Storia. Cultura. Società 

FORMAZIONE PROFESSIONALE

E PROGRESSO:

UN BINOMIO PER LA SOCIETA'  4.0

di Massimo Cestaro*

Il tratto caratteristico di questo inizio di millennio è certamente lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, di quella che viene chiamata internet delle cose, insomma dello sviluppo della quarta rivoluzione industriale e di quello che viene definito lavoro 4.0. Concordo con quanti sostengono che questo processo di innovazione possa ragionevolmente definirsi "epocale" considerando che le trasformazioni da esso indotte non avranno riflessi solamente sui modelli produttivi delle aziende, sulle innovazioni di processo e di prodotto, sull'organizzazione del lavoro, sulla quantità e qualità dell'occupazione (questioni peraltro di straordinaria complessità): questo percorso produrrà - e in parte ha già prodotto - cambiamenti profondi nella vita delle persone. In buona sostanza, la quarta rivoluzione industriale avrà gli stessi effetti che ha avuto in tutto mondo la diffusione dell'energia elettrica; quindi non solo, come è noto, i cambiamenti nel lavoro e nella produzione, ma anche profondi cambiamenti sociali: la luce elettrica nelle città e nelle case, la lavatrice, la televisione... insomma tutta quella infinità di cose che hanno segnato il passaggio tra l'Ottocento e il Novecento, che hanno cambiato radicalmente la società, i costumi e i consumi delle persone e che sono entrate nelle nostre vite, nella nostra quotidianità e delle quali oggi non potremmo più fare a meno se non con profondi disagi. Ma esattamente come allora questa rivoluzione, se non opportunamente governata, produrrà inevitabilmente profonde disparità sociali ampliando processi di polarizzazione e incrementando disuguaglianze già presenti: aumenteranno le distanze tra Paesi poveri e Paesi ricchi; tra il nord e il sud del mondo; tra i tanti "nord" e i tanti "sud" di ogni singolo paese o di ogni territorio; tra classi sociali; tra uomini e donne; tra garantiti e non; tra scolarizzati e non; tra città e periferie. In buona sostanza si ripropone la necessità di un giudizio critico su questo inizio di millennio che non può prescindere da una riflessione culturale, ma direi principalmente Politica (scritta non a caso con la P maiuscola per distinguerla dal deprimente e sconfortante politicame casereccio) che attiene al rapporto tra sviluppo e progresso. Se è vero - ed è vero - che allo sviluppo del sistema industriale e alla crescita dei profitti non sempre corrisponde una crescita del progresso sociale (anzi!), a maggior ragione, di fronte alle dinamiche produttive e sociali dettate dalla quarta rivoluzione industriale, ritengo sia imperativo che vi sia un governo "politico" di questa fase orientato a coniugare sviluppo (del sistema produttivo) e progresso (inteso come miglioramento complessivo delle condizioni materiali delle persone e superamento delle divisioni sociali).

Naturalmente il tema del "governo" pone anzitutto due domande: chi e dove. "Chi" è per chiedersi quali siano i soggetti politici e sociali interessati a produrre una riflessione e una azione politica sul rapporto tra sviluppo e progresso in questo tempo. La seconda domanda è "dove", ossia a quale livello sia ragionevolmente possibile una "azione di governo", assunto che i processi di cui stiamo parlando hanno una dimensione mondiale.

Ecco, assunto che "Chi e Dove" sono aspetti niente affatto marginali, occorre anche dire che forse sarebbe il caso di evitare che trascorra l'intero terzo millennio senza risposta alcuna! E qui mi piace introdurre un tema che forse può essere una possibile chiave di lettura per affrontare le sfide di questi tempi. La "chiave" si chiama formazione continua. La formazione continua è quel processo di coinvolgimento e di informazione dei lavoratori nella conoscenza dei processi produttivi aziendali. Anzi, oramai, anche a livello internazionale - non solo europeo, ma, credo di poter dire, mondiale - la definizione generalmente assunta è "life long learning"; tradotto: apprendimento permanente. In buona sostanza, la comunità politica mondiale ha assunto da tempo la necessità che le persone siano coinvolte da processi di "formazione" (e non di "addestramento" che è altra cosa) non solo durante il rapporto di lavoro, ma per tutta la vita. E qui possono avere un ruolo centrale i fondi interprofessionali per la formazione continua. Essi sono stati una felice intuizione delle parti sociali circa 15 anni orsono, quando cioè si avvertiva la necessità di avere degli strumenti utili per favorire i processi di trasformazione dei cicli produttivi dovuti all'innovazione tecnologica sia di processo che di prodotto: fasi che dovevano per forza essere accompagnate anche dall'evoluzione professionale dei lavoratori. Oggi in Italia i fondi sono 19 costituiti da soggetti diversi. Tra questi il principale è Fondimpresa a cui sono associate più di 200.000 aziende (tra cui tutte le principali aziende italiane) e circa 4.700.000 loro dipendenti. Sul totale del contributo nazionale alla formazione (alimentato attraverso il prelievo dello 0,30% sulle retribuzioni dei lavoratori) Fondimpresa ne gestisce oltre il 50% destinando, quindi, ai lavoratori dipendenti dalle aziende associate circa 350.000.000 di Euro ogni anno. Il Consiglio di Amministrazione di Fondimpresa è costituito da sei componenti di cui tre indicati da Confindustria e tre designati da CGIL, CISL e UIL. Per accordo tra le parti istitutive, la Presidenza del Fondo è sempre in capo a Confindustria, mentre la Vicepresidenza è espressa dalle organizzazioni sindacali. Al di la di questa breve nota di sintesi, ciò che è importante rilevare è la natura "politica" del Fondo. Vi è certamente un interesse delle aziende - di sicuro le principali, ma anche larga parte delle piccole e medie imprese di cui è costituito il tessuto produttivo nazionale - affinché i propri dipendenti siano sufficientemente formati per sostenere il confronto competitivo; ma non vi è dubbio che il tema della formazione dei lavoratori, finalizzata alla conoscenza dei cicli produttivi delle aziende per cui lavorano, ha una connotazione politica di rilievo costituzionale e, naturalmente, qui sta il ruolo politico del sindacato.

Vale qui la pena di ricordare due articoli della Costituzione che, ancora una volta, certificano la straordinarietà della Carta e la lungimiranza dei Padri costituenti.

l'art. 35 al primo comma così recita: "La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni" e poi, al secondo comma, aggiunge: "cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori". Il secondo articolo, il 46 dice: "Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende".

Eco dunque felicemente manifestato e solennemente decretato il ruolo politico del lavoro quale declinazione dell'art. 1 della Carta: da un lato la formazione finalizzata alla crescita dei lavoratori e alla loro emancipazione e, dall'altro, la funzionalità della stessa dato che solo attraverso la conoscenza delle dinamiche produttive del proprio lavoro il lavoratore potrà davvero avere coscienza del suo ruolo e quindi poter davvero esercitare il diritto costituzionale a "collaborare.... alla gestione delle aziende".

Torna prepotentemente la funzione della conoscenza - il sapere - quale fattore determinante nella logica del progresso sociale dentro un percorso di sviluppo economico a cui prima mi riferivo.

La novità essenziale di questa fase - lo ripeto - è che la quarta rivoluzione industriale non si ferma dentro i confini del luogo di lavoro, ma allarga la sua pervasività all'intera società esportandone tutte le contraddizioni: benefici, opportunità, ma anche disparità.

E dunque una prima, possibile, risposta alla domanda "Chi e Dove" cominciamo ad intravvederla e, guarda caso, non è per niente nuova. Il "Chi" sono ancora i lavoratori che, attraverso la conoscenza e il sapere possono svolgere una insostituibile funzione politica nel garantire processi democratici dentro questa rivoluzione industriale e sociale; il "Dove" sono i luoghi di lavoro nella loro vecchia e nuova articolazione: la fabbrica - o l'ufficio - ma anche tutte le nuove forme di lavoro remotizzato o articolato in diverse filiere contrattuali e/o transnazionali.

In conclusione è ancora il lavoro - nella sua declinazione costituzionale - ad essere il protagonista delle dinamiche sociali.

Ma perché si possa finalmente dare piena attuazione alla Costituzione occorrono almeno altri due tasselli perché il mosaico cominci a prendere forma: uno riguarda la definizione legale di rappresentanza sindacale e datoriale; l'altra attiene alla riconoscimento legale "erga omnes" dei contratti collettivi.

La definizione legale di rappresentanza attiene in primo luogo all'obbligo della certificazione di chi effettivamente rappresenta quel determinato soggetto sindacale, sia rappresentante dei lavoratori che rappresentante delle imprese. Oggi in Italia sono più di 800 i contratti collettivi nazionali censiti dal CNEL. Meno di 300 sono sottoscritti da sindacati afferenti a CGIL, CISL e UIL. E gli altri? Non si sa! Questa proliferazione di contratti nazionali deriva prevalentemente dalla polverizzazione delle rappresentanze delle imprese. Insomma viviamo in una specie di supermercato nazionale dei contratti dove ogni azienda può applicare ai suoi dipendenti il contratto che più gli aggrada indipendente dalla effettiva rappresentanza di chi quel contratto lo ha sottoscritto. Ed è evidente che mentre quando c'era la Lira la competizione internazionale poteva essere praticata anche attraverso la svalutazione della moneta, con l'euro questo non è più possibile e quindi tante aziende hanno svalutato il lavoro approfittando della giungla contrattuale. l'altro aspetto è, appunto, il valore "erga omnes" dei contratti. Una volta che venga certificata l'effettiva rappresentanza dei soggetti negoziali (dei lavoratori e delle aziende) il contratto collettivo sottoscritto da quelle stesse parti certificate deve valere per tutte le aziende che operano nel settore a cui quel contratto nazionale si riferisce. Si capisce che la combinazione di certificazione della rappresentanza e validità universale dei contratti collettivi sottoscritti da quelle rappresentanze impedisce ai furbetti di giocare al massimo ribasso sulla pelle dei lavoratori. Inoltre per questa via si applicano a tutte le imprese - grandi e piccole - non solo i livelli retributivi, ma anche quegli obblighi di informazione ai lavoratori sulle attività dell'impresa che i contratti collettivi prevedono proprio al fine di rendere partecipi i lavoratori alla vita dell'impresa.

Appare quindi evidente, in conclusione, che la combinazione di contrattazione, informazione, formazione e rappresentanza sono le leve che possono consentire alle forze del progresso di svolgere quella necessaria azione di governo di processi sempre più complicati, anche al fine di evitare che proprio di fronte alle complessità proprie di questi tempi si vada verso la deriva delle semplificazioni sommando, poer questa via, ignoranza ad ignoranza. Come sempre avvenuto nella storia, il sapere diffuso è sinonimo di progresso sociale, l'ignoranza è la via per la barbarie.

*Vice Presidente Fondimpresa