Uno sguardo dal ponte

MAVI

This is the end

Vanni Schiavone

Tu con la strada davanti e chissà cos'altro. Lei coi pensieri all'in- dietro, riannodati, tenuti col solito scotch dell'anima che a malapena regge le cose perdute. Guardate di lato restando in silenzio, appiattiti su due delle poche pose possibili. Fuori la sera è inusitatamente luminosa e lei ti dice che Martignano comincia già a marzo con gli strappi d'estate, da pomeriggi alla finestra e i colori fuori come olive in un bicchiere di Martini bianco. Tira su i capelli, li ferma con una penna trovata nel cruscotto. La gatta Lira rincantucciata in grembo.

«Tutto questo ti da un'aria da Virginia Woolf» le dici.

«Chi ha paura di Mavi Stellati?» cantilena. Dopo un attimo ti chie- de: «A chi vuoi più bene, all'intervallo o all'educazione fisica?».

Una sorta di gioco della torre. È il suo gioco. Lo ha cominciato un paio di ere fa; quella volta ti ha guardato e ti ha chiesto: «A chi vuoi più bene? A Marilyn Monroe o a Rita Hayworth?».

E poi ogni volta che vi siete visti lei sempre a chiedere e tu a voler più bene a Jarmush o a Burton, ai Police o ai Depeche Mode, ma pure a Nino o al Denghi, e non ti spiegavi perché lei rideva ad ogni scelta. Era così poco tempo fa, quel paio di ere fa.

Ora ti acchiappa e tira su dai ricordi e non ride mentre dice: «Allora?». «Cosa?».

«Intervallo o educazione fisica?».

Ci pensi un attimo.

«All'educazione fisica. Sì, educazione fisica».
Le passa un sorriso veloce sulle guance; ma non è un sorriso serio.

«E tu, a chi vuoi più bene...». Valuti le possibilità. «A Roma o a Martignano?».

E non te lo aspetti per niente che lei dica: «E perché no a Buenos Aires?» e poi rimane a guardare oltre la sera e ti viene in mente che dovresti inchiodare sui freni e farla scendere e fare retromarcia oppu- re andare a tavoletta e non stare a sentire la sua paura o la tua; ti viene in mente che dovresti urlare, sbraitarle addosso tutta la necessità che hai e insieme ti accorgi che la somma dei suoi dolori ti spingerà sem- pre a dilaniarla di giustificazioni. Ma i tuoi pensieri non sono lama e tu non sei Don Jose e lasci in vita la tua Carmen a fissare un qualun- que fuori di qui. Ti viene da pensare che dovresti sentire il foro di una palla di cannone avere già accartocciato la lamiera dell'auto, ti viene da pensare di svomare, di crepare, di scoparla lì, di regalarle un fiore, ti viene da pensare che non ti viene niente da pensare e che lei è qui come un accidente, o forse non come, e che magari l'ha detto per parlare di voi e può darsi che sappia qualcosa che tu non sai o che non sai capire.

Accende lo stereo, tiene un volume quasi basso sulla Consoli che si dichiara confusa e felice e lei «Pure!» esclama a mezza voce e spegne e poi «Scusa!» ti dice e posa la sua mano sulla tua. Guardi dritto, non le rispondi.

«Ohi, mi hai sentito? Ti ho chiesto scusa».

«Sì, ti ho sentito. Ma non ti devi scusare». Cerchi una smorfia complice.

«Mi hai messo il muso?»

«Il muso?»

«Il muso! A Roma come dite? Voglio dire, ti sei offeso?»

No che non le tieni il muso, non ti viene. Non è nella tua natura.

Avresti preferito che lei evitasse, questa volta, tutto qui. Ma la capisci. Credi che le situazioni del cavolo possano essere sempre declinate in almeno un paio di modi diversi. E questa è una supersituazione del supercavolo.

«Sai, Mavi» e questa volta il suo nome lo scandisci, come fosse la prima parola dopo un lungo coma, come avesse una traiettoria pre- cisa e inarrestabile. Poi confondi concetti, usi un paio di volte parole come indispensabile. Confondi un'autocoscienza piena di dubbi con le possibilità di errore e cose comunque da vivere e altri atomi ancora.

«Non sono neanche questi giorni, questa convivenza... Mi chiedo quanto sia sempre stato così, in una certa misura... Mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi provato prima a...».

«Questa convivenza c'entra» ti interrompe bruscamente. «E c'en- tra il momento in cui è capitata. Le nostre situazioni».

«Ma noi stavamo bene anche prima, il tempo che passavamo assieme».

«Dai, Vasco. Un paio di passeggiate? Due caffè? Due uscite con gli amici? È questo il tempo che abbiamo passato assieme? Questo basta a farti pensare a cosa sarebbe potuto succedere?».

«Avrò il diritto a chiedermi cosa sarebbe successo, no?».

«Io non me lo posso permettere, non me lo voglio permettere. Le cose sono andate così e io ho bisogno di farci i conti, non mi serve immaginarle diverse».

Senti che stai cominciando a ringhiare. Allora lo accendi tu lo ste- reo. Muovi fra le frequenze finché un'ondata di musica folk vi bagna fino alle ginocchia.

«Una volta ti ho sognato. Mi facevi un ritratto» le dici.

Sulle sue gambe la gatta sembra dormire. Dietro la sua reflex nella borsa fotografica insieme ai rotoli di pellicola da stampare, quelli di Cordoba, quelli di Baires. E il tuo bagaglio farcito alla rinfusa e lascia- to aperto. Lei ha portato via tutto mentre per te tutto era scegliere e il più da lasciare. Il ticchettare di un pallino nella roulette ti sarebbe parso al confronto un gesto ben ponderato.

«Perché me?». Ti volti e trovi uno sguardo come ad addolcire la domanda. «Perché vuoi stare con me?».

Vorresti giurarle che si sbaglia e invece riesci a dirle solo: «Perché no?».

«Non sono un po' giovane per te?» fa lei dopo un mezzo silenzio, a mezza voce, come una mezza battuta che non c'entra niente. E tu ci metti più del solito a decifrarla, collegare quella frecciatina forse a Mi- lady ma ci pensi e sei certo di non averle parlato mai di Silvana. Forse il contagio di qualche pettegolezzo da combriccola; forse una soffiata di Chiara, forse uno sproloquio del Denghi.

«Non lo so» fa lei senza pietà, «Guardami: sono una cacacazzi in- stabile. E ho dentro allo stomaco un buio enorme. E tu? Non sai nemmeno dove stai andando. Però ci stai venendo. Per stare con me».

«Dovrebbe essere una colpa?». «Non capisci».