CULTURA E SOCIETA'

LEGGERE, VEDERE E ASCOLTARE, LE PAROLE, IL DIALOGO

di Corrado Morgia

Intendo sviluppare in queste note un elogio della lettura, della riflessione e dell'ascolto reciproco, del dialogo in altri termini, in un particolare momento storico caratterizzato a mio parere, almeno nel nostro paese, da quella che Giambattista Vico avrebbe chiamato "barbarie ritornata", cioè l'età in cui gli uomini non solo perdono ogni sensibilità morale (e aggiungerei politica), ma soprattutto smarriscono la capacità di meditare, e quindi di dialogare, perché il pensiero, privato del suo fondamento esperienziale, gira a vuoto, senza comprendere la realtà, ripiegato su se stesso e in grado soltanto di formulare vuote e banali tautologie, incapace insomma di esprimere valutazioni e riflessioni personali e significative, tali da andare in profondità e da cogliere il senso ultimo delle cose.

Questa mi sembra la situazione attuale di paralisi dei cervelli, dovuta certamente a tante motivazioni, non ultima la lunghissima crisi economica dalla quale non siamo ancora usciti, ma determinata anche da cause strutturali, tare storiche di cui, di cui come popolo italiano non ci siamo mai liberati, e che oggi sembrano riemergere prepotentemente senza che appaiano rimedi, almeno in tempi sufficientemente brevi.

La regressione infatti non è soltanto economica, ma complessiva, politica, sociale, culturale, anche ad alti livelli, sempre facendo, ovviamente, le dovute eccezioni.

In particolare oggi l'alta cultura italiana, per esempio la filosofia, cioè quel tipo di sapere e di ricerca che dovrebbe fornire suggerimenti e indicazioni a ogni altra disciplina per cercare di capire meglio il presente stato di cose, è ridotta spesso a filologia senza senso, ruota infatti intorno alla stanca e monotona ripetizione di ammuffite formule heideggeriane, priva di originalità, chiusa in se stessa, incapace di comunicare alcunché di veramente importante e quindi di comprendere ciò che succede nel concreto mondo degli uomini, cioè di afferrare il significato attuale della storia e degli accadimenti.

Prevale la cultura del frammento, dell'istante, spesso del banale, la storia e anche la grande politica, sono cancellate in nome di un presente di cui però non si coglie la dimensione drammatica, senza che ci sia mai il tentativo di decifrarne la genesi, la ragione, gli "aitìa" come direbbe Tucidide.

Quindi ignorando le cause si sottovalutano anche le conseguenze, insomma primeggiano, senza che io voglia togliere nulla alla loro grandezza, un Heidegger e un Nietzsche d'accatto, buoni per tutte le occasioni, sentiti dire più che letti e meditati, diventati loro malgrado gli autori degli stenterelli, come direbbe il vecchio Carducci, i preferiti dagli questuanti della cultura, quelli che si limitano a ripetere qualche citazione mandata a memoria, l'imparaticcio di chi ha superato male l'esame di maturità.

Se tale è spesso lo stato della presunta alta cultura, esclusa però la ricerca scientifica, ambito nel quale spiccano figure egregie, quello della cultura cosiddetta di massa non è certo migliore, salvo, sottolineo ancora, poche eccezioni.

La cosiddetta opinione pubblica si interessa infatti prevalentemente solo della cronaca nera e/o scandalistica, assecondata da una stampa per lo più misera, vedi il grande successo dei settimanali a ciò esclusivamente dedicati, e da reti televisive piegate al potere dominante, a cominciare da Canale 5, ma ormai imitate anche da quelli pubblici.

Per fare un altro esempio vediamo lo stato della lettura: siamo un paese dove si legge sempre troppo poco e male, prevalentemente libri di cucina o giornali sportivi ma senza peraltro demonizzare né gli uni né gli altri, non si può non giudicare negativamente tale fenomeno, che determina fortissimi limiti, a cominciare dalla perdita dello spirito critico, che si fonda in primo luogo sulla conoscenza e sul discernimento.

Constatiamo innanzitutto che i politici, a destra, ma anche a sinistra, per lo più non sanno parlare, sbagliano i congiuntivi e la consecutio, non possiedono cognizioni elementari di economia, non collocano nelle spazio e nel tempo avvenimenti fondanti della nostra civiltà, come la rivoluzione francese, usano poche parole per esprimersi manifestando in tal modo una povertà sconcertante di vocabolario, ma anche di concetti.

Pure i cronisti delle varie gazzette appaiono coinvolti in questo clima, si esprimono con un linguaggio spesso disarticolato e carente, riducendo l'informazione alla cronaca del delitto di turno, del furto, del disastro ambientale, dello sbarco di immigrati, anche se, forse risvegliati dall'attacco alla libertà di stampa portato dal sottosegretario Crimi che vuole chiudere radio radicale, negli ultimi tempi si assiste a un sussulto positivo, con giornalisti che tornano a fare il loro mestiere di informare, stimolare, suggerire, mettere in discussione.

Questo scatto però non aiuta l'incremento delle vendite, continuiamo a vivere in una situazione in cui non solo non si legge, ma nemmeno si comunica e neppure ci si intende più gli uni con gli altri, perché non ci si conosce, perché il lessico si depaupera sempre di più e di conseguenza l'argomentazione è spesso sostituita da espressioni vuote, sprovviste di spessore e significanza, sostituite a volte dall'insulto, dalla propaganda spicciola e dall'invettiva, nella mancanza di ogni presa di coscienza della realtà effettuale.

Insomma il sapere, il confronto, il dialogo come momento etico di rispetto dell'altro e come strumento e fonte di conoscenza sono spariti; il sapere anzi è ritenuto inutile e a volte persino schernito, rimpiazzato dalla cultura della "parolaccia", atteggiamento di cui il cattivo maestro Sgarbi è lo sventurato campione, e poi dal rifiuto delle competenze; comportamento di cui fu tristissimo e mai troppo deprecato esempio l'insieme di male parole rovesciato dai deputati 5stelle contro Rita Levi Montalcini, anziana e illustre scienziata, premio Nobel e senatrice a vita, che si accingeva a fare il suo dovere in parlamento votando secondo la fede politica. Quello fu un episodio degno del peggiore squadrismo di tipo fascista, sottovalutato, ma foriero dei tanti mali che ne sono conseguiti e di cui adesso soffriamo senza che appaia un qualche possibile rimedio.

Fabio Tosto, Scomposti, 2018

Il "grillismo" è stato, ed è, uno dei fenomeni più negativi di questo nostro disgraziato paese, che peraltro, pur avendo avuto grandi statisti e uomini politici, Cavour, Giovanni Giolitti, Parri, Nenni, Togliatti, De Martino, i due Amendola, Ingrao, Bruno Trentin, De Gasperi, Ugo La Malfa, Moro e Berlinguer, ha pure dato alla luce alcuni dei figuri peggiori del mondo politico e istituzionale dello scorso e del nostro inizio di secolo.

Mi riferisco, tra gli altri, a Benito Mussolini, tronfio e impennacchiato avventuriero e miserabile dittatore; a Vittorio Emanuele III, sovrano fellone, pavido, meschino, nemico del suo stesso popolo, come l'altro pessimo Savoia Umberto I° e poi a generali fuggiaschi e a tanti presidenti del consiglio incapaci o dispotici. Tra questi ricordo Scelba e Tambroni, che hanno fatto sparare contro lavoratori inermi, e altri democristiani mafiosi o golpisti, come Antonio Segni, Salvo Lima, Cossiga, fino a Berlusconi, losco individuo plurinquisito e condannato, ma ancora, ahinoi, sulla breccia per arrivare al povero dilettante Di Maio, patetica controfigura dell'uomo politico, dannoso a sé e al prossimo suo, degno compare di Grillo, il tristo individuo, sedicente comico, che si propone come maschera ghignante che lucra sui mali del paese insieme alla dinastia dei Casaleggio, speculatori che si ingrassano dietro le quinte, impegnati in una danza macabra volta a speculare sulla ingenuità di masse obnubilate e manipolate, narcotizzate oltre che dalla televisione, dal calcio, dalla pornografia, dalle droghe di stato.

Buon ultimo appare Salvini, roboante megafono di tutte le cause peggiori, furbo manipolatore di paure indotte da una stampa compiacente e venduta, a suo agio tra gente malamente invecchiata, sfiduciata, stremata dalle prove difficili della vita e sempre più ripiegata sul proprio interesse particolare e immediato.

Piazzista di seconda mano, venditore di finti tappeti persiani e di elisir che guariscono tutti i mali, secondo il vecchio vezzo italico, proprio di quelli che credono nei miracoli e negli immancabili e radiosi destini della patria, Salvini detta la sua agenda al governo guidato da una marionetta, composto da un personale politico di serie c, tra cui forse anche qualche "terrapiattista" e molti carneadi assolutamente impreparati.

Ma come vediamo non c'è un miracolo che guarisca dalla stupidità, dall'ignoranza, dalla colpevole e stolida ingenuità per cui questi governo sta portando il paese alla rovina.

Tuttavia i personaggi "politici " ricordati sono comunque stati eletti e per lo più votati con grandi maggioranze, perciò si potrebbe a buon titolo sostenere che ogni popolo ha i governanti che si merita, per cui se gli inglesi hanno avuto Churchill, i francesi De Gaulle, gli Stati Uniti Roosevelt e l'URSS Stalin, noi ci siamo dovuti contentare di Badoglio, il pusillanime fuggitivo dell'8 settembre.

Siamo insomma sempre alla lucidissima analisi di Leopardi nel Discorso Sopra lo stato Presente dei Costumi degli Italiani, opera in cui il poeta di Recanati coglie gli italiani medesimi nel loro individualismo amorale e asociale, e appassionatamente denuncia le secolari carenze del nostro popolo, la debolezza delle istituzioni, il cinismo con cui con cui viene coperta una diffusa miseria morale e politica, l'assenza, allora, ma oggi le cose sono molto cambiate?, di una vita sociale, di un teatro italiano, di una letteratura nazionale moderna, di un pensiero degno di essere considerato tale.

Dopo Leopardi nel nostro stato sicuramente abbiamo avuto almeno due grandi momenti di riscatto, il Risorgimento e la Resistenza, accompagnati da importanti correnti intellettuali e culturali, purtroppo bisogna però riconoscere che si è trattato di manifestazioni circoscritte e limitate ad élites, anche se non mancarono pure consensi di massa in un contesto tuttavia spesso caratterizzato da attesismo e opportunismo.

Leopardi afferma: " ...gli italiani non hanno costumi, essi hanno delle usanze. Così tutti i popoli civili che non sono nazioni".

Le "usanze" degli italiani infatti "sono più provinciali e municipali" che nazionali, e tali probabilmente sono rimaste ancora oggi, legati come siamo alla città o comunque al luogo d'origine più che alla madrepatria nel suo insieme, ma ciò non sarebbe nemmeno un male se fossimo consapevoli della nostra storia, che effettivamente è storia di Comuni più che di stato unitario, ma che in alcuni momenti è stata anche grande storia.

Essere consapevoli di questo passato significherebbe conoscere la civiltà, la creatività, le tradizioni del posto dove siamo nati, l'arte, la poesia, l'intelligenza, il Genius Loci, insomma, del territorio dove abbiamo avuto i natali, a cominciare anche dal dialetto purché poi si arrivi alla lingua, per uscire da quella che Antonio Gramsci, con singolare assonanza vichiana, definiva "barbarie localistica". Ma invece anche il dialetto è ridotto ad essere gabbia, non espressione di genuinità, ma rivendicazione della piccola patria, a difesa, inutile, dello spauracchio dell'Unione Europea, vista come nemica e non come risorsa, e di una globalizzazione ormai ineluttabile che dovrebbe essere governata, anziché subita o invano esorcizzata.

Dimentichiamo spesso che il nostro paese può vantare una tradizione culturale importante, dal Medio Evo di Dante, Giotto, Petrarca e Boccaccio al Rinascimento, che non è stato soltanto architettura, scultura o pittura, ma anche pensiero, storiografia, politica.

Da Savonarola, per alcuni aspetti della sua predicazione, a Machiavelli, a Michelangelo, è esistito un "Rinascimento democratico", sconfitto perché non ha saputo, come invece nel caso della Riforma protestante, parlare alle grandi masse, nonostante alcuni generosi ma isolati tentativi del segretario fiorentino, ma da quella disfatta, come sostiene Alberto Asor Rosa in un suo recentissimo libro, ci sono voluti 35O anni perché l'Italia si riprendesse, quanto tempo ci vorrà per uscire dalla crisi attuale, in cui la stessa unità nazionale è messa in discussione dal cosiddetto "regionalismo spinto"?

Qui si entra in una ulteriore riflessione sulla politica.

Il suicidio dei partiti di massa, alla fine degli anni ottanta dello scorso secolo, ha lasciato purtroppo soltanto macerie.

Grandi culture politiche italiane, quella comunista e socialista e quella cristiano democratica si sono autoaffondate, non solo dal punto di vista organizzativo e di presenza sul territorio, ma anche da quello culturale, per cui grandi personalità, come Togliatti o Luigi Longo o Pietro Nenni o Francesco De Martino sono state cancellate, mentre di altre si è fatto un innocuo santino, come nel caso di De Gasperi, di Moro e di Berlinguer, mentre Gramsci, inquieto e geniale punto di raccordo tra marxismo e pensiero italiano del primo Novecento, mi riferisco a Croce e Gentile, è stato a sua volta abbandonato, da pavidi e provinciali dirigenti di una sinistra pavida, vergognosa a volte persino di esistere, ignara comunque del fatto che Gramsci è ormai un personaggio di livello mondiale.

Gramsci infatti, studiato in tutte le università del pianeta, è considerato in tate realtà, a cominciare dall'America latina, non solo come serbatoio di categorie interpretative nei vari campi delle scienze umane, ma anche come teorico insuperato della rivoluzione in Occidente, modello di "rivoluzionario qualificato", cioè di un politico che vuole trasformare la società sapendo che la pratica senza la teoria è cieca e la teoria senza la partica è vuota.

Viceversa la sinistra italiana ha ammainato le sue bandiere, il neoliberismo è stato visto come punto di approdo della storia, si è decretata la fine del conflitto di classe, si è pensato che il tema dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo fosse un reperto ottocentesco, il risultato è che gli oggi operai votano Lega o Le Pen, che i partiti di sinistra sono stati massacrati dal blairismo, che l'egemonia cosiddetta populista e/o sovranista dilaga ed è più o meno efficacemente contrastata soltanto da Papa Francesco.

L'elogio della parola è quindi anche l'elogio della riflessione, della storia e dello studio, cioè del dialogo con se stessi, e del confronto con il passato e con gli altri, ed è utile forse ricordare come per Aristotele l'uomo sia per eccellenza "animale politico", essere che vive in società, in una società dove proprio alla politica, che dovrebbe essere una delle più alte attività umane, spetterebbe il compito comporre i contrasti e mettere in equilibrio i vari interessi: i parlamenti sono nati per questo, evitare la guerra civile permanente e offrire soluzioni alle contraddizioni costitutive della società di tipo capitalistico, sapendo che là dove di produce plusvalore esisterà sempre un conflitto relativo alla sua redistribuzione.

Ma anche il parlamento oggi è svuotato delle sue funzioni essendo diventato luogo dove si ratificano i decreti legge del governo e dove comunque non esiste l'ascolto reciproco e nemmeno l'attenzione.

E con il parlamento è svuotata la costituzione, quella costituzione che pone il lavoro a fondamento della Repubblica e la democrazia come strumento basilare per regolare la vita politica e sociale del pase, attraverso l'articolazione in partiti, sindacati, libere associazioni di cittadini e via enumerando tutte le articolazioni del convivere civile.

Tutto questo si cerca di cancellare, in nome del principio del comando o della truffaldina democrazia della rete. Per fortuna talmente profonde sono state le radici messe dalla democrazia che in questo nostro paese resistono strutture, forme di lotta, mentalità, dure a morire, anche se l'opposizione politica ancora non si propone adeguatamente come alternativa, essendo priva di programmi, adeguati di proposte efficaci, di spirito unitario, di mordente e di combattività

Nonostante la crisi dei partiti, tuttavia i sindacati, in primo luogo la CGIL, danno segni di vita, la gioventù non sembra essere tutta addomesticata, molte donne continuano a reclamare i diritti della differenza e della liberazione femminile e persino gli anziani fanno sentire la loro voce.

Per questo dico che bisogna riprendere la parola, è facile ricordare che viviamo in un momento in cui il frastuono della città rappresenta il presupposto della solitudine, di quell'isolamento che si manifesta platealmente tra le persone sedute le une accanto alle altre, nei vagoni della metropolitana, con indosso gli auricolari, oggetti che ci separano dal mondo, che ci allontanano dal prossimo, ci chiudono nel recinto di un io dimezzato, proprio perché privo della relazione più importante tra gli esseri umani, quella con il tu, il tu del nostro vicino o vicina, di qualunque colore sia, in qualunque lingua si esprima.

Allora in primo luogo evviva la parola, orale o scritta, evviva la relazione tra esseri umani, evviva l'incontro, che vuol dire in primis accoglienza e comprensione dell'altro, che vuol dire comunicare, esprimere le nostre idee, i nostri sentimenti, le nostre sensazioni e contemporaneamente ascoltare le opinioni, le emozioni e i ragionamenti degli altri, anche delle persone più diverse da noi, ma comunque simili a noi perché partecipi della comune natura umana, perché figlie e figli dello stesso processo evolutivo, della stessa storia, del comune cammino di incivilimento.

L'uguaglianza, la libertà, la solidarietà rimangono valori eterni, scolpiti nelle nostre contemporanee Tavole della Legge.

Comunicare è l'essenza del vivere, verbum caro factum est, la parola è l'inizio, la parola che si fa carne e vita secondo il vangelo di Giovanni, per cui la voce è l'origine del mondo, ciò che distingue gli esseri umani da ogni altro vivente e che ci fa vicini a Dio, cioè a quella perfezione cui aspiriamo, secondo il Kant della Ragion Pratica, come compimento della civiltà.

Se il dialogo, nel rispetto dell'opinione dell'altro da sé, come Socrate ci ha insegnato, è il principio del progresso, dell'etica e della buona politica, la lettura è il dialogo con il proprio io e con l'autore del libro che stiamo leggendo, non è chiusura in noi stessi, ma l'esatto contrario: il libro è apertura verso l'universo, è conoscenza del differente, è vivere la vita dei personaggi del racconto, è moltiplicare la propria di esistenza, perché come sostiene Umberto Eco "...chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita, chi legge avrà vissuto 5.000 anni. La lettura è una immortalità all'indietro".

Leggere, e di conseguenza riflettere, rappresenta una ricchezza senza pari, "invecchio imparando" dicevano gli antichi, con una sapienza che dovremmo recuperare e fare nostra

Ogni pagina che legiamo ci apre porte e finestre verso l'infinito, conversiamo appunto con l'autore, poi con i protagonisti del testo che stiamo sfogliando, sia esso saggio od opera di fantasia, e infine ci appassioniamo alla narrazione, ai sentimenti di figure che diventano vive, le loro vicende diventano nostre e il nostro io si moltiplica e diventiamo contemporaneamente uomini e donne, eroi e codardi, oppressi e persecutori, poeti e pensatori, reietti e virtuosi, sapienti e miserabili, peccatori e santi, reinventati dall'immaginazione, il demiurgo che dà vita al sogno e all'immaginazione, permettendoci di procedere da una esistenza all'altra.

Anche il tempo si dilata, in senso diacronico e sincronico, insieme alla espansione dello spazio, che a sua volta supera confini e limiti e steccati e va oltre ogni muro, ogni limite, ogni recinto, tutti ostacoli che possiamo oltrepassare senza passaporti, senza permessi di residenza, senza bolli e certificati rilasciati da autorità portuali o di frontiera.

Esseri umani, comunque e sempre!

Per questo leggendo viviamo mille vite e ogni vita e, per questi motivi ha tutte le ragioni Borges quando dice: "...che gli altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto".

Chi non legge si limita alla sua esistenza privata, importante, perché comunque unica, ma a volte anonima e insignificante, chi legge è insieme mille personaggi, vive mille avventure, viaggia nel tempo, conosce nuove realtà, moltiplica le sue potenzialità.

Per questi motivi, per scendere nel concreto delle scelte finanziarie e di bilancio, non saranno mai eccessive le risorse destinate alla scuola, alla università alla ricerca scientifica, al sostegno della pubblica lettura, alla tutela dei beni archeologici e artistici, la vera grande ricchezza del nostro paese, questo è il vero terreno sul quale potremmo fondare un diverso modello di sviluppo.

L'Italia è conosciuta nel mondo per le sue ricchezza culturali, i nostri progenitori hanno inventato l'opera lirica, hanno insegnato la musica e il canto al resto del mondo, possiamo vantare primati ineguagliabili, forse non sappiamo combattere, ma sicuramente nel DNA degli italiani c'è l'arte, c'è la bellezza, c'è la fantasia, da qui bisognerebbe ricominciare, nelle scuole, tra i giovani, perché con la cultura oltre tutto si può "mangiare", al contrario di quanto diceva uno sprovveduto ministro berlusconiano, cultura è anche lavoro, oltre che diletto e intrattenimento, è da qui che bisogna riprendere il cammino.

Roma, 4 giugno 2019