Cultura & Società

Per la storia d'Italia e della Sinistra

MALA TEMPORA

di Aldo Pirone

In questa data ricorrono la morte di Palmiro Togliatti nel 1964 e quella del "socialismo dal volto umano" cecoslovacco caduto sotto i cingoli dei carri armati russi nel 1968.

Valutare l'operato di Togliatti nel corso della sua vita non è facile. Lui stesso ebbe a scrivere in morte di Alcide De Gasperi dieci anni prima, che occorreva disdegnare ogni agiografia quando si affronta il tema di una valutazione critica di una grande personalità politica "perché è soltanto dalla visione precisa delle difficoltà stesse dello sviluppo della sua persona e dei contrasti cui fu legato in sé stesso e fuori di sé, che può sorgere una impressione di originalità e profondità del pensiero e di grandezza della esecuzione". Togliatti è stato uomo del comunismo mondiale con tutti i vincoli e le contraddizioni che ciò ha comportato nell'epoca di "ferro e di fuoco" che il "rivoluzionario d'ordine", come è stato definito, si trovò ad attraversare. Ha vissuto disciplinatamente lo stalinismo che si era impadronito del primo stato socialista cui Togliatti tutto subordinò, portandone la sua quota parte di corresponsabilità nei crimini e nelle repressioni; riuscendone con astuzia ed eccezionale padronanza di nervi a uscirne vivo. Togliatti è stato sempre attento a non sfidare Stalin apertamente. Solo nel 1929 arrischiò la prospettazione di una diversa posizione e valutazione rispetto alla svolta del socialfascismo; e si permise un solo no, nel 1951, quando l'autocrate sovietico lo voleva a capo del Cominform. La sua lunga direzione dei comunisti italiani, in particolare il periodo della costruzione del "partito nuovo" e di massa non ha mai avuto, però, i tratti dello stalinismo. La sua concezione del partito come intellettuale collettivo, della politica come partecipazione fondata sulla libertà intellettuale, aveva già fatto i conti, insieme a Gramsci, con il bordighismo settario e da caserma. Togliatti non apprezzò i modi e i tempi della destalinizzazione kruscioviana, che ritenne, da una parte, superficiale e, dall'altra, sconsiderata, o meglio: sconsiderata proprio perché superficiale. Nella storia del comunismo mondiale approfittò di ogni apertura e di ogni disgelo per porsi all'avanguardia del rinnovamento e delle vie nazionali al socialismo. Nel 1956 preferì pagare un prezzo politico alto all'allineamento con l'Urss sulla repressione sanguinosa della rivolta ungherese, che spaccare il partito consegnandone la maggioranza alla consistente ala filosovietica. Malgrado ciò fece dell'VIII Congresso del PCI, che proprio in quei giorni drammatici ebbe il suo svolgimento, una tappa importante di rinnovamento anche generazionale e di liquidazione di ogni "doppiezza" politica sul piano interno. Una doppiezza che continuò a operare, invece, sul piano internazionale. La sua prospettazione del policentrismo, delle vie nazionali, della trasformazione dei partiti comunisti da piccoli raggruppamenti settari in grandi partiti di massa fu gelata nel 1957 dai sovietici che lo isolarono nel consesso mondiale degli 81 partiti comunisti. In Italia è stato un artefice, fin dalla sua "svolta di Salerno" nell'aprile del '44, della democrazia progressiva repubblicana e della redazione della Costituzione che la sanciva. Otto anni dopo la repressione ungherese e quattro anni prima di quella cecoslovacca lasciava scritto in quello che poi passò alla storia come "Il memoriale di Yalta", rivolto ai comunisti sovietici, queste parole a proposito della situazione democratica interna all'Unione sovietica: "Il problema cui si presta maggiore attenzione, per ciò che riguarda tanto l'Unione sovietica quanto gli altri paesi socialisti, è però, oggi, in modo particolare, quello del superamento del regime di limitazione e soppressione delle libertà democratiche e personali che era stato instaurato da Stalin. [...]L'impressione generale è di una lentezza e resistenza a ritornare alle norme leniniste, che assicuravano, nel partito e fuori di esso, larga libertà di espressione e di dibattito, nel campo della cultura, dell'arte e anche nel campo politico. Questa lentezza e resistenza è per noi difficilmente spiegabile, soprattutto in considerazione delle condizioni presenti, quando non esiste più accerchiamento capitalistico e la costruzione economica ha ottenuto successi grandiosi.'' E concludeva: ''Noi partiamo sempre dall'idea che il socialismo è il regime in cui vi è la più ampia libertà per i lavoratori e questi partecipano di fatto, in modo organizzato, alla direzione di tutta la vita sociale''. Non era ancora la berlingueriana "democrazia come valore universale", ma ci andava vicino.

E' anche per questo se il PCI con Longo sostenne subito, andando a Praga di persona, la rivoluzione di Dubcek per rendere il socialismo cecoslovacco un regime dal "volto umano" e poi quando arrivarono i carri armati sovietici, i comunisti italiani, compresa la quasi totalità di quelli più filosovietici, espressero "grave dissenso". Un dissenso che si radicava nell'esperienza della politica nazionale. Può sembrare poca cosa oggi, ma bisogna immergersi nel contesto geopolitico dell'epoca e nella storia da cui si proveniva per capire l'importanza di quella differenziazione che portò qualche settimana più tardi il CC del partito ad affermare solennemente che i confini del socialismo non coincidevano più con quelli dei paesi che, a torto, di quel titolo si fregiavano. Essendo, quei confini, ben più larghi e ampi nel mondo.

Si può e si deve riflettere in sede storica se il cammino di autonomizzazione del PCI dal "socialismo reale" sia stato adeguato nei ritmi e nei tempi; anche quello compiuto dallo stesso Togliatti. Certo non è stato così rapido come quello compiuto dalla sinistra figliata dal PCI verso la subalternità culturale, sociale e ideale al capitalismo neo liberista. Non per caso Togliatti è stato condannato a una sorta di damnatio memoriae e Berlinguer ridotto a un santino buonista. A ricordare Togliatti oggi c'è su "la Repubblica" solo un piccolo necrologio della figlia Marisa Malagoli. Tutto ciò la dice lunga sui tempi che viviamo e sulla politica italiana.