, s'arrende. Il Terzo Reich è distrutto. Il 2 maggio, a Caserta, i tedeschi di stanza in Italia firmano la resa nelle mani del generale britannico Morgan. L'ultima strage la compiono il giorno dopo a Bolzano: 21 operai messi al muro e fucilati. Kesselring,[14] che quelle truppe aveva comandato e quasi forgiato, nel dopoguerra ebbe l'impudenza di dire che gli italiani gli avrebbero dovuto fare un monumento. Gli rispose Piero Calamandrei con la lapide "A ignominia" esposta nel Municipio di Cuneo.


[1] La direttiva è scritta da Luigi Longo e pubblicata sul giornale clandestino "La nostra lotta". Sul punto politico decisivo si dice: "Per nessuna ragione vanno accettate proposte, consigli, piani tendenti a limitare, a evitare, a impedire l'insurrezione nazionale di tutto il popolo. Se non riuscissimo a persuadere i nostri amici e alleati, noi dobbiamo fare anche da soli, cercando di trascinare al nostro seguito quante più forze possibili, agendo però sempre in nome del Cln". In Il comunismo italiano nella seconda guerra mondiale, op. cit., pp. 322-328.

[2]Cfr. G. Oliva, op. cit. pp.414-415.

[3]Sandro Pertini, socialista, sarà Presidente della Camera dei deputati e Presidente della Repubblica dal 1978 al 1985.

[4] Il Pci friulano e triestino fu grandemente indebolito dalla perdita di due dirigenti, Giacinto Calligaris, comandante del Brigata Garibaldi "Friuli" caduto il 12 gennaio '44, e Luigi Frausin, membro del Comitato centrale del Pci, organizzatore dei Gap a Trieste e Monfalcone, catturato e ucciso a settembre del '44 nella Risiera di San Saba.

[5]"Art. 29. Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino sugli elenchi che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando Militare Alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle Forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalleNazioni Unite a questo riguardo verranno osservati".

[6]A firmare i salvacondotti per la squadra garibaldina sarà proprio il capitano Daddario che non sarà informato sugli scopi della missione.

[7] Per un'analisi approfondita di questa materia Cfr. M. Dondi, La lunga Liberazione - Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano. Ed. l'Unità, 2008.

[8]Una testimonianza di L. Bonfiglioli partigiano della brigata "Stella rossa": "Ero su Monte Sole, a un modenese arrivò la notizia che il fratello era stato messo, vivo, dentro un paiolo; i fascisti avevano fatto fuoco e intanto cantavano giovinezza. La madre è morta davanti al paiolo. Quello lì quando trovava un fascista se lo mangiava, non si faceva in tempo a prenderglielo via, come un gatto quando mangia un topo. Questo è un rapporto di cose che determina la guerra ed è bruttissimo". Ivi, p. 146

[9] Secondo Giorgio Candeloro nel primo semestre del 1921 furono 726 le distruzioni fatte dalle squadre fasciste: 17 giornali e tipografie, 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 8 società mutue, 141 sezioni socialiste o comuniste, 100 circoli di cultura, 10 biblioteche popolari o teatri, 28 sindacati operai, 53 circoli operai ricreativi, una università popolare

G. Candeloro, op. cit.,Vol. VIIIMilano, Feltrinelli, 1996 (sesta edizione), pag. 353. Candeloro precisa che "si tratta peraltro di dati certamente incompleti". Secondo Gaetano Salvemini tra il 1921 e il 1922 furono circa tremila le vittime dello squadrismo fascista. G. Salvemini, Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard, a cura di Roberto Vivarelli, Feltrinelli, Milano 1979 (quarta edizione), pag. 321.

[10] In un documento gli Alleati scrivono: "Il contributo partigiano alla vittoria alleata in Italia fu assai notevole e sorpassò di gran lunga le più ottimistiche previsioni. Colla forza delle armi essi aiutarono a spezzare la potenza e il morale del nemico di gran lunga superiore ad essi per numero. Senza queste vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante e così poco dispendiosa". Da "Movimento di Liberazione in Italia", fasc. 3, pp. 3-23. In E. Ragionieri, Italia giudicata - Dalla dittatura fascista alla Liberazione, Ed. Einaudi, 1978 vol. III, p. 852.

[11] Moltissimi atti di resistenza individuale di uomini e donne semplici non sono stati raccolti nella pur vasta memorialistica resistenziale. Sono stati tramandati nei racconti familiari e considerati da chi ne fu protagonista come atti dovuti. Così come tante persone, soprattutto donne, che hanno compiuto gesti coraggiosi di resistenza e di rivolta contro i nazifascisti, non hanno cercato, nel dopoguerra, di essere riconosciute come patriote. Anche costoro hanno pensato di aver fatto semplicemente il loro dovere.

[12]La Resistenza fu definita anche come Secondo Risorgimento per rimarcarne la continuità con il Risorgimento che portò all'unità dell'Italia. Si voleva così sottolineare il carattere di lotta di Liberazione nazionale contro il nemico tedesco. Moltissime formazioni partigiane anche di parte cattolica, che sotto l'influenza del Papa sovrano dello stato pontificio era rimasta fuori se non ostile all'unità d'Italia, presero nomi che si rifacevano al Risorgimento ottocentesco: Mameli, Manara, Tito Speri, Ciro Menotti, Fratelli Bandiera; perfino Mazzini e Pisacane. In Friuli le brigate 'Osoppo' si rifacevano alla difesa contro gli austriaci del forte omonimo nel 1848.

[13]Aldo Moro nel un suo discorso sul trentennale della Resistenza fatto a Bari il 21 dicembre del 1975 ebbe a sottolineare: "La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l'occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E' destinata a caratterizzare l'epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna".

[14]Kesselring fu processato nel 1947 a Venezia da un tribunale militare britannico. Condannato a morte per crimini di guerra, la pena gli fu commutata in ergastolo. Poi ridotta a 21 anni. Ma ben presto, nel 1952, fu liberato perché infermo. Tornato libero, fu Presidente federale della "Verband deutscher Soldaten" (Associazione dei soldati tedeschi fino alla morte avvenuta nel 1960