Per la Critica

MAURO PONZI

FRANCESCO MUZZIOLI

DIALOGO SULLA POESIA

FRANCESCO

Hai letto il giornale? Due sapienti e un po' saccenti critici nostri coetanei discettano allegramente sulla fine della poesia. Dicono che l'avevano capito da tempo, loro, che il Novecento era finito, che l'epoca delle tendenze era finita, e che la poesia era finita (e in massima parte ne danno la colpa all'avanguardia, è ovvio). Insomma, concludono che oggi "mancano gli autori, mancano i critici e non ci sono più nemmeno i lettori". N'apocalisse... Non sarà che abbiamo sbagliato tutto? E che sarebbe meglio se ci fossimo occupati d'altro, per esempio di video-giochi, un argomento molto più popolare e seguito dai giovani? Cosa ne pensi?

MAURO

Beh, i nostri coetanei, critici agguerriti, se non altro, hanno avuto il merito di dimostrare che gli italiani sono un popolo di navigatori (su internet) e di poeti. Questo, come si sa, non è più tempo di eroi. Tutti scrivono poesie, ma nessuno legge. Siamo tutti presi da un narcisismo di massa. Coloro che hanno sempre teorizzato l'intimismo, la poesia come "sfogo del cuore" dovrebbero essere contenti. Ma se tutto questo effluvio di sentimenti non è poesia che dobbiamo fare? Riesumare la distinzione crociana tra poesia e non poesia?

FRANCESCO

La poesia come "sfogo del cuore"! Anche Guido Mazzoni (Sulla poesia moderna) scrive: «Oggi, quando ci accostiamo allo scaffale di libreria che raccoglie i volumi di poesia, pensiamo di trovarci davanti a opere che contengono brani versificati e abbastanza corti nei quali si raccontano esperienze vissute o riflessioni personali in uno stile distante dal grado zero della comunicazione quotidiana». Ora, se questo è il senso comune dominante - tant'è, l'avrai notato, che il critico scrive "noi" dando per scontato che abbiamo tutti nella testa quell'"orizzonte d'attesa" - allora dobbiamo lamentare un enorme "genericidio", in cui la poesia è stata ridotta a una e una soltanto delle sue possibilità: una personale poesia amorosa o, in quantità minore, memorial-luttuosa. A detrimento della biodiversità lirica: dove sono finiti tutti quegli altri tipi di poesia, a cominciare dalla poesia civile, per continuare con la poesia filosofica, la poesia ironico-satirica, la poesia giocosa, la poesia epidittica e, perché no?, ultima ma non per importanza, la poesia erotica? E non parlo qui, per adesso, della poesia sperimentale che ha avuto in Italia uno sviluppo straordinario, forse superiore a ogni altro paese occidentale, e che viene evocata di tanto in tanto soltanto come una sorta di spauracchio per spaventare i bambini (stai buono, se no ti dico una poesia sperimentale...). In questa riduzione, pare che siamo finiti a un bivio tra chi è narcisista tecnologizzato nei social e chi è narcisista nostalgico-conservatore su carta e va a capo secondo i versi (per approssimativi che siano) ma poi a buon bisogno finisce lo stesso nella rete. Giudicare crocianamente la scarsa qualità non credo serva gran che. E potrebbe apparire soltanto una reprimenda da anziani parimente nostalgici (non c'è più la poesia di una volta... ai miei tempi... ecc.).

collage Giulia Vittori

MAURO

Bisogna trovare un criterio - e ritorniamo alla discussione in auge all'inizio degli anni Settanta del secolo scorso. Se il criterio di individuazione della "vera" poesia è l'"autenticità" del "sentimento", allora la massima opera poetica è il diario di una sedicenne. Nemmeno i nostri coetanei, critici agguerriti, credono a questa corbelleria. Allora non basta mettere in fila tre parole per scrivere una poesia ed essere considerati un poeta. Ci vuole un progetto linguistico-espressivo. Questo può essere un primo criterio per distinguere i poeti dai dilettanti allo sbaraglio che scrivono su internet diari in versi. Quanto alle varie possibilità, cosa vuoi che ti dica. Tu sai che quando scrivo poesie, anche se uso materiali "caldi", ho sempre un tono epico. Non ci posso fare nulla. Mi è rimasto appiccicato addosso un atteggiamento sessantottino, anche se sono ormai diventato un sessantottenne.

FRANCESCO

Io anche di più. Ma eccoci arrivati nel punto nevralgico. Nella rimozione fondante dell'epoca attuale: quella della "tendenza". Come tu m'insegni, Walter Benjamin (L'autore come produttore) ha posto come decisivo il binomio tendenza/qualità. Lasciamo ora da parte quello spunto in cui dice «un'opera che riveli la giusta tendenza deve necessariamente rivelare ogni altra qualità», per cui - in altre parole - la valutazione della bellezza dovrebbe potersi tradurre sempre in termini semiotico-tecnici; comunque, anche a voler ribattere sulla considerazione anche della qualità, resta il fatto che una valutazione senza occhio alla tendenza risulta dimidiata, monca, fuorviante. È quanto vediamo oggi: una volta che si è esclusa la tendenza, come fanno tutti coloro che esecrano il periodo delle avanguardie come una insana deviazione o una perversa follia collettiva, non resta che l'autoritarismo dell'ipse dixit qualitativo. Ma poiché ormai, nel campo della poesia marginalizzato dal mercato, l'Autorità con la maiuscola non può più essere conferita a nessuno da nessuna istituzione e quindi è vana la ricerca di riconoscimento, nel mondo in cui "uno vale uno" non resterebbe che affidarsi al numero dei "mi piace" o dei "followers" - insomma a una "quantità" del tutto sprovvista di garanzie di qualità. A me pare che non manchino i poeti, anche bravi, ma quello che manca è - come dicevi - il "progetto linguistico-espressivo". E però i giovani, allora, che cosa dovrebbero fare? Che consiglio daresti loro?

MAURO

Mi sembra che i giovani non accettino consigli. Comunque direi loro di leggere, di informarsi e poi di costruirsi uno spazio comunicativo, espressivo. Un nostro coetaneo, poeta crepuscolare, alla domanda: "Ma tu hai letto l'ultimo libro ...?" rispondeva secco: "Io non leggo, scrivo". Ecco questo è il punto: scrivere senza leggere, essere autoreferenziali. E se si legge con spirito critico è necessario avere dei criteri selettivi, diciamolo una buona volta, dei criteri estetici. Tu prima parlavi del "bello". Il "bello" ormai è un mito irraggiungibile. Diciamo che si può valutare un codice comunicativo ben costruito. Non bisogna fare ricorso necessariamente a Freud o a Lacan per dire che la comunicazione letteraria è linguaggio, che il linguaggio è espressione delle pulsioni (di quelle famose "passioni" tanto care ai nostri amici intimisti). Quindi bisogna scavare nella lingua, costruire un linguaggio, costruirsi un sistema comunicativo. Possibilmente "dilettevole". Giacché - qui, credo, ci sia un punto di dissenso - anche l'esperienza delle avanguardie non è riproducibile in eterno: non ci sono più le condizioni comunicative del 1909 e nemmeno del 1963. I poeti (giovani o vecchi) scrivono oggi, in questa situazione, in cui il libro è un medium desueto, in cui siamo tutti travolti dal chiacchiericcio elettronico dei social networks. Il mare della comunicazione di internet ha reso inutilizzabile ("non fruibile" si diceva una volta) la comunicazione stessa. Allora bisogna tentare di riaprire uno spazio narrativo (ma qui siamo già vicini all'impresa eroica, all'utopia) o almeno uno spazio comunicativo. Forse già questo esprime una tendenza (in senso benjaminiano, ovviamente).

FRANCESCO

Stando a Benjamin c'è sempre, quantunque e dovunque, una sia pur debole chance rivoluzionaria. E Benjamin viveva in tempi ancor più bui dei nostri, quando proponeva «l'organizzazione del pessimismo». Il problema (certo sempre più arduo) è di individuare quale e dove sia, oggi, la pur debole chance rivoluzionaria... Propongo uno spunto dalla musica: essere portatori di dissonanza. Questo mi pare sempre nelle nostre possibilità in qualunque situazione. Per altro l'incrinatura del codice oggi può avvalersi di strumenti a portata di mano che consentono facilmente il collegamento della scrittura alla voce e all'immagine, ampliando, se vuoi, la nozione stessa di scrittura (a farne scrittura della voce, scrittura dell'immagine e così via). Anche la cultura del passato, questo patrimonio o "capitale culturale" che noi italici possediamo, è acclarato, in cospicua quantità, può trovare valorizzazione molto migliore attraverso una attualizzazione dinamica che non attraverso il culto mummificante di cadaveri dati per indiscutibili capolavori. E se è vero che il libro "non tira", è anche vero che non possiamo rinunciare del tutto alla attenzione-distanza che richiede-consente il cartaceo. Piuttosto metterei in quarantena, nel nostro vocabolario le parole poesia, poeta, poetico, termini che, intesi secondo un inveterato senso comune, si incielano ammantati di fragorose maiuscole, che poi alla prova risultano inconsistenti, pannicelli caldi alla "perdita di aureola". Tornare all'etimologia, semmai, al senso del poiein, al fare, insomma al lavoro. Ma questa ultima parola ci porta dentro (al centro de) il nodo sociale generale odierno: tutto sembra congiurare a costruire una società di disoccupati non pensanti (ma votanti).

MAURO

Ma questo poiein è oggi essenzialmente individuale, non vedo gruppi o movimenti all'orizzonte, è sempre una goccia nel mare. Ma è importante per lasciare un segno, non solo e non tanto alle generazioni future, sulle quali - tanto per citare ancora Benjamin - esercitiamo il diritto di non lasciar cadere nell'oblio le nostre sconfitte, quanto proprio per lanciare un segnale, come il naufrago che si arrampica sull'albero maestro di una nave che affonda e agita uno straccio nella speranza che qualcuno accorra in soccorso. Noi possiamo mettere tra parentesi tutte le maiuscole, ma se la qualità è la tendenza, come mi sembra di capire dal tuo discorso, allora torniamo al problema dei criteri di valutazione. Un mio amico, poeta tedesco, è solito rispondere alle mie lamentele sulla scarsa diffusione della poesia, osservando che i poeti sono stati sempre poco letti. I poeti non cercano consensi di massa come i politici (vecchi e nuovi). La poesia cerca un contatto, una comunicazione, scrive Paul Celan, ma pretende di essere compresa. Io non legherei la poesia al medium che la diffonde. Se c'è una cosa che ci ha insegnato Benjamin è che i modi di produzione e di riproduzione dell'opera d'arte non dipendono dalla natura ma dalla storia, sono cioè sottoposti alle trasformazioni storico-sociali e comunicative. Ma se cambia la strategia di scrittura con il cambiare dei mezzi di produzione e riproduzione, non cambia l'esigenza di produrre un codice comunicativo adeguato, in grado di esprimere diversi livelli di significato. Vorrei concludere citando un poeta, piuttosto che un teorico: Paul Celan scrive nei suoi appunti, ritrovati tra le sue carte e pubblicati postumi, "le poesie non cambiano certo il mondo, ma cambiano l'essere-nel-mondo".