PER LA CRITICA

MAURO PONZI, LA MEMORIA,

IL TEMPO E IL RITMO DEL PENSIERO

di Francesco Muzzioli

Dall'editore Robin sta per uscire Memory card, libro di poesie di Mauro Ponzi. Purtroppo la raccolta uscirà postuma perché l'autore è scomparso prima di poter vedere il libro stampato.

Avremo occasione per discutere criticamente sulla sua poesia,

ma diamo intanto alcuni estratti dall'ultimo libro:

l'introduzione di Francesco Muzzioli, seguita da alcuni testi scelti.

Si parla molto di memoria ai nostri tempi: la si difende, le si dedicano importanti "giornate", la si richiama in servizio, contro la mentalità dell'"eterno presente" del supermercato e della rete, quale indispensabile strumento per evitare di ricadere in errori già fatti. Non è proprio questo però, il rimando alla memoria del titolo della nuova raccolta poetica di Mauro Ponzi: perché qui, occorre precisare, al centro c'è il problema della memoria. Infatti, testo dopo testo, la memoria la vediamo dividersi dialetticamente: da un lato, il titolo stesso Memory card rimanda alla memoria artificiale, quella piccola schedina che contiene innumerevoli documenti ‒ e però la meraviglia tecnologica in cui siamo immersi e dalla quale dipendiamo risulta inoperante e inopinatamente "perduta"(«Ho perso la memory card/ con tutte le mie foto / chissà dove è finita /calpestata per strada / perduta nel rigagnolo / finita per sbaglio / nella monnezza»); dall'altro lato, la memoria si presenta con tutta l'autorevolezza del passato che, tanto più sprofonda lontano e tanto più diventa mitico, è la dea Mnemosyne, autentica musa che spira e narra («Arso di sete / mi tiene in vita / la memoria dei tempi / vissuti / e allora Mnemosyne mi racconta»...) ‒ e però la persistenza del passato assume i tratti assai pesanti del rimpianto, perché nel nostro caso il racconto della storia è la storia di una disfatta.

La memoria, il tempo. Questa è anche una poesia della temporalità, della caducità della vita. Fin dalle prime battute il tempo appare in due immagini molto rappresentative: quella della sabbia (la sabbia della clessidra: «è sempre troppo poca / la sabbia / a disposizione / e resta molto da fare / prima che cada / l'ultimo granello») e quella del fiume («l'acqua / continua a passare / limacciosa e lenta / come se niente fosse»). Delle due, la prima, la sabbia della clessidra, sembra indicare il tempo della vita individuale, fatto della successione di infiniti attimi che cerchiamo invano di trattenere, in quanto la sabbia, si sa, scorre tra le dita. La seconda, il fiume, si addice di più al flusso della storia in cui siamo trascinati senza riuscire a deviarne il corso. Questa è un'altra dialettica propria della poesia di Mauro Ponzi: tra privato e pubblico, tra personale e politico. Solo che qui le due prospettive sembrano conformarsi negativamente in una poesia della senilità e in una poesia della sconfitta. Per un verso, «Non c'è più tempo ormai / passa purtroppo e scorre / e si esaurisce / (...) / non ho più tempo / (...) / quello che resta è solo /il tempo / per fare un inventario»; dall'altra parte,«Il vento della storia / tira sempre / dalla parte sbagliata». Di questa saldatura, che sembra non lasciare troppi residui, il testo rende conto in passi gnomici rilevanti, vere e proprie sentenze: «Non ho più tempo / non è il mio tempo»; e «out of time / out of joint», variazione sul celebre "tempo fuori sesto" dell'Amleto. Di questa saldatura parla anche il tratto stilistico di connotare ad ogni passo il Novecento come il «secolo scorso».

Eravamo abituati riconoscere nella poesia di Mauro Ponzi, secondo un suo titolo precedente,la malinconia di sinistra. Ma qui la malinconia si spinge davvero alla "bile" più "nera". Non la consola nemmeno la constatazione che, nella storia, ci sono state situazioni ben più disperate («Mio nonno in fondo / ne ha viste di peggio»); e neppure riesce ad alleviarla il contributo del riso («C'è poco da ridere invece / in questa crisi acuta»). I versi risuonano senza remissione, e mi limito ad elencare solo alcuni dei molti passi rilevanti: «In questo continuo carnevale / di menzogne / tutto tace / in una lunga notte / senza vento»; «I tempi sono cambiati / eve of destruction/ è tutto peggio

degli incubi peggiori / dopo una notte di baldoria; / ora tutto crolla / come nel '29»; «mentre tutto collassa / oramai / inesorabilmente / e non c'è più niente da capire / in questo brusio del sabato sera». Le grancasse postmoderne diventano i tamburi funebri di un'Europa alla deriva in una «modernità / bloccata» (per parte mia la chiamocatamodernità).

E tuttavia, se questo "buco nero" della infrangibilità della storia e della perpetuità del potere («I dominatori di sempre / coi loro trucchi da baraccone / in un modo o nell'altro / restano al potere») resta il "pensiero dominante", la posizione dell'"io" poetico è, malgrado tutto, in continuo movimento. La poesia di Mauro Ponzi è essenzialmente una poesia di viaggio, odeporica. Il suo scenario cambia di testo in testo e percorre senza posa la cartina dell'Europa, dalla Germania alla Grecia, dall'Austria al Portogallo e dalla Spagna all'Ungheria, sbalzando da un punto all'altro di cultura e di lingua, non senza qualche difficoltà di comunicazione. La "voce" poetica ‒ se vogliamo usare questa espressione, che a me pare la più corretta, per indicare il soggetto che parla ‒ è quella di un viaggiatore munito di taccuino, di "quaderno" o "quadernetto", strumento essenziale all'approntamento della poesia, come del resto ben sanno i lettori delle precedenti raccolte di Ponzi. Se questa figura-cardine del cosmopolitanon è nuova, qui la troviamo abbassata, in qualche modo "scoronata" in un «piccolo viaggiatore / di seconda classe». La "perdita d'aureola" ha avuto luogo una volta per tutte e il privilegio del "cittadino del mondo" subisce i suoi incidenti: così come nel tempo della vita si accampa la discrasia («arrivo sempre troppo tardi»), altrettanto nello spazio si incontra l'estraneità (gli amici assenti o perduti). Qui addirittura la lucidità autocritica del soggetto sta nel cogliere il proprio stesso stato confusionale («la mia testa ormai confusa»), appunto "fuori sesto".

Ora, l'assetto interessante di questa poesia è nel rapporto tra l'esterno e l'interno. La poesia di viaggio dovrebbe essere tutta rivolta all'esterno, aperta a conoscere l'alterità del luogo straniero, curiosa delle diversità; dall'altro canto, i problemi della memoria e del tempo sono generati e rinfocolati dalla coscienza in stato di introspezione. Come si conciliano la percezione con il suo vivace scintillio e il bilancio con il suo computo del bene e del male? Non ci può essere che contraddittorietà; ad esempio: «siedo tra mille mandorli / e agavi e palme / tra vigneti e aranceti / e qualche contorta pianta di ulivo»; poi: «e ora sto seduto tra le piante / in un silenzio irreale / a fare un bilancio / di questo nuovo secolo / e l'idillio si incrina». Ecco, "l'idillio si incrina", la riflessione incide dal di dentro il quadro dell'estetica. Anche in questo altro passo: «non riesco a gioire / alla bellezza /di questo paesaggio / (...) / mentre continua il tramonto / dell'occidente». Da qui deriva la scansione essenzialmente prosaica di questa poesia che sembra negarsi al canto ‒ e dico "sembra" perché vedremo, alla fine, che sotto sotto possiede una sua vocazione ritmica.

Il mondo esterno si presenta nella sua pluralità di stimoli come una promessa di piacere: e ancora possono essere evocati quei "piaceri della carne" che formavano titolo in una precedente raccolta di Ponzi. Il triangolomaterialistico "donne", "vino" e "fumo" viene però riformulato al passato («quando avevamo 20 anni / e sempre innamorati / delle donne / del vino / della vita»; altrove, in buon numero, i sigari), stanti le prescrizioni mediche che ne sconsigliano l'avvicinamento.La condizione senile pretende l'astensione. Eppure questa poesia, che così spesso rimanda nostalgicamente a ritroso, nel suo assetto linguistico rimane una poesia del presente, impiantata com'è in prevalenza su di un soggetto in presa diretta e in primo piano, seduto al tavolo di un locale, davanti ad una bevanda corroborante, preferibilmente birra. Questa postura è, sì, l'indice di una solitudine e tuttavia di una solitudine in pubblico e con attenzione al corpo, malgrado tutto,allasua soddisfazione.

C'è un conatus (per dirla spinozianamente) che si manifesta nello stesso porsi del soggetto di contro al panorama storico. Allora, a petto delle poesie che finiscono con un "forse" o con un "se", e che lasciano in una incertezza con sfumature negative, compare con una certa sorpresa un conclusivo "prima o poi"... Demandato alle più giovani generazioni («la generazione dei miei figli

che si ribellerà / alle banche e ai loro profitti»), esiste un futuro, ancora difficilmente avvertibile, ma molto probabile in cui «risuoneranno i canti / e le bandiere / rosse stavolta / saranno sciolte al vento». Ancora più chiaramente si parla di "nuova utopia": «per partire da zero / con tutti altri concetti / altre proposte / altre visioni del mondo / finalmente / the new way to happiness/ una nuova utopia». Una ripresa che rovescia completamente la malinconia in epica. Certo, nel contesto, queste insorgenze appaiono come sprazzi di profezia subito ricoperti dal colore cupo prevalente. Tuttavia sono gli spiragli che danno senso all'atto stesso dell'enunciazione, che viene a caratterizzarsi come una sorta di "lascito"secondo il motivo del «canto del cigno»: «ancora un segno / significativo / ricordo di emozioni / personali e politiche / di un'epoca / ormai alla fine / perché resti nella memoria / dei nuovi nati». Che spiega anche come funzioni l'appello alla memoria: cioè come impulso utopico che s'incide nei segni della scrittura.

Ora, l'equivalente della speranza nel futuro ‒ l'impostazione utopica del Walter Benjamin tanto caro a Mauro Ponzi, per cui la rivoluzione è una interruzione del continuum storico e quindi la sua istanza è sempre proiettata in avanti verso il momento del recupero e del rinnovamento delle possibilità inadempiute e delle aspirazioni disattese ‒ l'equivalente, dico, è l'aspetto formale della poesia. Apparentemente Ponzi sembra disdegnare l'aspetto formale, il suo testo si presenta in modalità prosaica, disadorna,come dev'essere per disegnare l'immagine degenerata del mondo. I versi sono di lunghezze svariate, ora brevissimi e coincidenti con la singola parola, ora più lunghi, ma sempre senza regole. Tuttavia, c'è una sorta ritmo segreto. Consistente in alcuni casi nel persistere di misure incostanti, sì, ma tuttavia insistite: ad esempio, nel testo di apertura, dedicato alle isole Cicladi, si possono selezionare una buona quantità di versi corrispondenti alla misura del senario: «Un ciclo significa / girare in tondo / da un'isola all'altra / di questo arcipelago / (...) / si chiamano Cicladi / (...) / con tanta passione / (...) / che s'ode la sera / (...) / lasciare un segnale / di questo passaggio». Se sembrasse poco questa sotterranea tentazione metrica, probabilmente casuale, ci sono però, un po' dappertutto le ripetizioni anaforiche e le elencazioni (del tipo: «scandito da eventi / da raggi / da dolori / da delusioni cocenti / da naufragi / dalla deriva / nei flutti della storia», che prendo a caso dal secondo testo), queste sicuramente cercate in una sorta di piacere cumulativo e variantistico che accompagna le delusioni esistenziali e politiche. C'è, insomma, non tanto una musica della sonorità, quanto un ritmo del pensiero.

Alla base c'è quella che Benjamin ha chiamato "l'organizzazione del pessimismo" e che lo stesso Ponzi rammenta nella poesia dedicata a Roma.A ben vedere la scritturastessa, nel suo stesso atto di utilizzo della lingua comune e di discorso rivolto ad altri, non può rinunciare ad essere una forma di resistenza. Sebbene della catastrofe storico-sociale faccia parte la sparizione del destinatario («non c'è un destinatario / di queste righe»), eppure, «Eppure / non riesco a smettere di scrivere» e «non ho perduto il vizio, come vedi». Costellare il tempo di «parole / colorate» resta un impegno da compiere responsabilmente. Forse abbiamo mirato troppo in alto a voler rifare il mondo e questo causa ora la delusione per l'involuzione presente, però seguendo l'etica della psicoanalisi di Lacan, l'unica colpa sarebbe quella di "aver ceduto sul proprio desiderio"e alloraè sempre al tempo che ci ha formati che dobbiamo rendere ragione.

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Mauro Ponzi: Poesie

Prima che la sabbia della clessidra

coli nel già stato

tutto è ancora possibile.

Quando però arriva l'anno maledetto

gli eventi futuri

sono ancora da scrivere

tra disperazione e speranza

il tempo omogeneo e vuoto

scandito da eventi

da raggi

da dolori

da delusioni cocenti

da naufragi

dalla deriva

nei flutti della storia

che sembra tornare indietro

verso populismi e dittature

eventi che sembravano sepolti

nel passato.

E invece

eccoci qua

a temere la fine

del tempo

la fine

dell'esperienza sensibile

di nuovo la fine secolo

di un tempo appena iniziato

è sempre troppo poca

la sabbia

a disposizione

e resta molto da fare

prima che cada

l'ultimo granello.

***

L'acqua del Tevere

limacciosa e lenta

col suo colore verdebiondogrigio

scorre sotto i ponti

e brontola

lungo le rive di questo ospedale

dove sono venuto

per ben più lieti eventi

scorre come il tempo

e mulinella

là verso la sbarra

che velocizza il ritmo

e ci ricorda

che è rimasto poco

e piano piano suona il campanello

del prossimo numero

entra il malato

nella medicheria

e ne uscirà ben presto

dall'entrata centrale

si spera

ma prima o poi in barella

certamente sul retro

uno dopo l'altro

usciremo tutti

mentre l'acqua

continua a passare

limacciosa e lenta

come se niente fosse.

***

Non ho più tempo non è il mio tempo corro dietro agli eventi mi sforzo di capirli senza poterli modificare

senza poter cambiare; non c'entra la stanchezza

soggettiva

né il pessimismo

o la rassegnazione.

Sospinto ai margini

della storia del mondo

non mi rassegno al ruolo di vittima

sacrificale

ritirarsi su un'isola

scendere dalla giostra

allevare le capre

o vivere di pesca

ormai è un lusso

per facoltosi turisti.

Non è il mio mondo

non è il mio tempo

non trovo un posto

in questa strana epoca

di rivolgimenti

tornata al medioevo

troppo vecchio e stanco

per arruolarmi

troppo saggio

per fare il vecchio saggio

che oltretutto

nessuno ascolterebbe.

Vorrei ritirarmi

in un'università americana

ad insegnare Marx

e l'idealismo tedesco

oppure l'European Culture

che fa tanto esotico

ma anche questo ormai

non ha mercato.

Dondolano le barche

nel porto di Koufonissi

che non vanno a pescare,

ma portano i turisti

alla spiaggia di Poli.

Intanto salgono i prezzi

e non mi potrò permettere il soggiorno

nei prossimi anni.

Nell'isola di fronte

riserva naturale

senza elettricità

c'è un libero campeggio per nudisti

troppo rudimentale

troppo nature

per chi è abituato al wi-fi

e a parlare con Montreal e Berlino

con l'editore di Londra

con il rettore

che ci vuole sbattere

in un capannone post-industriale

sotto un cavalcavia.

Non ho più tempo

non è il mio tempo

non c'è più un luogo

dove ritirarsi

non c'è un destinatario

di queste righe

e forse io non ci sono

e il mare e il vento

e le barche ancorate giù al porto

sono un ricordo

o forse un'illusione

di un soggetto pensante

di un residuo archeologico

del secolo scorso.

***

Il vento della storia

tira sempre

dalla parte sbagliata

venti di gloria

venti di tempesta

gelido vento

di restaurazione

venti e ventenni

che ritornano a volte

con gli stessi slogan

e le stesse farse.

In questo continuo carnevale

di menzogne

tutto tace

in una lunga notte

senza vento.

Persino la polvere

del vulcano islandese

sparsa per tutta Europa

dal vento del nord

blocca gli aeroporti

ma non fa più notizia

e il vento

poderoso un tempo

non riesce a disperderla.

Il vento della storia

spira dal paradiso

e impedisce all'angelo

di chiudere le ali

sulle macerie

in cui viviamo ormai

con la lieve speranza

che infuri la bufera.

***

Pietro, pietre e sampietrini

Scrivere in verso lungo

va Ôbbe, anche se mi sembra ridondante

questo vergare ogni ipotesi

ogni variazione sul tema

il salto, sì, il salto, e quel furore

poetico che ci consente di uscire

dalla forma mentis

dell'argomentare quotidiano.

Eppure

per non sembrare che fugga

la prova della folla e degli acronimi

delle parole ROMA AMOR

non è una novità nemmeno questa

ma di questo parlo

se non ve ne siete accorti

di amore di sesso e di passioni

e di Roma ovviamente

e della Roma

bella come il sole

che ci riporta alla natura e al paesaggio

e a tutte le altre passioni

non solo il sesso

anche se tutto riconduce a quello

come scrive Sigmund il viennese

perché bella è la vita troppo bella

per lasciarla adesso troppo bella

per essere vera e allora

la tocco da vicino

scopro l'altro suo lato

dove l'ideologia mi aiuta a capire

che bisogna cambiare

non solo il piano regolatore

di questa grande città martoriata

fatta di pietra bianca e pietra nera

piena di sampietrini e di sangue

dei motociclisti caduti dai motorini

capitale del mondo, teatro

di questo ultimo atto

del papa dimissionario

al suo ultimo Angelus

e poi un conclave veloce

e il papa nero

quel Pietro II che per l'ultima volta

ci avviciniamo pian piano

alla fine di tutto

quando si spegnerà la luce

definitivamente.

Eppure

non riesco a smettere di scrivere

e di amare

e di organizzare il pessimismo

in questo ultimo tratto

verso l'apocalisse

perché quel poco che resta

bisogna pure fare qualcosa

finché sorge il sole

finché il Tevere scorre

finché sul Gianicolo

soffia il ponentino

e allora cito un amico poeta

maestro del verso lungo

ce la faremo, speriamo, ce la faremo?

Forse, risponde il segretario, forse

risponde l'amico poeta

forse risponde il viceministro

che ha già fatto il biglietto per Parigi

e invece perderemo anche stavolta

che abbiamo vinto a mani basse

per ambiziosi giudici sovvenzionati

se non pagati

dall'eterno buffone

per i professorini della politica

per i miei compatrioti

stupidi e furbi

come i contadini del dopoguerra

italiani, brava gente,

e ce ne sono tanti

solidali e operosi

gentili e generosi come pochi nel mondo, ma

ce ne sono anche tanti

crudeli e furbacchioni

che si fanno infinocchiare

dalle menzogne

perché ne dicono tante

alle mogli e al fisco

ai figli, agli amici che imbrogliano

ogni giorno nei loro strani uffici

e questa massa ottusa ha sempre vinto

si è lasciata incantare

da serpenti e da guitti

da saltimbanchi e attori

in pensione.

Non c'è bisogno di chiedere

al segretario - che del resto non c'è

perderemo di nuovo

o al massimo

non saremo in grado di governare

con uno o due seggi di maggioranza

con tre senatori comprati

dal solito saltimbanco

all'ultimo minuto.

Eppure amo Roma e la sua gente

così come è scritto nel nome

nomina sunt fortiora rerum

come un lampo mi appaiono

i quadernetti del ʼ75

quando scrivevo

le prime chilometriche poesie

non ho smesso, Francesco,

non ho perduto il vizio, come vedi

scusate, devo andare

ho qui la scheda e vado verso il seggio

per mettere una croce al posto giusto.

Ma sì

mettiamoci una croce

su un destino già scritto

in questo amore per Roma, per la polis

che non morirà mai

finché sorge il sole

rosso come er core mio

finché scorre il Tevere

finché soffierà il vento

o infuria la bufera

prima o poi

***

È nell'altrove

che viene allo scoperto

chi veramente sei

quando ti chiedono bruschi

Are you Jew?

e a bruciapelo rispondi

sono cattolico

romano e romanista

quando attraversi le città

straniere

e parli delle lingue

che non conosci

e cerchi di fermare

nelle immagini

quelle impressioni corporee

quelle occhiate

che speri significative

e se cerchi di scrivere

le impressioni

in reportage

diari lettere agli amici

è solo una pallida eco

di ciò che hai visto

e solo forse un riflesso

in parte scontato

di quelle contrade

di quelle città

di quelle persone

che parlano

lingue un po' strane.

L'immagine invece

può dire tutto

meglio di cento libri

se è un'allegoria

se esprime il tutto

in un particolare.

Ho perso la memory card

con tutte le mie foto

chissà dove è finita

calpestata per strada

perduta nel rigagnolo

finita per sbaglio

nella monnezza.

Mi resta solo il ricordo

di quei momenti

significativi

e questa descrizione

di immagini

perdute nella

memoria e nella

memory card finita

chissà dove.

***

Per lasciare finalmente un segno

scrivo sulle pagine bianche

dei miei quadernetti

e imbratto le tele

e le dita

di mille colori

che non hanno più niente

del naturale

bello o brutto che sia

e intanto è la vita

la storia

che lasciano il segno

ormai così forte

che non c'è più lo spazio

e nemmeno la voglia

per voli pindarici.

Buttarla sull'ironia

e seppellire tutto

con una grande risata.

Nun lachen wir

nun machen wir nur Witze.

C'è poco da ridere invece

in questa crisi acuta.

Non ridono i Greci moderni

né i disoccupati

non ride mio figlio

ormai senza futuro

e nemmeno mia moglie

sull'orlo

di una crisi di nervi

e lo scettico blù

il dandy da osteria

non funzionano più

quando si è senza soldi

senza ideali

senza desideri concreti

quando non c'è più nemmeno la forza

di essere incazzati

contro chi poi?

contro le banche

e i semestrali bilanci

eternamente in rosso.

Di un altro rosso

adesso c'è bisogno

Verrà

verrà il momento

in cui

risuoneranno i canti

e le bandiere

rosse stavolta

saranno sciolte al vento.

Ma poi

il segno vero

lo lasceranno gli altri

la generazione dei miei figli

che si ribellerà

alle banche e ai loro profitti.

Noi portiamo il segno del passato

delle utopie crollate

delle sepolte illusioni

delle speranze

non del tutto perdute

di cui chiederanno conto

e forse il riscatto

a queste sfortunate

generazioni

future.