MORO, UN'ALTRA STORIA. FLAMIGNI, SCIASCIA E ALTRE PAGINE DA RILEGGERE

di malacoda

Riportiamo appresso alcuni brevi testi che raccontano un'altra storia rispetto alle menzogne e nascondimenti che furono e sono la versione ufficiale e omertosa dello Stato e dei principali accreditati "storici" della TV e della carta stampata.

Ma i testi che qui proponiamo sono soltanto uno specimen (se così si può dire) di una vasta letteratura di verità che è venuta via via squarciando i veli di quella menzognera lettura del delitto, dell'affaire, e delle sue tenebrose disragioni: decine di libri, saggi, testimonianze, atti di convegni; film, fiction, documentari. Vogliamo ricordare fra tutti il libro che già nell'84 pubblicarono Giuseppe Zupo e Vincenzo Marini−Recchia, Operazione Moro, in cui si iniziò a contestare alcune delle verità ufficiali sulla strage, sui 55 giorni e sull'assassinio del Presidente della DC; e, insieme, alcuni dei saggi pubblicati, da allora ai giorni nostri, da Sergio Flamigni.

Quanto alla cultura italiana nel suo complesso − scrittori, poeti, musicisti, artisti... − e al modo in cui essa ha "sentito, vissuto e raccontato" l'Italia e il mondo dopo quello spartiacque, ciò è ben riassunto nell'indice che Enrico Deaglio premette al suo Patria − 1978-2008, e che riportiamo in queste pagine di malacoda. E sarà sufficiente leggere autori e titoli per comprendere. Poi, via via, lo sprofondare verso il pensiero unico e i suoi derivati artistici e letterari opportunamente introdotti dal pensiero debole, padre del post moderno. E della resa incondizionata alla libertà assoluta, thatcheriana e, qui da noi, berlusconesca, del mercato delle merci, delle arti, e delle anime.

Su un famoso pamphlet pubblicato per così dire a caldo, a ridosso del delitto, vogliamo però richiamare l'attenzione: L'affaire Moro di Leonardo Sciascia. L'autore non conosceva, come nessuno del resto, le rivelazioni che vennero in seguito, e firma pertanto un testo letterario ma denso già di considerazioni rivelatrici. Ne diamo qui due brevi letture critiche di Laura Mulleri e Roberto Bortone.

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Pubblichiamo ampi stralci dell'intervista che Sergio Flamigni ha rilasciato a Vindice Lecis per "Fuoripagina"

"IL PRIMO COVO: COSÌ FU NASCOSTO MORO TRA IOR, SERVIZI E USA"

Sergio Flamigni: Aldo Moro, dopo il sequestro, fu portato in via Massimi, in un palazzo "frequentatissimo".

La verità avanza troppo lentamente nelle nebbie delle complicità e delle connivenze internazionali che hanno impedito che si facesse piena luce sul rapimento e l'assassinio di Aldo Moro. La vulgata ufficiale, la pax tra brigatisti e lo Stato basata sul famoso memoriale Morucci benedetto dalla Dc, è sempre meno credibile. Il protagonista instancabile della ricerca della verità è Sergio Flamigni, classe 1925, parlamentare Pci dal 1968 al 1987, e componente delle commissioni parlamentari d'inchiesta sul Caso Moro, Antimafia e sulla P2. È autore di numerosi e approfonditi saggi sul caso Moro e sull'eversione. Ecco cosa dice oggi, a 40 anni da via Fani: "La verità che conosciamo è solo parziale. C'è chi non vuole che si conosca. Soprattutto da parte di chi ha avuto la gestione degli apparati di sicurezza e ha sostenuto le tesi di comodo per nascondere come si sono svolti i fatti e quali siano stati i reali protagonisti".

Il nodo è sempre il memoriale Morucci, base di quello che lei chiama il patto di omertà. Tra chi?

Tra pezzi dello Stato e terroristi. Nel mio libro del 2014 ponevo una serie di interrogativi relativi ai buchi neri del caso Moro. Ad esempio, di quale apparato fu la regia dell'operazione del 18 aprile 1978, quella del comunicato falso del lago della Duchessa e della 'scoperta' del covo di via Gradoli?

La commissione presieduta dal senatore Fioroni però questa volta scioglie qualche nodo...

Scopre alcuni fatti che la inducono a non dare credito alle verità di comodo che i brigatisti e gli apparati ci hanno sempre raccontato. Ci sono anche le verità indicibili: quelle coperte dal segreto, riguardanti complicità dei servizi segreti diretti da uomini della P2, oppure relative alle ingerenze straniere che ebbero parte nella vicenda Moro. Le verità dicibili, sono le verità di comodo, del memoriale Morucci e Faranda. Quel memoriale, sollecitato dal capo del Sisde, redatto dal giornalista Cavedon, consegnato da suor Tersilla Barillà al presidente Cossiga il 13 marzo 1990, venne da lui trasmesso al ministro dell'Interno Gava tramite il prefetto Mosino solo il 26 aprile dello stesso anno. Che a sua volta lo fece pervenire finalmente alla Procura. Da allora quella è stata considerata la verità.

Invece di che cosa si tratta?

Di una sequenza di falsità. Ma la Commissione Moro che ha lavorato nell'ultima legislatura, ha accertato l'origine deviante e il contenuto menzognero del memoriale Morucci, secondo il quale l'operazione Moro sarebbe stata compiuta dalle sole Br. La verità è che l'affare Moro costituisce un'operazione internazionale su cui continua il segreto di Stato in vari Paesi. È un intrigo internazionale. Non è mai stato individuato il tiratore che in via Fani ha sparato 49 dei 90 colpi usati dai terroristi.

I punti oscuri sono numerosi. Ad esempio la gestione dei 55 giorni.

Molti dovrebbero ricordare, e anche il Corriere della Sera, che sembra non avere troppi dubbi sul memoriale di comodo, che in quei 55 giorni la P2 controllava totalmente i comitati di crisi. Piduisti erano i dirigenti dei Servizi segreti, da Santovito a Grassini a Federico Umberto D'Amato, dai generali Giudice e Lo Prete agli ammiragli Torrisi e Geraci, ai prefetti Pelosi e Guccione, che rispondevano a Licio Gelli. E almeno quella cinquantina di uomini che da loro dipendevano e facevano parte degli organi operativi. Costoro non hanno condotto indagini per scoprire la prigione di Moro e, anzi, hanno depistato. Che senso ha oggi consentire ai brigatisti, sui giornali e in televisione, di esporre le loro verità di comodo omettendo invece questioni di grande rilevanza? Con loro prevale una verità concordata con funzionari dei Servizi, dirigenti della Dc e uomini di governo.

Che cosa si vuole offuscare?

Principalmente vengono messi in ombra gli aspetti internazionali del caso Moro, il ruolo degli alleati, il ruolo svolto dall'americano Steve Pieczenik che si è vantato di avere indotto le Br a uccidere Moro e di essere così riuscito a stabilizzare l'Italia. Moro non era amato e, anzi, veniva contrastato dagli Usa che non vedevano di buon occhio la sua apertura ai comunisti.

Torniamo alle prigioni di Moro: qualcuno crede ancora a via Montalcini?

La prigione di via Montalcini descritta dai brigatisti era un angusto vano di tre metri di lunghezza e 90 centimetri di larghezza, dotato di un wc chimico. Secondo la verità ufficiale, in quella prigione, Moro immobilizzato su una brandina, avrebbe scritto le lettere e il memoriale per rispondere all'interrogatorio dei brigatisti. Dopo l'assassinio, i medici legali nel procedere alla svestizione prima dell'autopsia, rinvennero della sabbia nel risvolto dei pantaloni, nei calzini e sotto le scarpe dove vi erano anche residui di bitume, materiali dello stesso tipo erano anche nei pneumatici e nei pianali della Renault. Durante l'ispezione del cadavere, il professore Maraccino, coordinatore dei periti, constatò il colore abbronzato delle parti del corpo di solito esposte alla luce e ciò, aggiunto alla sabbia, gli fece pensare che fosse stato al mare; la muscolatura non era atrofizzata ma solida. Non erano le condizioni di un corpo che avesse sofferto una restrizione in quel bugigattolo che la tv ci ha trasmesso anche in questi giorni. Già da allora sarebbe stato utile prendere atto della bugia brigatista sull'unica prigione.

La commissione rivela che un altro covo è stato utilizzato: quello di via Massimi, in una palazzina sospetta.

Esatto. La commissione ha scoperto via Massimi 91 come prima prigione, dopo via Fani. Solo questo dovrebbe far saltare il memoriale Morucci con il florilegio di falsità, sul trasbordo di Moro in piazza Madonna del Cenacolo e trasporto fino al nuovo trasbordo nel magazzino della Standa e poi destinazione via Montalcini. La Commissione ha invece individuato con certezza l'arrivo di Moro dopo l'agguato nel compiacente garage della palazzina di via Massimi, otto minuti di auto da via Fani. Uno stabile di proprietà dello Ior, abitato anche da alcuni cardinali e frequentato dall'arcivescovo Marcinkus. Non solo: si accerta che nello stabile operava la sede di un ufficio di intelligence Usa che lavorava con la Nato. Inoltre viene rivelato che un ufficiale dell'aeronautica e sua moglie, entrambi legati all'area di Autonomia e inquilini nella stessa palazzina, hanno ammesso di avere dato ospitalita al br Prospero Gallinari nell'autunno 1978.

Dopo via Massimi, dove fu portato Moro?

In una zona del litorale romano, probabilmente a Palo Laziale. Il 21 marzo venne segnalata al Sismi la presenza di Moro in quella zona. Cossiga allertò gli incursori della Marina militare, ma alle 13 li smobilitò e di questo non fornì spiegazioni plausibili. Quella zona è adiacente al lido di Palidoro, proprio quel tratto di spiaggia che il professore Lombardi, nelle conclusioni della sua perizia, dà per certo essere il luogo di provenienza della sabbia e altri materiali rinvenuti su alcuni indumenti e sotto le scarpe di Moro e nella Renault. Preciso: Lido di Palidoro e non Lido di Ostia dove la Faranda e la Balzarani dicono di essere andate a prendere la sabbia e l'acqua di mare per inscenare un'azione di depistaggio. Ma vorrei concludere ancora sulla prigione di via Massimi...

La considera una scoperta importante?

Sì, perché conferma quanto il caso Moro avesse attori e dimensione internazionali. Solo ora scopriamo che due appartamenti di un intero piano erano occupati da monsignor Vagnozzi, il cardinale già nunzio apostolico negli Usa. Secondo un testimone, Moro avrebbe fatto visita a Vagnozzi in momenti politici delicati. Lo stabile era poi frequentato dallo stesso Marcinkus. E di costui, il brigatista Morucci era in possesso del suo recapito telefonico rinvenuto tra le carte sequestrategli in viale Giulio Cesare.

La sua tesi, e quella di altri autorevoli studiosi, è che con l'omicidio Moro si sia voluto bloccare il dialogo tra la Dc e il Pci di Enrico Berlinguer.

Sì, questo è stato lo scopo dell'operazione. Moro era stato avvertito già nel settembre 1974 durante il suo viaggio negli Usa. L'avvertimento era stato minaccioso al punto che ebbe un malore nella Chiesa di San Patrick e decise di disdire alcuni appuntamenti e anticipò il suo rientro in Italia. Nel dicembre prese la guida di un governo Moro-La Malfa che con l'apporto anche del Pci realizzò importanti riforme e giunse alle elezioni politiche del 1976 il cui risultato portò a due vincitori: la Dc che manteneva la maggioranza relativa e il Pci che ebbe la più grande avanzata e senza il suo concorso non era possibile governare il Paese. Tra Moro e Berlinguer si inaugurò la fase della solidarietà nazionale, che incontrava sospetti e ostilità di Usa e altri alleati. Nel gennaio 1978, quando Moro e Berlinguer si accordarono per un governo Dc sostenuto da una nuova maggioranza programmatica in cui entrava a fare parte anche il Pci, si misero all'erta le forze già pronte a strumentalizzare il terrorismo delle Br già infiltrate e da incanalare per l'operazione Moro, che doveva realizzare il sequestro per dividere le forze della politica di unità nazionale e uccidere Moro.

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SEGRETI E BUGIE QUEL PATTO OCCULTO SUL CASO MORO

di Andrea Montella

"Patto di omertà "(Kaos) è molto più di un nuovo (ennesimo) libro sul caso Moro: è una lezione di metodo e una pietra d'inciampo. L'autore, Sergio Flamigni, ex senatore del Pci in cui ha militato sin dalla giovinezza, partigiano prima, poi giovanissimo dirigente forlivese, è il massimo esperto della vicenda, a cui si dedica da una vita, da quando entrò nella prima Commissione parlamentare d'inchiesta sul delitto ( 1979-'83). Instancabile "cercatore di verità", come ama definirsi, fondatore del principale archivio italiano sul terrorismo, otto libri all'attivo (il più noto "La tela del ragno"), torna sulla vicenda e ripercorre le carte alle luce delle acquisizioni più recenti. Perché - ecco il metodo- nel proliferare incontrollabile di pubblicistica interessata, memorie

contraddittorie e dichiarazioni tardive, spesso su funzionari dello Stato ormai defunti (lo storico Gotor ha ben analizzato come il proliferare di narrazioni e testimonianze, solo in parte veritiere, comunque verosimili, sia funzionale all'oscuramento della verità sugli aspetti più indicibili del delitto), i documenti restano il riferimento imprescindibile, e vanno riletti e ristudiati nel tempo, con pazienza e umiltà. C'è stato (e ancora resiste) un patto di omertà, tra ex esponenti di vertice delle Brigate Rosse e del potere democristiano: questa la tesi di fondo, ampiamente documentata, di Patto d'omertà . Lo scopo? Impedire una ricostruzione completa e veritiera del sequestro e omicidio di Aldo Moro, in cui trovino risposta i quesiti ancora aperti (Flamigni stila un elenco circostanziato delle lacune, gravissime: basti ricordare che ancora non si conosce l'identità di tutte le persone che spararono in via Fani). Al posto della verità, a partire dalla metà degli anni Ottanta, la collaborazione sotterranea tra figure chiave delle due parti (mentre all'esterno si sbandierava strumentalmente la retorica della "riconciliazione", ricordate?) ha confezionato una ricostruzione lacunosa e in più punti falsa del caso Moro da dare in paso all'opinione pubblica, le cui architravi sono: (1) la strage di via Fani e i 55 giorni sono stati eseguiti e gestiti solo dalle Br, senza aiuti e complicità esterne; (2) non vi furono omissioni e manovre occulte all'interno degli apparati dello Stato durante i 55 giorni; (3) non vi furono trattative occulte. Una versione di comodo sia per gli ex Br, perché salvaguardava i loro miti identitari della "purezza rivoluzionaria" e della "geometrica potenza", sia per la Dc (Cossiga e Andreotti in testa), perché contrastava con le evidenze di un'insufficiente impegno governativo per salvare Moro. L'architrave della versione ufficiale, sdoganata grazie alla compiacenza, ahimè, di vari esponenti della magistratura coinvolti nei processi Moro, è il cosiddetto "memoriale Morucci" (passato dalla scrivania dell'allora presidente Cossiga prima di pervenire ai magistrati), che tradisce la propria natura mistificatoria sin dal nome: bisognerebbe chiamarlo infatti "memoriale Morucci-Cavedon", perché è frutto di molti colloqui tra l'ex Br dissociato e Remigio Cavedon, giornalista, direttore del quotidiano Dc Il popolo e consulente personale di politici del calibro di Mariano Rumor, al punto che Morucci ammise di non saper più distinguere con precisione cosa fosse esclusivamente farina del proprio sacco (indigna leggere che il magistrato, anziché approfondire il punto, abbia lasciato correre). La parte più consistente e appassionante del saggio di Flamigni è la meticolosa analisi testuale del documento, che mette in luce omissioni e falsità sulla base delle innumerevoli fonti scritte e orali accumulatesi nei decenni. L'altra sezione "scandalosa" e illuminante riguarda il contesto internazionale in cui maturò il delitto Moro: una dimensione senza cui esso è condannato a restare inintelligibile.

Ha il pregio della chiarezza, il libro di Flamigni. Grazie alla limpida cronologia sinottica degli avvenimenti e delle indagini dalla mattina del 16 marzo 1978 al '97, quando l'ex capo delle Br Moretti ottenne la semilibertà, fornita in apertura, si presta ad essere letto e compreso anche da chi sa poco o nulla. Circoscrive le lacune e le omissioni documentali per poter ribadire quanto invece sappiamo per certo, a dispetto delle menzogne governative e brigatiste.

Per anni Flamigni è stato deriso, denigrato come un pazzo visionario, osteggiato con cause per diffamazione (da cui è sempre uscito vincente, anche contro Cossiga), adesso, dopo che i fatti gli hanno dato ragione su tutto (dalle carte rimaste nascoste in via Montenevoso all'esistenza di un "quarto uomo", solo per citare le più clamorose "anticipazioni" scaturite dalle sue ricerche), il rischio è che la sua voce limpida sia sommersa dal rumore. Mentre la nuova Commissione Moro, agli occhi degli addetti ai lavori, sembra dedita principalmente a confondere le acque e sfornare scoop di dubbia fondatezza con pretese di scientificità (clamorosa la "ricostruzione 3D" della strage di via Fani che fa a pugni con le perizie) che non a far procedere le conoscenze e dove, a dispetto delle direttive altisonanti del Governo sugli archivi del terrorismo, ancora non sono saltati

fuori i verbali delle riunioni del comitato di crisi interforze attivo durante il sequestro (e pieno di affiliati alla P2), questo saggio è una preziosa pietra d'inciampo.

Sappiamo moltissimo, del caso Moro, e ciò che non sappiamo getta luce sull'"anatomia del potere italiano" (per citare un saggio di Gotor, altro caposaldo sulla vicenda) e le caratteristiche del terrorismo in Italia:

Patto di omertà consolida e approfondisce il patrimonio di verità, insegna a ragionare e a non cedere allo scetticismo.

Lo scopo era impedire una ricostruzione veritiera del sequestro e dell'omicidio

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I LIBRI DI SERGIO FLAMIGNI SUL CASO MORO
  • La tela del ragno. Il delitto Moro, Roma, Edizioni Associate, 1988; Milano, Kaos, 1993. ISBN 88-7953-027-5; 2003. ISBN 88-7953-120-4.
  • Sovranità limitata. Storia dell'eversione atlantica in Italia, con Gianni Cipriani, Roma, Edizioni Associate, 1991. ISBN 88-267-1377.
  • Storia dell'Italia dei misteri, I, Il caso Moro, con Michele Gambino, Roma, Libera Informazione Editrice, 1992.
  • L'affare Moro. Cronaca dei 55 giorni che sconvolsero l'Italia, con Michele Gambino, Roma, Libera Informazione Editrice, 1993.
  • Trame atlantiche. Storia della Loggia massonica segreta P2, Milano, Kaos, 1996. ISBN 88-7953-049-6; 2005. ISBN 88-7953-148-4.
  • «Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, a cura di, Milano, Kaos, 1997. ISBN 88-7953-058-5.
  • Convergenze parallele. [Le Brigate rosse, i servizi segreti e il delitto Moro], Milano, Kaos, 1998. ISBN 88-7953-074-7.
  • Il covo di Stato. Via Gradoli 96 e il delitto Moro, Milano, Kaos, 1999. ISBN 88-7953-085-2.
  • Appennino forlivese e cesenate. Escursioni. Venti percorsi naturalistici e storici. 20 itinerari, con Giancarlo Marconi e Massimo Milandri, Caselle di Sommacampagna, Cierre, 2000. ISBN 88-8314-055-9.
  • I fantasmi del passato. [La carriera politica di Francesco Cossiga], Milano, Kaos, 2001. ISBN 88-7953-096-8.
  • La sfinge delle Brigate Rosse. [Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti], Milano, Kaos, 2004. ISBN 88-7953-131-X.
  • Dossier Pecorelli, a cura di, Milano, Kaos, 2005. ISBN 88-7953-150-6.
  • Le idi di marzo. Il delitto Moro secondo Mino Pecorelli, a cura di, Milano, Kaos, 2006. ISBN 88-7953-154-9.
  • Dossier delitto Moro, a cura di, Milano, Kaos, 2007. ISBN 978-88-7953-172-6.
  • Il sequestro di verità. [I buchi neri del delitto Moro], con Roberto Bartali, Giuseppe De Lutiis, Ilaria Moroni, Lorenzo Ruggiero, Milano, Kaos, 2008. ISBN 978-88-7953-189-4.
  • La prigione fantasma. [Il covo di via Montalcini e il delitto Moro], Milano, Kaos, 2009. ISBN 978-88-7953-201-3.
  • Dossier Gladio. [Documenti sulla organizzazione paramilitare segreta di matrice statunitense, attiva in Italia dagli anni Cinquanta al 1990, in violazione della Costituzione], a cura di, Milano, Kaos, 2012. ISBN 978-88-7953-241-9.

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IL GOVERNO USA: "ABBIAMO UCCISO ALDO MORO"

di Gianni Lannes

«La decisione di far uccidere Moro non venne presa alla leggera. Ne discutemmo a lungo, perché a nessuno piace sacrificare delle vite. Ma Cossiga mantenne ferma la rotta e così arrivammo a una soluzione molto difficile, soprattutto per lui. Con la sua morte impedimmo a Berlinguer di arrivare al potere e di evitare così la destabilizzazione dell'Italia e dell'Europa».

Così parlò nel 2006 Steve Pieczenik, il consigliere di Stato USA, chiamato al fianco di Francesco Cossiga per risolvere la condizione di crisi, in un'intervista pubblicata in Francia dal giornalista Emmanuel Amara, nel libro Nous avons tué Aldo Moro. Ancora prima il 16 marzo del 2001 in una precedente dichiarazione rilasciata a Italy Daily, lo stesso Pieczenik disse che il suo compito per conto del governo di Washington era stato quello

«di stabilizzare l'Italia in modo che la Dc non cedesse. La paura degli americani era che un cedimento della Dc avrebbe portato consenso al Pci, già vicino a ottenere la maggioranza. In situazioni normali, nonostante le tante crisi di governo, l'Italia era sempre stata saldamente in mano alla Dc. Ma adesso, con Moro che dava segni di cedimento, la situazione era a rischio. Venne pertanto presa la decisione di non trattare. Politicamente non c'era altra scelta. Questo però significa che Moro sarebbe stato giustiziato. Il fatto è che lui non era indispensabile ai fini della stabilità dell'Italia».

Queste dichiarazioni di un esponente ufficiale del governo United States of America (assistente del segretario di Stato sotto Kissinger, Vance, Schultz, Baker) di dominio pubblico da tempo, anzi il 9 marzo 2008 sono peraltro state riportate dal quotidiano La Stampa ("Ho manipolato le br per far uccidere Moro"). E non sono mai state smentite da Cossiga e Andreotti. Ma allora, come mai la magistratura italiana, ovvero la procura della Repubblica di Roma, non convoca Steve Pieczenik in Italia e lo torchia legalmente a dovere? Proprio Pieczenik nei primi anni Settanta fu chiamato da Henry Kissinger a lavorare da consulente presso il ministero degli Esteri con l'approvazione di Nixon. Kissinger aveva minacciato di morte Aldo Moro. Kissinger ai giorni nostri è stato ricevuto come se niente fosse da Giorgio Napolitano, quello eletto da onorevoli illegittimi, che ha piazzato ben tre governi abusivi, ossia Monti, Letta, Renzi (sentenza della Corte costituzionale numero 1 del gennaio 2014) che il popolo "sovrano" non ha votato.

L'ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana Giovanni Galloni il 5 luglio 2005, in un'intervista nella trasmissione NEXT di Rainews24, disse che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confidò, discutendo della difficoltà di trovare i covi delle BR, di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi americani che quelli israeliani avevano degli infiltrati nelle BR, ma che gli italiani non erano tenuti al corrente di queste attività che sarebbero potute essere d'aiuto nell'individuare i covi dei brigatisti. Galloni sostenne anche che vi furono parecchie difficoltà a mettersi in contatto con i servizi statunitensi durante i giorni del rapimento, ma che alcune informazioni potevano tuttavia essere arrivate dagli USA:

«Pecorelli scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo che Moro doveva essere rapito il giorno prima (...) l'assassinio di Pecorelli potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare».

Lo stesso Galloni aveva già effettuato dichiarazioni simili durante un'audizione alla Commissione Stragi il 22 luglio 1998, in cui affermò anche che durante un suo viaggio negli USA del 1976 gli era stato fatto presente che, per motivi strategici (il timore di perdere le basi militari su suolo italiano, che erano la prima linea di difesa in caso di invasione dell'Europa da parte sovietica) gli Stati Uniti erano contrari ad un governo aperto ai comunisti come quello a cui puntava Moro:

«Quindi, l'entrata dei comunisti in Italia nel Governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, "life or death" come dissero, per gli Stati Uniti d'America, perché se fossero arrivati i comunisti al Governo in Italia sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere».

La prigione di Aldo Moro, nel cuore di Roma, ovvero nel quartiere ebraico, ad un soffio da via Caetani dove il 9 maggio 1978 fu ritrovato il corpo senza vita dello statista, era ben nota al governo di allora (Cossiga e Andreotti). Il 16 marzo 1978 la strage di via Fani fu compiuta da uomini dei servizi segreti italiani. Era presente in loco il colonnello Camillo Guglielmi, ufficiale del Sismi, il servizio segreto militare, addetto all'Ufficio "R" per il controllo e la sicurezza. Quei cosiddetti brigatisti rossi non sapevano neanche tenere in mano un'arma giocattolo, figuriamoci sparare con armi vere e assassinare due carabinieri e tre poliziotti. Mai come allora gli apparati di cosiddetta sicurezza italiana unitamente alle forze dell'ordine, mostrarono una così grande inettitudine voluta. I brigatisti grazie a una trattativa segreta con lo Stato tricolore sono oggi tutti liberi. Come se la spassano adesso Valerio Morucci (vari ergastoli), Mario Moretti (condannato a 6 ergastoli) e Barbara Balzerani? A proposito: le carte sulla vicenda Moro, in barba alla legge vigente, sono ancora sottoposte all'impermeabile segreto di Stato, nonostante i proclami propagandistici di Renzi. Anche per questo siamo una colonia a stelle e strisce, un'Italietta delle banane eterodiretta dall'estero, a sovranità inesistente.

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da La Stampa, 5maggio 2008

STEVE PIECZENICK: L'UOMO DEL SILENZIO

«Ho mantenuto il silenzio fino ad oggi. Ho atteso trent'anni per rivelare questa storia. Spero sia utile. Mi rincresce per la morte di Aldo Moro; chiedo perdono alla sua famiglia e sono dispiaciuto per lui, credo che saremmo andati d'accordo, ma abbiamo dovuto strumentalizzare le Brigate Rosse per farlo uccidere. Le Br si erano spinte troppo in là». Chi parla è Steve Pieczenick. Un uomo misterioso, che volò in Italia nei giorni del sequestro Moro, inviato dall'amministrazione americana ad «aiutare» gli italiani. Pieczenick non ha mai parlato di quello che fece in quei giorni. Dice addirittura di essersi impegnato con il governo italiano di allora a non divulgare mai i segreti di cui è stato a conoscenza. Ed è un fatto che né la magistratura, né le varie commissioni parlamentari sono mai riuscite a interrogarlo. Finalmente però l'uomo del silenzio ha parlato con un giornalista, il francese Emmanuel Amara, che ha scritto un libro («Abbiamo ucciso Aldo Moro», Cooper edizioni) sul caso.

Le rivelazioni sono sconvolgenti. Pieczenick, che è uno psichiatra e un esperto di antiterrorismo, avrebbe avuto un ruolo ben più fondamentale in quei giorni. E che ruolo. «Ho manipolato le Br», dice. E l'effetto finale di questa manipolazione fu l'omicidio di Moro.

Il «negoziatore» Pieczenick arriva a Roma nel marzo 1978 su mandato dell'amministrazione Carter per dare una mano a Francesco Cossiga. E' convinto che l'obiettivo sia quello di salvare la vita allo statista. Ben presto si rende conto che la situazione è molto diversa da quanto si pensi a Washington e che l'Italia è un paese in bilico, a un passo dalla crisi di nervi e dalla destabilizzazione finale.

Da come maltratta l'ambasciatore e il capostazione della Cia si capisce che Pieczenick è molto più di un consulente. E' un proconsole inviato alla periferia dell'impero. «Il capo della sezione locale della Cia non aveva nessuna informazione supplementare da fornirmi: nessun dossier, nessuno studio o indagine delle Br... Era incredibile, l'agenzia si era completamente addormentata. Il colmo era il nostro ambasciatore a Roma, Richard Gardner. Non era una diplomatico di razza, doveva la sua nomina ad appoggi politici». Cossiga è molto franco con lui. «Mi fornì un quadro terribile dalla situazione. Temeva che lo Stato venisse completamente destabilizzato. Mi resi conto che il paese stava per andare alla deriva».

Nella sua stanza all'hotel Excelsior, e in una saletta del ministero dell'Interno, Pieczenick comincia lo studio dell'avversario. Scopre che invece sono i terroristi a studiare lui. «Secondo le fonti di polizia dell'epoca, ventiquattr'ore dopo il mio arrivo mi avevano già inserito nella lista degli obiettivi da colpire. Fu allora che capii qual era la forza delle Brigate Rosse. Avevano degli alleati all'interno della macchina dello Stato».

Una sgradevole verità gli viene spiegata in Vaticano. «Alcuni figli di alti funzionari politici italiani erano in realtà simpatizzanti delle Brigate Rosse o almeno gravitavano nell'area dell'estrema sinistra rivoluzionaria. Evidentemente era in questo modo che le Br ottenevano informazioni importanti». Così gli danno una pistola. «Ogni volta che uscivo in strada stringevo più che mai la Beretta che avevo in tasca».

Comincia una drammatica partita a scacchi. «Il mio primo obiettivo era guadagnare tempo, cercare di mantenere in vita Moro il più a lungo possibile, il tempo necessario a Cossiga per riprendere il controllo dei suoi servizi di sicurezza, calmare i militari, imporre la fermezza a una classe politica inquieta e ridare un po' di fiducia all'economia».

Ma la strategia di Pieczenick diventa presto qualcosa di più. E' il tentativo di portare per mano i brigatisti all'esito che vuole lui. «Lasciavo che credessero che un'apertura era possibile e alimentavo in loro la speranza, sempre più forte, che lo Stato, pur mantenendo una posizione di apparente fermezza, avrebbe comunque negoziato».

Alla quarta settimana di sequestro, però, quando comincia l'ondata delle lettere di Moro più accorate, tutto cambia. Una brusca gelata. Il 18 aprile, viene diramato il falso comunicato del lago della Duchessa. Secondo Pieczenick è un tranello elaborato dai servizi segreti italiani. «Non ho partecipato direttamente alla messa in atto di questa operazione che avevamo deciso nel comitato di crisi». Il falso comunicato serve a preparare l'opinione pubblica al peggio. Ma serve soprattutto a choccare i brigatisti. Una mossa che mette nel conto l'omicidio di Moro. E dice Pieczenick: il governo italiano sapeva che cosa stava innescando.
«Fu un'iniziativa brutale, certo, una decisione cinica, un colpo a sangue freddo: un uomo doveva essere freddamente sacrificato per la sopravvivenza di uno Stato. Ma in questo genere di situazioni bisogna essere razionali e saper valutare in termini di profitti e perdite». Le Br di Moretti, stordite, infuriate, deluse, uccidono l'ostaggio. E questo è il freddo commento di Pieczenick: «L'uccisione di Moro ha impedito che l'economia crollasse; se fosse stato ucciso prima, la situazione sarebbe stata catastrofica. La ragion di Stato ha prevalso totalmente sulla vita dell'ostaggio». La Stampa, 5maggio 2008

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Recensione del libro di Leonardo Sciascia

UN CASO D'INQUISIZIONE PIÙ TERRIBILE DELL'ANTICO

di Laura Mulleri

Il testo "L'Affaire Moro" si riferisce ad "un caso d'inquisizione più terribile dell'antico" scriveva Sciascia ne "La Sicilia come metafora", un evento tremendo per il paese: "non c'è nessuna differenza tra un brigatista rosso e un inquisitore dei tempi dell'inquisizione spagnola". Sciascia intende ricostruire nell'Affaire Moro, attraverso una composizione dal carattere documentario, il problematico rapporto tra gli oscuri meccanismi del potere e la coscienza del singolo e fra la responsabilità individuale e il decorso della storia. Sciascia ha una particolare predilezione per la realizzazione di testi su personaggi storici realmente esistiti coinvolti in determinati periodi storici: Moro, Majorana, Raymond Russel. Sono personaggi che esprimono una condizione sociale di prestigio. Sono inoltre personaggi che hanno a che fare con la Sicilia e con il Sud Italia. Anche ne "L'affaire Moro" si tratta di un grande statista e uomo politico stimato, personaggio coinvolto in vicende tremende su cui indagare. In questo testo c'è un enigma da risolvere e Sciascia adopera gli strumenti della tecnica poliziesca per giungere a rovesciare tutte le verità ufficiali. Si presentava nel testo un duplice processo di immedesimazione con le Brigate Rosse e con Moro prigioniero che mandava dalla prigione messaggi da decifrare. Già nel titolo "L'Affaire Moro" Sciascia colloca l'opera letteraria entro l'anagrafe francese L'affaire Calas, l'affaire Dreyfus con cui ha voluto registrare un'intenzione di denuncia. Si tratta infatti di una vera e propria denuncia rivolta allo Stato per la connivenza con la mafia siciliana, la camorra napoletana, il banditismo sardo. Infatti secondo Sciascia Moro era stato condannato a morte direttamente dalle Brigate Rosse e indirettamente dalla DC, dallo Stato.

Leonardo Sciascia a mio avviso è stato uno dei più grandi scrittori italiani del '900.

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Recensione del libro di Leonardo Sciascia

SULLA VITA E LA MORTE DI ALDO MORO GIUDICHERÀ LA STORIA

di Roberto Bortone


Scritto a caldo, in quel 1978 carico di violenza, veleni ed intrighi, pubblicato dapprima in Francia e solo successivamente in Italia, l'Affaire Moro suscitò, come previde lo stesso autore, malumori, incomprensioni e, ovviamente, polemiche.

Denso di interpretazioni e prese di posizione molto personali, controcorrente, allora come oggi, l'Affaire Moro ha rappresentato di fatto il primo tentativo di pulizia intellettuale nell'universo oscuro e ombroso che circonda il rapimento e l'uccisione dello statista democristiano.
Leonardo Sciascia, trascorsi due mesi dal ritrovamento del corpo senza vita dello statista in via Caetani, concede difatti finalmente un peso alle parole scritte da Aldo Moro quando era ancora in vita, in quei lunghi e catalizzanti cinquantacinque giorni di prigionia. Parole astutamente o negligentemente inascoltate, per molti per troppi anni anche dai suoi più stretti amici e collaboratori. Un peso intellettuale e umano racchiuso in un copioso scambio epistolare che ancora dopo venticinque anni non è da considerare sufficientemente analizzato, studiato, compreso.

E' un'operazione difficile questa di Sciascia se è vero che "...nell'affaire Moro si presentava la necessità di un duplice processo di immedesimazione: con le Brigate Rosse..., e con Moro, prigioniero che mandava dalla prigione messaggi da decifrare secondo quel che "gli amici" conoscevano di lui - pensieri, comportamenti, abitudini e idiosincrasie - e secondo immedesimazione alle condizioni in cui si trovava".

Delle circa ottanta lettere scritte da Moro nella prigione del popolo, solamente una trentina furono consegnate e dunque rese pubbliche dai suoi carcerieri. Le altre vennero trovate solo molti anni dopo nei vari e poco chiari sequestri e ritrovamenti del materiale brigatista. Dunque Sciascia nel 1978 non conosceva che quelle trenta missive recapitate ed è importante oggi che chi ha avuto la possibilità di leggerle tutte riconosca all'intellettuale siciliano il merito di aver insistito per primo sulla rilevanza fondamentale contenuta in quelle pagine, cariche di vita quanto di morte e nelle cui righe è forse racchiusa la chiave di un mistero. Il senso di decisività che Sciascia attribuisce a quegli scritti, vero copione dell'intero affaire Moro, cozza fortemente con l'opinione che anche i suoi amici più stretti, con poche eccezioni, si affrettarono a diffondere nei giorni del sequestro: lettere scritte da Moro d'accordo, ma da quale Moro? Una domanda a cui oggi farebbero bene a rispondere sinceramente tutti coloro che in questi venticinque anni sinceri non lo sono stati. Sarebbe un atto dovuto alla famiglia Moro, ai suoi amici più cari e in definitiva alle nuove generazioni che si affacciano con sfiducia, distrattamente e noiosamente al finestrone della politica nostrana, coacervo di intrighi e veleni, oggi come allora.

Il "caso Moro", ha rappresentato nel nostro paese, è inutile negarlo, un vero e proprio spartiacque storico ma soprattutto morale al punto che la memoria di coloro che vissero quegli anni, non importa se da protagonisti oppure da semplici spettatori, non potrà mai più tornare ad essere la stessa, sporcata irrimediabilmente dal sangue di Aldo Moro e da quello della sua scorta. Le immagini della strage di via Fani e di Moro nella prigione del popolo rimarranno per sempre stampate nell'album di una generazione che è divenuta improvvisamente adulta. E chi, come colui che scrive, non ha vissuto per motivi anagrafici quegli anni troverà sempre davanti a se, nel corso di una crescita culturale e politica che possa definirsi tale, un bivio etico: cosa leggere, cosa capire, cosa pensare dei fantasmi del caso Moro? Come misurarsi con la mole di pagine vergate spesso insulsamente dopo quel brutale assassinio? In questa prospettiva, non c'è che dire, il libro di Sciascia è un passaggio obbligato. Occorre entrare nell'affaire, sporcarsene le mani, per crescere. E' un concetto che Sciascia capì bene sulla sua pelle: "Se dieci anni prima mi avessero detto che Moro avrebbe cambiato la mia vita, avrei riso: invece è stato così. Dopo la morte di Moro non mi sento più libero di immaginare. Anche per questo preferisco ricostruire cose già avvenute. Ho paura di dire cose che possono avvenire".

Tra i tanti aspetti interessanti riportati nel testo ritengo che ne vadano sottolineati almeno due.
In primo luogo Sciascia sostiene che gli interventi censori da parte degli aguzzini di Moro ci furono ma non si sostanziarono affatto in una "scrittura sotto dettatura", come molti hanno tentato di affermare, quanto piuttosto nel non recapitare tutte le lettere che Moro scriveva, ottenendo in tal modo il duplice vantaggio di non lasciar cadere lo statista nello sconforto totale ed avere nello stesso tempo la possibilità di decifrare essi stessi ciò che Moro andava scrivendo. Si perché Aldo Moro era presente a se stesso, lucido e pensoso come sempre, apparentemente distratto, ovviamente turbato ma assolutamente lucido. E questo le BR lo sapevano bene, al pari di coloro che si opposero ad ogni mediazione nascondendosi dietro ad un senso dello Stato che solo a chi è morto per esso è giusto attribuire. A questo punto l'autore tenta di suggerire una via interpretativa, forse apparentemente artificiosa, ma che, ad un'attenta lettura delle lettere, risulta tutt'altro che inverosimile: occorre secondo lui applicare un codice alle lettere come al memoriale, codice che egli definisce del non senso. Stranezze concettuali in cui difficilmente un intellettuale come Moro poteva cadere inconsapevolmente: nella lettera a Cossiga, ad un certo punto Moro scrive: "Penso che un preventivo passo della Santa Sede (...) potrebbe essere utile". Niente di più assurdo secondo Sciascia, e probabilmente, anche secondo Moro. Cosa poteva aver voluto dire? Forse, è parere dello scrittore, Moro riteneva di essere nei paraggi della Città del Vaticano, o comunque a Roma. Un indizio, un appiglio, al quale avrebbero fatto bene ad attaccarsi Cossiga con l'intero apparato di polizia messo spettacolarmente quanto inutilmente in moto. Un altro esempio riportato da Sciascia è contenuto nel più volte citato brano in cui lo statista dice di trovarsi sotto un "dominio pieno e incontrollato": forse voleva lasciar intendere un con-dominio pieno e ancora non controllato? Probabilmente non lo sapremo mai. Moro lasciava molliche che nessuno avrebbe raccolto, indizi che qualcuno avrebbe sapientemente occultato. Una analisi tecnica delle lettere di Moro degna di questo nome, come ha ammesso lo stesso Cossiga, non venne mai fatta nei giorni del sequestro.
Un'altra interpretazione degli scritti di Moro altrettanto audace ma non per questo inverosimile è connessa alla parola famiglia, o meglio al concetto che con essa Moro vuole esprimere. Termine ricorrente nelle lettere, spesso fuori luogo, che secondo Sciascia si riferisce non alla famiglia naturale di Moro, alla quale egli è indubbiamente molto attaccato ma che obbiettivamente non sarebbe così impossibilitata nel far fronte alle proprie esigenze senza l'apporto di Moro come quest'ultimo vuole far intendere, quanto alla famiglia del partito della Democrazia Cristiana. Famiglia quest'ultima, tutt'altro che unita e indubbiamente bisognosa invece della figura carismatica e mediatrice che Moro rappresentava. Traspare altresì in molte occasioni nelle lettere che Moro scriveva ai suoi collaboratori e colleghi l'amara constatazione che già senza la sua presenza fisica, nei giorni del sequestro le decisioni vengano prese in fretta, senza una adeguata riflessione. Considerazioni quasi sempre accompagnate, vale la pena dirlo, da oscuri presagi che lo statista intravede nel futuro della DC e che, come noi sappiamo bene, troveranno la loro concreta manifestazione nella disgregazione e nel tracollo del partito per antonomasia nei primi anni novanta .

Ancora nel corso del testo Sciascia si sofferma su aspetti importanti dell'affaire quali il mito dell'imprendibilità delle BR, della loro efficienza e sicurezza nei movimenti. Fino ad aprire uno spazio di dialogo con i sostenitori del cosiddetto "fronte della trattativa": in particolare, secondo Sciascia, il Partito Socialista di Bettino Craxi poteva aver "intuito" giustamente la dicotomia o meglio la spaccatura che si stava inserendo all'interno della stessa organizzazione rossa. Dicotomia ben tratteggiata in una lettera di Moro alla Democrazia Cristiana recapitata il 28 aprile. Scrive Moro che "la pietà di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del ritorno della D.C. a se stessa e la sua assunzione di responsabilità". Pietà, quella stessa pietà che sembra trasparire nel balbettio della voce del brigatista nel corso della telefonata fatta al professor Franco Tritto la mattina del 9 maggio in cui si davano le istruzioni per il ritrovamento del corpo del più volte definito onorevole, presidente Aldo Moro. Scrive Sciascia che "nel loro manifesto o latente antiparlamentarismo..., mai credo gli italiani avevano pensato che il titolo di "onorevole" venisse da "onore" come nel momento in cui lo hanno sentito dalla voce del brigatista accompagnarsi al nome di Moro". Ma di questa dicotomia, di questa possibile spaccatura che avrebbe potuto salvare la vita di un uomo nessuno seppe farci nulla.

Al termine l'autore ha inserito la Relazione di minoranza redatta e presentata da lui stesso alla Commissione Parlamentare d'inchiesta su la strage di via Fani, preceduta da una utile cronologia degli eventi dell'affaire che si conclude con i funerali di Moro e con il comunicato diffuso dalla famiglia: "La famiglia desidera che sia pienamente rispettata dalle autorità di Stato e di partito la precisa volontà di Aldo Moro. Ciò vuol dire: nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso; nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro, giudicherà la storia."

Davvero oggi sono queste pagine di storia, di una storia non tutta italiana e nella quale finiscono allo stesso modo i sogni di chi voleva una democrazia compiuta e quelli di chi, parafrasando le parole di Sciascia, voleva morire per la rivoluzione ed è finito invece per morire con la rivoluzione.

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Da Radio radicale.it

LA RELAZIONE DI MINORANZA, PRESENTATA IL 22 GIUGNO 1982, DA LEONARDO SCIASCIA (gruppo Parlamentare Radicale) ALLA "COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SULLA STRAGE DI VIA FANI E IL SEQUESTRO E L'OMICIDIO DELL'ONOREVOLE ALDO MORO".

Numerosa di quaranta membri più il presidente, nel succedersi di tre presidenti, l'ultimo dei quali - il senatore Valiante - nominato quando già le acquisizioni erano ingenti, e necessitato dunque a informarsene, la Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani, il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e la strategia e gli obiettivi perseguiti dai terroristi, si è mossa in questa prima parte dei suoi lavori, soprattutto devoluti al caso Moro, con inevitabili ritardi, lentezze e dispersioni. Il fatto che la presenza dei componenti si riducesse di media tra la metà e i due terzi, le è stato di minima agevolazione nelle audizioni, sempre troppo lunghe e in parte ripetitive. A ciò va aggiunta la latente e a volte esplicita conflittualità, tra i membri della Commissione, che riproduceva quella manifestatasi tra i partiti del cosiddetto arco costituzionale - e specialmente tra il comunista e il democristiano da un lato, il socialista dall'altro - nei giorni del sequestro Moro ed oltre, fino al sequestro e al rilascio del magistrato D'Urso: e cioè sulla posizione detta »umanitaria dei socialisti, che affermava la necessità di trattare coi terroristi, pur tenendo presenti i limiti del possibile cedimento, e quella detta »della fermezza , sostenuta da comunisti, democristiani e altri, di assoluta e inscalfibile intransigenza. Tali posizioni vi si ripetevano nella Commissione col perseguire da una parte la dimostrazione che un minimo cedimento, conseguente alle trattative con le Brigate Rosse, avrebbe potuto salvare la vita di Aldo Moro (così come poi la chiusura del carcere dell'Asinara e l'intervento di parlamentari presso i brigatisti carcerati si ritenne - ma non da tutti, e non da noi - avesse salvata quella del magistrato D'Urso); e dall'altra che la disponibilità a trattare del Partito Socialista, nonché incrinare la cosiddetta »solidarietà nazionale fondata sulla fermezza, non solo non poteva portare alla salvezza di Moro, ma si configurava - nella ricerca di un contatto particolare e riservato con le Brigate Rosse, negli incontri tra esponenti socialisti ed esponenti dell'Autonomia romana che si credeva potessero fare da tramite (e si è visto poi che potevano) - come un vero e proprio reato, visto che i magistrati inquirenti non ne erano stati informati. Questa conflittualità, che ad evidenza corre nei verbali della Commissione, anche se mai espressa nei termini netti in cui noi li riassumiamo, è stata nel lavoro della Commissione - a parere nostro - una grave remora, una incommensurabile perdita di tempo. Da ciò, per esempio, le inutili udienze dedicate al caso Rossellini-Radio Città Futura: se Rossellini aveva o no dato notizia dell'avvenimento di via Fani almeno mezz'ora prima che si verificasse (e se si fosse riusciti a provarla, ne sarebbe venuta la conseguenza che Rossellini era dentro, e dunque i suoi contatti coi socialisti diventavano automaticamente gravi: beninteso per i socialisti). Ma Rossellini non poteva aver dato quella notizia: poiché - se ne ha l'impressione - aveva ben studiato gli scopi e i comportamenti delle Brigate Rosse, poteva avere, se mai, azzardato una ipotesi. Comunque, la domanda se Moro si poteva o no salvare attraverso trattative, finisce con l'apparire gratuita e irrilevante, dopo tante ore di audizioni e migliaia di pagine di verbali. Gratuita e irrilevante, diciamo, ai fini di una Commissione Parlamentare d'inchiesta; mentre la si può considerare non gratuita e non irrilevante in una inchiesta tra le Brigate Rosse, dentro le Brigate Rosse e da loro condotta: poiché a loro era possibile la scelta di rilasciare Moro invece che di assassinarlo; e dalla scelta di assassinarlo ha avuto principio, nel dissenso tra loro insorto, la crisi che va portandole alla disgregazione, all'annientamento. La domanda prima cd essenziale cui la Commissione ha il dovere di rispondere, a noi appare invece questa: "perché Moro non è stato salvato nei cinquantacinque giorni della sua prigionia, da quelle forze che lo Stato prepone alla salvaguardia, alla sicurezza, all'incolumità dei singoli cittadini, della collettività, delle istituzioni?"

Ovviamente, né si poteva evitare, altro tempo si è perso nell'inseguire una risposta alla domanda posta dal punto a) articolo I, della legge che istituiva la Commissione ("se vi siano state informazioni, comunque collegabili alla strage di via Fani, concernenti possibili azioni terroristiche nel periodo precedente il sequestro di Aldo Moro, e come tali informazioni siano state controllate ed eventualmente utilizzate) Intorno a tale domanda si sono accagliate insondabili mitomanie, scarti della memoria, incontrollabili giri di tempo (e ne fa parte anche il caso Rossellini-Radio Città futura). Né meno inutile è stato il lavoro della Commissione per rispondere al punto b) della legge: "se Aldo Moro abbia ricevuto, nei mesi precedenti il rapimento, minacce o avvertimenti diretti a fargli abbandonare l'attività politica ; poiché è da credere che ogni uomo politico di preminente ruolo ne riceva, ma anonimamente e non, come consiglio o come minaccia; e specialmente ne avrà ricevuto - ne ha ricevuto - Aldo Moro, i cui intendimenti non sempre decifrabili potevano facilmente dar luogo a fraintendimenti. Ma anche l'avvertimento (o minaccia) che ebbe mentre presumibilmente si trovava in un paese amico, e da parte di una personalità in quel paese autorevole, non crediamo sia possibile collegarlo alla sua eliminazione: e per il fatto stesso che c'è stato. Cose del genere - lo si sa persino proverbialmente - si fanno senza dirle; il non dirlo è anzi la condizione necessaria per farle. Era invece rigorosamente prevedibile - a rigore del loro cercare e colpire i gangli e le personalità dello Stato delle multinazionali , del sistema democratico e capitalistico - che le Brigate rosse puntassero alla cattura e all'eliminazione di un uomo come Moro, al vertice della Democrazia Cristiana e sul punto - si credeva - di allargarle intorno il consenso e comunque di renderla più duttile, più prensile, più durevolmente sicura (e però nella misura in cui più duttili sì, ma meno prensili e meno sicure diventavano le forze d'opposizione). Ma che secondo i loro schemi, piuttosto rigidi ed elementari, le Brigate Rosse facessero una diagnosi della situazione che portasse alla cattura e/o all'eliminazione di Aldo Moro, si era ben lontani, negli organi che ne avevano il dovere, dal prevederlo; e figuriamoci dal prevenirlo. Sicché alla domanda che pone il punto c) della legge (le eventuali carenze di adeguate misure di prevenzione e tutela della persona di Aldo Moro), si può nettamente rispondere che non solo le carenze ci furono, ma che ai tentativi della Commissione per accertarle sono state opposte denegazioni così assolute da apparire incredibili. A renderle incredibili è la personalità del maresciallo Leonardi, capo della scorta di Moro, per come concordemente, da diversi punti di vista, ci e stata descritta. Giudicandola la scorta di Moro dentro l'Università, l'ex brigatista Savasta dice: "Io ho notato tre uomini, fra cui uno anziano... Erano tre molto visibili, tra cui questo anziano, che era il più bravo di tutti perché si muoveva nella folla... Sì, era il maresciallo Leonardi, che si muoveva meglio di tutti, perché la ressa era molto grossa per partecipare alle lezioni di Aldo Moro. Nonostante questa riusciva a tenere sotto controllo la situazione. Mi colpì questo aspetto specifico anche per capire che tipo di scorta c'era, cioè se era una scorta proforma o una scorta reale... L'atteggiamento del maresciallo Leonardi era quello di una scorta reale, molto preparata: era quel tipo di scorta che non eravamo abituati a vedere. C'è un modo che si capisce subito: prima il fatto che erano sempre pronti a prendere la pistola; secondo, poi, come si muovevano tra la gente. Cioè era un modo diverso. Se la scorta è proforma, non si sta molto a guardare; quando è reale, si capisce subito, cioè come si guarda la gente, come si vedono gli spostamenti delle altre persone. Sembrava una scorta reale... Nel loro lavoro di osservazione, i brigatisti erano dunque arrivati al giudizio che tutte le scorte fossero proforma; e perciò la meraviglia di scoprire invece reale - anche se in un determinato luogo - quella di Aldo Moro. Ma il merito era tutto di quell'anziano molto bravo, che riusciva a tenere sotto controllo tutta la situazione. Questo giudizio, di innegabile competenza, concorda con quello del generale Ferrara: "Leonardi era un sottufficiale eccellente sotto ogni riguardo: austero, serio, distintissimo, fisicamente prestante, costantemente sicuro di sé; era un ragazzo coraggioso e sempre pronto, tiratore scelto, cintura nera...". Questi giudizi ci portano a considerare veridiche tutte le testimonianze sulle preoccupazioni del maresciallo Leonardi in ordine alla sicurezza dell'onorevole Moro (e alla propria); e specialmente quella della moglie. Leonardi aveva chiesto altri uomini, al Ministero dell'Interno: forse in più, forse in sostituzione di quelli che già aveva e che non gli pareva fossero ben preparati per il servizio che dovevano svolgere . Questa richiesta, che la signora Leonardi colloca tra la fine del '77 e il principio del '78, non ha lasciato traccia né nei documenti né nella memoria di chi avrebbe dovuto riceverla. E pure non può non esserci stata: proprio in quel periodo le abitudini e i comportamenti di Moro e della sua scorta venivano - sappiamo - studiati dalle Brigate rosse; e ciò non sfuggiva all'attenzione di Leonardi. La sua preoccupazione cresceva a misura che, per certi segni, vedeva il pericolo avvicinarsi. Si era anche accorto che lo seguivano, ne aveva parlato alla moglie e ad altri aveva precisato che lo seguiva una 128 bianca. Negli ultimi tempi era così preoccupato, teso, dimagrito, si sentiva talmente insicuro da far dire alla moglie che »non era più lo stesso. E quasi tutti i pomeriggi, quand'era libero andava, dice la moglie, "a conferire col generale Ferrara, sempre per motivi di servizio". Ma il generale Ferrara decisamente nega, avvalorando la sua negazione col preciso ricordo di un solo incontro con Leonardi: il 26 gennaio 1978, e per motivi non di servizio. Con chi dunque parlava Leonardi, a chi faceva i suoi rapporti? Che li facesse, la signora se ne dice sicura al cento per cento . Ma il generale Ferrara, pur ammettendo che Leonardi aveva contatti con tutta la scala gerarchica , afferma: "il maresciallo Leonardi non ha mai mandato rapporti a chicchessia... abbiamo svolto un'inchiesta per controllare presso tutti i comandi gerarchici della capitale se Leonardi avesse fatto un cenno anche verbale: non risultò niente... nessuna richiesta, né di personale né di rinforzi di uomini e di mezzi, era mai stata inoltrata". Il che, ribadiamo, non è credibile: Leonardi può non aver parlato col generale Ferrara, ma con qualcuno dei comandi gerarchici della capitale ha parlato di certo. Che ne sia scomparsa ogni traccia e che lo si neghi è un fatto straordinariamente inquietante.

Uguale immagine di preoccupazione, di nervosismo, di paura dà del marito la vedova dell'appuntato Ricci. Non parlava molto del servizio, in casa: ma poiché faceva da autista, diceva dei guai che la 130 che gli avevano affidata dava ("si rompeva continuamente") e sospirava all'arrivo della 130 blindata. Alla fine del '77, disse alla moglie che finalmente arrivava: il che vuol dire che era stata richiesta e promessa. Ma non arrivò. Da ciò, forse, verso il mese di febbraio, un più accentuato nervosismo ("appariva nervoso e si comportava in maniera strana"): che corrispondendo al comportamento del maresciallo Leonardi, vuol dire che condividevano la stessa preoccupazione, scorgevano gli stessi segni. Ma così come per i rapporti di Leonardi, nessuno sa nulla della richiesta di una macchina blindata; è stato anzi detto alla Commissione che se fosse stata richiesta sarebbe stata data senza difficoltà. Ma com'è che, non richiesta, la si aspettava e, ad un certo punto, non la si aspettò più? Reale, dunque, dentro l'Università, la scorta di Moro diventava pro forma fuori, nella deficienza e insicurezza dei mezzi: il che certamente non sfuggì alla osservazione delle Brigate Rosse. Il dire, oggi, che una macchina blindata e meglio funzionante per Moro; altra coi freni a posto per la scorta che lo seguiva; armi di sicura efficienza e addestramento a prontamente usarle, non sarebbero stati elementi di dissuasione o di non riuscita al piano delle Brigate Rosse, è altrettanto insensato che affermare lo sarebbero stati. In azioni come quella attuata per il sequestro di Moro, basta che una piccola cosa funzioni o non funzioni per decidere la riuscita o il fallimento. E comunque, quel che non funziona suppone delle responsabilità, che vanno accertate e individuate. Ma nella ricerca delle responsabilità - che sono sempre individuali anche se estensibili e concatenate - la Commissione si è sempre fermata un po' prima, al limite di scoprirle, di accertarle: per ragioni formali, per difficoltà interne ed esterne.

Il punto d) della legge che istituisce la Commissione d'inchiesta, richiede si faccia luce su le eventuali disfunzioni od omissioni e le conseguenti responsabilità verificatesi nella direzione e nell'espletamento delle indagini, sia per la ricerca e la liberazione di Aldo Moro, sia successivamente all'assassinio dello stesso, e nel coordinamento di tutti gli organi e apparati che le hanno condotte ; ma il materiale raccolto dalla Commissione a tal proposito è così vasto che conviene estrarne i fatti essenziali o emblematici, conferendo importanza ad alcuni che sembrano non averne e rovesciando il significato e il valore di certi altri cui si è voluto invece dare importanza. Per esempio: sembrano importanti, e se ne parla come di uno sforzo imponente da riconoscere e da elogiare, le operazioni condotte dalle forze dell'ordine nel giro dei cinquantacinque giorni che vanno dal sequestro all'assassinio di Moro. Si tratta davvero di uno sforzo imponente, e ne trascriviamo il compendio: 72.460 posti di blocco, di cui 6.296 nella città urbana di Roma; 37.702 perquisizioni domiciliari, di cui 6.933 a Roma; 6.413.713 persone controllate, di cui 167.409 a Roma; 3.383.123 automezzi controllati, di cui 96.572 a Roma;, 150 persone arrestate 400 fermate. In queste operazioni erano impegnati quotidianamente 13.000 uomini, 4.300 nella città di Roma. Sforzo imponente, ma per nulla da elogiare. Prevalentemente condotte a tappeto (e però, come si vedrà, con inconsulte eccezioni) le operazioni di quei giorni erano o inutili o sbagliate. Si ebbe allora l'impressione - e se ne trova ora conferma - che si volesse impressionare l'opinione pubblica con la quantità e la vistosità delle operazioni, noncuranti affatto della qualità. E si trattò propriamente di una scelta subito fatta, di un criterio (paradossalmente consistente nella mancanza di un criterio effettuale) subito assunto: ci riferiamo a quell'ordine, diramato alle questure dalla direzione dell'Ucigos di attuare, subito dopo il sequestro di Moro, il piano zero. Il piano zero esisteva soltanto per la provincia di Sassari; ma il dirigente dell'Ucigos, che era stato questore a Sassari, credeva esistesse per tutte le provincie italiane. Ne nacque un convulso telefonarsi di questori tra loro, prima che si arrivasse a capire che il piano non esisteva. Ma il punto non è quello dell'errore e del comico che ne derivò; il punto è come mai si pensò che l'attuazione di un piano zero in tutte le provincie italiane potesse avere un qualche effetto. Che senso aveva istituire posti di blocco, controllare mezzi e persone, la mattina del 16 marzo, a Trapani o ad Aosta? Nessuno: se non quello di offrire lo spettacolo dello sforzo imponente. Si partì dunque - per volontà o per istinto - verso effetti spettacolari e forse confidando nel calcolo della probabilità (che non funzionò). Ed è comprensibile che per conseguire tali effetti si sia trascurato l'impiego di forze meno imponenti ma più sagaci per dare un corso meno vistoso ma più producente alle indagini: a tal punto che la Commissione si è sentita rispondere dall'allora questore di Roma che mancava di uomini per un lavoro di pedinamento che non ne avrebbe richiesto più di una dozzina; mentre solo a Roma 4.300 agenti spettacolarmente ma vanamente annaspavano. Ma torneremo su questo punto. Aggiungiamo, intanto, che la nostra opinione sulla vacuità delle operazioni di polizia è condivisa e trova autorevole conferma in questa dichiarazione del dottor Pascalino, allora procuratore generale a Roma: in quei giorni si fecero operazioni di parata, più che ricerche . Ed è incontrovertibile che chi volle, chi assentì, chi nulla fece per meglio indirizzare il corso delle cose, va considerato - nel grado di responsabilità che gli competeva - pienamente responsabile.

Curiosamente, a queste operazioni di parata, corrisponde un contraddittorio segno di preparazione e di efficienza, da parte della polizia, che non è stato giustamente valutato: e riguarda la segnalazione dei ricercati in quanto presunti brigatisti; segnalazione che, attraverso la diffusione di fotografie sulla stampa o per televisione, fu fatta appena qualche giorno dopo l'eccidio di via Fani. Si segnalarono ventidue individui: ma subito si scoprì che due di loro erano già in carcere, uno notoriamente residente in Francia, un altro regolarmente registrato nell'albergo in cui alloggiava. Questi errori - che crediamo trovino giustificazione nella endemica incomunicabilità, nel nostro paese, delle istituzioni tra loro - impedirono all'opinione pubblica di vedere quel che invece c'era di positivo nella segnalazione: e cioè che su diciotto individui la polizia non si era sbagliata. Giustamente un funzionario di polizia (il dottor Improta) ha rivendicato, davanti alla Commissione, la preparazione e la prontezza dimostrata dalla questura di Roma in questo fatto, che invece l'opinione pubblica valutò al contrario e arrivando quasi al dileggio. Lo Stato non era impreparato, se dopo tre giorni la questura di Roma era in grado di indicare - precorrendo acquisizioni più certe, provate e confessate - diciotto brigatisti, alcuni dei quali facenti parte del gruppo di via Fani, e se conosceva benissimo gli elementi più attivi dell'area extraparlamentare (e persino nelle loro differenziazioni ideologiche e strategiche, di prassi, di temperamento). Il concorde coro di funzionari, e uomini politici, sull'impreparazione dello Stato a fronteggiare l'attacco terroristico, è dunque da accettare con beneficio d'inventario. Il fatto che le precedenti risoluzioni delle Brigate Rosse e gli scritti dei loro teorici e fiancheggiatori non fossero stati convenientemente studiati, dalla polizia e dai servizi di sicurezza, non pone come conseguenza necessaria l'incertezza, la confusione, i disguidi, le omissioni, le vuote operazioni che si sono verificate durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro. Bastava una normale, ordinaria professionalità investigativa. Anche senza lo studio dei testi (che peraltro sarebbe stato più utile alla prevenzione che di fronte al fatto compiuto), si aveva il vantaggio di conoscere approssimativamente la natura e il fine di un'associazione per delinquere denominata Brigate Rosse; si era già arrivati a individuare un congruo numero di affiliati; si aveva sufficiente informazione sul tessuto protettivo di cui l'associazione poteva godere. Se l'operazione di via Fani fosse stata a solo fine di lucro e da un'associazione per delinquere mai manifestatasi, oscura, improvvisata, lo svantaggio sarebbe stato indubbiamente più forte. Ma appunto dei vantaggi non si è saputo fare alcun uso.

Ma andiamo per ordine, attenendoci strettamente ai fatti in cui disfunzioni e omissioni (e conseguenti responsabilità) sempre più vistosamente appaiono. Nel pomeriggio dello stesso giorno 16 in cui era avvenuto l'eccidio della scorta e il rapimento di Aldo Moro, la Fiat 132 in cui Moro era stato trasportato viene ritrovata in via Licinio Calvo: ciò vuol dire che nella zona stessa in cui era accaduto il fatto, poche ore dopo, goliardicamente i brigatisti potevano avventurarsi indenni a bordo di una segnalatissima automobile. La beffarda restituzione, segno di un sicuro muoversi dei brigatisti nel quartiere, avrebbe dovuto far nascere il sospetto che vi abitassero, e quindi incrementare ed acuire la vigilanza. Ma così non fu, e altre due macchine che erano servite per l'operazione venivano trovate, nella stessa via, il 17 e il 19. Rischio che sarebbe da considerare corso abbastanza scioccamente dai brigatisti: ma evidentemente sapevano quel che facevano e che senza danno ne sarebbero usciti. Si procedeva intanto - 17 marzo - al fermo di polizia giudiziaria per Franco Moreno, su cui sembrava gravassero indizi probanti di una partecipazione all'impresa: provvedimento non del tutto comprensibile anche nel caso ci si fosse trovati a indagare soltanto sull'eccidio, ma del tutto incomprensibile trattandosi anche di un sequestro di persona. Poiché il Moreno era in quel momento, a giudizio degli investigatori, il solo elemento visibile dell'associazione, il suo fermo non solo veniva a recidere un possibile tramite per raggiungere gli altri e il luogo in cui Aldo Moro era detenuto, ma poteva anche essere fatale per la vita del sequestrato. Ma forse anche in questo caso il criterio della parata prevalse su quello della professionalità, della ponderata investigazione. Ma gli indizi che sembravano (e, a rileggerne l'elenco, sembrano) gravi, si dissolsero non sappiamo come nell'esame del magistrato; e tre giorni dopo il Moreno veniva rilasciato. Intanto il giorno 18 - il terzo dei cinquantacinque - la polizia, nelle sue operazioni di perquisizione a tappeto, arrivava all'appartamento di via Gradoli affittato a un sedicente ingegnere Borghi, più tardi identificato come Mario Moretti. Vi arrivò: ma si fermò davanti alla porta chiusa. E qui bisogna osservare che per quanto si voglia le operazioni fossero di parata, tant'è che si facevano; e in ordine all'istinto e al raziocinio professionale una porta chiusa, una porta cui nessuno rispondeva, doveva apparire tanto più interessante di una porta che al bussare si apriva. E tanto più che il dottore Infelisi, il magistrato che conduceva l'indagine, aveva ordinato che degli appartamenti chiusi o si sfondassero le porte o si attendesse l'arrivo degli inquilini. Ordine eseguito in innumerevoli casi, e con gran disagio di cittadini innocenti; ma proprio in quell'unico caso (unico per quanto sappiamo), che poteva sortire a un effetto di incalcolabile portata, non eseguito. Pare che l'assicurazione dei vicini che l'appartamento fosse abitato da persone tranquille, sia bastata al funzionario di polizia per rinunciare a visitarlo: mentre appunto tale assicurazione avrebbe dovuto insospettirlo. E pensabile che le Brigate Rosse non si comportassero tranquillamente e anzi più tranquillamente di altri, abitando piccoli appartamenti di popolosi quartieri?

Esattamente un mese dopo - il 18 aprile - l'appartamento di via Gradoli di cui la polizia aveva preso atto come abitato da persone tranquille, fortuitamente si rivelava covo delle Brigate Rosse. Ma il nome Gradoli era già corso nelle indagini, e vanamente, grazie a una seduta spiritica tenutasi nella campagna di Bologna il 2 aprile. E non meravigli che negli atti di una commissione parlamentare d'inchiesta si parli, come in una commedia dialettale, di una seduta spiritica: ma dodici persone, come si suol dire, degne di fede, e per di più appartenenti al ceto dotto della dotta Bologna, sono state sentite una per una dalla Commissione e tutte hanno testimoniato della seduta spiritica da loro tenuta e da cui è venuto fuori il nome Gradoli. Non una di loro si è dichiarata esperta o credente riguardo a fenomeni del genere; tutte hanno parlato di un'atmosfera ludica che attorno al piattino e agli altri elementi necessari all'evocazione, si era stabilita in un pomeriggio uggioso: di gioco, dunque, di passatempo. E non solo tutti sembravano, nel riferire alla Commissione, credere alla semovenza del piattino; ma di fatto ci credettero, se l'indomani ne riferirono alla DIGOS di Bologna e, successivamente, al dottor Cavina, capo dell'ufficio stampa dell'onorevole Zaccagnini. Tra i farfugliamenti del piattino , un nome era venuto fuori nettamente: Gradoli. Poiché c'è in provincia di Viterbo un paese di questo nome, la polizia vi si recò in forze, presumibilmente facendovi le solite perquisizioni a tappeto; e senz'alcun risultato, si capisce. Il suggerimento della signora Moro, di cercare a Roma una via Gradoli, non fu preso in considerazione; le si rispose, anzi, che nelle pagine gialle dell'elenco telefonico non esisteva. Il che vuol dire che non ci si era scomodati a cercarla, quella via, nemmeno nelle pagine gialle: poiché c'era.

All'appartamento di via Gradoli abitato dal sedicente ingegnere Borghi, si arriva finalmente, e per caso, alle 9,47 del 18 aprile: a tamponare una dispersione d'acqua, non a sorprendervi dei brigatisti. E qui è da notare che una specie di fatalità idrica incombe sulle Brigate Rosse, non essendo quello di via Gradoli il solo caso in cui un covo viene scoperto per la disfunzione di un condotto. E del resto abbiamo parlato di spiriti, potremmo anche parlare di veggenti che nella vicenda hanno avuto un certo ruolo: perché non parlare della fatalità? Vi arrivarono primi i pompieri, naturalmente; e capirono e segnalarono di trovarsi in un covo. E a questo punto altro garbuglio, altro mistero: i giornalisti arrivarono prima della polizia; i carabinieri seppero della scoperta soltanto perché riuscirono a intercettare una comunicazione radio della polizia; il giudice inquirente apprese la notizia due ore dopo: non dalla polizia, ma dai carabinieri. E fu costretto, il giudice Infelisi, a ordinare il sequestro dei documenti trovati nel covo, a far sì che anche i carabinieri ne prendessero visione (ma il questore De Francesco nega di aver posto il veto a che i documenti li vedessero i carabinieri e dice di ignorare il sequestro ordinato dal giudice: contrasto rimasto irrisolto). Non si provvide, inoltre, al rilevamento delle impronte digitali nel covo; né pare sia stato prontamente e accuratamente inventariato e vagliato il materiale rinvenuto. Il qual materiale, a giudizio del dottor Infelisi non apportava alcuna indicazione relativamente al luogo in cui poteva trovarsi Moro; ma sente il bisogno, il giudice, di mettere questo inquietante inciso: almeno quello di cui io ho avuto conoscenza : così aprendo come possibile il fatto che possa esserci stato del materiale sottratto alla sua conoscenza. Insomma: tutto quel che intercorre dal 18 marzo al 18 aprile intorno al covo di via Gradoli attinge all'inverosimile, all'incredibile: spiriti (che in una lettera inviata dall'onorevole Tina Anselmi alla Commissione appaiono molto meglio informati di quanto poi riferito dai partecipanti alla seduta), provvidenziale dispersione d'acqua (ma la Provvidenza aiutata, per distrazione o per volontà, da mano umana), assenza della più elementare professionalità, della più elementare coordinazione, della più elementare intelligenza.

E ancora abbiamo da fermarci su altri episodi. Sorvoliamo su quello del Lago della Duchessa: in cui, non credendo al comunicato, e perdendo tempo a stabilirne l'inautentica-autenticità o l'autentica-inautenticità, si agì come credendoci, con conseguente distrazione e dispersione di forze; e fissiamoci per un momento su quello della tipografia Triaca.

La prima segnalazione, relativa a persone che gravitavano intorno alla tipografia, e comunque di persone sospettate di avere a che fare con le Brigate Rosse l'UCIGOS la ebbe il 28 marzo. Ma passò giusto un mese prima che fosse in grado di farne rapporto alla DIGOS: il 29 aprile. Tanta lentezza crediamo dovuta principalmente a quello che il dottor Fariello (dell'UCIGOS) chiama "pedinamento a intervalli": che sarebbe il pedinare le persone sospette, a che non si accorgano di essere pedinate, quando sì e quando no. Il che equivale a non pedinarle affatto, poiché soltanto il caso può dare effetto a una siffatta vigilanza. Come se il recarsi in luoghi segreti, gli incontri clandestini e tutto ciò che s'appartiene all'occulto cospirare e delinquere, fosse regolato da abitudini ed orari. Né la possibilità che la persona si accorga di essere oggetto di vigilanza viene dall'assiduità con cui la si segue, ma dall'accortezza o meno con cui l'operazione viene eseguita.

Passa dunque un mese - e Moro sempre chiuso nella "prigione del popolo" - perché la segnalazione, resa più consistente dalla fortuna che finalmente arride al pedinamento a intervalli , arrivi dall UCIGOS alla DIGOS. Il 1· maggio si ha cognizione della tipografia Triaca, in via Pio Foà. Lo stesso giorno, la Digos chiede di poter effettuare controlli telefonici, otto giorni dopo l'autorizzazione a perquisire. La perquisizione si sarebbe dovuta effettuare il 9, il giorno stesso in cui le Brigate Rosse consegnano il cadavere di Moro: e perciò viene rimandata al 17. E qui si può anche essere d'accordo col dottor Fariello: che tanto valeva attendere ancora. Moro ormai assassinato, una vigilanza non ad intervalli, ma continua e sagace intorno alla tipografia avrebbe persino consentito la cattura di Moretti: ma tanto il dirigente dell'UCIGOS che il questore De Francesco ammettono di aver dovuto precipitare l'operazione per la pressione dell'opinione pubblica .

Dall'operazione al tempo stesso tardiva e precipitosa presso la tipografia Triaca dirama una rivelazione che ancora ci costringe a usare la parola incredibile: nella tipografia venivano rinvenute una stampatrice proveniente dal Raggruppamento Unità Speciali dell'Esercito e una fotocopiatrice proveniente dal Ministero dei Trasporti. Per quanto riguarda la fotocopiatrice, nessun elemento si è riusciti ad acquisire per capire come dal Ministero dei Trasporti sia finita nella tipografia delle Brigate Rosse: il che può dare al Parlamento e all'opinione pubblica (quella che non preme per operazione di parata e sa essere attenta) sufficiente idea delle difficoltà incontrate dalla Commissione. Per quanto riguarda la stampatrice, si sono avute sì delle risposte: ma non servono a formularne una sicura sull'iter della macchina dal Raggruppamento Unità Speciali (RUS) - che è poi parte del SISMI, e cioè dei servizi segreti con tal sigla rifondati sulla dissoluzione del SID - alla tipografia Triaca. Che nelle amministrazioni dello Stato sia uso alienare come ferrivecchi macchine che, irrisoriamente acquistate da privati, miracolosamente tornano a funzionare, può anche - nel disordine delle cose - ammettersi; ma che proprio vadano a finire in mano alle Brigate Rosse, è un po troppo; e merita una severa inchiesta.

Altro fatto da segnalare, sempre in relazione alle disfunzioni, alle omissioni e alle conseguenti responsabilità verificatesi nella direzione e nell'espletamento delle indagini , è l'avere trascurato quello che sarebbe stato un vero e proprio filo conduttore per arrivare all'individuazione e alla cattura di un certo numero di brigatisti e, con tutta probabilità, al luogo in cui Aldo Moro era detenuto. A ciò noi arriviamo col senno del poi; ma la polizia avrebbe potuto e dovuto arrivarci col senno di allora. Dice l'allora questore di Roma De Francesco (e la sua convinzione è pienamente condivisa dal dottore Improta, che era stato a capo della divisione politica): »L'area dell'Autonomia è stata forse privilegiata nelle indagini, anche precedenti al sequestro dell'onorevole Moro, poiché ritenevo e sono tuttora convinto che si trattasse dell'area più pericolosa della capitale... Sul problema dell'Autonomia fin dal primo giorno, cioè dal 16 marzo, ho insistito perché quella - a mio avviso - era l'area nella quale alcune unità delle Brigate Rosse avevano potuto trovare un supporto essenziale. Ma non si riesce a vedere come la privilegiasse, come insistesse, se non devolveva sorveglianza alcuna ai capi del movimento, che pure conosceva benissimo. Noi ora sappiamo quel che allora il questore era in grado di sospettare, conseguentemente alle sue convinzioni, e di accertare: che i rapporti tra almeno due brigatisti e i grossi esponenti dell'Autonomia romana c'erano e si mantennero durante i cinquantacinque giorni e oltre. E si concretizzavano in incontri. Un'accorta sorveglianza - e soprattutto senza intervalli - di Piperno e Pace avrebbe consentito l'individuazione di Morucci e Faranda, i due brigatisti che avevano preso parte all'azione di via Fani, che con ogni probabilità continuavano a frequentare il luogo in cui Moro era detenuto e con tutta certezza ad avere incontri con coloro che lo detenevano. Ma a chi, in Commissione, si meravigliava non avere la polizia presa una così elementare misura, come quella di far sorvegliare i capi dell'Autonomia, il questore De Francesco rispondeva che mancava di uomini. E ne teneva impegnati più di 4000 in operazione di parata!

A questo breve catalogo di omissioni e disfunzioni va aggiunto come esemplare l'episodio riferito dall'allora comandante la Guardia di Finanza: il giorno 16 poco dopo l'azione di via Fani, un individuo, fermo in via Sorella Marchisio, ha notato due persone: una più magra, di statura 1,70 - 1,75, vestita con una uniforme di pilota civile, l'altra di corporatura robusta, tarchiata, più bassa, con barba folta. La prima sorreggeva la seconda per un braccio, stringendolo fortemente al di sopra del gomito. Provenivano da via Pineta Sacchetti, angolo via Montiglio; hanno percorso un tratto di via Sorella Marchisio, raggiunto via Marconi, svoltato verso via Cogoleto... In quella zona c'è una clinica. Riversata subito l'informazione alla DIGOS, l'ordine di perquisire la clinica arrivò alla Guardia di Finanza qualche settimana dopo. E tutto lasciava sospettare che quel che l'anonimo informatore aveva visto fosse da mettere in connessione con quel che pochi minuti prima era accaduto in via Fani.

Ci si chiede da che tanta estravaganza, tanta lentezza, tanto spreco, tanti errori professionali possano essere derivati. Si dice: l'impreparazione di fronte al fenomeno terroristico e, particolarmente, di fronte a un'azione così eclatante nei mezzi, nell'oggetto, negli scopi, come quella di via Fani. Ma non è una giustificazione convincente: abbiamo visto come si fosse in grado di segnalare subito un certo numero di brigatisti, alcuni dei quali siamo ora certi che hanno partecipato all'azione, e come si avessero precise convinzioni riguardo alle aree di complicità o di più o meno diretto sostegno. E si può anche ammettere una impreparazione più generale e remota di fronte a fatti delinquenziali che scaturiscono da associazioni protette dalla paura e dal silenzio dei cittadini, da un lato; dagli addentellati reali o supposti col potere, dall'altro. Ma non è che una spiegazione parziale. Bisogna, per il caso Moro, metterne avanti altre: che sono insieme politiche, psicologiche, psicanalitiche. Certamente quel che si fece di sbagliato - e che impedì si facessero più producenti e giuste azioni - fu in parte dettato dal condizionamento dei media (non diremmo dalla pressione dell'opinione pubblica: l'opinione pubblica, quando davvero c'è e si fa sentire, è meno informe, meno disponibile ad appagarsi di qualsiasi cosa: capace, insomma, di critica e di scelta): operazioni di parata, come (direbbe Machiavelli) da un luogo alto le giudica il dottor Pascalino (ma fece qualcosa, accorgendosene, per farle finire?). Queste operazioni, che per apparire, per rendersi a spettacolo, dovevano essere ben consistenti nell'impiego di uomini e di mezzi, bisogna ribadire che impedirono se né facessero altre di necessarie, di essenziali, per una ponderata, continua e rapida investigazione. E senza dire (cioè dicendolo ancora) che nell'unico caso in cui fortuitamente le operazioni di parata avrebbero potuto raggiungere un effetto, non funzionarono: davanti alla porta chiusa dell'appartamento di via Gradoli, il 18 marzo.

Ma crediamo che l'impedimento più forte, la remora più vera, la turbativa più insidiosa sia venuta dalla decisione di non riconoscere nel Moro prigioniero delle Brigate Rosse il Moro di grande accortezza politica, riflessivo, di ponderati giudizi e scelte, che si riconosceva (riconoscimento ormai quasi unanime: appunto perché come postumo, come da necrologico) era stato fino alle 8,55 del 16 marzo. Da quel momento Moro non era più se stesso, era diventato un altro e se ne indicava la certificazione nelle lettere in cui chiedeva di essere riscattato, e soprattutto per il fatto che chiedeva di essere riscattato.

Abbiamo usato la parola "decisione": formalmente imprecisa ma sostanzialmente esatta. Spontanea o di volontà, improvvisa o gradualmente insorgente, di pochi o di molti, è stata certamente una decisione - e per il fatto stesso che se ne poteva prendere altra. E ci rendiamo conto della impossibilità di provare documentalmente che una tale decisione - ufficialmente mai dichiarata - abbia potuto avere degli effetti a dir poco diluenti sui tempi e i modi dell'indagine. Possiamo anche ammettere che gli effetti non furono a livello di coscienza e di consapevolezza - e insomma di malafede; ma non si può non riconoscere - e basta rivedere la stampa di quei giorni - che si era stabilita un'atmosfera, una temperie, uno stato d'animo per cui in ciascuno ed in tutti (con delle sparute eccezioni) si insinuava l'occulta persuasione che il Moro "di prima" fosse come morto e che trovare vivo il Moro "altro" quasi equivalesse a trovarlo cadavere nel portabagagli di una Renault. Si parlò dapprima, a giustificare il contenuto delle sue lettere, di coercizioni, di maltrattamenti, di droghe; ma quando Moro cominciò insistentemente a rivendicare la propria lucidità e libertà di spirito (tanta lucidità, almeno, quanta può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che sa che cosa lo aspetti), si passò ad offrire compassionevolmente l'immagine di un Moro altro, di un Moro due, di un Moro non più se stesso: tanto da credersi lucido e libero mentre non lo era affatto. Il Moro due in effetti chiedeva fossero posti in essere, per salvare la propria vita, quegli stessi meccanismi che il Moro uno aveva, nelle sue responsabilità politiche e di governo, usati o approvati in deroga alle leggi dello Stato ma al fine di garantire tranquillità al Paese: non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione... Simili meccanismi, di cui l'opinione pubblica non era al corrente, erano stati adoperati - evidentemente - nel silenzio del governo, dei partiti al governo, del Parlamento; e si poteva rispondere a Moro che tutt'altro che in silenzio, e anzi con sicuro clamore e perdita di prestigio e credibilità, vi si poteva ricorrere nel suo caso. Si preferì invece sminuire, invalidare e smentire i suoi argomenti da un punto di vista clinico invece che politico, relegandoli alla sua delirante condizione di prigioniero. Da ciò la nessuna importanza conferita dagli investigatori alle sue lettere. L'onorevole Cossiga, allora Ministro dell'Interno, ha escluso nel modo più netto che sia stata tentata una decifrazione dei messaggi di Moro: "Una decifrazione non fu fatta durante il sequestro. Procedevamo con metodi artigianali. Furono invece eseguite analisi linguistiche sui messaggi delle Brigate Rosse..." (in che consistessero i metodi artigianali e quali risultati dessero le analisi linguistiche, lo si è intravisto anche allora). Ma lo stesso Cossiga, dopo aver detto che sulle lettere di Moro si possono esprimere giudizi contrastanti ed anche dolorosi finisce col riconoscere che in esse Moro, nella sua lucidità, nella sua intelligenza, con tutti i suoi argomenti avesse capito che era questo che in realtà volevano coloro che colloquiavano con lui: essere riconosciuti come parte che può essere fuori dello Stato, ma che è nella società e con la quale è possibile un rapporto dialettico. Appunto: e Moro, senza prescindere dalle sue convinzioni più radicate (che Cossiga ha ben riassunto: e si vedano, di Moro, le lezioni sullo Stato), non poteva che assecondarne il gioco, a guadagnar tempo e a darne alla polizia a che lo trovasse. Non si vede perché Moro, uomo di grande intelligenza e perspicacia, avrebbe dovuto comportarsi come un cretino: se gli era consentito di guadagnar tempo e di comunicare con l'esterno, di queste due favorevoli circostanze non poteva non approfittare. E anche se la speranza che manifestava era soltanto quella dello scambio, è da credere - in tutta ovvietà - che ne nutrisse altra: che le forze dell'ordine arrivassero al luogo in cui era segregato. Conseguentemente, deve avere tentato di dare qualche indicazione sul posto in cui si trovava: nascondendola si capisce, cifrandola. Chiunque l'avrebbe tentato: a Moro invece, di fatto, questa capacità e questo intento sono stati pregiudizialmente negati. Ed era invece, per l'attenzione che sapeva dedicare alle parole, per l'uso anche tortuoso che sapeva farne, la persona più adatta a nascondere (per dirla pirandellianamente) tra le parole le cose.

La cifra dei suoi messaggi poteva, per esempio, essere cercata nell'uso impreciso di certe parole, nella disattenzione appariscente. Quando Cossiga e Zaccagnini, per dire delle condizioni in cui Moro si trovava, citano la frase di una sua lettera (quella, appunto, diretta a Cossiga ministro dell'Interno): "mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato, è curioso non si accorgano che proprio questa contiene una incongruenza e che non definisce precisamente il tipo di dominio sotto cui Moro si trovava. Che vuol dire, infatti, "incontrollato"? Chi poteva o doveva controllare le Brigate Rosse? E perciò appare attendibilissima (e specialmente dopo le rivelazioni degli ex brigatisti) la decifrazione che ci è stata suggerita: "mi trovo in un condominio molto abitato e non ancora controllato dalla polizia. E probabilmente anche le parole sotto e sottoposte erano da intendere come indicazione topografica. Ma nonché decifrare non si è voluto nemmeno essere attenti all'evidenza: come in quel "qui" - sfuggito forse all'autocensura che Moro non poteva non imporsi e certamente alla censura delle Brigate Rosse - che inequivocabilmente è da leggere a Roma ("si dovrebbe essere in condizioni di chiamare qui l'ambasciatore Cottafavi"). E non era indicazione da poco, considerando con quanto spreco lo si cercava fuori Roma. Non si è fatto alcun credito, insomma, all'intelligenza di Moro: da valutarla quanto meno superiore a quella dei suoi carcerieri. Si poteva, senza venir meno a posizioni di "fermezza", continuare a dialogare con lui: sia pubblicamente - nell'opporre ragioni alle sue: che erano ragioni e non farneticazioni - sia segretamente cercando nelle sue lettere quei messaggi che era probabile e possibile nascondessero. Gli esperti sono stati invece adibiti a studiare il linguaggio delle Brigate Rosse: e non c'era bisogno di esperti per scoprirlo poveramente pietrificato, fatto di slogans, di idées reçues dalla palingenetica rivoluzionaria, di detriti di manuali sociologici e guerriglieri. E che l'italiano maneggiato dalle Brigate Rosse sia di traduzione da altra o da altre lingue è questione da lasciar cadere. L'italiano delle Brigate Rosse è semplicemente, lapalissianamente, l'italiano delle Brigate Rosse. Ipotesi di ben diverse traduzioni si possono formulare. Ma che allo stato attuale, e forse anche nel più vicino futuro, restano e resteranno come ipotesi. E si può anche muovere, nel formularle, da questa frase di una delle ultime lettere di Moro: "Con queste tesi si avalla il peggior rigore comunista ed a servizio dell'unicità del comunismo"; frase cui finora non si è data l'importanza, l'attenzione e l'analisi che merita.

Le tesi cui Moro si riferisce sono quelle del non trattare, della fermezza: e si capisce che le attribuisca al peggior rigore comunista corso a sostegno della Democrazia Cristiana, partito che lui ben conosce come non rigoroso. Ma l'unicità del comunismo che cosa può voler dire? Non è possibile abbia voluto adombrare in questa espressione il sospetto, se non la certezza, di un qualche legame delle Brigate Rosse col comunismo internazionale o con qualche paese di regime comunista?

La ricerca di un simile legame (e non necessariamente, s'intende, col comunismo e coi paesi comunisti, ma con quei paesi, regimi e governi che potevano e possono avere un qualche interesse alla destabilizzazione italiana) è tra i compiti demandati dal Parlamento alla Commissione, precisamente ai punti g) e h) della legge. La risposta, per quanto riguarda i collegamenti con gruppi terroristici stranieri, si può dare senza esitazione: ci sono stati, anche se non se ne conosce esattamente la frequenza, la continuità e la rilevanza. Ma sulle trame, i complotti, i collegamenti internazionali al di là e al disopra degli avvicinamenti, comunicazioni e scambi dei gruppi terroristici tra loro, una risposta sicura non si può dare. E si capisce: le risposte sicure, in questo genere di cose, vengono alla distanza di anni, dagli archivi, sotto gli occhi dello storico. Possiamo dire che ci sono nomi di paesi stranieri che tornano con una certa frequenza, con una certa insistenza. E con più frequenza e insistenza quelli di paesi del Medio Oriente, della Cecoslovacchia, della Libia e - recentemente - della Bulgaria. Ma sono, per dirla col linguaggio degli uomini di governo cui la Commissione ne ha domandato, voci. Si sarebbe portati a credere che non si basasse su voci l'onorevole Andreotti, allora presidente del Consiglio, quando al Senato, nella seduta del 18 maggio 1973, parlò di un paese in cui dei giovani italiani erano stati addestrati a un determinato tipo di guerriglia e quando, alle proteste del senatore Bufalini che credeva volesse alludere all'Unione Sovietica, precisò che si trattava della Cecoslovacchia. Si basava invece su voci, se il 23 maggio 1980 dava alla Commissione una versione estremamente riduttiva di quel che sette anni prima, come presidente del Consiglio, aveva perentoriamente affermato: Alcuni terroristi, infatti, che erano accusati di atti di terrorismo, risultò che fossero stati anche in Cecoslovacchia. In Cecoslovacchia, però, ci vanno decine di migliaia di persone, né risultò assolutamente che vi potesse essere un rapporto diverso di quello che può essere di ordine turistico." Evidentemente, l'onorevole Andreotti non aveva sentito la voce che, tra le decine di migliaia d'italiani che vanno in Cecoslovacchia en touriste, i servizi di sicurezza ne avevano selezionato 600 circa che potevano essere considerati meno turisti degli altri. E questa voce viene da un rapporto del CESIS (Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e di Sicurezza), certamente redatto dopo il settembre 1979, che raccogliendo altre voci del SISMI, del SISDE e del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri, affermava: almeno 2000 italiani (dai rilevamenti effettuati da varie fonti) dal '48 ad oggi hanno frequentato corsi riservati ad attivisti estremisti, in Cecoslovacchia ed in altri Paesi. Di questi sono noti al SISMI circa 600 nominativi. E riguardo alla Cecoslovacchia precisava: "In particolare a Milano e a Roma risiedono elementi italiani del servizio segreto cecoslovacco di contatto con i vari gruppi terroristici. Essi provvedono alla raccolta di un'accurata documentazione sui candidati, tutti volontari, che trasmettono all'Ambasciata cecoslovacca, che la inoltra successivamente a Praga. A questo punto gli elementi ritenuti di maggior spicco per fanatismo, aggressività e attitudine militare vengono avviati a veri e propri corsi paramilitari, in Cecoslovacchia o in altro paese, forniti di passaporti falsificati nelle nazioni ospiti. Una volta superato il ciclo addestrativo, i terroristi fanno ritorno in Italia con un bagaglio notevole di nozioni teoriche e pratiche sulla guerriglia, che possono a loro volta riversare sugli altri elementi delle organizzazioni di appartenenza. E se questo passo del rapporto, così particolareggiato, è da considerare una "voce", bisogna dire che CESIS, SISMI, SISDE e Arma dei Carabinieri non fanno che raccogliere "voci ed essere non altro che voci". Il che, per il contribuente italiano, è constatazione tutt'altro che rassicurante. O è da concludere come conclude il dottor Lugaresi, direttore del SISMI: "Su questi collegamenti internazionali vorrei dire questo: c'e un forte commercio di armi che non e facile colpire perché è come il commercio della droga: non investe tanto la matrice politica quanto la convenienza commerciale. C'è uno scambio di uomini fra coloro che hanno obiettivi di destabilizzazione comune. Potrà esserci un indirizzo di carattere politico-strategico. Ma queste deduzioni dalle informazioni singole che noi giornalmente forniamo non possono essere tratte che in sede politica...". Appunto.

E da notare a questo proposito che il generale Dalla Chiesa, che nella sua prima deposizione inclinava a considerare anche lui voci quel che si diceva riguardo ai collegamenti delle Brigate Rosse con servizi segreti stranieri e a ritenere Moretti la personalità di vertice delle Brigate, a distanza di quasi due anni, nella seconda deposizione, a una domanda sulla persistenza delle sue convinzioni di allora, così rispondeva: "In questi giorni mi è sorto un dubbio... Mi chiedo oggi (perché sono ormai fuori dalla mischia da un po' di tempo e faccio in qualche modo l'osservatore che ha alle spalle un po' di esperienza) dove sono le borse, dov'e la prima copia (del cosiddetto memoriale Moro). Nulla che potesse condurre alle borse, non c'è stato brigatista pentito o dissociato che abbia nominato una cosa di questo tipo, né lamentato la sparizione di qualcosa... Io penso che ci sia qualcuno che possa aver recepito tutto questo... Dobbiamo pensare anche ai viaggi all'estero che faceva questa gente. Moretti andava e veniva".

E' rallegrante che il dubbio gli sia venuto; un po' meno che gli sia venuto al momento che si è trovato fuori dalla mischia.

Un ultimo particolare si vuole mettere in evidenza, a dimostrare come la volontà di trovare Moro veniva inconsciamente deteriorandosi e svanendo. Subito dopo il rapimento, venne istituito un Comitato Interministeriale per la Sicurezza che si riunì nei giorni 17, 19, 29, 31 del mese di marzo; una sola volta in aprile, il 24; e poi nei giorni 3 e 5 maggio. Ma quel che e peggio e che il Gruppo politico - tecnico - operativo, presieduto dal ministro dell'Interno e composto da personalità del governo, dai comandanti delle forze di polizia e dei servizi di informazione e sicurezza, dal questore di Roma e da altre autorità di pubblica Sicurezza, si riunì quotidianamente fino al 31 marzo, ma successivamente tre volte per settimana. Solo che di queste riunioni dopo il 31 non esistono verbali e non risultano agli atti nemmeno appunti. Ed era il gruppo - costituito con giusto intento - che doveva vagliare le informazioni, decidere le azioni, avviarle e coordinarle.

P.S. Consegnata nel giugno 1982 (poiché entro quel mese si era dapprima stabilito che si dovessero consegnare le relazioni) questa mia relazione richiede, oggi, sulle bozze, due rettifiche dovute a tardive acquisizioni da parte della Commissione.

1) L'iter delle due macchine, rinvenute nella tipografia Triaca è stato finalmente ricostruito, per come si legge nella relazione di maggioranza. Va dunque ascritto alla fatalità che macchine alienate come ferrivecchi da enti di Stato siano finite, funzionanti, alle Brigate Rosse.

2) Il rapporto che era stato attribuito al CESIS si ritiene ora prodotto dal SISMI. Leggendolo, permane però l'impressione che provenga da un organismo di cui il SISMI era parte.