2003, IN DISPACCI SENZA REPLICA, 2016

LIBERTÀ ELITARIE, 

LIBERTÀ DI TUTTI

di Mario Lunetta

Se non ci si rende conto del fatto che negli ultimi vent'anni l'endiadi Cultura & Spettacolo ha progressivamente accentuato il peso del secondo termine fino alla messa in subalternità e infine alla fagocitazione del primo, non lasciando neppure un residuato di senso di colpa sia nei manager che nei fruitori, si rischia di non capire granché della situazione che stiamo vivendo.

Da tempo, e da quasi tutte le parti, ci si è sbracciati a strombazzare la (felice) cosiddetta Caduta delle Ideologie, come se - tra l'altro - l'ideologia capitalistico-collettivistica dei paesi a socialismo reale (dove molto c'era di tristemente reale e troppo poco di socialismo)fosse davvero alternativa all'ideologia dei paesi a capitalismo avanzato; e come se tutto ideologico fosse l'"impero del male" e nient'affatto ideologico fosse il "mondo libero". In verità, così come complementari erano le dinamiche delle due superpo­tenze, altrettanto complementarmente ideologiche erano le loro visioni del mondo, entrambe fondate - naturalmente - su un puro principio di potere e di supremazia.

L'ideologia del socialismo reale era, almeno dagli anni Settanta, il mante­nimento coûte que coûte dello sclerotico sfruttamento delle risorse dei satel­liti. L'ideologia dell'impero americano era quella di chi, coûte que coûte, intende indefinitamente continuare a sfruttare le risorse dei paesi sottoposti, conquistando con ogni mezzo il controllo di nuovi mercati. Due ideologie imperiali, a forte tasso militare. È sopravvissuta la seconda, rapidamente tramutatasi in Pensiero Unico e - con la mondializzazione accelerata - nel feticcio di cui la New Economy è il supporter truffaldino e fallimentare.

Il Mercato del liberismo selvaggio trova oggi il proprio alibi "etico" nella diffusione indiscriminata della sottocultura trash. Una volta incasellato nei comparti riconosciuti del mercato e una volta marchiato dalle griffes previste, il prodotto è buono per il consumo. Occorreva ⸻ giusta le molto analitiche previsioni di Debord (anni Sessanta-Settanta) - che lo Spettacolo non solo mettesse il basto alla Cultura, ma che la Cultura assumesse anch'essa le sembianze dello Spettacolo. Il testo estetico o la performance intellettuale in quanto tali non hanno, in termini commerciali, che un accueil circoscritto, in una fase della civiltà umana in cui tutti i pensieri vengono livellati verso il basso. Occorre quindi dilatare il target, e ciò non può verificarsi che omoge­neizzando al massimo le diversità, lavorando (postindustrialmente, cioè soprattutto in termini di costruzione mediatica e pubblicitaria del consenso attraverso il controllo dell'informazione) alla neutralizzazione delle contrad­dizioni, occupando tutti gli spazi dove, appunto, si fabbrica e dai quali si diffonde ideologia.

Prima di tutto, è la democrazia reale che ne fa pesantemente le spese. Il citoyen subisce senza accorgersene una mutazione profonda, diviene consommateur. Cede i propri diritti di opzione perché c'è chi, in un nowhere incontrollabile, decide per lui. Si lascia condurre. È qualcosa che potremmo chiamare "democrazia guidata", come dire assenza di democrazia, autorita­rismo morbido. La debole provincia Italia, che pur nel suo piccolo è sempre stata un laboratorio per le peggiori invenzioni, ne è in questi anni un esempio di lampante chiarezza didascalica. A suo modo, un modello.

Non siamo ancora alla ripetizione postmoderna degli anni Trenta, quando un figuro come Benito Mussolini veniva chiamato da Roosevelt "quell'am­mirevole gentleman italiano", ma attenzione, attenzione, non si sa mai: epoi, bando alle ingenuità, sappiamo per prova troppe volte provata che prima di tutto viene il business, e nessun imperialismo si è mai vergognato di supportare gli uomini e le esperienze di più orribile conio, purché funzio­nali alle proprie strategie politico-economiche. In fondo, paradossalmente, oggi il potere usa il termine democrazia come grimaldello per far saltare le serrature delle vere casseforti democratiche. La democrazia, insomma, è equiparata, azzerando tutti i passaggi complessi di cui è intessuta, a una serie di regole catechistiche per sottoposti. Un manuale di buona educazione a senso unico: non disturbare il manovratore, insegnare a conformarsi a determinate norme che ti trattengono dall'interferire nei confronti di coloro che detengono il potere.

Scrive Chomsky in Linguaggio e politica: "Per i cartesiani, l'uso crea­tivo del linguaggio è uno dei fulcri della libertà umana, concezione, questa, che si può mettere in relazione con l'idea che alla base della natura umana, in generale, vi sia una tensione verso la libertà o, per dirlo con le parole di von Humboldt, una necessità e un diritto degli esseri umani a 'investigare e creare', liberi da imposizioni esterne, in una società che sostituisca alle 'costrizioni sociali' i 'legami sociali'. E non osserva Leopardi (Zibaldone 567) che "la perfetta uguaglianza è la base necessaria della libertà"? Siamo purtroppo, come quotidiana verità dimostra, oltre l'immane cortina fumogena di menzogne organizzate, ora in modo grossolano ora in modo sofisticato, a uno stato delle cose assolutamente diverso, anzi opposto. La libertà e l'in­dipendenza riescono insopportabili a pressoché tutti i poteri "democratici", perché possono funzionare da catalizzatori per quelle esigenze di giustizia che vengono costantemente calpestate. Come scrive Sebastiano Timpanaro, uno studioso di straordinaria lucidità e coerenza, che anche la sinistra quasi nella sua interezza ha sempre visto come fumo negli occhi, "La democrazia viene tuttora considerata da molti un regime capace di porre rimedio ai propri mali; molti hanno considerato il regime democratico-borghese come una fase di transizione al socialismo. In realtà questo regime si sta sempre più involgendo in senso mafioso, e, col potente aiuto dei mass media tutti concordi nell'imbrogliare la gente, col venir meno di grandi forze politiche di opposizione, si assiste al dilagare di un'unanimità desolante.

Anche in campo culturale, tutti pensano e ripetono le stesse cose. Il fascismo (che nessuno, spero, mi accuserà di rimpiangere) imponeva l'obbe­dienza con mezzi rozzi e brutali, e non riusciva a impedire che sorgesse l'an­tifascismo, anche nel campo culturale, non solo politico. La 'democrazia' pur tenendo sempre di riserva il ricorso alla maniera forte e applicandolo assai di frequente, preferisce tuttavia narcotizzare la gente".

Alle corte, la 'democrazia' veste oggi, sempre più spudoratamente, le vesti del sopruso globalizzato, e possiede - dato lo sviluppo insieme cieco e mirato del capitale industrial-finanziario mondiale - mezzi di persuasione (e di controllo della persuasione) assolutamente strapotenti e imparagona­bili a quelli del passato anche abbastanza recente. Chi oggi detiene il potere si preoccupa di avere a sua disposizione l'apparato dei media. Il sistema dello sfruttamento non può andare disgiunto dal controllo dell'ideologia, e a questo punto, nella fase presente della storia della specie (che non è finita, come insistono a recitare untuosamente i sacerdoti del postmoderno liberista, nel cui ventre tutte le contraddizioni "veteroideologiche" si scio­glierebbero come per incanto), è necessario porre mano alla costruzione di anticorpi intellettuali, di linguaggi oppositivi, di logiche altre fondate su analisi veritiere. È un compito che spetta prima di tutto ai lavoratori del pensiero e della lingua, scienziati e umanisti. È un compito che quasi tutti i giornalisti - dipendenti delle centrali dell'informazione (cioè, del consenso)preferiscono non prendere in considerazione. In questo caso, si chiamano velinari, e continuano a coltivare serenamente l'arte della distrazione, che non logora il sistema nervoso e non intacca lo stipendio.

Eppure, pervicacemente inascoltato, Francesco Pardi ha scritto senza peli sulla lingua (e a disdoro dei succitati) che "una nazione in cui l'opposizione non ha nemmeno la metà della metà dei mezzi d'informazione in mano alla maggioranza rappresenta una caricatura della civiltà" (Non siamo in vendita, Arcana Popolare, Roma 2002).

Ciò che appare preoccupante almeno nella stessa misura dello strapotere del sistema Informazione & Cultura in mano alla coalizione di governo nel nostro paese, è la (relativa) somiglianza della visione che della stessa proble­matica hanno le forze dell'opposizione. Lo si è visto, tra l'altro, nei cinque anni in cui il centro-sinistra è stato al potere, nei confronti della televisione. Nessuna differenza rispetto alle TV del Cav. Berlusconi, ormai gioiosamente Presidente del Consiglio di Amministrazione dell'azienda Italia. Stessa ideo­logia da venditori di canotte. Stesso disprezzo per il pubblico. Stesso culto della banalità sottoculturale.

E la scuola, cioè il luogo princeps della formazione della coscienza critica delle giovani generazioni? Quella pubblica messa sullo stesso banco di smercio di quella privata. E il mancato riordino del caos che imperversa nella piccola giungla del mondo dell'editoria e della distribuzione, sia gior­nalistica che libraria? E il mai risolto tran tran degli Istituti di Cultura Italiani all'estero? E l'atteggiamento da camerieri nei confronti dell'ideologia impe­riale (della pratica dura) militare americana sul nostro territorio? (Taccio sullo sconcio balletto dell'ormai obsoleto conflitto di interessi che, sic stan­tibus rebus, rischia di apparire la macchia meno sconcia sulla fedina etica del Capo del Governo). Dunque: un centro-sinistra governativo come banco di prova del governo della destra berlusconiana? O - per certe ipotesi di lavoro - sua parziale anticipazione?

C'è da rabbrividire, ma pare purtroppo di dover rispondere con un malin­conico e furibondo sì. E per starcene accosto alle ultime vicende sindacali connesse col "Patto per l'Italia", non si può non concordare con quanto osserva Edoardo Sanguineti (Non siamo in vendita, cit.): "Si tratterà di mercificare, finalmente, anche i diritti. Spazio immenso di nuovi profitti, si aprono, in aperto scambio, i tanti mercati, dunque, per il diritto al lavoro, alla pensione, alla casa, alla salute, all'istruzione. Anche il diritto al diritto sarà, senza residuo, assai presto, come ogni altra realtà, on sale".

Abbiamo ormai capito cos'è - in termini reali, non in termini pubbli­citario-agiografici, da ottimisti (a libro paga) alla Pangloss - la globalizzazione capitalistica: un aumento del gap fra paesi ricchi e paesi poveri nonché, all'interno dei primi, un sempre più accentuato precipitare nella miseria del proletariato e di larga parte del ceto medio. La miseria inton­tisce, non aiuta certo a produrre coscienza. I padroni, del mondo e dei singoli paesi, lo sanno perfettamente. Per questo insistono, semmai accen­tuandole, nelle loro strategie. Hanno la certezza che i lunghi periodi siano dalla loro parte, nella consapevolezza che la velocità del capitale è più forte rispetto al coagulo delle energie sociopolitiche di rifiuto dell'oppres­sione e dello sfruttamento. Il dominio dei media è l'arma immateriale più potente, genera come nessun'altra cosa il sonno della ragione, produce mostri inafferrabili e multiformi, dalle fisionomie intercambiabili e senza tregua mutanti. È, oggi, la facies che si dà come massimamente democra­tica, perché massimamente invasiva, del denaro. Il fumus della ricchezza e del potere vi si affabulano ormai senza soluzione di continuità nel mondo, per la distruzione delle consapevolezze critiche, di analisi, di giudizio dei consumatori-schiavi.

All'interno di questa schiavitù di nuovo conio postmoderno gli intellet­tuali hanno il dovere, anticorporativo e morale, di rispettare - prima che i fruitori delle loro produzioni - se stessi, le ragioni del proprio mestiere, la propria presenza nel mondo. Da dentro l'orgia incessante di insensatezza organizzata che i poteri globali realizzano in un continuum in cui tutto si tiene (manipolazione, reticenza, ricatto, compravendita, promesse, trucchi, menzogna: insomma, prolungamento ad infinitum del privilegio e del profitto materiali;da dentro una condizione di Nuova Schiavitù della mente e della fantasia quanto si voglia privilegiata a petto delle masse umane che non hanno di che sfamarsi quotidianamente) "le libertà di stampa, di opinione ecc. sono, nello stato capitalistico, libertà 'elitarie': servono a poco, o almeno non bastano per chi è disoccupato, mal pagato, impossibilitato a studiare o a mandare a studiare i propri figli, impossibilitato perfino a curarsi e a curare i propri vecchi" dice Timpanaro in uno dei suoi scritti militanti raccolti sotto il titolo di Il Verde e il Rosso, Edizioni Odradek), i produttori di scrittura, credo, sono naturalmente chiamati a un impegno di opposizione radicale, sicuramente lontano dal vecchio engagement dell'epoca della guerra fredda, anche perché - oltre al mutamento dei tempi e degli scacchieri - non ha più da fare riferimento (subalterno) a esperienze consolidate o a Stati reali,ma

soltanto all'accelerazione distruttiva dei processi di asservimento del mondo e della natura, delle risorse e degli individui. Non è in gioco soltanto la nostra intelligenza e la nostra pulizia etica. È in gioco la vita del pianeta, e la nostra vita. La cultura, la letteratura, non sono - non sono mai state - oltre la vita, come troppi pessimi maestri di obbedienza idealistica hanno per un secolo e mezzo declamato, e ancor oggi alcuni patetici pronipotini conti­nuano a balbettare: ma dentro la vita e dentro la storia.

La cultura e l'arte non hanno l'equivoco dono della neutralità. Sono o contro o a favore, indisponibili al cedimento o conniventi. Tertium non datur.