MARIO LUNETTA SPERANZE

PER DISPERATI

(antologia minima)

Velàme (2000)

in questo mondo questa poca vita gremita di bestiame

eccomi bestia sfianca allergico totò rotto rottame

eccomi in bosco in villa in romamater morto carname

discaricato straccio da untuoso macadàm pòro ciarpame

disutile invendibile invenduto storta faccia di rame

avventizio pilota sedentario infisso nel suo catrame

in questa poca vita questo mondo residuo già reame

degli angeli di dio ormai ridotto lurido tendame

preda di cavallette e termiti miserabile tritame

che si squaglia materia fecale sotto l'orrendo sciame

e rimangia se stesso rigurgita il suo proprio budellame

in questo mondo questa vita ch'è solo spreco e fame

dove più solo puoi mangiarti da solo fegato e corame

non vedo popolo cosciente vedo al più vile cittadiname

perso nello strepitante stupro del suo nero liquame

mandrione di bovini ciechi al buio saltellante pecorame

intento a sgranocchiare ciò che resta del suo ossame

platea elettronica infinita di mellifluo servidorame

di questa terra enotria quanti boia hanno fatto strame

sveglia compagni se non vogliamo finire fasci di legname

coraggio fuori dal letame rompiamo il vasellame rubato

ridiamo fiato al cane via stracciamo il putrido velame

Il vizio della memoria

Canzone popolare (2006)

A questo paese gli hanno fatto il culo e fanno finta di niente

Dicono che è per il suo bene che è meglio non farci caso

Si parlano addosso dal video filano chiacchiere e bugie

A questo paese gli hanno fatto il culo e fanno finta di niente

La Liberazione è una cosa che non si capisce più cosa sia

In tanti abbiamo passato la vita a liberarci di qualcuno

Ora sarebbe il caso di chiudere il conto una volta per sempre

La Liberazione è una cosa che non si capisce più cosa sia

Quelli che nel '44 e nel '45 se la conquistarono col sangue

Avevano in mente un'altra Italia un mondo diverso

Sapevano che senza giustizia la libertà è un soprammobile

Quelli che nel '44 e nel '45 se la conquistarono col sangue

Se la sola misura che regola il mondo è il potere dei soldi

Beh allora il suo odore è una tabe che infetta respiro gesti pensieri

In pochi ci prendono gusto gli altri annaspano nel fetore

Se la sola misura che regola il mondo è il potere dei soldi

Allora via proviamo a leggere nelle intenzioni non dichiarate

Di chi notte e giorno mangia a ufo pane e democrazia

Ne scopriremo delle belle sotto le maschere e il trucco

Allora via proviamo a leggere nelle intenzioni non dichiarate

Questa è una storia antica che rischia di non finire mai

Si ripete da sempre perché la gente ha cattive abitudini

Dimentica si adegua noi incorreggibili abbiamo il vizio della memoria

È gioiosa e crudele si torce sparisce ritorna fa più male che bene

Questa è una storia antica che rischia di non finire mai

Mestieri & salcicce (2006)

Erano tempi amari & colorati, tempi di nessuno

gremiti di nulla, quanto simili

ai nostri, & li abitavano Doctori & Procuratori,

Lanaioli & Linaioli, Merciai,

Speziali, Fabri, Sarti, Chalzolari, Falegnami,

Scarpellini, Muratori, Funari, Orafi,

ci sguazzavano dentro a mo' di anguille o ci

crepavano come cani generazioni

sfortunate di Tessitori, Barbieri, Pellicciari,

Guantai, Bifolci, Pizzicaroli, Vasari,

famiglie zoppe di Ortolani, Acquavitari, Mugniari,

Fornaciari, Tentori, cosche

sanguigne di Armaroli & Falconieri, di Panettieri

& Macellari, di Vinai, Chiodari,

Vetrari, Bottonari, Bottari, Corazzieri, Saponari,

Dipintori d'insegne, Beccamorti,

in quelle fredde catapecchie, o in quelle

magioni ben riscaldate, dormendo sonni d

isperati sui pagliericci, o sognando sogni d'oro su

materassi di lana, sotto cortine

di seta, in quei tempi amari & colorati, tempi di

nessuno gremiti di nulla, quanto

simili ai nostri, con tutti quei Doctori &

Procuratori, Lanaioli & Linaioli, Merciai,

Speziali, Fabri, Sarti, Chalzolari, Falegnami,

Scarpellini, Muratori, Funari, Orafi,

ci sguazzavano dentro a mo' di anguille o ci

crepavano come cani generazioni

sfortunate di Tessitori, Barbieri, Pellicciari,

Guantai, Bifolci, Pizzicaroli, Vasari,

famiglie zoppe di Ortolani, Acquavitari, Mugniari,

Fornaciari, Tentori, cosche

sanguigne di Armaroli & Falconieri, di Panettieri

& Macellari, di Vinai, Chiodari,

Vetrari, Bottonari, Bottari, Corazzieri, Saponari,

Dipintori d'insegne, Beccamorti,

in quelle fredde catapecchie, etc., etc. - senza

speranza di mutamento, mai.

Non c'erano i Sindacati, c'erano le

Corporazioni. Non c'erano neppure, sembra,

la finanza creativa, i nasdaq, i down jones, i fondi

di investimento, i co.co.co,

la flessibilità, la precarietà & tutte le altre

chiacchiere del cazzo per fottere

i deboli col consenso dei gonzi. C'erano in

compenso molte & diversificate forme

di schiavitù, ciò che poi alcuni eterni scontenti

hanno chiamato sfruttamento

dell'uomo sull'uomo, vecchia storia, infinita

ripetizione: davvero qualcosa

di fantastico, nei campi, nelle officine, nella

tormenta, sotto la grandine, nel buio.

Come oggi, sparivano bambini & adulti, & certa

sbrigativa gente di cortello

ne faceva salcicce, ce n'era un gran consumo

specie nei periodi di carestia,

come dire sempre.

(Dell'omo, come del maiale, non si butta

niente). È bene allora che l'uomo

del XXI secolo, generalmente così distratto, lo

sappia finalmente: così forse vivrà

contento di quel poco che gli è concesso di vivere,

in relativa pace con se stesso,

col mondo & col supposto Creatore di

quest'ultimo. Amen. O dirà di no, di NO,

alzerà di nuovo la testa, aprirà la bocca non per

biascicare giaculatorie

ma per parlare: & si sentirà molto meglio di un

aquilotto zoppo, non c'è ombra

di dubbio - ipotesi mica troppo avventata, vorrei dire.

Da La forma dell'Italia (2009)

Noi insistiamo,

con tutto il rispetto, a negare la negazione, per quel poco

che ci è concesso, di cui siamo capaci, nella nostra condizione

di apprendisti perenni:

(disperati nella speranza, raggelati

nel fuoco).

Scelleratezza nel Sublime. Sublime nella Scelleratezza:

anche di questo, e magari di questo soprattutto

è fatta la forma dell'Italia.

Qualche cartina, alla rinfusa: Torino

con le sue piazze e i suoi palazzi schizzinosi. Il Sacro Monte di Varallo

illuminato da Gaudenzio Ferrari. Schifanoia

come un sospeso abisso di colori.

Venezia, evidentemente nata per il turismo più scalzacani.

E le ville del Brenta. Il Giotto degli Scrovegni.

La Lombardia tra illuminista e legaiola. Le Marche: Urbino

come un diamante vecchio. Firenze

bottegaia e intarsiata nella luce.

Roma inaudita

nella sua distrutta coscienza proletaria. Napoli tenera e feroce.

La Lucania assetata di troppe seti. La Puglia delle cattedrali marine

e di Lecce sirènica. L'immobile, sfavillante Sicilia

annegata nel sangue. La Calabria aspromontina, ionica, tirrenica, muta.

La Sardegna che attende, avvitata su se stessa.

In questa selva di profumi e fetori, di sapori e memoria,

in questo sprofondo di storia, voragine di conati, segnali,

voci, progetti, felicità, protervie, orrori e silenzio, in tutto ciò

che torna nell'impasto del nostro sistema linfatico

e del nostro modesto pensare per immagini, giace

continuamente resuscitata

la forma dell'Italia, il suo suono

senza tregua spezzato.