MARGINALIA

di GUALBERTO ALVINO

Stefania Fienili "Metamorfosi" 2017 

AURICULA

Interrogatus: «Quale la dote principale dello studioso dei fatti linguistici?»

Respondit: «L'orecchio. In mancanza del quale, meglio cambiar campo di studî»

PIUTTOSTO CHE

L'amico Sergio Di Prima mi esorta a tornare su piuttosto che disgiuntivo, un costrutto tutt'altro che recente, come ho dimostrato in un saggio apparso tempo fa in «Studi linguistici italiani»: risale minimo alla prima metà dell'800 e lo si trova anche in Gadda sin dagli anni Venti del secolo scorso. «Che deve fare il linguista?», mi chiede il mio dotto amico. Deve semplicemente descrivere il costrutto e sottolineare il gravissimo errore comunicativo che esso genera (La sera amo guardare la tv piuttosto che leggere significa 'anziché leggere', non 'o leggere'). Dopodiché, un consiglio si può anche dispensare. Ma stigmatizzare il fenomeno è altrettanto stupido che inutile.

"QUALCHE DECENNIO OR SONO"

Così si esprime nel suo capolavoro Sociolinguistica dell'italiano contemporaneo Gaetano Berruto, uno dei nostri migliori e più acuti ricercatori. Non posso fare a meno di chiedermi come possa un osservatore dei fatti di lingua macchiarsi di siffatti obbrobrî e pretendere credibilità quando distingue le molte varietà dell'italiano: il suo che cosa sarebbe, italiano popolare? colloquiale? dei semicólti? dei semincólti?

[Doppio obbrobrio: la sconcordanza e il relitto or sono.]

IO

«Il pronome 'io' ha carattere esibitivo, autobiografante o addirittura indiscreto».

Ha ragione il gran lombardo. Nei miei scritti (poesia inclusa) evito come la peste quel pronome: preferisco le forme impersonali o il pluralis auctoris. Mentre noto che ormai l'io ipertrofico perennemente stupi(d)to e piagnonedilaga senza rimedio.

PAROLE DI SUCCESSO

BELLEZZA

Capostipite: La grande bellezza di Paolo Sorrentino.Donde:

‒ Claudio Marazzini, L'italiano è meraviglioso;

‒ Stefano Jossa: La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana;

‒ Giuseppe Patota: La grande bellezza dell'italiano (nel quale tocca leggere che una lingua «violenta e insultante» sarebbe «brutta». Ma perché mai?).

UN POETISMO MORFOLOGICO DA BANDIRE

L'indicativo presente descrittivo e di stupore (torna, s'alza, tramonta...)

COSA RESTA DA FARE AI POETI? CONTRADDIRE HEGEL

«Il suo [della poesia lirica] contenuto è il soggettivo, il mondo interno, l'animo che riflette, che sente, e che, invece di procedere ad azioni, si arresta al contrario presso di sé come interiorità e può quindi prendere come unica forma e meta ultima l'esprimersi del soggetto» (Estetica).

Rovesciare questi assiomi egorroici e confessionali.

FOLE!

Si dice che il lettore ignora il critico perché questi non ha più una missione, un "mandato sociale". Fole! Ignora il critico perché costui non sa né scrivere né analizzare la lingua letteraria.

SULLA CRITICA

La critica letteraria cade spesso in un errore di metodo fra i più perniciosi: quello di chi, non sapendo abdicare al proprio personale sistema d'aspettative per disporsi a un ascolto impregiudicato (auscultazione il felice termine continiano), pretende commisurare il testo a un modello precostituito, salvo far pollice verso al rilievo della prima discordanza.

CHE SUCCEDE?

Pubblico un trattamento cinematografico dal titolo Piccoli mostri e qualche anno dopo il cantautore Enrico Ruggeri dà fuori un romanzetto col medesimo titolo.

Pubblico una raccolta di scritti critici intitolata Peccati di lingua e qualche anno dopo Massimo Arcangeli se ne esce con un libro omonimo.

Per molto tempo ho tenutoqui in «Malacoda» una rubrica dal titolo boiniano Plausi & botte e ora Antonio Di Grado inaugura una rubrica omonima, costringendomi a dismettere la mia.

Sono un grande titolista o l'autore meno fortunato del pianeta?

ALTRO CHE "SIGNORA MIA!"

Angelo Guglielmi: «Viviamo in un'epoca di decadenza e di vuoto in ogni comparto della cultura: lettere, arti, televisione...».Lo ripeto da oltre vent'anni. Ovviamente la generazione di mezzo non concorda: per loro, noi siamo quelli di "Signora mia...!". E li capisco: devono pur fabbricarsi qualche illusione per sopravvivere.

POETI RAPIDI

Invidio i poeti di vena rapida e larga: io impiego circa tre mesi per comporre una poesia di medie dimensioni (20-30 versi). Procedo così:

1) fabbrico una sorta di gabbia sonora (intrecci di voci ritmi inflessioni suggestioni musicali);

2) leggo e rileggo centinaia di volte il testo senza toccarlo, finché le forme non mi suggeriscono toni e temi, che annoto a matita su un foglio protocollo (se ciò non accade, la gabbia è da buttare);

3) dopo una ventina di giorni di ibernazionerileggo criticamente,e se la faccenda mi soddisfa passo ai toni e ai temi;

4) versificazione;

5) un mese circa di revisione feroce.

CORSI E RICORSI

«La citate de Roma stava in grannissima travaglia. Rettori non avea. Onne dìe se commatteva. Da onne parte se derobava. [...] Non ce era più remedio» (Anonimo romano, XIV secolo).

RISPOSTA A UN PURISTA

Coloro i quali lottano strenuamente contro chi si attenta a "snaturare" la lingua italiana non sanno che le lingue nascono, crescono e muoiono felicemente bastarde.

LETTERATURA E TEATRO

Dialogando con uno dei massimi drammaturghi italiani mi è tornato in mente un mio progetto teatrale concepito negli anni Ottanta e sùbito abbandonato perché non riuscii a trovare un finale accettabile: un autore che reputa lo stile l'unica realtà letteraria sequestra un critico contenutista, lo trascina nel proprio studio, lo lega a una sedia e ci discute a morte. Forse farei bene a riprenderlo, benché i tempi siano quel che sono.

UN PO' DI ETIMOLOGIA

Tempi duri per il povero verbo commuovere, ormai decaduto dall'uso e sostituito dal superficialissimo emozionare (anche, e forse soprattutto, per colpa della Signora di Canale 5). Eppure, il significato etimologico di quel bel verbo è 'muoversi insieme'.

STRANE TROVATE

Come ogni disciplina, anche la linguistica ha le sue strane trovate. Prendiamo, ad esempio, il cosiddetto Indice di Gulpease, un calcolo che stabilisce il grado di leggibilità di un testo mettendo in relazione la lunghezza delle frasi con quella delle parole: in soldoni, meno parole e proposizioni contengono i periodi che formano un testo, più quel testo sarebbe leggibile.

Ma niente affatto!

Provate a leggere una pagina di Proust o di Giovanni Nencioni (architetture periodali estremamente ricche e complesse ma leggibilissime) e ditemi se quell'indice ha un senso.

Quel che conta non è la dimensione dei periodi: è la capacità dello scrivente di amministrarli a dovere.

TRANS/INTRANS

«Juan Carlos ha regnato il Paese per quarant'anni».

Calma, amici, non agitatevi: regnare transitivo è un poeticismo. Rarissimo, d'accordo (lo si trova in Foscolo, in D'Annunzio e in pochi altri) ma, com'è noto, i giornalisti della Raiamano competere con i poeti più raffinati.

COSE DI LINGUA

Mario, non gli si può far del bene.

È detta tema sospeso (o soggetto assoluto o nominativus pendens) una struttura in cui una frase è preceduta da un sintagma isolato, ripreso da un pronome atono; altro dalla dislocazione a sinistra con ripresa pronominale, perché il sintagma è sintatticamente sganciato da quanto segue. Ebbene, non ravvisiamo nessuna "sospensione" e nessun nominativo: Mario sta semplicemente per 'quanto a Mario'. Si tratta, in sostanza, d'una focalizzazione del tema (non del rema, come nella dislocazione), una sorta di titolo-annuncio: «Parliamo di Mario / Mario sarà l'argomento di quanto sto per dire, e cioè che non gli si può far del bene». Suggeriremmo, pertanto, il termine pretematizzazione assoluta.

PRONTO SOCCORSO GRAMMATICALE

La liceista Alba Vicedomini mi rivolge il seguente quesito:

«L'Accademia della Crusca definisce giustamente inesistenti le preposizioni de e ne. Ma allora perché il suo presidente Marazzini, nel saggio L'italiano è meraviglioso (Rizzoli 2018) scrive "A scuola si scriveva 'Manzoni' al posto de 'il Manzoni'"? E per quale motivo, nello stesso libro, detto presidente scrive "Uno degli argomenti che più interessa" (anziché interessano) e "tutt'ora", forma definita dai grammatici poco diffusa e legata soprattutto a usi scarsamente sorvegliati?».

Me lo domando anch'io, cara Alba.

Mi scrive Rosa Maria: «Qual è il modo corretto di scrivere in maiuscolo la III pers. sing. del pres. ind. del verbo essere, E' o È? A me hanno sempre insegnato che scriverlo con l'apostrofo è un errore, perché si tratta dell'abbreviazione arcaica di "egli". Sbaglio?».

Non sbaglia affatto, cara Rosa Maria. Ma sia più tollerante, almeno con chi usa il computer: quella maiuscola non si trova in tastiera, quindi l'accento viene trasformato in apostrofo per comodità anche dalle persone istruite. Non faccia come il figlio - indegno - di un grande poeta, che qui in Facebook mi attaccò violentemente quando tempo fa, per la fretta, mi accontentai di un E'. Peccatuccio veniale.

TRAVI E PAGLIUZZE

Scrive tal Marco Belpoliti («la Repubblica», 5 luglio 2019):

«A leggerli gli strafalcioni di questa Maturità 2019 viene da sorridere, se non proprio da ridere, perché alcuni sono davvero pensati bene, e altri sono quasi commuoventi».

CommUoventi, già. Quasi quanto i suoi.

IL SECONDO QUOTIDIANO NAZIONALE

L'oroscopo del quotidiano«la Repubblica»:

«Quale cosa o persona vi frena dall'avvalersi pienamente di quel che vi capita in questo momento?»

Ricchi premi e cotillonsal primo che decifra questa frase.

NUOVE RISULTANZE SUL VERBO PAVENTARE

Scrive Chiara Spagnolo («la Repubblica», 9 luglio 2019):

«Bellomo paventò che avessero commesso illeciti nella trattazione del giudizio a suo carico».

Naturalmente voleva dire insinuò. Dopo 'ventilare' e 'vociferare', ecco una nuova accezione di paventare, che - poverino! - non pretende di significare altro che 'temere'.

Vera Gheno avvisa nei social che il dizionario Zingarelli contempla fin dal 1994 il femminile di carrozzaio. Carrozzaia: mai sentito.Da un mio sondaggio risulta che in tutte le regioni italiane si dice carrozziere, salvo nella zona di Ferrara, dove sembra prevalere carrozzaio. Il dizionario De Mauro lo marca come obsoleto e il Nuovo Devoto-Oli lo ignora del tutto. Ma, incredibilmente, lo Zingarelli considera carrozziere un regionalismo «centrale» e carrozzaio non già un arcaismo, come si deve, bensì una parola dell'uso vivo.

I COMPLEMENTI DI LUOGO

- Stato in luogo

- moto da

- moto a

- moto per

Ma ce n'è un quinto: moto rasente luogo, con duplicazione del sostantivo (riva riva, muro muro, costa costa...).

Nelle grammatiche manco l'ombra.

ZEITGEIST

La Rai dice che Il fascino discreto della borghesia è una commedia di André Breton. Non è molto lontana dalla verità: il film contiene scene esilaranti ed è firmato da Luis Buñuel, surrealista come Breton.

Bisogna abituarsi all'approssimazione. Non c'è altro da fare.

CARO DIRETTORE DI «LA REPUBBLICA»,

lei legge il giornale prima di dare il si stampi? Questo pezzo di Carlo Bonini dell'altrieri in che lingua è scritto, eblaita, amorreo, ugaritico, cananeo, fenicio, punico, ebraico, moabitico, ammonitico, aramaico, songhai, kanuri, teda, zaghawa, maba, fur, coman, nubiano, didinga-murle, barea, tabi, teuso, nyiman, bongo-bagirmi, kreish, moru-madi, mangbetu, lendu, berta, o forse kunama?:

«Il grottesco quanto insostenibile arrocco - "Savoini chi?" - in cui Matteo Salvini ha scelto consapevolmente di chiudersi di fronte al fantasma del Metropol, fuggendo al confronto parlamentare e alle domande che ne illuminano la sostanza e che su questo giornale ha posto Ezio Mauro, è una faccenda che si fa sempre più seria. Perché testimonia della disperazione dell'uomo, della sua paura. Soprattutto, perché interpella il suo ruolo di ministro dell'Interno.Da tre giorni, la Rete, di cui pure Salvini ha dimostrato di conoscere la micidiale capacità di strumento del consenso, ha sepolto il suo tentativo di liquidare come un Carneade il nazista di Alassio che, per cinque anni, gli ha fatto da ambasciatore e badante a Mosca, sotto una valanga di evidenze che dimostrano il contrario. Un affollato album di famiglia in cui Savoini, l'uomo che il ministro vorrebbe essersi imbucato a una riunione interministeriale a Mosca nel luglio 2018, è costantemente indicato, documentato, come il suo "official representative", rappresentante ufficiale a Mosca (così lo definisce Salvini intervistato da International Affairs il 17/11/2014). E con lui quel Claudio D'Amico, promosso a consigliere nello staff di Palazzo Chigi. Un uomo così "imbucato" questo Savoini che, il 17 luglio del 2018, appena ventiquattro ore dopo quel meeting nel ministero russo dove avrebbe seduto a insaputa del ministro, twittava solenne alle 12 e 6 minuti, taggando l'interessato: "È stato per me un enorme piacere poter accompagnare il ministro Matteo Salvini nel corso della sua visita ufficiale a Mosca. Proprio nel giorno in cui a Helsinki Putin e Trump confermavano la nostra linea di dialogo".A Salvini non sfuggirà oggi e non sarà sfuggito allora che il linguaggio è importante. Se era un imbucato, avrebbe dovuto dargli dell'imbroglione allora. A maggior ragione dovrebbe farlo oggi. Al contrario, il ministro dell'Interno tace. Come un ministro qualunque della seconda repubblica. Come quel famoso "proprietario di casa" a sua insaputa. Preferisce passare per uno smemorato bontempone amante della vodka e ignaro di chi si porti dietro in un vertice internazionale piuttosto che provare a dare una ragionevole spiegazione del suo legame con "Savoini chi?".Preferisce accartocciare la reputazione internazionale del Paese, la sua affidabilità nel sistema delle alleanze atlantiche ed europee. Forte della cinica consapevolezza che, nell'anomalia italiana, l'alleato a cinque stelle lo coprirà, e con lui il Premier. In barba a qualsiasi standard proprio di in una democrazia parlamentare occidentale, dove un ministro che non sa chi si porta dietro a un vertice internazionale sarebbe messo rapidamente alla porta per manifesta incapacità.Salvini non è tuttavia uno sciocco. E se ha deciso consapevolmente di infilarsi in questo calvario è perché ragionevolmente la posta è altissima. Perché "Savoini chi?" non è evidentemente uomo che possa gettare a mare senza pagare un prezzo incalcolabile. Prova ne sia che - come oggi diamo conto - il 7 giugno dello scorso anno, alla festa per la Giornata della Russia nell'ambasciata della Federazione a Roma, tra gli invitati che si aggiravano intorno al ministro non c'era solo Savoini, ma anche l'avvocato massone Gianluca Meranda, il "secondo uomo" del Metropol. Un'altra sfortunata coincidenza. Che per altro promette di non essere l'ultima. Se è vero che anche l'identità del terzo e ultimo italiano nell'hotel è un segreto con le ore contate. E - a quanto pare - di una qualche rilevanza politica».

"A ME MI": USATELO AD LIBITUM

Non è un errore né un pleonasmo, ma un modo di rafforzare, di sottolineare un elemento della frase.In certi contesti è talmente necessario che evitarlo induce un errore (A me colpisce...: colpire non è un verbo intransitivo).

TARLI

Per quale motivo le opere divulgative degli storici della lingua devono a ogni costo suscitare l'ilarità del lettore?

CONFESSATELO

Rossi è uno dei pochi che è riuscito a vincere quella gara.

Sono uno di quelli che quando non ne può più si ribella.

(Frasi autentiche)

Quando, sei anni fa, intercettai e studiai per primo questo fenomeno (Accordi a (non)senso, «Studi linguistici italiani», XXXIX [XVIII della III serie], 2013, fasc. II, pp. 270-277), molti mi dissero che si sarebbe esaurito nel giro di qualche anno. Mai profezia fu più contraddetta dai fatti: il fenomeno è ormai inarrestabile.

DITEMI SE NON SIAMO ALLA FRUTTA

«lo stato di declino del livello di apprendimento»;

«La presenza sempre presente della connessione»;

«L'inciviltà del discorso del capitalista retta sulla diffusione di un godimento immediato e dissipativo sembra dominare incontrastata e rendere il tempo lungo dell'apprendimento insensato».

Sono solo alcuni dei mostriciattoli partoriti da Massimo Recalcati in un suo articolo.

Ora, uno che si esprime così (è lui stesso a ricordare il monito di Wittgenstein: «L'ampiezza del mio linguaggio coincide con l'ampiezza dell'orizzonte del mio mondo») per quale motivo viene invitato a scrivere sul secondo quotidiano nazionale?

DUBBÎ LANCINANTI

Se il cosiddetto "editor" è in grado di correggere l'autore nella sostanza e persino nell'assetto formale, ovviamente deve saperne più dell'autore. Allora perché sceglie di fare l'editor e non lo scrittore?Scarsa capacità d'invenzione, diimmaginazione creativa?D'accordo. Ma non pertengono forse all'invenzione gl'interventi dell'editor sia sull'organizzazione formale sia, soprattutto, sul plot? Uno che si dice capace di migliorare forma e sostanza di una narrazione deve necessariamente esser capace di narrare.E qui si aprirebbe un altro capitolo non meno interessante: uno scrittore bisognoso dell'assistenza di un "artigiano" (il quale gli insegni a non fare ripetizioni e a non sovraccaricare i periodi) che scrittore è? Se non è in grado di "far detonare l'invenzione" non è meglio che appenda la penna al chiodo?

POVERA EDITORIA!

Bisognerebbe scrivere un saggio sull'editoria italiana basato sull'analisi delle copertine dei libri. Ne verrebbe fuori anche una radiografia dell'attuale società italiota.

(L'amico Dino Villatico mi dice che la copertina astratta - e intelligente - di un romanzo spagnolo, nella versione italiana si ritrova una copertina di un becero realismo didascalico. Ovviamente!).

ANEDDOTI INEDITI

1971. Casa romana di Gadda.

Contini presenta suo figlio Riccardo all'amico:«Ti sta studiando a scuola».

Gadda (all'adolescente Riccardo): «Scusi tanto, sa?».

[Fonte: Riccardo Contini]

LA LINGUA DEI POLITICI

Il deputato Lupi dice che l'attuale situazione politica è «ionesca». Ironia molto manzona, quasi carduccia.

COSE DI LINGUA

In un prontuario grammaticale leggo quanto segue:

«Prima di ma la virgola ci va? Se il ma è usato per contrapporre due frasi, sì: Volevo baciarla, ma è scappata via».

Non date retta: in quel caso la virgola è facoltativa. Qualche esempio in avverso:

«Lui voleva dirlo ma non aveva coraggio» (Rocco Scotellaro, Contadini del Sud, Bari, Laterza, 1955, p. 234);

«Non avrei voluto dirlo ma lei mi ci costringe» (Giorgio Rossi, Viaggio di ritorno, Milano, Camunia, 1995, p. 47);

«Io volevo dirglielo ma non me l'ha fatto dire» (Pupi Avati, Il papà di Giovanna, Milano, Mondadori, 2008, p. 127).

Nello stesso prontuario leggo che non si dice «dentro me, ma dentro di me».

Niente affatto.La prima forma è ricca di attestazioni letterarie (cfr., ad esempio, il D'Annunzio notturno: «Era in me, dentro me, nel tempo della lotta e della furia. La portavo dentro me»). Tienimi dentro te è il titolo di una canzone di Antonello Venditti. E il motore di ricerca Google restituisce quasi un milione di risultati di "dentro me".

E ancora:«Il congiuntivo è il modo della soggettività, dell'incertezza, del dubbio, dell'ipotesi, del desiderio, della speranza e del timore».Com'è noto, il congiuntivo può anche esprimere fatti acquisiti: nessuna soggettività, nessun dubbio, nessuna speranza in frasi come Mi dispiace che Giovanni sia malato e Il fatto che Luigi abbia la patente non significa che sappia guidare.

SCRIVENTI, IO VI ESORTO AD ACCENTARE

Prendiamo la frase Tira su il bersaglio (ossia 'Alza il bersaglio caduto a terra').Qui su ha funzione avverbiale, non prepositiva, come nella frase Conto su Carlo.Su il potrebbe, insomma, essere scambiato per un'arcaica preposizione articolata scissa.

Dice: a che serve accentare quell'avverbio? soccorre il contesto. Domanda: distinguiamo se da , ne da ecc., perché, dunque, non distinguere su da ? Come spieghiamo quest'assurda oscillazione ai bambini e agli stranieri?

LA DIFFERENZA TRA

il cóltoe il meno cólto?Il primo sa cosa e dove cercare.

SI STA

nella lingua madre

come in un luogo fisico,

concreto.

CALCHI E RICALCHI

«Carico d'anni e di peccati pieno

e col trist'uso radicato e forte,

vicin mi veggio a l'una e l'altra morte,

e parte 'l cor nutrisco di veleno» (Michelangelo Buonarroti)

«Eccomi ancora nel mondo iniziato

carico d'anni e di peccati, involto in

insanie febbrili» (Dario Bellezza)

ANTICIPAZIONI

Si deve a Uriel Weinreich il primo studio sociolinguistico (Languages in contact, 1953). Ma l'anno prima, nella premessa a una raccolta di testi quattrocenteschi, il nostro Gianfranco Folena aveva già parlato di «situazione sociallinguistica ereditata dal Medioevo».

TRADURRE

I Romani, parola di Maurizio Bettini, dicevano vertere'trasformare', 'operare una radicale trasfigurazione', e non già transducere'condurre di là', come per attraversare il confine fra un territorio (linguistico) e un altro. Infatti, le loro versioni dal greco erano liberissime: vere e proprie metamorfosi.

PUNTO E VIRGOLA

Non esiste segno più bistrattato. Penso al «favoloso» punto e virgola nella prosa narrativa di Voltaire, considerato da Gianfranco Contini «la diagonale del parallelogrammo in cui si compongono le forze della coordinazione asindetica e del ritmo 'allegro'».

Duole che la maggioranza degli scriventi, anche cólti e coltissimi, gli preferiscano sempre più la virgola e il punto, illudendosi di rimpiazzarlo.

DOVE STA SCRITTO?

Chi sconsiglia di usare nella stessa frase i due punti più di una volta veda quanti ne schiera Leopardi in questo brano (e non solo):

«Noi siamo veramente oggidì passeggeri e pellegrini sulla terra: veramente caduchi: esseri di un giorno: la mattina in fiore, la sera appassiti, o secchi: soggetti anche a sopravvivere alla propria fama».

Ecco come tratta la questione Bice Mortara Garavelli in Prontuario di punteggiatura, Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 103-4: «È generalmente sconsigliata la replica dei due punti tra frasi precedute o seguite dallo stesso segno. Ma quest'uso, fiorente nella prosa letteraria, non è affatto sconosciuto in tipi di testo di tutt'altro genere: ad esempio, nella saggistica scientifica. Né si vede come censurarlo quando si tratti di un susseguirsi di enunciati consequenziali».

ESERCIZÎ DI STILE

Quando, in un testo, v'imbattete nella goffa espressione «si occupa delle maniere in cui...» (chi non direbbe «dei modi in cui»?), date pure per certo che l'autore ha voluto ingenuamente evitare la ripetizione modi/modo. Infatti proseguirà certamente così: «in modo che...».

La variatio è un magnifico strumento, ma bisogna saperlo suonare.

AMICI CRITICI, DATE RETTA!

«Volentibus intelligere et nexus ambiguos enodare legendum est, insistendum vigilandumque atque interrogandum, et omni modo premende cerebri vires!» (G. Boccaccio, Genealogie deorum gentilium): 'Chi vuol capire e sciogliere i nodi dell'ambiguità deve leggere, stare sui testi, vegliare, interrogare e in ogni modo premere le forze del cervello!'

Senza di che, meglio passeggiare il cane (questo il significato dell'esclamativo).

SCIENTIFICO / NON SCIENTIFICO

«Attribuire alla linguistica un carattere pienamente 'scientifico' (come pretendevano i fondatori della linguistica moderna nell'800, e come pretendono molti linguisti oggi) è probabilmente una formula eccessiva. Malgrado i suoi sforzi, la linguistica è ancora una scienza 'debole': i suoi metodi sono spesso incerti, il disaccordo tra i suoi esponenti è molto elevato, alcune definizioni di base sono controverse» (Raffaele Simone, Nuovi fondamenti di linguistica).

Sottoscrivo in toto e osservo che

a) ciò vale anche per la psicologia, la sociologia, l'economia;

b) scienza molle o debole è una contraddizione in termini: una scienza o è dura e forte o non è. Direste mai pienamente morto o poco incinta?

TRAPPOLE DELLA VARIATIO

Spesso, per evitare la ripetizione di due che o di due perché si ricorre a il quale e a giacché, nella convinzione di soddisfare così il bisogno di variatio.

Pia illusione: anche che e il quale, anche perché e giacché sono ripetizioni. Bisogna variare la struttura della frase, evitando filze di relative e di causali, non cercare scampo nella sinonimia (con esiti ineluttabilmente goffi e ingenui).