MARIO QUATTRUCCI,

QUEL DELITTO DEL '56

(Oltre edizioni, 2020)

di Giorgio Moio

Mario Quattrucci si presenta ai suoi lettori con un altro volume "giallo", dopo la fortunata serie del commissario Marè: Quel delitto del '56 (Oltre Edizioni, 2020).

La storia narrata in questo volume, prefata da Diego Zandel, ha come scenario ancora Roma, la sua Roma (anche nei precedenti romanzi vi è lo stesso scenario) che nel 1956 fu imbiancata da una forte nevicata, come altre città del centro-sud (compresa la mia Napoli).

Più largamente siamo nel pieno della cosiddetta "guerra fredda" tra le due superpotenze di quel tempo, USA e URSS, del "pericolo comunista". Erano gli anni della destalinizzazione, la condanna di Stalin e del suo regime personale e in Italia «ogni mezzo è lecito per combattere il Partito Comunista e l'avanzata del movimento dei lavoratori: dalle repressioni poliziesche alle stragi, dalle infiltrazioni nei gruppo e nei partiti di sinistra all'apporto di Cosa Nostra» (M. Novelli, Mario Quattrucci. Quel delitto del'56, in «Il Fatto Quotidiano»).

Ma di quale delitto vuole farci partecipe l'autore? Di uno sconosciuto di circa sessantanni, trovato cadavere il 19 febbraio nel quartiere Appio Latino, sotto il ponte che scavalca la ferrovia, nelle vicinanze della sezione del PCI, scorto da un tranviere sotto una coltre di neve nel mentre percorreva il ponte; una tragica vicenda archiviata e senza un colpevole che viene "rispolverata" ai giorni nostri da Quattrucci, all'epoca dei fatti un giovane comunista ventenne. «La verità su quei fatti, su quel delitto, in realtà dal mondo non fu mai conosciuta...Ovvero: non fu mai rivelata. Del morto il mondo non ha saputo mai niente: due righe di giornale, un trafiletto in cronaca, e quindi l'oblio. L'uomo, il suo destino, il fatto, come uno dei tanti dei cento misteri italiani, tutto inghiottito dalla nebbia e dal polverone di menzogne che avvolge l'Italia da oltre settant'anni» (C. Guidi,Da Troppo cuore a Quel delitto del '56, in «Dalygreen», 20 marzo 2020). Quell'uomo fu ammazzato con un colpo di pistola alla nuca, ma qualcuno lo volle far passare come suicidio. Perché? È il leit-motiv che percorre tutto questo romanzo di Quattrucci che fa da contraltare alla vita sociale e politica di quel periodo, con persone e vicende reali, sia nei fatti che nei nomi, una fetta della nostra storia in cui il bello e cattivo tempo era nelle mani della Democrazia Cristiana, come anche in seguito, che adottò la strategia della tensione, scatenando una tempesta politica contro la sinistra.

Perché su quel piccolo episodio di cronaca nera, passato alla storia come "il caso de Ponte", ci fu l'interesse dei servizi segreti e degli Affari Riservati, un ufficio centrale della direzione generale della Pubblica Sicurezza dell'Interno che si occupava di servizi di intelligence con funzioni di polizia politica? Era forse un loro infiltrato per spiare i comunisti? È una delle domande che si pone l'autore. Una storia che sfuggì all'opinione pubblica che l'autore interseca con dovizia di dati e conoscenza dei fatti, anche con le azioni e le prese di posizione dei comunisti italiani, alle prese di un acceso dibattito interno pro o contro i compagni sovietici: intanto i poteri forti avevano organizzato una, sia pure, sotterranea (siamo in democrazia), vera "caccia alle streghe".
Solo qualche riga sui giornali (la TV con trasmissioni odierne tipo "La vita in diretta", era ancora molto giovane e inesperta su certe cose). Ma un mini show-down pure ci fu: un giornale murale, una lettera al «Paese Sera» e locandine affisse a tutte le fermate degli autobus della zona che riportava la notizia di un delitto in quel quartiere e alcune domande che balenavano nelle teste degli abitanti. Più precisamente i «dabezao erano stati affissi nei luoghi in cui abitualmente, ogni settimana, li affiggeva la sezione del PCI con tanto di firma e indirizzo» (p. 73), con un tipo di scrittura diverso: «al posto delle lettere a stampatello vergate con pennarelli colorati (rarità, per quei tempi [...]) al posto di quelle, lettere tipo lapide romane, maiuscole, nere, vergate con una sorta di bitume o vernice da vecchi falegnami usando stampini traforati [...] dabezao molto attenti a non chiamare in causa i compagni della sezione comunista» (p. 74).
Contro quella farsa o meglio quella messinscena (come può un uomo suicidarsi sparandosi alla nuca?) indagarono in due: un commissario Peppe Ciriello (una specie di Aldo Fabrizi) e per conto suo un maresciallo maggiore dei Carabinieri, Augusto Cenciarelli, uno che aveva fatto le due guerre e la Resistenza, per cui fu insignito della Croce di guerra al valor militare, in procinto di andare in pensione, con l'aiuto del figlio Domenico (Dom per gli amici).
Si doveva dare innanzitutto un nome a quel morto (l'autore lo chiama Egidio Neri), magari un colpevole. Si arrivò a pensare che fu "fatto fuori" da due comunisti ribelli e pericolosi provenienti dalla Romagna e ospitati da un certo Riccardo (un quarantenne con una vita complicata, membro della sezione comunista e del gruppo teatrale ad esso legato trasferitosi poi in Nepal dove morì nel 1982) in quanto ritenuto un doppiogiochista, una spia all'interno della sezione infiltrato dai servizi segreti. «Durante l'occupazione, in Romagna, aveva fiancheggiato fascisti repubblicani e tedeschi, e aveva consegnato ai brigatisti neri e ai nazisti non solo partigiani combattenti ma loro familiari» (p. 107).
Il linguaggio, specie nei dialoghi, è plurilinguistico, scorrevole e piacevole: spesso si parla in romanesco; a tratti si creano ritmi e suoni del pasticciaccio di Gadda (si veda per es. la citazione "studiare i tipi e le tipe", un lessico intarsiato da parole e stilemi della parlata romana: «E questa è la storia del fattaccio. Sebbene non sia ancora tutto.
Se abbiamo voluto raccontarla è anche per fare giustizia, e non sommaria, di tutte le revisioni e le menzogne, della (quando va bene) damnatio memoriae... di tutti gli insulti alla Resistenza che ci riversano addosso dal giorno della Liberazione fino a questa nuova notte della Repubblica» (p. 114), Tra le righe l'autore ci vuol far comprendere che la Resistenza «per il PCI, non solo non era vinta ma non era mai finita. E se una parte di loro pensava che andava fatto alla vecchia maniera questo era un dramma, anzi una tragedia. In Parlamento si stava ri-celebrando il processo a Moranino [Francesco Moranino, un partigiano e politico comunista, sottosegretario di Stato alla Difesa il quale nel 1953, sotto il governo Pella, fu incriminato per i fatti avvenuti durante la Resistenza, ritenuti non compresi tra i reati amnistiati dal ministro Togliatti nel 1946]. Attraverso di esso a tutta la Resistenza [e] al Partito Comunista» (p. 43).
Terminiamo dicendo che ‒ come sottolinea Quattrucci ‒ la storia narrata è di pura fantasia mentre la storia riferita a quel periodo è tutta vera, con nomi e persone vere che avevano fatto la Resistenza, istituita la democrazia o che orbitavano attorno ai partiti, non solo al PCI. Possiamo anche definirlo un romanzo politico questo di Quattrucci, ma senza enfasi né particolari prese di posizioni o partigianerie, nonostante l'autore si presenta come comunista sin dalla giovane età.