1918

L'INUTILE STRAGE IN UN DIARIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

di Mario Quattrucci

La retorica patriottarda sulla Grande Guerra − le radiose giornate, il sacro suolo della Patria, l'irredentismo, gli eroi, il compimento del Risorgimento, la Vittoria Alata... e poi la vittoria mutilata, il tradimento eccetera − furono incunabolo e parte fondamentale della formazione e della nascita del Fascismo. E poi, elemento portante della retorica romanista e italianista del Fascismo al potere, servì a portare il popolo nella sua maggioranza, ad accogliere ed appoggiare, perfino invocare in oceaniche adunate, le imprese coloniali (la conquista del posto al sole), le persecuzioni razziali del '38, l'alleanza con Hitler e infine la guerra. La seconda immane ecatombe.

Ancora oggi, diffusa a piene mani nelle cento celebrazioni del Diciotto, quella menzognera retorica serve a impinguare le ideologie e le politiche nazionalistiche (oggi si dice sovraniste) e a preparare quella bruna vendetta contro il Quarantacinque e la Costituzione che una parte mai sconfitta delle classi dominanti covano da sempre: e, naturalmente in forme nuove, un oscuro ritorno al passato.

Ma la Grande Guerra − o, come è altrimenti detta, la Prima Guerra Mondiale − non fu una romantica eroica avventura, ma un'immane tragedia.

"L'inutile strage", la definì Papa Benedetto XV.

Il Re d'Italia e il suo Governo condussero gli Italiani a questa "inutile strage" facendo entrare in guerra l'Italia, non aggredita, proprio nei giorni in cui si stava concludendo, con concessioni territoriali e politiche ben maggiori di quanto poi ottenemmo al tavolo della pace, l'estrema trattativa tra l'Austria e l'Italia volta al mantenimento della neutralità del nostro Paese decisa dal Consiglio dei Ministri del 2 agosto 1914.

Questo fu dunque il patriottismo e l'amore per gli italiani di Re e i governanti, fabbricanti d'armi, profittatori e politicanti, che accampando motivi e obiettivi "patriottici" quali il riscatto delle terre irredente ", − obiettivi territoriali e politici che, è agli atti, potevano essere assai meglio raggiunti con la pace e la trattativa politica −, agitando la falsa ideologia della gloria guerresca e della difesa e unificazione del "sacro suolo della Patria" e del popolo, dettero alla patria dei padri, delle madri, delle spose, dei figli, 654.000 morti (di cui 56.000 nelle prigioni austriache) e circa mezzo milione di invalidi e mutilati... E alle altre Patrie, esse anche ugualmente sacre, rispettivamente 26 e 20 milioni. Questo è il patriottismo di quanti, partiti ed uomini (e donne, purtroppo) che, ancora oggi, cercano di lucrare sul sacrificio di questi innocenti i loro disegni di potere.

Ma queste aride cifre, benché terribili, non dicono nulla delle inumane condizioni, delle sofferenze e dei patimenti subiti da quegli eroi senza nome che in quei tre anni e mezzo vissero nelle trincee, uscendone giorno dopo giorno per non tornare mai più o per tornare alla loro casa feriti e invalidati per sempre quando non nel corpo profondamente e irrimediabilmente nell'anima. Nulla dello strazio e della solitudine delle famiglie, della povera gente italiana da cui vennero l'ottanta per cento dei combattenti, dei sofferenti, dei caduti e dei mutilati di quella inutile strage.

Di ciò, di questa vita di sofferenze e abiezioni, di questi corpi martoriati dalle granate, dalla mitraglia, dalla fame, dalla sete, dalla stanchezza nel fango, dalle malattie, dai parassiti; di queste anime messe a nudo e straziate dall'attesa di essere uccisi e di uccidere, dalle angherie e dalla stupidità dei cattivi ufficiali, dalla visione quotidiana di ciò che la grande menzogna chiamava il dovere e la gloria..., di ciò, di questa vita, parlano − possono parlare − soltanto coloro che l'hanno vissuta. E da loro, dalle loro preziose testimonianze, sappiamo.

Rileggano, i nuovi nazionalisti, o leggano per la prima voltaquesti racconti, questi diari, spesso non di celebrati scrittori ma di semplici fanti, o graduati comprensivi ed umani, che quella guerra non avevano voluta, non avevano chiesta, ed erano invece stati strappati agli affetti della famiglia e alle oneste opere dei loro duri mestieri e professioni per essere mandati a morire sul fronte orientale.

Ne sfoglio uno per tutti: il Diario di vita militare − 1915-1917 del sergente Giuseppe Zadi, socialista e pacifista, che lasciò la vita lassù, e la giovane moglie e il figlio appena nato, l'ultimo giorno della sua guerra: il giorno innanzi la sua agognata licenza.

Vergato in trincea, nelle pause delle battaglie, in linda calligrafia e nell'italiano eccellente di un toscano autodidatta, sui fogli a quadretti di quattro grandi quaderni (gelosamente tenuti nello zaino più cari dello scarso pane quotidiano, e chissà come scampati alla sanguinosa bufera); scritto con straordinaria costanza giorno dopo giorno, per tutti i giorni che gli furono ancora concessi da quel primo di giugno del Quindici a quell'ultimo 11 di novembre del Diciassette; scritto perché sentì il dovere di lasciare testimonianza − al figlio, alla moglie, ai parenti..., al mondo − di quella guerra non sua, non voluta, ma accettata e presa su di sé come la croce del Cristo; scritto anche, probabilmente, per resistere fisicamente e mentalmente alla devastazione che la guerra quotidianamente recava ad ognuno di loro; conservato per cento anni devotamente dal figlio Loris e dalla famiglia, prezioso, commovente documento umano e civile, questo Diario vale per noi, perché noi si sappia e comprenda, più di ogni libro di storia. E valga soprattutto per i giovani nostri, per i ragazzi di ora, testimoni di tanta orrenda violenza bellica (la "terza guerra mondiale combattuta a pezzi", come dice Papa Francesco)ma indotti all'errore o all'indifferenza dalle bieche e stravolte ideologie "della nazione" e del "conflitto di civiltà"..., valga soprattutto per loro, perché la memoria non sia dispersa, e perché essi sappiano difendere la pace e aborrire la guerra e ricacciare lontano dalla propria mente le menzogne dei Poteri, e dell'internazionale dei mercanti di armi e di anime, e delle ideologie della morte, dell'odio, della razza.

C'è tutto in questo diario (come in tanti altri racconti di quella guerra): la dignità offesa e difesa con orgoglio, la paura e la sofferenza, i fatti di guerra e il loro farsi nell'uomo dolore sangue e abiezione, la speranza tenuta viva dall'amore, la fede nei propri ideali di pace, la consapevolezza del sacrificio. C'è questo e molto di più: perché sale da queste pagine il sentimento di ciò che nell'uomo − soprattutto nel poveruomo − è umana grandezza. Non la grandezza celebrata nei riti secolari imbastiti da re imperatori duci e ducetti, ma quella dell'uomo innocente e semplice, del povero-cristo gettato senza colpa e senza consenso in un orrendo gioco al massacro − l'inutile strage, appunto − e resiste, e pensa, e ragiona, e scrive per affermare ancora e sempre il suo amore per la vita che gli è stata donata e che gli viene sottratta.

Quell'amore, quel disperato desiderio di vita e di pace, che ci commuove oltre ogni dire dall'ultima pagina, da quelle ultime parole vergate il 5 novembre del Diciassette (manca ancora un anno alla fine della guerra) allorché giunge l'ordine che sia mandato in licenza. "Lascio immaginare... (scrive Zadi come sapesse che il figlio, la moglie, noi dopo cento anni, avremmo letto quelle righe e ne avremmo trepidato)... lascio immaginare quale consolazione ha invaso il mio cuore; e quanta paura di morire all'ultimo momento...".

Così è qui anche ora, sul cuor della terra, ciascuno di noi. E ciascuno, come Giuseppe, sta come d'autunno sugli alberi le foglie: in attesa di una tregua e di una semplice pace nel tepore degli affetti, ma col timore che venga la morte, data da mano umana contro il volere di Dio, a ghermirci prima che giunga quell'agognato momento.

Siano scritte sui muri di una scuola, o al posto delle retoriche lapidi dei monumenti; siano scritte nella nostra memoria queste parole. E servano. Servano per memento ai ragazzi alle donne e agli uomini del terzo millennio che non sarà mai troppo forte la voce da alzare contro chi vuol disporre della vita dei viventi per i propri interessi, di chi invoca la guerra (magari umanitaria) per espandere i propri poteri, di chi progetta ed attua altre inutili stragi, di chi invoca la Nazione sulle note dell'odio, mentre non sa difendere la vita e la prosperità dei popoli, degli umani loro affidati nel solo modo vincente: la pace, la solidarietà, la fraternità, la giustizia.