Speciale Mario Lunetta

MARIO LUNETTA

TREDICI FALCHI

(Edizioni Geiger 1970)

a Mariapia mia moglie e a Leonardo- mio figlio (con intenzione collettiva)


Cinque chiavi di slettura micro-lunare

1) questa volta il tic del geiger, tic ripetuto-ripetuto, fateci più attenzione, è nel vostro bagaglio che recita l'allarme. «L'intenzione è collettiva»; e l'agonia antimitopoetica è tetra, avverte Mario Lunetta dedicandosi, e dunque possiamo interpretare che è tetrantagonistica, id-est volontariamente tetra, per assunzione dichiarata (dichiarazione di guerra linguistica) - agonie allegre infatti non ne esistono che si sappia, e quadrilatera, cubica anzi « per associazione alla nozione di cubo, simbolo di solidità », questa agonia del linguaggio che taedet, disgust-annoia e intetrisce perciò, e da portare ad agonìa totale, antagonisticamente e quindi ad altra vita, ma sì...

Perché altrimenti, quel tic subatomico nel nostro bagaglio di pensieri spensati (idee e logìe incadaverite nel cimiterino tra le tempie), se l'inosservassimo e inconsapevoli ce lo portassimo nelle orecchie quale un ronzìo industriato, un rumor-di-fondo, il «fischio universale», fino alla plosione (nè im-, nè es-), ci morremmo addosso senza accorgercene, che è la morte peggiore. Invece Mario Lunetta ci avverte, ci riallarma, ci avvicina la suoneria ai timpani, e se si rompono vuoi dire che erano già crepati.

Piccola-Luna dunque suona l'allarme spoetizzante, e orchestra e strumenta tutti i linguaggi assedianti (e così rompe l'assedio e il gridatissimo silenzio). Il mistilinguaggio che ci riaggredisce così, con la nuova freschezza auditivoimmaginaria della deroga, della trasgressione, della violazione, dello scarto ferocissimi, porta al filo della riemersione fono-visiva e il parlato e lo scritto-parlato, l'infiniloquio esteriore che tecnopubblicizza l'apologizzato mondo.

Ci siamo, così. Anzi ci ri-siamo, presenti futuri prossimi, nello stesso mondo vantato morto, a constatarne il decesso prima della risurrezione dialettica, non più «rivoluzionarista». Il poeta-padre di Leonardo Lunetta lettore futuro anteriore ci accompagna sulla banchina, alza con nero divertimento il disco verde e lancia sui binari linguistici - verso l'incrocio delle grandi sintagmatiche - una quantità di treni parlati, recitati, librari, letterati, meta-criticati. In corsa accelerata e accelerabile dal lettore co-creatore se riesce a leggere spazialmente, non soltanto linearmente, e quindi ad assistere le locomotive cariche di lessici combusti nel loro precipizio ossimorico da pagina-banchina.

È con un ma, nei fatti, che si alza il disco sul primo verso, e quell'uno-che-alza-la-voce-incivilmente nell'ideoloquio, e finge di obbedire, continua invece a far deragliare i treni, capostazione magnificentissimo e irridente fra le traversine semantiche divelte e smentite, ridotte al loro urlante silenzio da collisione...

2) Poi l'impasto dei modi, dei modismi, dei moduli, delle formule (quali forme, ormai?). E il pastone dell'esperto fornaio è inimpastabile, non ce la fa a mentirsi di nuovo come se... I grumi, i nodi, le imporosità emergono alla superficie, si autodenunciano con piaciuta ferocia. È l'inventario agonico delle speciali lingue poesibili e poetute (il poeta muore a se stesso così, nell'agonia della coscienza infelice e infelicitante, nell'inventario metastorico, con tutti i cartellini e la numerazione esatta sui reperti di morte). Inventario da buttare via prima della fine dialettica, e poi non buttato manco per niente, per il sospetto irriducibile che lo stravolgimento del senso abbia cambiato quella pasta, che già lievita - ne sentite anche voi io sfrigolio delicato e pauroso?

3) Orrificante, confessiamocelo, questa conversazionelità post-post-eliotiana del poeta postumo-postero di se stesso, che si sposta lungo le epoche fingendo archeologico il dissepolto presente. Tut-ench-emon può essere anche il poeta infuturibile che nelle fasce verbali della mummia, esibite pudenda linguali, dichiara nell'unico modo che gli è oggi possibile di volere morire «la nostra vera morte». Altrimenti come risorgerà dialettico, per risolvere il marxiano enigma della storia come enigma della lunga pòiesis umana? Qui ogni grande sintagmatica stride e avvampa incenerendosi sui binari dei versi spezzati e contraddetti, Le parole tramontano sulle pagine con fulgori neri (e occorrono occhiali affumicati come schermi cinematografici per intravederli). L'incastro dei linguaggi e delle epoche nella collisione voluta, nel dis-aster tragicosmico del morto verbo, annuncia il suicidio verbale della nostra era affacciate ai microschermi da palpebra.

Mario Lunetta però è già passato oltre la stazione dove gli astri collìsi della lingua ammiccano ai dis-astri futuri delle immagini. Poemetto-romanzo-teatrato. come indefinire meglio il tentativo («il faut tenter d'écrire», quand.méme ...)? Forse lo potrà o saprà il lettore, negato come consumatore linguistico ma chiamato alla detestazione furiosa del poeta, davanti allo spettacolo immercificabile dell'oscena cultura nuda, smascherata dalla poesia nera, implacata, irridotta, che viaggia anche senza i binari, oltre la lingua cadavere riucciso...

4) La page oblige, e ai di là dell'impaginazione smembrante nel libro che non riesce ancora a uscire dalle proprie costole, la lettura spaziale è una viva protesta contro l'asservimento alla linearità temporale. Però ci si può, ci si deve provare ad assorbire i raggruppamenti partigiani delle frasi, dalle loro alture di pagina, con l'occhiata lettrice, il colpo d'occhio del poeta-lettore (non di pittura ma di letteratura, si capisce ancora).

Forse sarebbe tutto da leggere collettivamente e contemporaneamente, «ricapitolando» come suggerisce a se stesso Lunetta, i modismi impotuti ormai, gli ossimori lunghi per interi organismi sintattici, i tropi immensi da pagina a poemetto totale. La poesia critica consapevole di Lunetta ci ha già convinti dell'impossibilità di leggere libri, della necessità di sleggerli, della contraddizione incontraddicibile oltre. Fuori dal libro dunque, questo neo-mistagogico organismo oratorio anticuilturale (nelle scuole, come contravveleno alle antologie otto-novecentesche, perchè no?, si dovrebbero leggere questi contropoemetti, l'amara lezione autocontestata al figlio Leonardo, il messaggio inviatogli in una bottiglia di latte). È alla slettura del mondo e dell'epoca che il poeta Mario Lunetta ci invita ...

5) perchè sparano, perchè ci spariamo, con gli M 47 dei sintagmi-di-scambio. E ci massacrano, con le logìe senza idee, nella lunga tetragonia dell'epoca delle guerre, delle guerriglie, delle rivoluzioni, dei colpi di stato, della storia come storia delle lotte delle classi. Non solo sul terreno di combattimento in cui si scontrano energie sociali inferocite o blandibili, ma sui terreni di nessuno e di tutti, anche dove la fame è un'altra e urge ultraffamare gli appetibili. Che la sparatoria poetica sia implacabile, allora, come qui ci si insegna. E crollino così, uno dopo l'altro, all'infinibile, i birilli cadaverici della coscienza infelice come felice ...

Gianni Toti


1

ma il vizio è nell'albume i colori fanno la spia

rosatiepido scranno le pigrizie vendicative

l'ingrandimento serio i polsini il tonno inscatolato

l'uretra infiammata il diario intimo

i lacerti conguagliano

spinosa l'incredulità

perchè diffondersi in dignitosi elenchi

a favore se l'occhio rifiuta

(tumefatto dal pànico)

se l'orrore del groviglio

l'intestino cieco la giungla perciò delle

circonvoluzioni cerebrali

e

i successivi rischi

ma il vizio è alla fine

nella quiete obliqua del lume

sulle piastrelle torbida chance della bergère

in quanti furono decapitati a Marsiglia?

meno di quanti ne sbarcarono

certo

facile forfait e i conti (i pronostici) non tornano ma

tu dici che alzare la voce è incivile

obbedisco

l'assedio è insostenibile / tredici

falchi a colazione

sulla mia cistifellea

se insisto a puntare sui vocativi

(gran fiamma seconda) vana la ricerca della colpa

il caucaso è casa mia

nessuno qui ha la faccia dell'ospite

infiniti sono i padroni poi c'è

la vanagloria il turpiloquio e i singhiozzi

coabitanti nella medesima bocca

la coscia di éluard la pattumiera celeste il ronzio della

candy il ritratto atroce di francisco franco l'elenco telefonico le turbe

senili qualche falso ancoraggio c'è

l'avviso tenersi a galla

la colazione all'americana e manca

il cardellino

intento alla masturbazione

troppe volte il grande poeta

fu sorpreso dal nobile amico

dopo una scorpacciata di sorbetti

chino sul suo vizio

sovrabbondanza delle enciclopedie contro la liana

(o il papiro?)

il pertugio della botte è anche

troppo sottile

quale buio riempie il bicchiere annerisce la tovaglia

nell'imitazione di bacon sulla sedia a rotelle il

boomerang fasullo

l'impotenza di ripercorrere

(serenamente, con scarpe da tennis)

il viottolo la traiettoria asfaltata del

proiettile fin qui

è quasi tutto quello che puoi intuire

oltre all'astrakan bentagliato e ai riflessi del toupet

lo schiaffo morbidissimo dei tappeti d'anatolia

la marionetta indonesiana l'erezione indignata

e l'ordine precario del tuo cuore, a giorni alterni

poco discosto quei là masticano

ferocemente aragoste infranto il muro del suono

sono le tre e tre(dici)

silenziosamente

intatti solo gli occhiali (caprice des dieux!) del

pilota svenuto assai prima

ritroveranno la poltiglia eroica i rottami nega natura

noi della folla allo stadio conserviamo la facies

esclusivamente

interiore

tu insisti che alzare la voce è incivile

obbedisco

ignoro i tracolli di banca le ordinazioni (anche) le ho

già fatte al completo

aspetto chi salderà il conto

distrattamente l'articolo del Corriere Letterario
Città del Capitale e territorio socialista

persecuzione dell'ideologia (hai ricordato di girare la chiavetta del gas?)

frattanto i subbugli gastrici, lo spettro dell'ulcera

si continua a vendere

ciononostante a condizioni di

assoluto favore / tantegrazie

ma io ti vado nel

palazzo nobiliare stile goticoveneziano

XV sec. parcopiscina chalet Venezia Giudecca

lo so già di star perdendo i capelli bella scoperta e

in fondo chi se ne frega

quel tanghero non la smette di ingolosirsi

su di te immagina (ottimista) agrippina
semiramide giuliadomna in

realizzata trinità

io so le tue possibilità reali, al di là dei

cosmetici interessanti, diciamo
interessanti

e lasciamolo illudersi

poi stasera magari ci càpita dentro (il

soggiorno, voglio dire)

l'amico che fa di professione il disperato ma

questi intellettuali

come sono diomio insopportabili, nè avrai torto

a sottolinearlo ancora, all'infinito

caffè (proustianamente), conversazione

colorata, livore e noia esibita in tutte

le possibili sfumature

ma perché mai?

e poi le trenodie il gemito scandaloso

sulle biblioteche bruciate i bronzi antichi convertiti

in cannoni

davvero delenda roma!

on vous en fera des autres rispose Jarry alla signora

del giardino

Insomma, si paga, si va mia, ci si incolonna

il mio supplizio è quando

si rientra in città la domenica, offesi

Certo è anche troppo facile mica basta negarsi

la salvezza è altra (nella sostanza), facile

ironizzare dico, autoironizzarsi

chiunque è capace di ironia

su chiunque

e perciò accettiamo la componente oggettivamente

conservatrice di ogni espressione artistica, dico

ma anche andiamocene al cinema, o dei cinèmi, ad esempio

dillinger (non) è morto ti gratterai la coscia

voluttuosamente in corrispondenza

della giarrettiera quindi il risolino agro di

approvazione, tutto

combacia non vedi? il bianco schermopareti è proprio

il tuo ventre bianco e non eludere la somiglianza (sàppilo), ma lo sai

bene, è nella diversità

- io accesi la sesta sigaretta della serata

ero completamente fuorisesto

cosicchè, inizio anni settanta

deviazione dell'ob dello jenissei

mutazioni nella vicenda dei climi e frattanto

ritornati alla luce i ricchi

della preistoria, voglio dire, come sai,

uomini impigriti nell'abbondanza vlssuti

nell'italia di tredicimila anni fa, cosic-

chè, inizio anni settanta, pardon per l'in-

volontaria ripetizione (e in fondo non sto

parlando di me)

attorno a un tavolo casualmente rotondo

in una casa di montemario quattro Ingenui 'incalliti

dànno vita a questa specie di rivista

trimestrale di ipotesi ed

esperimenti di politica e

cultura

discussioni e grandi fumate, bestemmie estetiche neve in terrazza il gatto tra i piedi e oltre al resto il telefono probabilmente sottocontrollo, dànno vita (se è lecito) -

e ora è cambiato più di qualcosa

il tavolo è rettangolare la neve si è disciolta

nessun controllo telefonico in quanto il telefono

manca, insomma abbiamo traslocato

mais où sont les neiges d'antan / per carità

jarry non permettere qualcuno se lo chieda

da quattro a nove più che raddoppiati come si vede

e l'accordo sempre più difficile, finis monsmarii

questa è l'era trasteverina

la farinon vola sul tappeto, respira col tuo corpo

sussurra (puttana, magicamente)

la gente beve beverly e noi n'ariamo di freddo

lo stanzone è grande la stufa non basta mica le gambe

delle donne avvolte in 'calze

nere che aria paralizzata ì sorrisi raffermi anche

la parrucca qualcuna ma tutto ciò non è ancora sufficiente

le presenze restano dispari

la fiducia segue gli sbalzi della temperatura

difatti

confusione delle lingue (Bruegel, la grande

torre, kunsthistorisches museum,

Wien), delle idee, buoni sentimenti (mauvaise

littérature) la luce

elettrica fa stupidi scherzi

dal cortile sale l'afrore del fritto si litiga ci si scanna

generosamente questo sì, molto di gusto,

con ira e acredine, ciò che manca è un po' di sana ironia

ma che ci vuoi fare

molto sanamente, ecco,, gran cosa.considerati i tempi però

le assenze infittiscono e questo

funziona già meno

cioè non funziona affatto

così eccoci ad un punto mortovivissimo, alla

nascita vera siamo

uscirne a qualsiasi costo secondo i suggerimenti

dei sette sapienti

errore da non (ri)petere

perché

difatti

che bello lo scontro dei dialetti l'impatto

fonetico il digrigno sillabico e tutta la patria

linguistica!

o dei morfèmi, ad esempio - consultata rispettosamente [sic)

la Superiore Gerarchia degli stilèmi, sentito il rispettabile

parere dei semantèmi - deposto davanti alla lapide

del caro estinto il

fascio vizzo dei crisantèmi

ai muri le immagini consunte di lenin

la carta delle rivoluzioni

scritte dell'atelier populaire dutske prima

dell'attentato il Presidente assorto in una

corolla di tenebre floreali

ma forse dentro nella vergogna dell'anima

che

non

si

decide

a

morire

l'assemblea permanente delle

vergini funeste

la belle iseult e judìth (1dimt) ashtarot (a'astair) e

poi salomè (beardsley) pettinata dagli ermafroditi,

lutto e raffinatezza,

iside e osìride pelléas e mélisande, the

bridesmaid, notturna morella, oh il

delirium tremens per le vie di fidadelfía

le passioni dei diciott'anni si pagano dopo -

hérodiade, mallarmé fauno perverso, le jardin des supplices,

huysmans, la jeune fille au paon, d.g. rossetti, burne-jones,

romaunt of the rose e il resto che il pudore

mi vieta, già, esattamente, per quanto tra dì noi -

ma fuori, al di là delle vetrofanie, capisci, no?

continuano i Giochi di chi detiene

le fila

e tu, idiota, hai proprio necessità di pisciare

per terra a gambe larghe

e tutto scoperto il vello d'oro?

al di là continuano, nella Continuità, continuamente,

ibrido accoppiamento (e i risultati, poi?)

appaiono - solo un po' di pazienza -

le sagome degli M 47

i vestiti dormono ordinatamente

nell'armadio

- se insisto a puntare sui vocativi

- in quanti furono decapitati a marsiglia?

sì, ma sì, la torbida chance è anche questa

(ballerini é fuggito in america,

ci arrivano copie fotostatiche sempre più

inutili, frattanto

i pigs ammazzano i panthers nei loro letti)

l'ipotesi sì avvera

spegni la luce

neanche eccessivo il rumore dei cingoli

eppure illusorio essere a casa coi termosifoni

ancora accesi

e le tende e gli scendiletto

le tue natiche vaste e l'ombelico profondo la

grande fessura rossa

coi capelli sul viso le ascelle nere, con te, ecco,

- INVECE

invece, siamo costretti a rettificare

a scanso di equivoci

E SPARANO SPARANO, BANG! CON PRECISIONE, PER UCCIDERE

e sparano sparano, bang! con precisione, per uccidere,

(mirando) scrupolosi, integerrimi

spareranno, zip! uccideranno

puntando perfino ai finestrini qui in corsa invasi

dalle chiome smeraldo

fresche madide (capigliatura, sudore, quale alleanza?)

trafitte dall'arroganza dei rami, duramente, come

entrare in un ventre,

e il viluppo finalmente si chiude

(paiono foglie, sono foglie)

si chiude il cerchio della pupilla,

screziato, prossimo alla crinatura

velenosa: ma dove, se il vetro rimanda della

gelata così tersa solo la prossima

putrefazione?

nei discorsi truccati dei pierrot

lunaire, nei meandri del

cappotto, questa gonna scozzese non ti sta niente male, nel

tepore del castorino, prima e dopo lo strepito dei

silenzi screditati,

in cornice, ultimi ospiti del museo delle cere,

le verghe gemendo sotto il

peso, fiacca andatura bovina dopo il militare si continua

a viaggiare in tradotta

tra poco c'è da giurarlo il distinto professionista

qui accanto tirerà fuori il biglietto da visita

insomma una specie di fuga (pane al pane) se qualcuno

ancora tiene a certe squallide sincerità

sparano? sparano? zip, bang, uccideranno?

senza i conforti della religione?

SPARAVANO, UNICA CERTEZZA. SEI E CINQUANTUNO, I POCHI TEMERARI INFREDDOLITI COL FAGOTTO SOTTO IL BRACCIO, SENZA CAPIRE. IL FATTO È CHE C'È DI MEZZO IL PANE. UNICA CERTEZZA: SEI E CINQUANTUNO, e tutti i treni fermi (come finti, o soltanto pensati) e le edicole chiuse, i primi cominciarono a cadere sotto la galleria, sul pavimento di gomma, senza capire. Per­fino allegro, poteva essere, il sangue. Tremila le direzioni dei colpi, insomma infinite, illocalizzabili perciò, i frantumi dei vetri precisi quelli dei bicchieri standa che si rompono in casa, nel lavandino, senza esagerazione. Però alcuni cadevano, i primi e i secondi, e poi ancora malti altri. Nessuno urlava. Il capostazione consultava il cronometro con compunzione, noi abbiamo per fortuna la nostra brava cartella di dottori i nostri occhiali sapienti e in fondo no? non ti pare? tutto ciò ci riguarda fino a un certo -

COMUNQUE,

evita dì strizzarmi l'occhio, l'intesa è un rischio la gente è così sospettosa, coi tempi che corrono. Cadevano, loro. Chi provava a fuggire, era spacciato due volte. Così, con tutta la tranquillità (e il relativo controllo delle circostanze) consentitami dalla mia superiore cultura, ce l'ho finalmente fatta a salire sul predellino, ignorando l'accaduto

(CADONO, SENZA CAPIRE)

ed ora eccomi vicino a -

magari pallido, se vuoi, con occhi di coniglio a frugarti la gonna scozzese, nella tana del loden verde, finta franchezza, così, senza pudore, mentre -

allora avviene che d'un tratto, senza nessuna necessità buona ad avvalorare i gesti, le reticenze, ogni dubbio cancellato nella cacofonia, esametrico, i colpi certo, i colpi rompendo l'insana atonia dell'aria come bicchieri standa frantumati nel lavandino, in casa, balorda banalità / allegria del sangue sui marciapiedi, e il cerchio disastroso della tua pupilla, la cornea, l'iride e cosa ancora, d'un tratto, senza

necessità,

LEGGERE:

(singhiozzando)

ogni giorno per otto ore l'operaio

viene privato dalla sua autonomia:

la porta della fabbrica che egli varca

al mattino non è aperta a lui, ma

alla sua forza-lavoro,

(sorridendo)

i colleghi che incontra non sono

scelti da lui, ma dallo sfruttatore

di lui e dei suoi colleghi, gli strumenti

che prende in mano, non li prende in mano

per propria decisione, la pulizia che mantiene

non la mantiene nel proprio interesse,

le regole di sicurezza che segue non

riguardano la sua sicurezza,

(sogghignando)

il cibo che mangia, l'aria che respira, la

merda che caca, tutto ciò non è il suo

cibo, il suo respiro, la sua merda, MA LO È

PER IL CAPITALE

(con voce di farfalla, e mani esangui)

- precisando: peter schneider: si prega di

rinunciare agli applausi -

del tutto fuori luogo, già, ma sono gli unici

exploits di cui

tu (spudorata, timidamente)

sia ancora capace; tu. Con la tua gonna

e il tuo loden, al di qua di ogni grido.

Naturale che ti scruti stupito. A pochi metri loro

continuano a cadere, senza capire. Non afferro l'utilità

di autocatechizzarsi, vedi, le caviglie e su su fino

alla coscia e poi ancora oltre

che poi tu ci rida sopra, come fai, di gusto,

sfrontatamente e tutta l'incoscienza invidiabile di chi è

al mondo per divertirsi (OGGI), non importano

i materiali, e

già ci mangi sopra con appetito,

sandwich, banana, dalla coscia giù giù fino alla

caviglia, stelo e tronco, calore, completamente

affari tuoi, di utero dico, e clitoride, con

rispetto parlando

il distinto professionista qui accanto

ha già tirato fuori il biglietto da visita,

certo mi odia, non ha da fare uno sforzo straordinario

Continuano a cadere: tutti. Senza capire. Tu ridi.

Sono soltanto le sette, le sette e tre - per la precisione.