UNO SGUARDO DAL PONTE

MARIO QUATTRUCCI,

QUEL DELITTO DEL'56

di Massimo Novelli

(da Il Fatto quotidiano)

Intorno al 1956, in Italia. Lo spirito e i valori della Resistenza sono naufragati nella guerra fredda. La democrazia è forma, non sostanza. E ogni mezzo è lecito per combattere il Partito Comunista e l'avanzata del movimento dei lavoratori: dalle repressioni poliziesche alle stragi, dalle infiltrazioni nei gruppi e nei partiti di sinistra all'apporto di Cosa Nostra. In nome della lotta al comunismo, notano Ennio Carretto e Bruno Marolo nel saggio Made in Usa, gli americani, le destre, una gran parte della Democrazia Cristiana, gli industriali, i servizi segreti, hanno premuto "per il salvataggio dei militari e dei burocrati fascisti, riciclati al vertice del nuovo Stato repubblicano". È in questo contesto che prende anima e corpo Quel delitto del '56 (Oltre Edizioni, pagine 134, euro 14). Si tratta del nuovo romanzo di Mario Quattrucci, classe 1936, romano nato a Velletri, poeta e narratore di grande valore (come nella serie del commissario Marè, uscita per i tipi di Robin-Biblioteca del Vascello), a lungo dirigente del Pci.

Questo racconto, una storia vera rimossa per oltre mezzo secolo, scrive l'autore, "ha avuto una lunga incubazione, rimuginato per molti anni nel mio foro interiore. La decisione di metterlo finalmente su carta è giunta dopo i recenti e poi recentissimi nuovi revisionismi e attacchi alla Resistenza". Spiega lo scrittore Diego Zandel nella prefazione che è la storia "di un fattaccio vero avvenuto a Roma nell'inverno del '56, di una Roma imbiancata di neve, e del quale nulla riportano né è rimasto nelle cronache: il ritrovamento nei pressi di una sezione del Pci del cadavere di un uomo ammazzato, per altro, a quanto pare, portato simbolicamente lì, dopo essere stato ucciso da un'altra parte". Una provocazione dei servizi, delle "barbe finte", come è accaduto altre volte? Oppure c'è dell'altro? Magari l'eliminazione di una spia da parte di qualche militante comunista poi fuggito dietro alla Cortina di Ferro, come era successo a Torino, nel 1947, con l'uccisione del fascista Alberto Raviola?

Nella realtà il delitto non è avvenuto a Roma, bensì in Emilia-Romagna. Tuttavia la trasposizione per esigenze narrative nella capitale non cambia le cose, ma, anzi, rende la vicenda più emblematica. Perché, ricorda Zandel, i "motivi sono politici. Non li voglio anticipare qui, perché costituiscono gli elementi misteriosi del 'caso' e quelli, straordinari e coraggiosi, che spiegano anche la titubanza, i timori dell'autore di mettere in piazza, sì, mettere in piazza, un omicidio che è fortemente rappresentativo di quello che era il contesto del tempo, fortemente condizionato dalla situazione internazionale della 'guerra fredda' con gli inevitabili riflessi nella politica interna, quando l'impressione generale era che, con il governo Tambroni, appoggiato dal Movimento Sociale Italiano, ci fosse, dopo la caduta del fascismo, un ritorno della destra al potere".

Quattrucci ricostruisce, indaga, fa parlare la memoria che si credeva perduta, si confronta con la propria storia e con la Storia, risolve il caso in omaggio al padre Vincenzo, maresciallo maggiore dei carabinieri, antifascista. Chi è il morto? Un doppiogiochista, racconta Quattrucci, che "durante l'occupazione, in Romagna, aveva fiancheggiato fascisti repubblichini e tedeschi, e aveva consegnato ai brigatisti neri e ai nazisti non solo partigiani combattenti ma loro familiari. Poi aveva preso contatto col solito Servizio d'intelligence americano". E chi l'ha eliminato, facendone ritrovare il cadavere nei pressi di una sezione del Pci? L'ammazzato "era opera degli Affari Riservati, o di altro ramo dei servizi segreti, si trattava d'una provocazione ordita contro i comunisti"? O, se non "era opera di quelli", allora era stato qualche compagno? In quel caso, "sarebbero stati dolori. E un'altra cosa, capì: che o così o cosà la Resistenza per il Pci, non solo non era stata vinta ma non era mai finita. E se una parte di loro pensava che andava fatto alla vecchia maniera questo era un dramma, anzi una tragedia".

Di certo, al di là del nome dell'esecutore materiale del delitto, il mandante va cercato nel contesto politico di quel momento. In Italia, rammenta Quattrucci, "dalla fine della guerra, opera un servizio informazioni clandestino... In che senso clandestino? Vorrai di' segreto... Nel senso che non è ufficiale, regolare, istituzionale. Un servizio segreto clandestino creato niente meno da quel criminale di guerra ex capo del Sim che è il generale Roatta. Nientemeno... E questo tal servizio agisce sotto il controllo degli americani e utilizza una quantità di persone senza scrupoli, che lavorano nell'ombra e nel disprezzo di ogni regola democratica, fregandosene della volontà popolare e della Costituzione. E s'interfaccia con alcuni pochissimi big del governo e della Dc". Con quale funzione? "Ma è chiaro! Impedire per sempre ai comunisti di tornare al governo o anche solo di avere peso nella politica italiana; destabilizzare e mettere in crisi i sindacati; e infine mettere fuori legge il Pci". La "cosa grave", però, come dice uno dei protagonisti di Quel delitto del '56 , "specialmente per noi, è che il servizio di cui parliamo... Che nome ha? Non ce l'ha. Quegli amici hanno rintracciato alcune carte, lacerti di corrispondenze, appunti, memorandum... Hanno trovato che si parla di un Noto Servizio , altrove di Anello ... La cosa grave, dicevo, è che poggia su tre basi potenti: la Confindustria; i servizi segreti americani; l'Arma più il Servizio Segreto Militare". Di lì a qualche anno, dopo il piano Solo del generale De Lorenzo, con la strage di piazza Fontana la strategia della tensione del "Noto Servizio" sarebbe passata alla sua fase più devastante.