MARGINALIA

di Gualberto Alvino

CORRELAZIONI CREATIVE

Nel parlato cólto (ma non ancora nello scritto accurato) la correlazione copulativa sia... sia... viene spesso incrociata con l'avversativa non solo... ma anche:

«Sia la Francia, ma anche la Spagna» (un sociologo in tv).

Ora, sempre in televisione, un intervistato di media cultura la incrocia con la disgiuntiva (o ... oppure):

«Hanno avuto la possibilità sia di essere rimborsati oppure di avere un voucher».

Ma quello di Veronica Gentili («Stasera Italia», Rete 4, 5 luglio 2020) è un vero capolavoro:

«Sia Conte e ieri il ministro Gualtieri...»

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O, QUAM TRISTIS

Che fine avrà fatto la casa di Pizzuto dopo la morte della figlia Maria? E i suoi manoscritti, sui quali ho lavorato per anni con tanta dedizione? Inorridisco al solo pensiero che gli eredi abbiano potuto disperderli, se non perfino distruggerli. Non siamo niente. Viviamo per niente.

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VARIARE, SÌ, MA CON GIUDIZIO

Chi di voi, scrivendo, non cerca di evitare il più possibile monotonia e ripetizioni? Ma la variatio si rivela spesso un'arma a doppio taglio sia per gli scriventi ingenui sia per gli scrittori di calibro. Nell'esempio che segue, tratto da un saggio di Tullio De Mauro, per non ripetere anche si ricorre alla sinonima particella aggiuntiva pure:

«Naturalmente, ciò che avviene per la semantica avviene in parte anche per altre scienze. Pure l'astronomia o la botanica o la storia bizantina possono partire da una definizione di sé medesime».

Il procedimento stilistico risulta evidentemente goffo perché tanto scoperto quanto inefficace (pure significa 'anche', quindi alla ripetizione per così dire sostanziale non si pone rimedio). Inoltre, in posizione incipitaria pure - a differenza del più formale anche - suona colloquiale, familiare e persino dialettale.

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DUE DOTTORANDI AL BAR

«Ma tu che tipologia di metodologia usi per lo studio?»

«Niente. Mani sulle tempie e basta. Caffè e sigarette, caffè e sigarette, caffè e sigarette. Questo. Basta. E tu che tipologia di metodologia usi?»

«Purtroppo io non fumo, sennò facevo scintille!»

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NE SUTOR ULTRA CREPIDAM!

L'enigmista Stefano Bartezzaghi emana un'altra delle sue sentenze:

«La lingua parla delle trasformazioni delle cose, ed è per questo che non è perfetta» (Prima le parole. E anche dopo, conversazione con Simonetta Scandivasci, «Il foglio», 21 giugno 2020).

Lingua perfetta? E cosa mai sarebbe? Perché l'essere nel tempo, ossia il divenire perpetuo, deve necessariamente coincidere con l'imperfezione?

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DITEMI CHE NON È VERO!

Pare che esista una università telematica che vieta tassativamente, nelle tesi, le citazioni testuali e le note a piè di pagina!

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TUTT'UNO

Ormai sono tutt'uno col mio computer, perché ogni volta che scrivo cose che non mi convincono mi tradisce: pigio il tasto della effe e lui stampa zeta, digito guida e lui scrive giuda. Come se dicesse: «Non ti permetto di scrivere sciocchezze!». Sicché sono costretto a cancellare tutto e a ricominciare daccapo.

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QUELLO CHE LE GRAMMATICHE NON DICONO

Si dice «Ogni uomo è una monade», non «Ogni uomo non è una monade», perché l'aggettivo indefinito ogni, come anche ciascuno, è incompatibile con la negazione.

Si dirà quindi «Nessun uomo è una monade».

Questo vale anche per tutto:

«Tutti gli uomini sono liberi», non «Tutti gli uomini non sono liberi».

[Riflessione ispirata dalla frase «Ogni lingua non è una monade», in Capire la grammatica, di Adriano Colombo e Giorgio Graffi, Roma, Carocci, 2017, pp. 180-81.]

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GUASTI DELLA VARIATIO

Roberto Saviano: «Quello che sta accadendo a Mondragone è in sintesi la situazione di un pezzo di Paese, che vede nell'emigrazione la sola possibilità di realizzazione e nell'utilizzare gli immigrati l'unica strada per continuare a produrre» («la Repubblica», 26 giugno 2020).

Caro Saviano, il suo sforzo dissimilativo è lodevole (realizzaZIONE/utilizzaZIONE), ma così facendo ha peggiorato le cose. Meglio una rima, un'assonanza, un omoteleuto che un espediente ingenuo e scoperto come questo, dia retta (chi direbbe mai «Io vedo nell'utilizzare gli immigrati» e non «nell'utilizzazione degli immigrati?»).

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PRONTO SOCCORSO GRAMMATICALE

Piera V. domanda se la seguente frase, letta in un celebre saggio linguistico, sia corretta: «Erano studiosi diversi e quasi ignoti l'un l'altro».

Cara Piera, la sintassi dei pronomi reciproci non costituisce eccezione: se si dice Io sono ignoto a te si dovrà anche dire Ignoti l'uno all'altro. Il fatto che la frase sintatticamente abnorme da lei citata si trovi in un saggio linguistico non deve stupirla: anche i linguisti commettono svarioni, non di rado grossi e madornali.

Maddy chiede lumi sui modi verbali delle seguenti frasi:

1) «Luca afferma che Piero sia stato promosso per compassione»;

2) «Lo stesso autore dichiarò che il romanzo fosse nato da un fatto realmente accaduto»;

3) «Sono convinto che il colpevole sia lui».

Gentilissima, i verbi di 1) e 2) esprimono certezza, per cui consiglierei il modo indicativo. Userei l'indicativo anche in 3), ma il congiuntivo non è affatto scorretto; se, però, la frase fosse negativa il congiuntivo sarebbe obbligatorio: «Non sono convinto che il colpevole sia lui».

«Quanto è sbagliato dire "ce n'è tanti" invece di "ce ne sono tanti"? È un errore gravissimo oppure è una forma dialettale tollerata?» (Lili).

Cara Lili, c'è seguìto da un soggetto plurale (come il pronome di 4a persona noi accompagnato da un costrutto impersonale: Noi si va) è una sillessi tosco-letteraria, ossia una concordanza a senso tipica del parlato toscano ma usatissima in letteratura; per cui, non è affatto un errore, come vorrebbero i puristi.

Un solo esempio letterario: «I corpi femminili: non ce n'è molti davvero nel Giudizio di Michelangelo» (Mario Praz).

«Nella frase "Nomi di aziende, enti, ecc.", prima di ecc. è necessaria la virgola?» (Luisa).

No, Luisa, non è affatto necessaria, come crede più d'uno scrivente ipercólto. Eccetera è dal latino et cetĕra, che significa 'e le altre cose', 'e così via', ragion per cui non ha alcun senso segnare uno stacco prima di una congiunzione.

«Nella frase: "L'articolo cui fare riferimento" si deve usare "cui" o "a cui"? Io uso "cui" per reminiscenze del dativo del pronome qui quae quod; "a cui" mi sembra pleonastico. Ma temo sia un mio vizio linguistico. Mi può aiutare? Grazie, la sua attenta lettrice, Silvia».

Cara Silvia, cui non è altro che il pronome relativo che nella sua forma obliqua. Quando ha valore dativale (complemento di termine) è lecitissimo omettere la preposizione: «L'ente cui/a cui mi sono rivolto».

Alex Red desidera un parere sulla seguente frase, giudicata corretta da un gruppo Facebook sulla lingua italiana:

«Se Trump perderà le elezioni, George Floyd non sarebbe morto invano».

«Può trattarsi - domanda - di un periodo ipotetico di tipo misto giustificabile da una particolare sfumatura di significato? O è un periodo ipotetico misto sì, ma di cui non si sentiva il bisogno e che non esprime nessuna particolare sfumatura di significato che non esprimerebbero un futuro semplice nella protasi e un futuro anteriore nell'apodosi (Se Trump perderà le lezioni, George Floyd non sarà morto invano) o un congiuntivo imperfetto nella protasi e un condizionale passato nell'apodosi (Se Trump perdesse le elezioni, George Floyd non sarebbe morto invano)?»

La sua analisi è ineccepibile, mister Red. Nella frase da lei citata vedo solo una «sfumatura» di semianalfabetismo.

«In una puntata del programma Quarto grado, non un acquaiolo, con tutto il rispetto per gli acquaioli, ma il giornalista-saggista-conduttore televisivo Gianluigi Nuzi ha pronunciato nello spazio di 20 secondi le seguenti frasi: "Cosa avete bisogno?", "Tu ti misi in mezzo fra tuo padre e tua madre?". È mai possibile?» (Enza).

Sì.

«Leggo spesso in libri e giornali frasi come "Tizio ha avvallato il progetto di Caio". Ma non si dice avallare, con una sola v?» (Luigi S.).

Certo, avallare, denominale da avallo, che vuol dire 'garanzia' (dal fr. aval, abbreviativo di à valoir). Mentre avvallare è denominale da valle. Due significati distanti anni luce l'uno dall'altro. Ma, caro Luigi, l'uso è sovrano, e questo errore si sta diffondendo così largamente, anche presso gli ipercólti, che c'è da aspettarsi la sua risalita dal substandard allo standard.

Due i motivi di questa forma (per ora) erronea:

1) valle è indubbiamente meno raro di avallo;

2) chi dice avvallare per 'avallare' scambia la vocale iniziale per il prefisso a(d)-, che raddoppia sempre la consonante iniziale del verbo: aFFiancare, aNNotare, aPPostare, aPPozzare, aFFazzonare, aFFibbiare...

«Sento spesso dire anche da persone istruite: "sopravviveremo", mentre ho sempre pensato che si debba dire invece "sopravvivremo"» (Marisa).

Gentile Marisa, sopravvivere è coniugato come vivere, ma al futuro e al condizionale sono ammesse anche le forme non sincopate (sopravviverò, sopravviverei).

Qualche esempio da autori illustri:

Manlio Cancogni, L'amore lungo: «Noi sopravviveremo»;

Emanuele Banfi, La formazione dell'Europa linguistica: «sopravviveranno le lingue celtiche?»;

Riccardo Bacchelli, Tre giorni di passione: «quel che gli sopravviverebbe per sempre, sarebbe la vergogna».