PER LA CRITICA

Da Treccani.it
Recensione al libro di Francesco Muzzioli

(Roma, Odradek, 2018)

MARIO LUNETTA.

LA SCRITTURA ALL’OPPOSIZIONE

di Gualberto Alvino

Recensendo anni fa i saggi critici raccolti da Mario Lunetta (1934-2017) in Depistaggi. Fra critica e teoria (Roma, Onyx Editrice, 2010), cercavamo di appurare per quale misterioso motivo un maestro di più generazioni come il poligrafo romano - ininterrottamente attivo per quasi mezzo secolo quale poeta, narratore, drammaturgo d'avanguardia, organizzatore culturale, polemista passionario e implacabile, antologista contre-courant, saggista umoroso e poliedrico, performer, critico d'arte, letterario e della cultura, tradotto in varie lingue europee e americane, titolare d'una bibliografia altrettanto sterminata che di primissimo ordine - non fosse ferocemente conteso dai titani della nostra editoria, come accade a pletore d'ipervalutati destinati a squagliarsi nel Lete della Storia. Il medesimo cruccio anima questa densa monografia del teorico della letteratura Francesco Muzzioli, tra i più fini studiosi delle avanguardie europee, nella quale si ripercorre la carriera di Lunetta fin dall'esordio, sul finire degli anni Sessanta, sotto il segno della lotta alla mercificazione e dell'oltranza sperimentale, contestualmente alla crisi della neoavanguardia e all'esplosione delle proteste operaie e studentesche (la prima silloge poetica, Tredici falchi - introdotta da Gianni Toti per le leggendarie edizioni Geiger di Adriano Spatola - risale al 1970): «una voce sproloquiante, eccessiva, insubordinata, pronta a stravolgere nel suo processo l'eredità della tradizione e insieme a funzionalizzare i più recenti ritrovati della modernità radicale»: queste le insostituibili parole dell'autore.

Gli anni Ottanta si aprono all'insegna del postmoderno (estate romana, effimero, festival di poesia), col conseguente abbassamento della tensione sia narrativa che poetica (lirismo, centralità dell'io, sentimentalismo, misticismo, tentazioni involutive «romantico-generazionali», rifiuto dei Grandi Racconti), e Lunetta è ancora in prima linea: «La stupidità organizzata è volgare, ci fa orrore. La ideologia attualmente diffusa in gloria di quella recentissima specie zoo(il)logica che sarebbe il poeta da spiaggia o da stadio [...] che 'canta' al grado zero le sue passioni le sue frustrazioni le sue esaltazioni in versi intrisi di 'incantevole' primitivismo semianalfabetico, è l'ultima invenzione del mercato delle lettere (insomma, del mercato) perfettamente omologa al presente del gusto medio radiotelevisivo/rotocalchesco. È l'ultima mistificazione in letteratura, in poesia».

Ecco le raccolte poetiche degli anni Novanta (Panopticon, Antardide), attraversate da due tensioni non meno antitetiche che mirabilmente fuse nella rapinosa potenza dello stile: da un lato l'esortazione alla discesa in piazza, l'attacco al potere con tanto di nomi e cognomi, alla cultura dominante, alla società dello spettacolo, sotto il segno di una passione civile gonfia di risentimento per un mondo degradato e bestializzato («mute / di cani muti, di pescicani accovacciati [...] / falangi alticce di oche, galline starnazzanti»); dall'altro - parola di Muzzioli - lo «sfrenamento felice del significante» e delle libere associazioni surrealiste.

Ed ecco le raccolte degli anni Zero (Roulette occidentale, Lettera morta), nelle quali continua, e incrudelisce, la critica del consumismo impazzito e l'orrore per il mondo postmoderno. Ma di grande rilievo pare a noi La forma dell'Italia. Poema da compiere (2009) per l'inaudita testura e la superba orchestrazione formale, in cui tutto si genera a partire da un dato non già concettuale bensì ritmico; un ritmo che si fa poliritmicità, energia musicale struttiva, con gli abrupti mutamenti di rotta e di tenuta, la felinità delle mosse, le infinite soluzioni combinatorie che tramutano inesorabilmente - e drammaticamente - la poliritmicità in aritmicità strozzata, soffocante: diastole e sistole d'una disperazione insieme cupa e colma di fiducia, come in tutti i poeti figli della guerra, che non smotta mai nell'oratoria, pur facendosene a tratti tanto accosto da lambirne perigliosamente i cigli.

Nei suoi ultimi anni Lunetta pubblica due libri di grande rilievo: Campo di carne. Poesie senza attenuanti, con un ennesimo richiamo alle responsabilità dello scrittore, «che ormai - abbandonate le confessioni personali o i lirismi di sorta - di fronte a "questo momento della storia del mondo" deve "parlare generale"», e L'allenamento è finito: «È il rifiuto della compassione (e autocompassione) ad essere centrale in questi versi, nei quali si trova espressamente dichiarato uno "stile spietato": "con disgusto e con collera, / violentemente, gelido, in uno stile che qualche spirito / un po' troppo sensibile potrebbe definire perfino spietato, magari". L'esito è quello di una poesia prosaica, discorsiva, però non da tranquilla conversazione, bensì da agitato, combattuto monologo. Una poesia incentrata sull'io, e però in maniera ben diversa dall'andazzo attuale di ingenua confessione o dilettantesco sfogo: l'io della poesia di Lunetta è un io raziocinante, forse rimuginante, [...] più ancora deprecante».

Anche nella narrativa - da Montefolle a Figure lunari, da La notte gioca a dadi a Catalogo degli scommettitori morti, da Mano di fragola a Guerriero Cheyenne a Dell'elmo di Scipio a Scimmie dagli occhi di burro - Lunetta riesce a equilibrare perfettamente i ruoli di suono e senso, di intreccio e stile, costruendo complesse trame di tropi: metafore, analogie, similitudini sono «spesso condotte all'estremo in una sorta di iperbolicità con valenza critica».

In territorio teatrale le orme impresse da Lunetta sono tutt'altro che lievi. Il primo lavoro, risalente al 1991, s'intitola carnevalescamente Coca-cola di Rienzo story: teatro in versi caratterizzato da accusato plurilinguismo e funambolici giochi verbali, parlato da tre voci non umane: una Fiat Uno, una Limousine e un Carro funebre rievocanti il personaggio di Cola di Rienzo, che attraversa «pasciuto» e «con ventre prominente» la Roma odierna fatiscente e inquinata: «Pazzi, noi che vi restiamo, / in questo colera di incensi / e di preghiere». Vent'anni più tardi esce Oldenburg & altre suppellettili da teatro, una raccolta di tre pièces dal titolo Oldenburg (1979), La visitatrice della sera (1986) e Luna Park (2009), testi in cui risuonano i più diversi echi: dal teatro dell'assurdo, con battute troncate e personaggi stralunati, alla riscrittura in chiave allegorica della favola classica.

L'ultima sezione raduna le più notevoli pre- e postfazioni alle sillogi poetiche, offrendo al lettore un esauriente quadro evolutivo della poetica lunettiana attraverso la fortuna critica: oltre a quella citata di Gianni Toti a Tredici falchi, quelle di Giuliano Gramigna a La presa di Palermo, di Cesare Milanese a Flea market, di Filippo Bettini ad Autoritratto con acrostici, di Francesco Paolo Memmo a Catastrofette, di Marcello Carlino a Lettera morta, di Aldo Mastropasqua a Roulette occidentale, di Stefano Lanuzza a Identificazione biometrica, di Ciro Vitiello a Campo di carne e di Giorgio Patrizi a L'allenamento è finito.

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