ROMA

LUIGI PETROSELLI PRIMO SINDACO COMUNISTA DI ROMA

di Sergio Gentili

40 anni fa Luigi Petroselli è stato eletto sindaco di Roma.

È stato il sindaco di tutti i romani.

Amato dalle forze popolari e stimato dagli avversari politici.

Oggi, considerando la crisi di Roma e della sinistra dei nostri giorni, non è superfluo tornare a ragionare su quegli anni al fine di stimolare una nuova riflessione sull'uomo politico, dirigente del PCI e sindaco di Roma, e sulle giunte di sinistra.

Il tempo è maturo anche per aprire una stagione di studi che faccia una sintesi storica della vasta memorialistica e dei cambiamenti che furono realizzati a Roma, tanto più che si è giunti alle soglie dei 150 anni di Roma Capitale.

Si sente la necessità di ragionare sull'identità, certo complessa, dei romani e della capitale nel quadro della storia della Repubblica Italiana.

Un lavoro questo, che aiuterebbe a superare dimenticanze e faziose ricostruzioni proprie del revisionismo storico su quasi un decennio della storia di Roma. Sarebbe anche un fermo invito al Parlamento europeo a rimuovere un pericolosa posizione, priva di alcun fondamento storico e culturale, che equipara il movimento comunista al nazismo.[1]

Nei nove anni delle Giunte di Sinistra, si possono trovare grandi valori, innovative scelte economiche e sociali, un nuovo modo di concepire la politica e il governo delle città.

Tutte cose che possono dare insegnamenti utilissimi per l'oggi per rimuovere il dannoso scollamento che c'è tra le forze popolari e le istituzioni democratiche, e tra la sinistra e le grandi contraddizioni civili e sociali: dal lavoro alla violenza contro le donne, dai cambiamenti climatici al presente e futuro dei giovani, dai diritti civili allo stato sociale, dalla legalità alla diffusione impressionante della criminalità, dall'emigrazione alla battaglia ideale contro in razzismo.

Certamente, ci guadagnerebbe anche la politica, quella concepita come pensiero e azione, quella che mette al primo posto gli interessi generali, la dignità delle persone, il lavoro e la tutela della natura.

Il decennio di Petroselli a Roma (1970-1981)

Petroselli svolse un importante ruolo politico per tutti gli anni settanta.

Sono anni di transizione nella vita politica italiana che va dalla crisi del centro sinistra alla solidarietà nazionale (1976-1979), dalla crisi di questa all'avvio del pentapartito (alleanza centrata su DC e PSI, 1981-1991).

Le giunte di sinistra sono proprio a cavallo di queste due ultime fasi politiche.

Gli anni settanta.

Per tutti gli anni settanta, l'Italia e la sua Capitale sono ferite dagli attacchi sanguinari dell'eversione di forze occulte nazionali e straniere: stragi, depistaggi, squadrismo neo-fascista, strategia della tensione, opposti estremismi, terrorismo rosso e nero, anni di piombo con parte degli apparati segreti dello Stato come soggetti attivi dell'eversione.

L'obiettivo dell'eversione è rigettare indietro il grande movimento sociale e civile fatto di operai, studenti, donne, intellettuali e popolo che si batteva, fin dagli anni '60, per la pace, lo stato sociale, i diritti del lavoro e civili. È un movimento contro la violenza che chiede la fine delle disuguaglianze, della distanza tra nord e sud, delle discriminazioni antioperaie.

È un movimento che ottiene successi importanti.

Si snoda dentro la crisi del centro sinistra[2] e avanza la richiesta di mettere fine alla discriminazione anticomunista e al sistema di potere della DC.

Nel mondo, quello della guerra fredda, furono gli anni di possenti movimenti per la pace, per i diritti delle donne e il razzismo. È in questi anni che nasce il movimento ecologista.

È il decennio di grandi eventi che modificano l'assetto delle relazioni internazionali: guerra del Vietnam e sconfitta politica degli USA; tracollo del sistema monetario di Bretton Woods; guerra del Kippur e crisi petrolifera; colpo di stato fascista in Cile; dittatura di Videla in Argentina; in Grecia, in Portogallo e in Spagna cadono i regimi fascisti; in Africa si dissolve il colonialismo portoghese e in Etiopia cade il vecchio imperatore Hailé Selassié; in Iran arriva Khomeini e in Cina torna Deng Xiaoping. L'Afghanistan è invasa dall'URSS. In Gran Bretagna, premier diventa la conservatrice Margaret Thatcher. Siamo all'alba della globalizzazione neoliberista.

Roma diventa il luogo dell'odio e della violenza politica: assalti fascisti alle sedi di partito, aggressioni alle persone e nelle scuole, morte dei fratelli Mattei a Prima Valle (il padre era un dirigente di quartiere del MSI), giovani catturati nella spirale violenta repressione-reazione; il movimento del '77 e i sabati violenti; assalti squadristici alle manifestazioni sindacali e all'università; la BR gambizzano e sequestrano, fino al rapimento e all'assassinio di Aldo Moro e della sua scorta.

La violenza è l'arma politica con cui negli anni settanta si vuole impedire l'affermazione come forza di governo del PCI. È usata per colpire frontalmente il sindacato e per impedirne l'unità; è usata per screditare e criminalizzare le esigenze di giustizia, di cultura e di lavoro degli operai, del Mezzogiorno, degli studenti e delle donne.

Anni difficili, segnati dalla lotta tra le forze eversive e le forze democratiche.

È nel mezzo di queste lotte che maturano nuovi equilibri culturali, sociali e politici.

È il decennio che vede l'avanzata e la sconfitta del PCI. Poi, ci sarà quello del "pentapartito", che ricostituisce il vecchio del patto anti-PCI di DC e PSI. Un patto tra alleati-avversari che provocherà grandi danni all'Italia: eliminazione della scala mobile, crescita smisurata del debito pubblico, colpo alla credibilità morale della politica come dimostrerà poi l'inchiesta di "mani pulite".

Cultura politica di Petroselli

Con quale cultura e idee politiche Petroselli è in questa transizione?

Questo è un primo tema di ricerca storica.

Farò, qui, solo qualche considerazione con una avvertenza: va tenuto presente che le sue idee sono anche il frutto dell'elaborazione del Pci romano, che in quegli anni aveva un vasto e valido gruppo dirigente espressione di una solida base popolare e operaia, e anche di prestigiosi intellettuali. Un partito ramificato nei luoghi di lavoro, nelle periferie e nelle borgate, presente nelle scuole e nell'università. Un partito che discuteva e agiva molto, che stava uscendo dalla "questione Manifesto" che aveva strascichi pesanti.

Petroselli si muove dentro questo tipo di partito.

La sua concezione della politica salda insieme pensiero, lotta sociale e iniziativa politica.

È una concezione inscindibile dalla sua idea del processo di cambiamento, cioè di rivoluzione democratica e socialista, formatasi nel partito nuovo di Togliatti e di Enrico Berlinguer. Essa si basava sul partito di massa organizzato, impegnato nella creazione e lo sviluppo di un "movimento politico di massa", pluralista e nonviolento, che affrontava le questioni sociali, civili, culturali, la difesa e lo sviluppo della democrazia, il lavoro e la riforma dello Stato.

Al congresso del PCI di Roma del 1975 così ne parlava[3]:

"si tratta di avanzare in termini di lotta, d'iniziativa e di confronto politico e culturale.... [per] la costruzione di un nuovo blocco politico e sociale ...[per] la formazione di una classe dirigente democratica... [per] sviluppare fino in fondo la funzione di Roma Capitale democratica e antifascista ... [per] fare di Roma la capitale della nuova tappa della rivoluzione democratica ed antifascista....[e per] cogliere la crisi come occasione per intraprendere il cammino della salvezza e del rinnovamento." (relazione al XII congresso del PCI di Roma, 1975)

Il "movimento politico di massa" ha per Gigi (così veniva chiamato confidenzialmente) il suo baricentro nel movimento operaio ma non si limita ad esso. Anzi. Deve coinvolgere tutti gli strati popolari, gli intellettuali, le donne, gli impiegati della pubblica amministrazione, il ceto medio, i commercianti, gli artigiani e i giovani.

Unità antifascista

Il movimento politico di massa, nella prima metà degli anni settanta, deve combattere la violenza neofascista e l'eversione; deve creare le condizioni politiche e sociali per dare alla crisi uno sbocco democratico con l'incontro tra cattolici, comunisti e laici, colmando il vuoto politico creato dalla crisi della DC e del centro sinistra.

Infatti, la caduta di autorevolezza della DC a Roma è evidenziata da due fatti di grande valore: a) il convegno diocesano sui "Mali di Roma" (febbraio 1974), dove le gerarchie ecclesiali criticano per la prima volta il governo capitolino della DC;

b) il risultato straordinario del referendum sul divorzio, con cui viene sconfitto il tentativo della DC di Fanfani e dei clericali di cancellare una conquista di civiltà.

Quel voto sarà un fatto storico per Roma e per l'Italia.

Ma la crisi della DC rappresenta un'occasione anche per le destre.

Infatti, il decennio era iniziato con una svolta a destra della DC che dividendo le forze costituzionali, elesse Presidente della Repubblica Giovanni Leone con i voti determinanti del MSI, partito neofascista. Tanto che, dopo le elezioni politiche del 1972, si formò il governo neocentrista Andreotti-Malagodi. A Roma, il MSI avanzò tanto da consolidare la sua posizione di terzo partito, col 16% dei voti.

La strategia antifascista, quindi, deve unire larghi strati sociali e tutte le forze costituzionali, perché va evitata la pericolosissima saldatura tra le forze reazionarie e quelle popolari. Un'attenzione particolare viene posta verso i ceti medi e popolari in quanto possono essere spinti a destra dalla crisi. Questione ancora oggi attualissima.

La politica dell'unità antifascista, in sintonia con le riflessioni di Berlinguer sul Cile e sul "compromesso storico", è l'arma politica fondamentale che bloccherà l'avanzata del neofascismo in Italia e a Roma.

Lotte sociali e culturali a Roma

Petroselli è convinto che Roma e l'Italia sono davanti ad un bivio: decadenza o rinnovamento democratico.

La maggioranza dei romani sceglie la lotta per il rinnovamento:

si lotta per il diritto alla casa, per il risanamento delle borgate e l'eliminazione delle baraccopoli detti borghetti, per il diritto allo studio e per avere più scuole, per la riforma dell'università e la seconda università, per il diritto alla salute, per i diritti delle donne, per i trasporti, per il verde (Giuliano Prasca, presidente dell'UISP, inventa "Corri per il verde" (sarà poi assessore nelle giunte di sinistra), lotte per tagliare le abnormi espansioni urbane (cioè revisione del piano regolatore del '62), lotta contro il provincialismo culturale e il degrado dei beni culturali, dei monumenti e dell'ambientale aggrediti dal traffico e dall'inquinamento.

I lavoratori sono in lotta da tempo: all'Apollon, alla Voxson, alla Snia Viscosa, all'Aeroporto di Fiumicino, alla Pirelli, al Poligrafico dello Stato, alla Fatme, all'Autovox, e in tante altre fabbriche.

Operai ed edili romani nelle lotte incontrano il movimento degli studenti.

La mobilitazione dei sindacati è permanente, così pure i comitati di quartiere, l'Unione Borgate, le Comunità di base cattoliche (don Sardelli) e le istituzioni della Chiesa (don Di Liegro), i Comitati unitari e i collettivi studenteschi, le Consulte popolari, i gruppi femministi e dell'UDI.

Tutto il tessuto democratico sociale e civile, associativo e culturale è in movimento.

Molti intellettuali, da Moravia a Pasolini, associazioni come Italia Nostra, giornalisti, mondo dello spettacolo, registi e artisti denunciano lo stato intollerabile in cui è ridotta la Capitale.

Oramai si è andati oltre lo slogan dell'Espresso "capitale corrotta nazione infetta" (1955).

Moravia, nel 1974, scrive una lettera "Contro Roma". La descrive come: "cinica, scettica, priva di ideali, materiale, ottusa .... molto volgare con un popolo rozzo, violento, sporco e vandalico".

Tuttavia, Moravia afferma che "il solo elemento nuovo" è il PCI che "riprende per conto suo il tema umanistico oramai abbandonato dalla Chiesa". Petroselli interviene nel dibattito. Accoglie la critica verso una borghesia nazionale e romana subalterna e provinciale, ma respinge il giudizio senza distinzioni sul popolo romano.

Viceversa, ritiene che le forze del lavoro e popolari di Roma sono le nuove classi dirigenti e ciò proprio grazie al lavoro politico e culturale svolto per decenni nei luoghi di lavoro, nelle periferie e nelle borgate, nelle zone popolari del centro storico, dal PCI e dalle forze democratiche e progressiste (questa è una tesi è centrale nel pensiero di Petroselli).

Le lotte sociali e culturali sono lì a testimoniare che la maggior parte del popolo romano è portatore di una visione non solo particolare ma generale e di cambiamento per una capitale democratica e progressiva.

Chi, oggi, ripercorre le vicende di quegli anni vedrà come Roma abbia svolto con generosità un ruolo nazionale, di Capitale democratica e antifascista. Ruolo che svolse anche a Porta San Paolo, nel settembre del 1943, quando soldati e popolo romano combatterono contro i nazifascisti e da lì prese le mosse la Resistenza italiana.

La rivoluzione democratica e antifascista a Roma:

le giunte di sinistra

Con le elezioni regionali del 1975 e quelle politiche '76, il PCI ha una grande affermazione in Italia e a Roma, dove si vota anche per le comunali. Si apre la stagione delle giunte di sinistra e della solidarietà nazionale.[4]

Grandi città saranno governate per la prima volta da sindaci comunisti: a Napoli Maurizio Valenzi, a Torino Diego Novelli, a Firenze Elio Gabbuggiani; giunte di sinistra si formano a Genova, Milano, Venezia, Bari, Cagliari e in tante altre città italiane.

A Roma le giunte di sinistra avranno come sindaci il prof. Giulio Carlo Argan, un illustre intellettuale e storico dell'arte, e dirigenti politici, etichettati con spregio "burocrati del PCI", come Luigi Petroselli e Ugo Vetere.

Petroselli e Vetere saranno gli unici sindaci comunisti che Roma abbia mai avuto.

Nel governo della città c'è un cambiamento della classe dirigente e di valori culturali e politici. È una svolta storica.

Le questioni sociali diventano il baricentro su cui ruota tutta l'azione di governo: si saldando gli interessi popolari con quelli generali della città; si ragiona in termini di programmazione economica, sociale e urbanistica; si aggrediscono le sacche parassitarie e clientelari del sistema DC; alla parola Capitale si comincia a dare un significato politico e morale totalmente nuovo. I romani vengono considerati una comunità.

È l'inizio di una rivoluzione sociale, politica e morale che inciderà nella coscienza dei romani per molti lustri.

Una rivoluzione perché? Perché allontana dal governo capitolino le forze della speculazione fondiaria e immobiliare, anche quelle storiche e assai influenti legate al Vaticano, che avevano dominato e modellato la città dello Stato monarchico e monarchico-fascista, e che ancora decidevano le sorti della capitale grazie alla forza della DC.

Le giunte di sinistra, diversamente dall'innovativa e importante giunta Nathan che era espressione delle forze laico-borghesi sostenute dai socialisti, erano espressione dell'egemonia delle forze del lavoro e popolari, delle forze di sinistra e della cultura progressista.

Un difficile compito.

Le sinistre sono chiamate dal voto a cambiare la Roma delle disuguaglianze, del degrado, dell'arretratezza e del provincialismo culturale, per questo obiettivo chiamano i romani a partecipare e a ridefinire l'identità della città.

I mali di Roma sono profondi e antichi, rinnovati da uno sviluppo nazionale distorto e consumistico. La questione Meridionale, non risolta, ha causato e causa massicci flussi migratori.

I cittadini romani vivono divisi tra centro, quartieri popolari, borgate e borghetti: ci sono "case vuote e gente senza case"; pesa il flagello degli sfratti; vaste aree urbane sono da risanare: dal centro storico alle borgate (qui vivono 800.000 persone); c'è la miseria e si vede dalle baraccopoli; i diritti più elementari come scuola, sanità, trasporti, università, verde, aria non inquinata, sport non vengono garantiti a tutti; i beni culturali sono gettati nel degrado dall'incuria; i lavori pubblici non finiscono mai come la linea A della metropolitana; la città viene soffocata da un sistema politico burocratico malato di clientelismo, di affarismo e di corruzione; molti artigiani vivono nella precarietà dell'abusivismo; il tessuto produttivo è rachitico e centrato sull'edilizia e l'impiego pubblico; il lavoro è insufficiente; le donne e giovani non godono dei diritti di cittadinanza; avanza il flagello della tossicodipendenza; non c'è nessuna politica verso gli anziani e i diversamente abili; i settori produttivi come l'agricoltura, l'agro-alimentare e l'industria producono per il mercato locale mentre i settori innovativi come il cinema, la TV, la cultura, la chimica, i servizi ecologici vengono largamente sottovalutati. Nonostante che il miracolo economico e un dinamismo industriale importante, Roma era rimasta al palo. Ciò è potuto accadere perché le classi dirigenti nazionali e locali, da tempo, avevano deciso che Roma dovesse essere una Capitale debole di uno Stato burocratico e centralistico, una città senza autonomia, spolpata dalla rendita e dalla speculazione immobiliare.

La nuova idea di Roma

Petroselli e il PCI romano, hanno un'altra idea per Roma.

Essa è fondata sui valori dell'uguaglianza e della solidarietà, dell'onestà e della trasparenza, dei diritti sociali e civili, dell'avvicinamento del potere verso i cittadini.

I pilastri fondamentali sono la riforma dello Stato, la programmazione, il ruolo della regione e il decentramento.

La nuova idea di Roma è un "divenire partecipato", sospinto da movimenti di lotta e da un blocco sociale, politico e culturale plurale e popolare, che punta all'unificazione della città, a cancellare le disuguaglianze tra i cittadini di serie A e quelli di serie B e a far prevalere un'identità democratica e solidale.

Petroselli parla di "accorciare le distanze" tra i romani in termini di condizioni sociali e culturali, di potere e di opportunità. Non c'è un modello deciso a tavolino da applicare ma un processo conflittuale democratico che vive nei problemi: un processo di cambiamento per e attraverso il popolo.

Appena eletto Petroselli spiega la necessità e il valore della partecipazione ed afferma:

"Non c'è atto di governo che non sia confronto e anche battaglia. Di questo bisogna prendere coscienza", non vi è provvedimento che non richieda "un protagonismo e un intervento delle forze più direttamente interessate... Bisogna bandire l'illusione che si possa governare con atti che appaiono di puro dirigismo". ("Rinascita", ottobre 1979).

Roma non deve diventare una megalopoli. Per Petroselli, e i comunisti romani, Roma deve sentirsi, ed essere considerata dagli italiani, la Capitale, in quanto esempio di onestà, di qualità dello stato sociale e di efficienza amministrativa: "La salvezza e la costruzione di Roma come capitale moderna, capace di unificare il Paese, di creare un ponte tra Nord e Mezzogiorno, è una grande questione nazionale e non può riguardare solo la municipalità". (idem).

Roma capitale diventa così una primaria "questione nazionale". E lo sarà sempre.

La nuova classe dirigente capitolina deve saper garantire il rispetto verso la Chiesa e la massima collaborazione con le comunità religiose di base, mentre deve avere piena consapevolezza della diffidenza e dell'avversità che c'è verso di loro in buona parte delle gerarchie ecclesiastiche.

L'idea di Roma si allarga all'Europa e al mondo non in termini retorici ma di concreto impegno quotidiano per la pace nel mondo e nel Mediterraneo, per la custodia degli inestimabili beni storici e culturali, vero patrimonio dell'umanità, presente in Roma.

Il cambiamento realizzato

ll cambiamento fu di merito e di metodo.

Andiamo per punti[5]:

Due nuovi assessorati, uno per il centro storico e l'altro per le borgate; si dà un maggiore ruolo e trasparenza all'ufficio speciale casa e per la prima volta si realizzano, impiegando i giovani e le università, indagini conoscitive.

Interventi e investimenti, in nove anni si investono 7000 mld/£ per le infrastrutture, la metà sono spesi per acqua, fognature, elettricità, luce, depuratori e strutture igienico sanitarie: solo il piano ACEA, investe 500 mld/£ e realizza 1200km di rete idrica, 1000 km di fognature, 350 km di rete per la luce.

Innovazioni di metodo: si svolgono 145 conferenze di quartiere con la presenza di amministratori e operatori per discutere con i cittadini della realizzazione e del funzionamento dei servizi.

Recupero e risanamento: nel centro storico si recuperano immobili per la residenza e le attività artigianali, si riqualifica e risana il già costruito; si eliminano 4000 baracche, spariscono i borghetti con una profonda innovazione di metodo in quanto si buttano giù le baracche e contestualmente si iniziano i lavori per recuperare le aree per parchi e servizi pubblici. Accadono episodi da epopea.

Periferie e borgate: si costruiscono asili nido, scuole, strutture sanitarie, consultori; si potenzia il trasporto pubblico e si realizzano giardini e parchi; con la perimetrazione delle borgate si porta la legalità e il diritto a pezzi interi di città.

Abusivismo e casa: l'abusivismo viene frenato ma non eliminato; al dramma della casa si risponde costruendo migliaia e migliaia di alloggi, anche qui con una innovazione di metodo in quanto si consegnano alloggi nel rispetto delle graduatorie e le graduatorie sono regolari; per gli fratti si sceglie la linea "da casa a casa", nessun cittadino deve rimanere per strada.

Trasporti: dopo 17 anni di lavori (iniziati nel 1963), nel 1980, si apre la linea A della Metropolitana e si avviano i lavori per i prolungamenti della linea B; si prevedono tangenziali. Il confronto degli investimenti con le giunte precedenti è impietoso: spesi tra il 1971-'76 solo 54mld, dal 1981-'84 spesi ben 221mld.

Nettezza urbana: si potenzia e si rinnova, se nel 1976 si spendevano 877milioni dopo nove anni la spesa è di 24 miliardi.

Istruzione: i dati sono impressionanti, nel 1976 gli asili nido erano 15 nel 1984 sono 130; tra il 1976 e l'81 si costruiscono 144 scuole, tra 1982-'84 altre 134: si abbattono i doppi e tripli turni.

Al fianco delle donne: i movimenti delle donne romane trovarono semprein Petroselli un interlocutore concreto, combattivo e vicino alle lotte del movimento; il sindaco non fa mancare il suo contributo nelle battaglie per i consultori e per il mantenimento e applicazione della legge sull'interruzione volontaria della gravidanza contro l'aborto clandestino. Di fronte alle critiche dei movimenti femministi che chiedevano una svolta di governo su questi temi, sostisce l'assessore alla sanità.

Anziani e diversamente abili: si realizzano 43 centri anziani, si dà dignità agli anziani con attività culturali, gite e assistenza sanitaria, il bilancio passa da zero a circa 3 mld; stessa cosa per i diversamente abili e con l'abbattimento delle barriere architettoniche.

Programmazione urbanistica: indico solo due grandi scelte: a) per modificare il piano regolatore del 1962 si procede con le varianti circoscrizionali, cioè fa pronunciare e i consigli circoscrizionali; b) per portare avanti la programmazione urbanistica per le case e servizi stipula il protocollo d'intesa con imprenditori, sindacati e cooperative. Queste due scelte sono straordinarie innovazioni di metodo e di merito che rispondono alle esigenze di partecipazione, di trasparenza e di efficienza.

Nuovo ruolo del governo capitolino: per la prima volta, il potere pubblico diventava un soggetto attivo che fa prevalere gli interessi della città su quelli degli immobiliaristi e della nobiltà terriera; per la prima volta, una parte importante delle imprese edili si libera dalla sudditanza della rendita fondiaria e accetta il terreno della programmazione.

Politica culturale e l'Estate romana: sono grandi innovazioni di cui ancora oggi si parla. L'assessore alla cultura è Renato Nicolini. Dietro di lui c'è una giunta convinta, ci sono gruppi culturali innovativi e c'è la grande esperienza culturale delle Feste de L'Unità svolte dal PCI. Sono gli ingredienti su cui si realizza l'incontro tra alta cultura, nuove tendenze, avanguardie e popolo: cinema col grande schermo a Massenzio, poeti a Castel Porziano, mostre di Paul Klee, Kandiskij, Chagall, Canova e molti altri artisti. Memorabile è la proiezione, sotto la pioggia, del film "Napoleon" davanti al Colosseo. Le iniziative culturali sono portate nelle periferie e nelle borgate e il popolo delle periferie prende contatto con la bellezza e la storia del centro storico.

Le grandi istituzioni culturali (Teatro Argentina, Teatro dell'Opera, l'Accademia di S. Cecilia) riprendono vigore e senso; al Mattatio si svolgono concerti; nei parchi c'è musica, teatro e cinema; nascono le scuole popolari di musica; si recupera l'Acquario, si ristruttura il Palazzo delle Esposizioni, si aprono i centri culturali polivalenti nelle periferie; con i giovani della 285 si aprono le biblioteche di quartiere.

Roma diventa una delle grandi capitali europee anche della cultura contemporanea.

La partecipazione è enorme e segnala la maturazione di nuovi bisogni culturali, che già si manifestavano nei numerosi cineclubs, studi artistici e circoli che producono musica, teatro e arti figurative.

L'Estate romana ha avuto tre funzioni fondamentali: ha rappresentato una sprovincializzazione della Capitale immettendola nel circuito europeo; ha unito i romani e consolidato la solidarietà tra le generazioni e in particolare tra i giovani e le donne; è stata fondamentale nella battaglia contro la violenza e la paura di quegli anni.

La spesa per la cultura passa da 340mln/£ (1971-'76) a 3,3 mld (1976-81), poi va oltre i 10mld (1981-'84).

Molte città italiane e straniere guardano all'Estate romana come un modello, mentre qualcuno a Roma polemizza incredibilmente contro l'effimero delle giunte di sinistra.

È un "effimero" che rimarrà indelebile nella memoria della città.

Verde e parchi: si acquisiscono aree per un programma di 33 parchi urbani, si accendono le battaglie per il parco archeologico che va dai Fori all'Appia Antica, si combatte per il parco della Caffarella e si apre Villa Torlonia; diventano parchi pubblici: Villa Lazzaroni, Villa Bonelli e Villa Carpegna. In nove anni, le giunte di sinistra acquisiscono circa 500 ettari sottratti alla speculazione: un fatto enorme.

Progetto Fori Imperiali: il primo a parlarne è l'architetto e storico dell'architettura Leonardo Benevolo, poi il soprintendente Adriano La Regina e Antonio Cederna ne fanno una grande bandiera culturale. È da sottolineare come il progetto Fori considera in modo innovativo l'archeologia in quanto parte viva, non separata ma integrata della città.

Il Progetto Fori ha dato a Roma, oltre ogni retorica e per la prima volta, la dignità di grande capitale del mondo in quanto si è assunta la responsabilità della cura di un patrimonio di tutta l'umanità.

Dopo Petroselli, sul progetto Fori, non c'è stato l'impegno che ci si aspettava delle forze democratiche, addirittura ci sono stati, in parti dello stesso PCI, incertezze e ripensamenti. Tuttavia, la strada è ben aperta e si dovrà pur percorrerla fino in fondo.

Petroselli sindaco

Ritorniamo a Petroselli. Ricordo solo due momenti da sindaco.

Il primo: l'elezione a sindaco.

Quando Petroselli divenne sindaco, il 27 settembre del 1979, la situazione politica era assai complicata e in forte movimento tanto che per le giunte di sinistra si apriva una fase di forte instabilità politica. Ciò era dovuto alla pesante sconfitta elettorale che il PCI aveva subito nel giugno precedente. Nel quadro politico nazionale si stava determinando un cambio di fase. I grandi partiti, dopo l'assassinio di Moro, stavano ridefinendo le proprie strategie politiche: nuovo incontro tra DC e PSI per riproporre il vecchio centro sinistra che escludeva pregiudizialmente il PCI. I comunisti da parte loro stavano lavorando per definire la politica dell'alternativa democratica.

Il PCI di Roma perde il 6% dei voti e in molte borgate perde il 10%.

Petroselli lancia l'allarme dalle pagine di "Rinascita": "Si sono aperte brecce nel rapporto tra popolo, giovani e democrazia...si sono indeboliti alcuni nostri legami di massa, particolarmente su problemi come quello della casa, della politica sociale, della stessa politica economica". Le cause sono: "appiattimento del partito nella mediazione politica e nell'amministrazione", e il "distacco tra i contenuti dell'azione di massa e l'azione di governo". (8/06/1979)

Occorre, dice, un partito che "non attenui, ma rafforzi le sue caratteristiche popolari e di massa", e sia protagonista della "costruzione di movimenti nuovi e organizzati in tutta la società, senza i quali non c'è il governo dei processi di cambiamento".

Il rapporto con la parte popolare di Roma è logorato e va assolutamente recuperato è l'obiettivo dei comunisti romani.

Fin dal primo giorno, per il sindaco Petroselli iniziano due anni logoranti di durissimo lavoro. Il suo stato fisico è già provato a causa di un vecchio ictus e i nuovi stress certo non aiutano.

È presente dovunque ci siano problemi. Partecipa ad assemblee incandescenti di lavoratori. Incontra artigiani e commercianti. È nei quartieri poveri e popolari. Partecipa ai funerali del giovane laziale Paparelli ucciso al derby e invita i romani a isolare e combattere ogni forma di violenza. Incontra intellettuali, donne, giovani, anziani, uomini di chiesa, comitati di quartiere. Apre un dialogo diretto con la città attraverso "Video Uno". Consolida i rapporti con le autorità del Vaticano, con i rappresentanti sindacali e di partito. Incontra sindaci e uomini di Stato stranieri. Va tra i terremotati dell'Irpinia per consegnare i generosi aiuti raccolti dai romani e porta la solidarietà della Capitale d'Italia.

Petroselli sta tra la gente e accelera fortemente l'azione di governo.

L'impatto sulla città è forte. Tra i tanti episodi ne cito tre:

  • smantella via della Consolazione e unifica il Campidoglio ai Fori; libera dal traffico il Colosseo, l'Arco di Costantino e il Tempio di Venere; istituisce le prime chiusure domenicali di via dei Fori Imperiali e sperimenta le zone pedonali;
  • ogni 15 giorni riunisce i responsabili dei lavori della metropolitana e in poco tempo si arriva all'apertura della linea A. Un fatto straordinario!
  • nel mezzo di uno sciopero dei trasporti, che aveva paralizzato per alcuni giorni la città, va nei depositi ATAC e partecipa alle assemblee dei lavoratori. Sono molto tese. Non fa promesse ma prende impegni. Alla fine trova i finanziamenti necessari per arrivare ad un accordo positivo che verrà detto "l'accordo Petroselli".

Oggi, qualche benpensante potrebbe definire Petroselli un populista.

Ma sarà in errore.

La sua concezione della politica non ammette l'uso strumentale, di parte, dei bisogni popolari e, tanto meno, ha una concezione personalistica della politica. Tra i suoi valori c'è il rispetto per tutte le persone. Negli incontri discute, espone e difende con determinazione le proprie idee, ma ascolta e ascolta per capire. Ha un carattere un po' brusco, è tenace quanto sensibile.

La sua concezione del governo è fortemente democratica.

Non agita i bisogni popolari ma vuole risolverli.

Considera le forze del lavoro e popolari come le nuove classi dirigenti, che però vanno formate e fatte crescere per renderle autonome, capaci e autorevoli.

La partecipazione popolare è considerata un valore fondamentale e rappresenta la condizione essenziale per promuovere, far crescere, qualificare, affermare e difendere il processo di cambiamento. Per lui, come per Vetere, si dove sempre stare in "ogni piega della società". Quell'esserci era un valore collettivo proprio del PCI, un partito popolare, mai fregio personalistico. Argan ha detto di Petroselli "La sua coscienza democratica era troppo alta per personalizzare un lavoro .....Era troppo bravo come direttore d'orchestra per compiacersi di fare il solista".[6]

Il secondo momento: una polemica pretestuosa.

Respinge una polemica che contrappone emergenza e prospettiva, risanamento e qualità dello sviluppo nella visione del governo capitolino.

La polemica è alimentata dalla componente socialista della maggioranza capitolina che condivide lo schema della competizione a sinistra voluta da Craxi. La questione si manifesta anche nella Seconda Conferenza Urbanistica (marzo 1981) a poche settimane dal voto amministrativo.

È il momento di fare un bilancio dell'azione di governo e di delineare gli "elementi certi di programmazione e progettazione" per il futuro.

Si confermano le linee di governo, si delinea una visione di futuro della Capitale sempre ancorato alla programmazione urbanistica, alla realizzazione dello SDO, alla centralità dei trasporti pubblici, alla realizzazione della seconda università, del nuovo rapporto tra centri di ricerca e rilancio del tessuto industriale, agricolo e occupazionale. Per la prima volta si parla del Litorale romano, non come zona di espansione, ma come parte pregiata e organica della città, in cui sono presenti e da salvaguardare le inestimabili risorse naturali e storico-archeologiche.

Nelle conclusioni Petroselli nega la contrapposizione tra "progresso civile e sviluppo....Perché non c'è un prima e un poi, c'è anzi una contemporaneità....L'unica modernità oggi possibile...[è] far convivere progresso civile e sviluppo programmatico ...... solo su questo terreno si può operare per la sopravvivenza e una nuova fase vitale delle metropoli."

Petroselli è pienamente consapevole che i forti cambiamenti realizzati stanno alimentando nuove domande sociali che chiedono una migliore qualità della vita e della metropoli. Le risposte positive sono dettagliatamente indicate nelle sue conclusioni.

Tuttavia, gran parte degli obiettivi più qualificanti della Conferenza non saranno realizzati. Un colpo alla loro realizzazione fu dato dalla restrizione dei fondi agli enti locali fatta dal governo di pentapartito e, un altro duro colpo viene dato dalla sentenza della Corte Costituzionale (1980), che sopprime la parte sulle indennità di esproprio della legge Bucalossi (1977).

Questa sentenza fa impennare i costi per i comuni e rimette in campo il condizionamento soffocante del potere economico e politico dei grandi proprietari terrieri e della rendita.

Alla Conferenza, la questione è sotto tono. Si tenta di parare il colpo proponendo la "lottizzazione convenzionata". Quella sentenza, che andrebbe rimossa, avrà conseguenze molto negative sul potere di programmazione urbanistica degli enti locali. E inciderà negativamente nella capacità di programmazione della giunta Vetere e di tenuta politica culturale delle giunte di sinistra.

L'ultimo Petroselli

Così si arriva alle votazioni comunali del 1981.

Il quadro politico nazionale è profondamente cambiato in peggio per il PCI. Tuttavia, grazie allo straordinario impegno di Petroselli e del suo partito, le elezioni romane segnano una forte avanzata del PCI e dei suoi alleati addirittura sul voto del '76.[7] Il voto amministrativo era stato preceduto dal grande successo del referendum che respinse l'abrogazione della legge 194.

L'ottimo risultato elettorale impedisce il ritorno della DC che voleva estendere il pentapartito alle giunte locali.

A Roma non si cancella il voto dei romani come vuole il segretario DC Forlani.

Il PSI sceglie la politica delle giunte bilanciate: alla regione governo con la DC e in Campidoglio con il PCI. La politica del PSI tende ad avviare una fase difficile per le giunte di sinistra, di appannamento e di attenuazione della divisione del cambiamento.

In queste condizioni, la rielezione di Petroselli a sindaco è molto difficoltosa.

Col pentapartito aumentano in tutta Italia le difficoltà per le giunte di sinistra. L'alleanza DC-PSI apre alla deregulation, riduce le risorse per gli enti locali, blocca la riforma dello Stato e il decentramento.

Berlinguer solleva la "questione morale", denuncia il degrado dei partiti di governo, la loro l'occupazione del potere e il sistema del clientelismo e della corruzione.

Craxi cerca spazi politici a scapito del PCI e anche della DC.

I rapporti tra PCI e Craxi si logorarono irrimediabilmente.

Anche in questa difficilissima situazione, Petroselli dà il suo contributo. Interviene nel Comitato Centrale del PCI. Mario Quattrucci ricorda la sofferenza di Gigi nel prendere la decisione di intervenire nel C.C.[8] Petroselli è consapevole della natura dialettica e non convenzionale del suo intervento. Infatti, suggerisce di non dare per scontato sbocchi politici negativi anche se assai probabili perché ritiene che con l'iniziativa politica saldata al movimento di massa sia ancora possibile tutelare le forze popolari e le alleanze dalla politica di Craxi.

È "allarmato" dal riemergere nel partito di visioni settarie, vede il pericolo "che si vada ad un rifiuto della politica, al rifiuto del rapporto con gli altri, che si vada a qualcosa che non ha niente a che vedere con l'alternativa democratica", perché il "settarismo" è un ostacolo all'estensione dei movimenti e dell'iniziativa politica.

È al termine di questo intervento, assai sofferto, che Luigi Petroselli, Gigi, viene a mancare.

Fu un grande dolore per Roma e per i comunisti. Fu una grave perdita per l'Italia.


[1] La risoluzione è stata approvata il 19 settembre del 2019 dal Parlamento europeo.

[2] Alleanza tra DC, PSI, PSDI, PRI.

[3] Tutte le citazioni di Luigi Petroselli sono raccolte nella pubblicazione "Petroselli e Roma", a c. del "Gruppo del PCI in Campidoglio".

[4] Governi a direzione DC sostenuti prima dall'astensione, dopo il rapimento di Moro, con il voto del PCI, fase che termina con le elezioni politiche del 1979 .

[5] I dati qui citati sono stati ricavati da: "La Roma di Petroselli", di E. Baffoni e V. De Lucia, 2011; "Sindaci a Roma", di G. Pagnotta, 2006; "L'urbanistica della sinistra in Campidoglio", a c. F. Perego, 1981; "Governare una metropoli. Le giunte di sinistra a Roma (1976-1985)", St. Garano, P. Salvagni, 1985; "Il caso Roma", autori vari, 1981.

[6] Giulio Bencini, in "Luigi Petroselli", a c. Angela Giovagnoli.

[7] Petroselli ebbe 130.000 preferenze.

[8] Considerazioni raccolte nelle "conversazioni politiche" con Mario Quattrucci, che ha condiviso con Petroselli decisioni e direzione politica nel PCI di Roma e del Lazio