PER LA CRITICA

LIBERTY, VERSO LIBERO, LIBERTÀ. ATTUALITÀ DI LUCINI

di Francesco Muzzioli

Quello strano oggetto della storia letteraria italiana che è Gian Pietro Lucini, poeta anarchico e sperimentatore inesausto, autore scomodo e perciò cancellato, poi riscoperto e ricancellato, ha da dirci qualcosa di ancora molto attuale in materia di libertà.

Forse persino nei suoi inizi nell'atmosfera del liberty, sebbene quella formula derivi da un cognome, tuttavia della libertà se ne scorge l'aspirazione. È significativo l'assetto del Libro delle figurazioni ideali (1894), che ospita tutto un corredo medievaleggiante fin de siècle con dame, cavalieri, alchimisti, chimere e quant'altro, però inserendo verso la fine un brano dall'impostazione teatrale (che sarà modalità poi caratteristica dell'autore) in cui appare il personaggio del Pazzo a disperdere con i suoi sarcasmi l'"aura" lirica e sentimentale. E in quel libro, in sede introduttiva di Prolegomena, Lucini, perorando la causa del "decadentismo", da interpretare come assillo critico che fa decadere i pregiudizi, Lucini dunque appoggiava la sua poetica proprio su una rivendicazione di "libertà": «quale arte, quale rappresentazione grafica o plastica è possibile che sia l'espressione dei tempi nostri, di questa lotta contro il già fatto per fare il nuovissimo, di questo abbattere il finito e l'incatenato per la libertà?».

Ma la connessione tra la libertà creativa dell'artista e l'istanza politica libertaria emergerà chiarissima più avanti nel quadro del dibattito sul verso libero. Mentre in generale la scelta del verso libero negli autori di primo Novecento deriva da curiosità, volontà di stupire e di trasgredire o di mettersi al passo, sempre però nell'ambito di una decisione meramente tecnica, in Lucini si rivela uno straordinario e consapevolissimo parallelismo tra forma e contenuto. Quel voluminoso trattato sul verso libero che è la Ragion poetica (1908) porta avanti parallelamente i due cammini di liberazione, che non potrebbero stare l'uno senza l'altro. Il tenore di questa "doppia tendenziosità" ce lo mostrano alcune citazioni. La prima:

Per questa [l'arte] ci siamo messi allo sbaraglio della società e del facile successo, quando malcontenti dei vecchi insegnamenti e delle decrepite forme poetiche, ne abbiamo creata un'altra che ci rispondesse meglio, che fosse nostra, il Verso Libero. Ora, il solo fatto di volerlo così, motivo iniziale, denota una necessità logica di tempera­menti, dottrina ed azione; rappresenta l'esponente, l'indice più chiaro, l'episodio di questo rinnova­mento di veste e d'anima, di pensieri e di attua­zione. Il Verso Libero ha saputo insorgere e farsi valere: ha vinto la custodia della rima, che rimaneva a' suoi fianchi, non guardia d'onore, ma gendarme; si è reso indipendente dalla strofe che obbliga un ripiegarsi del pensiero, od una prolissa variazione; ha relegato nel vecchiume de­finitivo la nomenclatura dei diversi generi poetici e le loro distinzioni. Tornò, cellula prima ed in­tegrante di poesia, per quel qualunque componi­mento che si avesse voluto tentare; liberò, in fine, sè stesso e la materia poetica, per quella sicura de­finizione verbale, che ora impiega per rispondere alla volontà dell'artista. Così, la genesi del Verso Libero coincide coll'apparire di un nuovo mo­mento storico nella letteratura e col determinarsi della nostra sensibilità e della nostra dottrina.

Insomma, se si ha da dire qualcosa di diverso (di antagonista, di anomalo, di contestativo) non lo si può dire con il linguaggio "del sistema". Soprattutto se questo qualcosa non è già tutto bello e confezionato, ma deve essere ricercato con un irriducibile spirito anticonformista. L'imperativo enunciato da Lucini suona «libertà in ogni senso per ogni perché»; e la figura che lo incarna è quella dell'«egotista» e dell'«Anarchico», «ribelle sotto ogni regime per ogni governo»,

è l'io che resiste alle grandi bufere sociali e conserva tutta la vitalità nativa, li attributi attivi ed espansivi, e, se gli è lecito riunirsi in gente, non d'altro cemento richiede che amore, eleggere, contratto. Ecco queste libere affinità, liberamente dispositrici di sè stesse, concedersi, in vista di maggiori utilità comuni, ad una serie di federazioni coscienti, in cui l'ultima parola della solidarietà umana verrà pronunciata col massimo esercizio delle singole virtù e delle collettive energie.

Linguaggio datato, sia pure, ma interessante mediazione tra individualismo e solidarietà, con considerazione del vantaggio collettivo, del bene comune.

Subito dopo la pubblicazione del Verso libero, Marinetti lancia il movimento futurista. E comincia il corteggiamento a Lucini per avere una adesione, finanche parziale, che non arriverà mai. Perché Lucini si rifiuta di accogliere le "parole in libertà", che pure anch'esse alla "libertà" tributano omaggio? Quando si decide a mettere nero su bianco la sua distanza dal movimento marinettiano, sarà chiaro che la scrittura telegrafica e onomatopeica appare al nostro autore una risorsa eclatante ma superficiale, un trucco alla moda. «Altro che anarchia!», commenterà sprezzantemente Lucini. Ma soprattutto la causa scatenante della ripulsa sarà un'altra e tutta di natura politica: nel 1911, all'atto della guerra di Libia, un manifestino futurista aveva proclamato «la parola ITALIA deve dominare sulla parola LIBERTÀ» (i sovranisti attuali non inventano niente...). Per Lucini quella sottomissione gerarchica era insopportabile e esecranda...

Molto chiare posizioni etico-politiche espone Lucini in un libretto, La gnosi del Melibeo, pubblicato postumo e riedito nel 1979 per esaurirsi in breve tempo. Qui troviamo enunciato un lucido progetto utopistico:

Lo Stato dovrebbe essere quella opera pia le leggi della quale dovrebbero essere meno evi­denti e meno interruttive delle energie individuali.

Pochissime leggi di carattere generale, che pos­sono, pure stabilendo dei principii di massima, se­guire lo sviluppo della umanità ed evolversi come la vita stessa si evolve. Oggi il codice arresta i movimenti. Domani il socialismo livellerà tutto al minimo comun denominatore della mediocrità operaja. Vi sono due tirannie: quella delle perversità ricche e raffinate (la presente), l'altra delle ignoranze barbare, presuntuose e brutali di sciocca onestà umana (la futura socialista). - Noi usciremo dall'una per ripiombare nell'altra e forse sen­za il conforto di una rivoluzione che farebbe tanto bene alla nostra arte paurosa e vile, ma per crepu­scoli d'anime, di istituti, di lustri sempre più grigi, soffocati ed annojati. - Credo che la funzione dello Stato sia semplicemente di amministrazione. Promuovere e conservare alla nazione una conti­nua atmosfera di libertà in cui si possano compartire: cibo alla mente ed alla pancia; amore e sicu­rezza. Il Demo futuro deve essere maestro, nutrice, proxeneta, nel buon senso della parola. Nessuna legge che imponga una eguaglianza, né un privile­gio: non preferire, né disprezzare. - Perché egua­glianza non v'è in natura e tutto si bilancia con equilibrio istabile sopra la equivalenza. - I citta­dini del mio Demo saranno certamente equivalenti in faccia alla comunità, non mai eguali, perché le qualità ed i difetti di natura non si possono mai né togliere né colmare.

Distinzione tra "equivalenza" e "eguaglianza", distanza dal "liberismo" ma anche dal socialismo novecentesco che Lucini antevede con notevole capacità di previsione portato alla repressione della libertà. Più avanti questa immaginazione tendenziosa è rafforzata da un programma individuale di rifiuto delle individualità conclamate e mitizzate dalle mode (lo diceva altrove «bataclan meetingaio»):

Molti gridano in piazza, forte, per un'atroce necessità di offerta e di auto-vendita: «Ho bisogno di essere ricco!». La merce-uomo rinvilisce. Io, in casa mia, torno a ripetermi, con calma: «Non posso vivere che libero» e mi assoggetto volen­tieri a qualunque sacrificio pur di non ammettere padroni, né vicini, né lontani, né mai.

È un autore che ha ancora qualcosa da dire, nell'epoca delle cattive socializzazioni e delle identità sparate come slogan. Proprio per questo l'editoria, puntata alla "merce-uomo", lo trascura e la critica ne lascia in ombra le sparute ristampe.