LIBERTA' E LIBERAZIONI

LIBERTÀ E ARTE

di Dino Villatico

... libertà va cercando ch'è sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

Dante, Purgatorio, I, 71-72

Eloge de la sensibilité (Elogio della sensibilità) s'intitola una mostra al Musée des Arts di Nantes. E' una mostra assai istruttiva, che chiarisce come meglio non si potrebbe che cosa intendessero i philosophes francesi del XVIII secolo, e con loro gli intellettuali tedeschi, inglesi ed italiani a loro contemporanei, per sensibilità. Concetto da non confondersi con quello di sentimento. L'analisi dei sentimenti, o affetti, come si diceva in italiano, nasce nel secolo precedente, Descartes e Spinoza ne sono i mirabili e quasi definitivi anatomizzatori, e così pure la pittura, e la musica del tempo, da Caravaggio a Rembrandt, da Monteverdi ad Alessandro Scarlatti, padre di Domenico, il quale invece pende assai di più proprio verso l'ambito della sensibilità, come del resto il suo contemporaneo e straordinario musicista francese François Couperin.

La sensibilità fa provare, e per la prima volta, orrore per le torture, per le esecuzioni capitali, indignazione per le ingiustizie sociali, per la discriminazione razziale. Nella pittura fa scoprire non gli effetti della luce - in cui Caravaggio era stato maestro per tutti - ma le sfumature della luce, e dunque del colore, con impasti timbrici che fanno prevedere gli esiti luminosi dell'impressionismo (e del simbolismo), sia in pittura sia in musica (anche se parlare d'impressionismo, nella musica, è improprio).

In una bellissima commedia di Goethe, Stella, questo mutamento di prospettiva è colto meravigliosamente (ma tutto ciò che Goethe coglie, lo coglie meravigliosamente, in poesia tocca il sublime della sensibilità fugace, passeggera): due donne si accorgono di amare lo stesso uomo, e che anzi per la seconda di esse l'uomo ha abbandonato la prima, che si chiama Cecilia. Stella, la seconda, esalta, conversando con lei, le bellezze della Natura (e anche questo è sensibilité!), vi legge una sorta di consolazione ai dolori della vita. Cecilia la corregge: non è consolazione, ma risarcimento. La solitudine, che un abbandono rende manifesta, è in realtà la condizione fondamentale e permanente dell'uomo, anche quando crede nella corrispondenza di un amato o di un'amata.

Questo lungo preambolo per dire che è proprio l'attenzione alle nuances, alle sfumature, ciò che manca ai molti, ai troppi, che suonando Bach sul pianoforte credono di doverne ricostruire una immaginaria uniformità espressiva, un'assenza di dinamica, una regolarità di fraseggio, una rigidezza ritmica. Dimenticano costoro che sfumature espressive, libertà di fraseggio, ricchezza di timbri, mobilità delle dinamiche, un musicista del Settecento le percepiva dalle voci, dagli strumenti ad arco, a fiato e perfino dalle percussioni, per esempio dai timpani. Perché allora il clavicembalo avrebbe dovuto restituire una musica rigida, uniforme, inespressiva? Ciò che manca al clavicembalo è solo la capacità di restituire trasformazioni dinamiche. Ma i clavicembalisti vi supplivano con la varietà del fraseggiare, con la fantasia degli abbellimenti. Perché dunque rinunciare a tutto questo quando si cambia tastiera? Certo che il rubato settecentesco non è il rubato di Chopin o di Schumann, ma c'è un rubato. Mozart si vantava di non fare mai andare d'accordo la destra con la sinistra. E poi una tastiera che restituisse la percezione del piano e del forte e perfino della messa di voce c'era: il clavicordo. Ed era la strumento di studio, di pratica nelle case, lo strumento prediletto di Bach. Insomma, troppo spesso scambiamo per fedeltà filologica ciò che è una nostra invenzione del passato. Una grande clavicembalista, Emilia Fadini, la quale ci ha regalato, tra l'altro, una bellissima edizione critica delle sonate di Scarlatti, ama dire che quando cerchiamo di restituire con fedeltà la musica del passato, e in particolare la musica clavicembalistica del Settecento, dovremmo "fedelmente" restituirne anche l'immensa, straordinaria libertà interpretativa. Il che non significa inventarsi ciò che non c'era, seguendo il proprio intuito del momento, ma documentarsi sullo stile, sulle pratiche, del passato, e sforzarsi d'interpretarne non solo la lettera, ma il carattere, le intenzioni. Non sorvolare, per esempio, su una dissonanza, ma anzi insistervi, darle rilievo, perché è il momento di tensione da cui discende la risoluzione. La sola analisi armonica porterebbe fuori strada. Ci sono dissonanze in Scarlatti che il movimento delle parti non giustifica. E di fatti Longo le correggeva, come errori o distrazioni. Hanno invece una funzione espressiva. Questo è solo un appunto. Ci sarebbe da sviluppare queste idee. E non solo per quanto riguarda la musica. Ma siamo sicuri, per esempio, che il neogotico ottocentesco produca solo falsi, brutte copie di un inesistente medioevo? Allora come si spiega la sovrana bellezza di una chiesa come la Basilica di San Nicola a Nantes, del 1844? L'incendio di Nôtre Dame a Parigi ha riacceso la polemica. Ma, chi sa, si prestasse maggiore attenzione anche alla storia di un edificio, si scoprirebbe che certe polemiche nascono da un'idea mitologica del passato.

Nantes fu il porto da cui partirono le navi che trasportavano gli schiavi africani nelle colonie. Famosa per l'editto, del 1598, con cui si riconosceva la libertà di culto, era però, dunque, anche il porto principale della Francia per la tratta degli schiavi. La libertà, e sia pure solo di culto, concessa agli ugonotti, fu invece integralmente, come pura e individuale libertà, per secoli interdetta ai nativi africani condotti nelle colonie. Nel 1794, il 4 febbraio, però, finalmente, la Convenzione abolisce la schiavitù. Non solo, ma dichiara gli schiavi liberati, da quel momento, cittadini francesi. Basterebbe questo solo provvedimento a tacitare ogni livore revisionistico ancora vivo tutt'oggi nei riguardi della Rivoluzione Francese. Napoleone, tuttavia, la reintroduce nel 1802. E' infine di nuovo definitivamente abolita in Francia e nelle colonie il 27 aprile 1848, durante la Seconda Repubblica. Un bel quadro di Marie-Guillemine Benoist, del 1800, portrait d'une negresse, più tardi intitolato Portrait d'une femme noire o Portrait de Madeleine (negresse, nel Sette e Ottocento non aveva connotati dispregiativi, come oggi), testimonia assai bene il senso di quella liberazione. Ma non va dimenticato che due secoli prima, e senz'aspettare nessuna legge, l'immenso Velázquez aveva già sontuosamente ritratto con la dignità di un "hidalgo" il suo servo nero, Juan de Pareja, che lui stesso aveva affrancato davanti a un notaio e che lo aveva seguito nel suo viaggio in Italia e poi non si separò mai da lui. Con ben altro animo, invece, Velázquez ritrae, in tutta la ferocia e perversità del potente, il papa Innocenzo X. I due ritratti sono due capolavori, che prefigurano tre secoli di pittura, fino a Manet e Picasso, che ridipinse da par suo il ritratto papale, come fece anche Francis Bacon. Nantes ricorda l'abolizione della schiavitù con un bel memoriale lungo la Loira. Visitarlo provoca una profonda emozione.

Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!

La libertà è l'atteggiamento intellettuale con cui Kant saluta la vittoria dei francesi sulle forze prussiane a Valmy, nel 1792. Uomo metodico come pochi altri, Kant si concedeve ogni pomeriggio una passeggiata per le vie Könisberg, sempre alla stessa ora. Gli abitanti e i commercianti avevano preso l'abitudine di regolare i propri orologi al suo passaggio. Quel giorno Kant non si fece vedere. Due anni prima era morto Giuseppe II, Imperatore d'Austria (in realtà Imperatore del Sacro Romano Impero). Beethoven scrive una cantata funebre. Ha 20 anni. La musica della cantata è da lui riutilizzata per l'introduzione al secondo atto del Fidelio, nel 1805, in scena con il titolo Leonore. E resterà in tutte le successive rielaborazioni, fino a quella definitiva del 1812. Vienna è occupata dalle truppe francesi. Non capiscono niente di ciò che vedono e ascoltano sulla scena. In margine va ricordato che Beethoven era stato un ardente giacobino filofrancese. Ma che i francesi lo avevano poi amaramente deluso, prima quando Napoleone si fa nominare Imperatore, e poi quando bombardarono Vienna. I rumori dei cannoneggiamenti distrussero del tutto quel poco che gli era rimasto di udito. La reazione di Beethoven all'occupazione francese di Vienna non è diversa da quella di Carlo Porta all'occupazione di Milano. Ma come? I Liberatori occupavano? bombardavano? Qualcosa di simile provarono gli antifascisti italiani e tedeschi quando gli americani bombardarono Napoli, Milano, Cassino, in Italia, e Dresda, Berlino, in Germania.

Non è a caso, comunque, che Beethoven riutilizza la musica composta per la morte di Giuseppe II, per l'opera che celebra un eroe della libertà. Giuseppe II aveva avviato una integrale laicizzazione dello Stato (nel 1918, i triestini, ritornati italiani, restarono scottati dall'abisso che separava il codice giuridico austriaco da quello italiano: perdettero per esempio il diritto di divorziare). Nel 1786 suo fratello Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, destinato poi a succedergli come Imperatore, aveva abolito la tortura e la pena di morte nel Granducato, primo Stato al mondo a farlo. In Austria c'era una netta separazione tra Stato e Chiesa, era consentito il divorzio, ed erano abolite tortura e pena di morte. Giuseppe II conferma l'abolizione della tortura, già proclamata in legge da Maria Tersa, sua madre, e abolisce la pena di morte, salvo che in caso di tradimento e insurrezione contro lo Stato. La storia successiva vede tuttavia, in parte, la restaurazione di pene abolite e l'inasprimento di talune procedure giudiziarie. Ma qui interessa l'impostazione riformatrice di carattere "illuminato", che abbracciarono convinti intellettuali tedeschi, austriaci e del Lombardo Veneto, tra cui appunto Beethoven.

Ora, questa sensibilità di compartecipazione agli eventi, di empatia tra i popoli, percorre come un filo rosso tutta la letteratura, l'arte, la musica tra Sette e Ottocento. Beethoven è un ammiratore quasi ingenuo, senz'altro entusiasta, per esempio, delle musiche rivoluzionarie francesi.

Gli echi della marsigliese si colgono in molte sue pagine, e si fanno addirittura espliciti nel finale del Fidelio. Il Fidelio può anzi essere preso a modello dello schema strutturale di tutta la musica di Beethoven: rarissime le pagine che si concludano con un atto di disperazione, come la prima sonata dell'op. 2, l'op. 57 detta "Appassionata", il quartetto op. 131, e poche altre; in genere Beethoven attacca un brano con una scrittura assai tesa, piena di contrasti, e aumenta via via i gradi di tensione, fino a livelli spesso insostenibili, per esempio nell'Eroica, nella Quinta Sinfonia, per poi concludere in un clima di liberazione, alla lettera, di libertà dalle costrizioni, di esultanza, talora con accenti d'inno trionfale. Proprio come la vicenda del Fidelio che racconta di un prigioniero politico liberato dalla moglie. Nella sua ultima sinfonia Beethoven vuole rendere esplicito questo suo anelito di rinnovamento, di libertà, con un testo che chiarisca le intenzioni della musica. E sceglie l'Ode alla Gioia di Schiller. L'edizione originale delle poesie di Schiller, in possesso di Beethoven, non intitolava però l'ode alla gioia, bensì alla libertà. In tedesco le due parole si assomigliano: Freiheit, libertà, Freude, gioia. La censura austriaca, capillarmente controllata da Metternich, aveva obbligato gli editori a cambiare il titolo e la sostanza della poesia. Beethoven non oppose resistenza. Quale gioia, infatti, può esservi senza libertà? Il canto diventava così un codice cifrato. E che sia diventato l'inno dell'Unione Europea, dovrebbe essere insieme di auspicio e di obbligo sia politico sia morale. Come può chiudere i porti, alzare muri, creare frontiere tra i popoli uno Stato che canta l'abbraccio fraterno di tutti i popoli?

Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!

Abbraciatevi, Milioni (di uomini)!

Questo è il bacio di tutto il mondo.

"Alle Menschen werden Brüder", tutti gli uomini diventano fratelli, e anche se la storia umana comincia con un fratricidio, la pace universale è la sua naturale continuazione. Naturale: questo concetto ha per Beethoven una grande importanza. La guerra, l'odio, la separazione sono da superare proprio perché contro natura. Certo, agiscono influssi di Rousseau, ma ha un peso enorme anche l'Etica di Kant, che è un'etica intimamente illuministica: l'uomo è fine, mai mezzo per l'altro uomo. La sensibilità che sente un delitto nella schiavitù, nella guerra, nella tortura, nella pena di morte, è la struttura stessa dell'essere umano, la sua razionalità. Intesa, la Ragione, non come giudice astratto del reale, bensì come codice interno dell'esistente. Scienza e poesia non sono territori separati, ma manifestazione di un'unica sorgente, che è l'intelligenza umana, lo Spirito che prende coscienza di sé stesso, dirà Hegel. Oggi possono farci sorridere, apparire ingenue queste idee. Ma guardiamo i quadri della mostra di Nantes, i ritratti di Velázquez, di Benoist, ascoltiamo le musiche di Beethoven, e perfino di Mozart, il musicista che sembra più ambiguamente cinico, più freddamente distante da questi entusiasmi giacobini, eppure a quella ch'è forse la sua eroina più commovente, Pamina, nel Flauto Magico, quella che quando si crede disamata da Tamino dice che questo disamore è per lei "peggio della morte", proprio a Pamina. sorpresa dalle guardie di Sarastro a scappare insieme a Papageno, proprio alla fragile Pamina, quando Papageno le chiede: e adesso che diciamo? Mozart le fa rispondere: la Verità. Ecco, siamo qui giunti forse al nodo di tutta la questione, o ricerca, partita dalla visita di una mostra. La sensibilità che ci fa inorridire per ogni ingiustizia ci incita anche a lottare perché l'ingiustizia sia abolita, e, per quanto ingenua possa sembrare, perché trionfi la Verità della Natura. Che non è, si badi, il rifugio idealistico, e dunque inesistente, che crediamo esistere "fuori" di noi. Ma la nostra stessa costruzione culturale, ciò che abbiamo appreso dal nostro essere e stare qui, e che manifestiamo sia con la scienza sia con l'arte. Inseparabili. Ecco perché non mi sento di condividere ciò che Massimo Fini ha dichiarato qualche giorno fa alla radio, e che cioè i sovranismi una loro ragione ce l'hanno, perché ce l'hanno le diversità culturali dei popoli, che sono perciò giustamente fieri della propria identità, e che dunque il dichiararsi "cittadini del mondo", come fa Voltaire, non è nemmeno un'utopia, ma una sciocchezza.

Eh no, caro Fini, non è una sciocchezza, sarà forse un'utopia, ma è la stessa utopia che fa cantare a Schiller e a Beethoven "abbracciatevi, milioni di uomini". E quanto a ciascuna identità di ciascun popolo, mi spieghi, caro Fini, che identità si può costruire senza lo scambio economico e culturale di un popolo con l'altro? Guardiamo i ritratti di Velázquez. Spagnolo, cattolico osservante, come mai sente più affinità e simpatia per il suo fedele - e amato! - servo nero, che per un papa, che sì, ritrae con acutezza e rispetto, ma come faccia del potere, non come misericordioso pastore di una chiesa. Allora? Eccola la verità che Mozart pone sulle labbra di Pamina: l'essere sé stessi, non nascondersi, affrontare la realtà. Utopia? Può darsi. Ma l'unica Ragione che rende abitabile il Mondo.

Fiano Romano, 8 - 12 maggio 2019