Sostiene... Louis Lamer

OMELIA LEOPARDIANA

Tutte le calamità, naturali e "politiche" − diluvio, pesti, epidemie, terremoti, guerre, genocidi e compagnia piangendo − furono dai Papi e dai preti, e attraverso di loro dai Re, Imperatori, Duci e Governi... (religio et Ecclesia instrumentum regni) − messe in carico, e a castigo di quelle, alle colpe dell'Uomo. O meglio: del Popolo. Vedi in altra parte di malacoda quello strepitoso poemetto di G. G. Belli − Er còllera moribbus − sulla pandemia di colera che imperversò nel 1835 e se portò a fa' tera pe ceci anche il recanate, il grande e misero Giacomino Leopardi.

Ma per fortuna qualcosa cambia anche da quelle parti.

E allora leggiamola tutti, credenti e non credenti, o credenti in un'altra fede, la omelia preghiera straordinaria di Francesco, del 27 marzo. Leggiamola e meditiamo.

Questa volta un Papa non chiama in causa, come ai tempi del Belli,il castigo di Dio per i peccati del mondo, e parla invece con compassione, invocando non solo la pietà divina, ma la condivisione (compassione è meglio) di noi umani, fatti de carne e d'osso e sottoposti al flagello. Ma, citando sempre Gesù e il Vangelo (non l'Antico Testamento), guarda al modo (anche nuovo) in cui stiamo affrontando questa emergenza e le sue conseguenze individuali familiari e sociali. E la preghiera che rivolge al Cielo, e invita tutti a rivolgere, è naturalmente che il morbo sia presto vinto, ma soprattutto che la paura e lo smarrimento non volgano in disperazione senza scampo e si riesca a dare fondamento reale alla speranza. Che s'intenda cioè come questa paura − del morbo, della solitudine, dell'abbandono, di una nuova povertà − ed anche il disagio mentale (spirituale) che inevitabilmente ci prende per le «fitte tenebre che si sono addensate... e si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante...» −, questo smarrimento e paura si possa vincere solo se non si va «avanti ciascuno per conto suo, ma insieme

Non dunque affidando all'intervento salvifico dell'Altissimo l'annientamento in un amen di quel maligno portato della natura, ma alla conversione dell'animo nostro individuale e sociale.

Conversione rispetto a cosa? Rispetto a quale peccato?

È un bellissimo brano quello in cui Francesco lo spiega. Lo è non solo come riflessione e progetto, ma come rampogna e disvelamento di ciò che l'Uomo del nostro tempo era prima del covir..., e che si spera non torni ad essere a tragedia finita.

«La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di "imballare" e dimenticare ciò che ha nutrito l'anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente "salvatrici", incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell'immunità necessaria per far fronte all'avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri "ego" sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l'appartenenza come fratelli.». L'appartenenza alla comunità, direi: l'appartenenza alla specie. «"Perché avete paura? Non avete ancora fede?" (citando il Vangelo del giorno). Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: "Svegliati Signore!".»

Non dunque il covir, la conseguenza. Ma, prima, l'incapacità di comprendere; ora, l'impreparazione e la debolezza nell'affrontare il male con cui la natura colpisce.

centoottantaquattro anni fa l'ateo Leopardi, già pigliato dal morbo di cui di lì a poco moriva, così rampognava gli uomini del suo tempo, quando i poeti esaltavano Satana chiamandolo Progresso senza badare alla natura e, quand'essa sia maligna e matrigna, senza che

«incontro a questa/congiunta esser pensando,/Siccome è il vero, ed ordinata in pria/L'umana compagnia,/Tutti fra se confederati estima/Gli uomini, e tutti abbraccia/Con vero amor, porgendo/Valida e pronta ed aspettando aita/Negli alterni perigli e nelle angosce/Della guerra comune.»

E invece, ideologizzando le magnifiche sorti e progressive, superbamente e scioccamente

«il calle insino allora/Dal risorto pensier segnato innanti/Abbandonasti, e volti addietro i passi,/Del ritornar ti vanti,/E proceder il chiami...». E «Libertà vai sognando, e servo a un tempo/Vuoi di novo il pensiero,/Sol per cui risorgemmo/Della barbarie in parte, e per cui solo/Si cresce in civiltà, che sola in meglio/Guida i pubblici fati...»

Speranza dunque, sia oggi. Ma speranza affidata al nostro operare, ad una riforma intellettuale e morale, riconversione e, mutato e innovato ciò che va mutato e innovato, ritorno al "pensiero sol per cui risorgemmo". Il quale per noi non può essere se non quel pensiero, plurale ma unito, che guidò la Liberazione e la Rinascita della Nazione dopo il buio e l'abominio del secolo breve.