MERAVIGLIE GADDIANE AUGURANTI

di Marcello Carlino

Mentre necessari decreti governativi promulgano necessari provvedimenti restrittivi e raccomandano necessarie misure di "distanziamento sociale"(questo è il mantra che si pronuncia a destra e a manca dai politici e dagli scienziati linguisticamente uniti; e però mi chiedo e umilmente chiedo: non potrebbe essere adoperata espressione meno classista? meno confacente o compromessa con la ratio progettuale e con l'effettualità dell'economia capitalistica, oggi sempre più veterocapitalisticamente sperequante? e meno sinistramente predittiva, l'auspicabile formula che sostituisca "distanziamento sociale", considerato che anche stavolta a pagarla più cara saranno gli esclusi, gli ultimi della società i quali ne usciranno, quando avremo la fortuna tutti di uscirne, ancor più socialmente distanziati?); mentre una lotta di resistenza, piccola piccola e facile, molti di noi la stanno vivendo disciplinatamente - i soggetti più fragili, io per età fra questi, forse ancor più disciplinatamente - col restare a casa; mentre, dando fondo e più a tutte le loro risorse umane (per come ne uso qui, "risorse umane" scampa al burocratese che ne ha pervertito il significato d'origine, prestandolo nelle pandette, nei contratti e finanche nelle disposizioni sindacali all'intruppamento, alla quantificazione, alla pesatura economica di donne e uomini prestatori d'opera), tanti lavoratori, in primo luogo del comparto sanitario, da postazioni d'avanguardia, perciò a rischio, fronteggiano risolutamente la pandemia da coronavirus; mentre questa acuta emergenza ci costringe a pensare, perché ne facciamo memoria (ma i precedenti non sono davvero incoraggianti), a come e quanto reti e protocolli di prevenzione possano e debbano essere deliberati e programmati (e dunque mi chiedo, come forse in tanti si chiedono: quanto stanno pesando in Italia il drastico ridimensionamento della sanità pubblica in combinato disposto con un depotenziamento dello stato sociale? quanto hanno pesato in Europa l'assenza di una vera unità politica e una gestione scoordinata dello tsunami da virus? quanto pesano le contraddizioni che crescono a ritmo esponenziale e aggrediscono, segnandone la tendenza, i processi di globalizzazione, fra le contraddizioni dovendosi calcolare quella capitale, la forbice sempre più allargatasi delle diseguaglianzeeconomiche che costituiscono un fattore di virulento disequilibrio e di pericolosa destabilizzazione sulla scacchiera internazionale?); mentre questi della prima decade di aprile, durando l'emergenza pandemica, sono gli stessi giorni della massima acuzie, alcuni anni fa, di un'altra emergenza, quella conseguente al terremoto di L'Aquila, un'emergenza che manifesta tuttora, e non pochi, i suoi sciami e che comunque ancora non è del tutto alle nostre spalle; mentre non è lontano il settantacinquesimo della Liberazione, che conserva (deve conservare) un fortissimo significato storico e politico e che pure si è caricata di aggiuntemetastoriche di senso e del comune valore ideale (e augurale)di rinascita, di ricostruzione che comincia, qui ed ora, richiamati come per gesto apotropaico così che si riverberino sul presente, osserverò alcuni passi delle Meraviglie d'Italia di Carlo Emilio Gadda. Un minuscolo gesto apotropaico (compiuto con tutta la consapevolezza della sua utilità soltanto testimoniale) in un momento in cui la letteratura forse è bene non si vieti qualche suo confortante rito propiziatorio; e un omaggio all'ingegnere, al gran lombardo, altrettanto minuscolo.

Le meraviglie d'Italia che ha una lunga storia di edizioni, ora in assolo ora in condominio, e che citerò in appresso dalla einaudiana del 1964, raccoglie una manciata di articoli, i quali hanno per lo più il carattere di note di viaggio lungo una rotta che va dal nord al centro del paese. Dirazzanti, ma di tutto rilievo, sono la stracelebre ricetta del risotto - Risotto patrio. Rècipe -, una dettagliatissima descrizione di un grande evento artistico della fine degli anni Trenta - La Mostra leonardesca - e una sorta di ripresa alla moviola di un intervento chirurgico - Anastomòsi -, una performance medica da tavolo anatomico, pertanto di richiamo al genere pittorico che ebbe occorrenze notevoli tra Seicento e Settecento.

Giusto la cronaca d'arte e soprattutto i fotogrammi di scrittura puntati sull'esercizio virtuosistico di resezione del duodeno appaiono particolarmente segnaletici. La ricchezza linguistica di Gadda, che ha come è noto esiti strabilianti, anche in questi scritti d'occasione si ravvisa sovrabbondante e testimonia di una poetica ispirata al barocco, che investe il prodursi del linguaggio di robuste intenzioni espressive di conoscenza. Nondimeno appare assai consistente la quota di realismo, che nel Seicento, il secolo per eccellenza di gaddiano interesse, ha una sua manifestazione pittoricamente esemplare in Caravaggio (del resto più volte convocato a rapporto da Gadda per la teorizzazione delle forme del romanzo: così in Racconto italiano di ignoto del Novecento).

Per questo, per quest'uzzolo realistico, ed anche per un bisogno di precisione e di ordine, un ordine che arriva ad essere maniacale, e che proviene da un rigore metodico di tipo scientifico-ingegneresco, forse rinforzato da rovelli esistenziali, in Anastomòsinon v'è nulla che risulti improprio o generico, non uno strumento di taglio, non una pinza, non una manovra operatoria, non un nome di narcotico, non una definizione di tratto viscerale del corpo. E davvero sembra che un occhio clinicamente esperto segua minuto per minuto, senza omissis, le fasi dell'intervento, mai mancando di puntualità analitica e di una terminologia da manuale, mentre le rigogliose infiorescenze del linguaggio accompagnano liberamente i gesti del luminare concentrato nell'opera sua e della équipe che lo supporta.

L'effetto, intestabile ad un realismo barocco, è irresistibile e dura le tredici pagine a stampa dell'edizione 1964 dell'articolo apparso la prima volta in "L'Ambrosiano" del 14 marzo 1940;ma effetti non dissimili si registrano negli scritti di viaggio ai quali sopra si è accennato e al cui riguardo, di mano gaddiana, è scritto: «Rapide e poi quasi a caso recuperate immagini d'una annotazione che fu attenta negli anni e sempre e comunque veridica, ma soverchiata dalla fatica e dal dolore».

Così è pure allorché Gadda raggiunge le terre d'Abruzzo e il capoluogo di regione, affidando il suo resoconto, per quel che qui importa sottolineare, a Genti e terre d'Abruzzo e a Le tre rose di Collemaggio (già pubblicati sulla "Gazzetta del popolo" nel 1935).

Lo scrittore milanese si sposta liberamente e il suo viaggio davvero non ha limitazioni di spazio e di tempo (non resta a casa il Gaddus, così come ci auguriamo che la fine della pandemia, neutralizzato il contagio, presto consenta di revocare - ridandoci il respiro di viaggi possibili dovunque da viaggiare incontrando l'altro e conoscendo - necessari provvedimenti restrittivi di forzata domiciliazione in interni o di "distanziamento sociale"); è poi un viaggio arricchito di curiosità intellettuali, di visure ravvicinatissime di dettagli, di divagazioni che intrattengono una pluralità di sensi, di esplorazioni fuori rotta, di tableauxvivants(per dire di scene dal vero trattate con additivi di finzione), di divagazioni storico-erudite, di euristici puntamenti di un linguaggio che sovverte gli schemi consueti e attiva dispositivi di ricerca: un viaggio che si rende capace di inquadrare da prospettive inusuali,epperò di restituire nella sua pienezza L'Aquila (che è presentata, come a futura memoria, intatta da ogni difficile annosa emergenza, colorata di una esuberante vitalità che dal passato e dalla sua storia si porta fino agli anni del viaggio gaddiano e si pronuncia come un messaggio: un segno beneaugurante proveniente dalla grande letteratura e a denominazione d'origine controllata, una rinascita potenziale che si può ipotizzare promessa e come garantita, per l'avvenire, da un "rinascimento"allora notificato in atto e verificato nell'immagine della città, o meglio in alcuni suoi frammenti che stanno per l'intero).

Tre sono le cartoline offerte allo sguardo del lettore. E fermano in altrettante sequenze figurali tre luoghi aquilani che oggi attendono un completo restauro e un ripristino della vita che vi aveva corso d'intorno. La prima, che ci apprestiamo ad osservare in dettaglio, è dedicata alla chiesa di San Bernardino: «Ma l'ora volse a una gran luce i miei passi finché la cercata chiarità mi fu tutta nota nell'animo: vigeva nel solitario silenzio per me, per me disperso. Quadrato ed alto, il disegno di Nicola dell'Amatrice specchiò la tristezza dorata dell'occidente, adempiutosi il cammino del Santo, spentasi la creante febbre del mastro. Bionda luce! Oltre i monti e le valli, il senese l'aveva potuta raggiungere. Ai suoi marmi, con fili d'erba tra le commessure stancate dagli anni, ci guidano i giorni e gli atti: senza paura o speranza camminiamo lungo taciturni pensieri, dove camminano al nostro lato le figure larvali della memoria, e gli invisibili mali. La scalea larga ed erta, mal connessa nei gradi, con lombardi ippocastani e acacie spettinate ai due margini, era dura come ogni modo dell'ascendere: non un mendico vi tremava, né uno zoppo, implorando; mentre che un'anima, una presenza imploravo io dalla tristezza del tempo: se anche il mistero avesse levato, contro il declino della luce, due cieche, smarrite pupille. Invano. Tutto convergeva salendo verso l'oro alto degli ostensori: Nicola, ne' due grandi occhi della facciata, aveva messo il fulgore della Particola, che irraggia contro la morte».

Rifacendosi paesaggista alla maniera manzoniana, ma tutto giocando su effetti di luce che si direbbero ai confini di una composizione astratta, Gadda stringe sulla facciata della chiesa (disegnata - sorprendente e inquietante gemellaggio, a futura memoria, dei luoghi e della loro sorte - da Nicola dell'Amatrice) e il suo specchio luministico, dopo un percorso in semioscurità, è un focus di serenità, è uno sguardo di accoglienza (nel passo citato un filo conduttore consiste negli occhi e nella loro dinamica) che cancella ubbie e discioglie i grumi del troppo umano. E così, intorno alla chiesa, si distende, come in una visura urbanistica, il panorama della città: «Adesso l'Aquila sorgeva davanti ad accoglierci, e fu, dopo gli eremi strani del monte, il capoluogo munito, "città castellana, religiosa e pastorale" secondo l'ha salutata il Bacchelli: con gelide nevi dietro, e il nero vertice dell'Italia nei cieli, quasi richiami d'una idea fredda dei venti sopra il tepore dell'ostello, dov'è il lume, il fuoco: e radunati, intorno, gli umani». E poi: «Il capoluogo della terra scoscesa accoglie, come ogni centro d'un sistema di pensieri e di atti, gli uffici e le opere della socialità: l'albo del pretore sotto l'antica torre, in palazzo; la corte il banco, il liceo, le terme, l'ospitale, il carcere, il monte: e ogni tetto lo guarda, come un mastino, il dado del tenebroso castello. Tempi di Spagna. Alte vette sovrastano, tutto all'intorno, questa riparata suppellettile della convivenza, solitarie nel nero dei cieli».

Tra i pensieri e gli atti che fanno anche una città (la filosofia di Gadda ha relazione con l'urbanistica e urbanisticamente fa conto di stratificazioni e di preesistenze) e ne decidono l'accoglienza (che è un insieme semantico più volte comparso nei passi ora ricordati), la storia (e Gadda ne imbocca sicuro la narrazione per scorci) ha un suo posto non di seconda fila. Veniamo così alla seconda cartolina, nella quale la Chiesa di Santa Maria di Collemaggio (e torna il motivo dell'occhio: «Le tre rose ad occhio, dal musaico del fronte, mi guardavano con la limpidezza d'un pensiero giovanile») è posta al culmine di un viaggio che nella sua progressività lungo le stradine fuori centro e la "cintura federiciana" delle mura s'appaia ad un à reboursnegli eventi di un lontano passato. E con acribia, in divagazioni in punta di fioretto che sono altrettanto funzionali della via maestra del racconto, valendosi poi di note condotte tra umorismo ed ironia da cui trapela la sua grande dimestichezza con la Commedia di Dante, Gadda, screziando il suo linguaggio di tratti di penna medievaleggianti, scrive sopra un primo piano di Celestino V: «Vacava, il Collegio a sue cure, dentro Perugia; posava l'Angioino in bellurie e in un sollazzo grandissimo a Lucca, con Carlo Martello suo figlio. Quando si mosse, propagata per mezzo l'Appennino, una voce: e la dicevan tutti che fosse voce antica e sicura del calavrese: Giovacchino da Fiore, dotato di profetico spirito: "Dopo che la Sedia era da due anni vacante, papa sarebbe fatto, nel giorno di penitenza e di gloria, chi fosse venuto dalla selva e dal duro monte Appennino, scalzo, cibato d'erbe, avendo contemplato le nevi, levatosi in eterni pensieri". Al dì quinto di luglio dell'anno di nostra salute 1294 il cardinale Ostiense fu primo a dar voto aperto a quel santo romito della montagna del Morrone: ch'è nei Peligni, e nasconde la Maiellaai borghigiani di Pràtola. Quando poi, sul finir d'agosto, si feceroper comune accordo a volergli imporre la tiara, e il gran manto, volle, il vecchio, che ciò accadesse davanti l'Aquila, in questa sua chiesa di Collemaggio consacrata a Maria: ch'egli aveva fatta in un lustro, con limosine grandissime, coi giovanili pensieri dell'eterno».

Ma tra pensieri e fatti, la quotidianità all'aperto che è vitale vita di relazione, non può mancare. E dunque non manca il mercato (non è la prima volta né l'ultima che Gadda ne fa quadri). E dunque non manca la piazza principale della capitale abruzzese, quella del Duomo. Ecco il tableau vivant della terza cartolina: una pagina beneaugurante, un fuoco d'artificio di linguaggi per accumuli e per intrecci, un trionfo di socialità e di vita: «Lasciatemi sostare nel mio sogno e nella mia devozione, se pure urgano il tempo e le cose. Lasciatemi qui dove la piazza chiara si apre, declive ai gradini all'arco e alle torri del Duomo: piena di tende, di gabbie di polli: fruttifera e insigne di peperoni, di bretelle, di padelle, di pantofole, di paralumi e di piatti mal cotti che il lucchese uno dopo l'altro li lancia verso il cielo e poi come un giocoliere li riprende: - Le mi dànno una lirina soltanto e se lo porteno via! - E più ratta ancora di quel guitto è la sua parlantina toscana sopra le donne torve, accigliate; che ne diffidano. Poi finiscono per cavare, dal bisunto, venti centesimi al pezzo. Stamane esse circonderanno i lari della nuova terraglia, come d'una fornitura completa da tiro a segno: forse, da basso, arriverà il procaccia con una lettera, del figlio in Ascoli, o brigadiere a Tarvisio. Uomini di fuori le mura, serve, attendenti con una sporta; beccuzzanti o ruculanti colombi tra i piedi; mettono sovra i tendoni, a un tratto, il loro volo cinereo: cavoli e pomidori consegnano nell'aria le potenti vitamine dello spirito. Calze e giocattoli, pettini, sapone verde, limoni: compatte maglie di lana, contro i gelidi ululati dell'inverno. La pòlis della montagna mi è cara: lasciatemi nel sole, a mattino. Sotto l'alta direzione della guardia, al tocco, trenta spazzini in un battibaleno con getti d'acqua faranno ripulita la piazza, mondàtala d'ogni relitto de' peperoni e de' cavoli: sarò in delizie, al tocco, fra le ramazze! E dall'ampio lavacro emergeranno soli i due giovini di bronzo verde, sopra li stillanti bacili de