MINIME GLOSSE AD ADORNO

di Francesco Muzzioli

Una recente rilettura dei Minima moralia, mi ha confermato nell'idea che Adorno sia il teorico più presente nelle avanguardie del secondo dopoguerra; magari per vie traverse e forse di seconda mano, magari attraverso l'autore più importante nella sua riflessione, cioè Beckett, diventato una vera e propria "funzione" nel nostro romanzo sperimentale degli anni Sessanta, come ha dimostrato Luigi Weber. Ma quella che gli andrebbe riconosciuta non è soltanto una influenza storica; alcuni suoi punti, nei Minima moralia e altrove, potrebbero servire ancora oggi a insinuare perlomeno qualche dubbio di fronte alle teorie trionfanti della narrativa, che la erigono a prestazione fondamentale dell'essere, invitante a totali immersioni empatiche senza soccorso di critica. Una modalità di lettura che si rispecchia in una modalità di scrittura, spingendo ciascuno a scrivere di sé come prova di riconoscimento sociale.

Non è la prima volta che parlo di queste posizioni e che mi esprimo polemicamente contro la loro egemonia ‒ con scarsi risultati, a dire il vero, visto che l'"ontologia del narrare" ha il vigore dell'ondata travolgente. Ma, almeno, riprendiamo in mano Adorno e seguiamo tre punti-cardine della sua argomentazione che non riguarda strettamente la narrativa intesa come arte, ma appunto quella che oggi spadroneggia, il raccontare come "essenza" generalizzata.

Iniziamo dal primo pezzo del libro (Adorno, proprio perché refrattario alla "totalità" si esprime rigorosamente per brani separati). Ora, l'apertura riguarda la critica della "vita immediata". Mentre l'autobiografismo diffuso è basato sull'idea di un'oppressione del pubblico sul privato, per cui bisognerebbe liberare il privato e recuperarlo attraverso la scrittura per salvarlo dal silenzio, Adorno avverte del rischio dell'immediatezza: se c'è un guasto nel sistema (dovuto allo sfruttamento o, se preferite, alla disuguaglianza), allora il guasto arriverà per li rami fino al privato, ne inquinerà profondamente le radici:

Chi vuol apprendere la verità sulla vita immediata, deve scrutare la sua forma alienata, le potenze og­gettive che determinano l'esistenza individuale fin negli anditi più riposti. Parlare immediatamente dell'immediato significa fare come quei romanzieri che adornano le loro marionette, quasi con vezzi a buon mercato, con le pallide imitazioni della passione di un tempo, e fanno agire personaggi che non sono ‒ ormai ‒ che pezzi di un macchinario come se fossero ancora in grado di agire come sog­getti, e come se dal loro agire dipendesse ancora qualcosa. Lo sguardo aperto sulla vita è trapassato nell'ideologia, che nasconde il fatto che non c'è più vita alcuna.

Adorno risponde all'illusione di essere proprietari se non altro della propria vita interiore. In apparenza essa si presenta come assolutamente particolare e singolare, diversa da tutte le altre; così sarebbe se non venisse, mediante la coscienza, filtrata attraverso il linguaggio. Poiché il linguaggio, per quanto facciamo, è uno strumento che abbiamo in comune, proveniente da precedenti usi, la nostra conoscenza di noi stessi ‒ e tanto più quando viene esternata in scrittura ‒ dipende in toto da tutta una serie di significati codificati, caratteri, ruoli, tipi preconfezionati, emozioni standardizzate. L'idea dell'autentico avrebbe quindi bisogno di essere accompagnata da estreme cautele. Adorno, con acume dialettico, ne sottolinea la sotterranea alleanza proprio con quell'inautentico cui vorrebbe contrapporsi:

Quanto più fitta si stende sul mondo la rete di ciò che è fatto dall'uomo, e tanto più convulsamente i responsabili del male insistono sulla propria natività e primitività. La scoperta dell'autenticità come ultimo baluardo dell'etica individualistica è un riflesso della produ­zione industriale di massa. Solo in quanto innumerevoli beni stan­dardizzati tendono a presentarsi, in vista del profitto, come qualcosa di unico e irripetibile, nasce come antitesi, ma secondo gli stessi cri­teri, l'idea del non moltiplicabile come del veramente autentico. (...) L'inautenticità dell'autentico deriva dal fatto che, nella società dominata dallo scambio, esso deve pretendere di essere ciò di cui tiene il posto, senza mai poterlo essere. Gli apostoli ‒ in nome dell'autenticità ‒ della potenza che preme sulla circolazione, danzano intorno a quest'ultima, come cerimonia funebre, la danza dei sette veli del denaro.

Il correlato di questa concezione diffusa che vede l'interiorità come un tesoro nascosto che custodisce l'essenza (come proprietà privata) è la ricezione dell'opera che pretende di trovare un simile "nocciolo" a portata di mano e si stupisce o stranisce se trova difficoltà nel farlo. Il carattere dell'"industria culturale" rilevata da Adorno, che arriva fino ai giorni nostri con il romanzo di consumo e più in generale con la fiction in tutti i suoi mezzi (scritti, visivi, audiovisivi e quant'altro), è quello di adeguarsi ai gusti consolidati del pubblico e perciò costruire caratteri, tipi ed emozioni il più comuni possibili ‒ il che significa: il più finte possibili. Non a caso Adorno ne parla in un frammento intitolato Il cliente è servito:

L'industria culturale pretende ipo­critamente di regolarsi sui consumatori e di fornire loro ciò che desi­derano. Ma mentre si studia di respingere ogni idea di autonomia ed erige a giudici le sue vittime, la sua autarchia e sovranità effettiva ‒ che essa cerca invano di nascondere ‒ supera tutti gli eccessi dell'arte più autonoma». (...) L'industria culturale è modellata sulla regressione mimetica, sulla manipolazione degli istinti mimetici re­pressi: essa si serve del metodo di anticipare la propria imitazione da parte dello spettatore e di fare apparire come già esistente l'intesa che mira a creare. E ci riesce tanto meglio in quanto ‒ in un sistema stabile ‒ può effettivamente contare su quell'intesa: intesa che, perciò, non si tratta tanto di produrre, quanto di ripetere ritual­mente. Il suo prodotto non è uno stimolo, ma un modello per reazioni a stimoli inesistenti.

Che mi sembra molto ben detto per quanto riguarda il circolo vizioso della costruzione di secondo grado fatta su di un materiale già in partenza artefatto, che moltiplica in quantità esponenziale la "regressione". La cosa da aggiungere è che il circolo è vizioso non solo riguardo ai lettori (che poi cercano prodotti sempre più adulterati), ma anche per gli autori; voglio dire che anche gli autori che vengono scartati dall'industria culturale e affondano nel grande oceano dell'inedito, proprio perché aspirano comunque al successo, rientrano in questo meccanismo al ribasso.

Secondo Adorno, come vediamo anche dalla sua estetica, l'unica soluzione è un testo che occupi la posizione del racconto senza però corrispondere alla richiesta di senso o comunque rispondendo in modo ambiguo e complesso. Tali sono state le scritture sperimentali degli anni Sessanta, che andrebbero rimesse in circolo senza dover aspettare gli anniversari che le celebrano con termini da funerale in cui predomina l'esorcismo di non volerle vedere mai più. Però, in realtà, io credo che di scritture abnormi ce ne siano state anche dopo in buon numero e che ‒ perdonate l'eresia! ‒ ce ne siano ancora, solo se si volessero vedere...