LATINERIA E DINTORNI

di Renato Badalì

Nei mesi scorsi siamo stati bombardati da una sfilza interminabile di dichiarazioni (a proposito peraltro di un problema molto importante per la nostra etica come anche per la nostra economia), in cui campeggiava l'espressione: 'lo ius soli'.Ora, che persone che non hanno mai studiato il latino non conoscano l'esatta dizione della iunctura è normale e comprensibile, ma appare scandaloso che rappresentanti ufficiali dello Stato non sappiano pronunciare esattamente le parole della lingua dei padri. Ebbene, così hanno fatto e probabilmente continueranno a fare i rappresentanti del nostro folklorico e ben pasciuto Parlamento (cui si sono accodati non soltanto tutti i mezzi di comunicazione ma persino, dal Colle, il Supremo Reggitore degli italici destini). Oltre tutto, si tratta di una questione di buon senso (virtù che latita sempre di più nel Belpaese): se non si conosce qualcosa, sarebbe opportuno - prima di parlarne - rivolgersi a qualcuno che ne abbia contezza, almeno decentemente.

Vaglielo allora a spiegare a lorsignori che la i di ius non è una vocale, bensì una semivocale (equivalente perciò a un suono consonantico: un tempo si scriveva j), la quale, come esito in italiano, ha dato una affricata palatale sonora, in questo caso il giure (così si diceva nell'italiano arcaico per indicare il diritto), giurisprudenza, giureconsulto etc., così come p.es. iam e iuvenis hanno prodotto già e giovane. Perciò la pronuncia esatta è 'il ius soli'.

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Darebbe luogo a una lista interminabile l'elenco dettagliato di tutte le distorsioni sia di accento che di significato derivanti da una scarsa (eufemismo litotico !!!) conoscenza della lingua latina nella nostra contemporaneità.

Riporto solo qualche esempio clamoroso che, ovviamente, sarà sfuggito a quasi tutti gli ascoltatori. Nel recente remake de Il nome della rosa di Umberto Eco in TV (RAI 1), abbiamo imparato l'esatta pronuncia di ídola (proparossitono !!!), in luogo del corretto idóla (cf. gr. εἴδωλα), come anche, nella sequenza del Libera me, Domine, la chicca dum venéris [sic], in luogo di dum véneris. Con quello che sarà costata la produzione di una simile trasmissione, non sarebbe forse stato del tutto inutile rivolgersi a qualche esperto che non fosse completamente digiuno di latino: al limite, per risparmiare, si sarebbe potuto utilizzare proficuamente qualunque lessico della lingua latina. Questo malvezzo alberga sovente anche in colleghi accademici (soprattutto tra i non classicisti), i quali evidentemente ritengono che siano sufficienti lontani ricordi liceali e/o universitari a dar loro la patente della conoscenza del latino. Così mi sovviene un celeberrimo anglista che, commemorando una carissima collega scandinavista precocemente scomparsa, se ne uscì con un clamoroso féstina lente, che mi fece sobbalzare di colpo. Ancor più sconvolgente la citazione di una collega iberica (lei sì, ahimè, classicista), in cui brillava un terrificante póssimus. In quell'occasione non seppi trattenermi e, malignamente, scrissi di getto un distico (che feci subito circolare tra i Venerabili Colleghi) che suonava: Hispanos fines superans iam venerat audax / audire ut clades possimus ecce suas, nel quale la pronuncia dattilica del corretto possímus s'imponeva necessariamente affinché lo schema metrico del pentametro venisse rispettato.

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Soffermarsi su questi argomenti, potrebbe sembrare una quisquilia o una pinzillacchera, come diceva il principe de Curtis, mentre in realtà si tratta di uno dei tanti esempi della cialtroneria e dell'approssimazione in cui si trova la nostra attuale cultura (e, cosa ancor più grave, il processo di alfabetizzazione). Un tempo una cosa simile sarebbe stata impossibile. Oggi invece la nostra formazione, da quella di base a quella accademica, sta scivolando sulla china di un inarrestabile e criminale imbarbarimento. Il ministero di viale Trastevere è divenuto la sede istituzionalizzata di questo fenomeno, a partire dalla gestione di chi ha dato inizio al sistematico picconamento della nostra educazione culturale: a ciò ha dato validamente mano la cura suprema della cultura nazionale affidata a persone che non solo non hanno mai messo piede in un'aula e che hanno deciso che la cultura e l'istruzione debbano abdicare al loro sostanziale compito educativo e trasformarsi in un' impresa (anzi in un'azienda), ma anche e, soprattutto, a responsabili, che avrebbero dovuto gestire più prudentemente e saggiamente il tutto, con la presunzione che si potesse applicare alla Bildung dei nostri giovani un insegnamento di tipo anglosassone (senza averne le basi), dando così l'avvio allo sfascio della nostra cultura. Una delle conseguenze più nefaste è stata la cosiddetta autonomia universitaria, che ha generato, tra l'altro, due monstra: da un lato, il solco sempre più marcato tra università cosiddette d'eccellenza (si fa per dire) e altre ritenute di serie B, ostacolando la mobilità dei docenti, dall'altro il rinfocolarsi dell'osceno traffico (concorsuale e non) da parte del baronume accademico. Se si passano in rassegna i nomi dei titolari del nostro dicastero e si riflette su quello che essi (non) hanno fatto per la cultura e per l'insegnamento, è senz'altro meglio calare un velo pietoso - tranne per quel che riguarda uno sparuto numero di ministri - sulla loro totale inefficienza. C'è veramente da rimpiangere (e lo dico senza alcuna ironia) Giovanni Gentile.

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Mi faccio un vanto di avere seguito tutte le tappe dell'insegnamento secondario (abilitazione, concorsi a cattedra) prima di optare definitivamente per quello universitario. Il che non mi ha impedito (ché anzi mi ha sollecitato) di partecipare (per più di trenta anni), prima come commissario di latino e greco e - a partire dal 1971 - come presidente di commissione, agli esami di maturità, le cui regole sono state inevitabilmente condizionate da quel processo di imbarbarimento della cultura cui accennavo sopra, e che hanno assunto col tempo un aspetto sempre più ridicolo e grottesco. Se penso all'esame di maturità che sostenni io nel lontano 1958 (alle cui modalità ho avuto il tempo di partecipare anche come commissario di latino e greco), rimango basito (ma non troppo, ben consapevole dell'arrogante e cialtronesca approssimazione italiota) di fronte alle tappe della pericolosa e inarrestabile china che quell'esame ha assunto nelle modifiche della sua struttura.

Si cominciò allora, infatti, a parlare di interdisciplinarità, di percorsi (qualunque cosa questa parola significhi), perdendo

completamente di vista l'importanza dello studio delle singole materie e appiattendo l'insegnamento in un ginepraio di insegnamenti falsamente pedagogici, che hanno ridotto il compito dei docenti a una melassa di pseudo metodologie superficiali, gabellate come cultura. Si iniziò altresì a svalutare il compito degli insegnanti - che dovrebbe essere quello di parlare con gli allievi e veramente di 'insegnare' - e a costringerli invece a una serie infinita di riunioni del tutto inutili, in cui, con la pretesa di uniformare le modalità dell'insegnamento, lo si svilisce in comportamenti totalmente inconcludenti.

Lo stesso vale per la cultura informatica. Ora, che l'avvento dell'uso del PC sia stato (e continui a essere) un evento epocale per la conoscenza e la cultura in genere, è un fatto innegabile, dati gli enormi vantaggi del suo uso in tutti gli ambiti del sapere. E noi umanisti siamo i primi ad apprezzare e a essere riconoscenti a questa svolta nella conoscenza umana, pari forse al passaggio dalla tecnica scrittoria manuale all'invenzione della stampa. Tutto questo però non esime dall'obbligo (vitale e sacrosanto) di evitare di trasformare in senso negativo la cultura in generale e di devertere l'insegnamento (di qualsiasi tipo e grado) dai suoi obiettivi basilari. Infatti, con il privilegiare la tecnica informatica (sostenendo che essa debba essere il mezzo esclusivo per adattarsi al meglio all'evoluzione della società moderna), si affossano le linee basilari dell'insegnamento e dell'apprendimento, dal momento che i discenti - condizionati immedicabilmente dai linguaggi informatici e incapaci di ragionare con la propria testa - si trasformano in robot (anzi, meglio, in zombies). E, per proseguire il discorso sulle tappe della rovina della nostra scuola, si continua pervicacemente a privilegiare squisite chicche escogitate dai nostri illuminati dirigenti scolastici e ministeriali, come p.es. la cosiddetta Alternanza scuola/lavoro (che un apposito decreto ministeriale ha recentemente modificato in PCTO che sta - udite udite !!! - per "Percorsi per le Competenze Trasversali per l'Orientamento": poffarbacco !!) e scemate simili.

Uno degli esempi più eclatanti di questa situazione è la posizione umiliante cui è stato ridotto l'insegnamento della storia (e della geografia, intimamente correlata con la storia).

Non si vuol capire che la conoscenza esatta e corretta dei fenomeni storici è fondamentale per collegare gli eventi al loro tempo e al loro luogo. Il cosiddetto nozionismo, condannato dalle nuove regole didattiche, è fondamentale per inquadrare il fenomeno storico e poterlo così studiare e interpretare.

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Ma torniamo al nostro latinorum, divenuto da tempo oggetto di ignoranza e critiche fuor di luogo, anche da parte - paradossalmente - di taluni suoi difensori, secondo i quali p.es. esso insegnerebbe a ragionare (questo avviene con qualsiasi lingua) e a collegare in stretti e consequenziali nessi logici idee e concetti. E allora che dire del greco classico, il cui sistema verbale fa impallidire - lasciandoselo alle spalle di parecchie lunghezze - quello latino ? Anche alcuni tentativi di utilizzare la lingua latina come esperanto per il mondo contemporaneo, risultano, a mio modo di vedere, inefficienti e patetici. Curiosamente si lascia invece da parte la sua reale importanza: avere avuto il singolare destino (das besondere Schicksal, avrebbe detto il vecchio Kant) di essere stato per più di mille anni - da quando cioè ha cessato di essere una lingua parlata - l'esperanto colto della civiltà occidentale.

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E ora qualche ricordo personale. Il mio primo incontro con il latino avvenne con la scuola (allora il suo insegnamento veniva impartito anche nella media inferiore), ma quell'esperienza non fu del tutto entusiasmante (anche per la presenza di insegnanti mediocri e neghittosi), mentre quello realmente seducente, fu, incredibile dictu, con la Messa in latino, allorquando, come chierichetto, assistevo (Velletri, parrocchia di s. Maria del Trivio) il celebrante mons. Goffredo Tredici. Egli, infatti, pronunciava le parole del rito nette e distinte (anche quelle della consacrazione) e non con il borbottio indistinto degli altri sacerdoti. In particolare poi ero colpito dalle preghiere a fine Messa, e cioè dall'incipit del Vangelo giovanneo (In principio erat Verbum) e, soprattutto, dalla bellissima preghiera (poi scomparsa dalla celebrazione del rito) del conte Giacchino Pecci da Carpineto Romano (Leone XIII, latinista finissimo) a s. Michele arcangelo: Sancte Michael Arcangele, defende nos in proelio: contra nequitiam et insidias Diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus supplices deprecamur tuque, Princeps militiae caelestis, Satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo [questo inciso ha sempre suscitato in me un brivido di orrore], divina virtute in infernum detrude. Ripeto: incredibile dictu, anche perché da allora cominciò (parallelamente al mio interesse per quella lingua) il graduale ma inarrestabile declino della mia fede religiosa: ma questa è tutta un'altra storia.

Certo, ai tempi di papa Leone, la confidenza con il latino in Curia funzionava egregiamente, ma - ahimè - con il passare degli anni, la sua conoscenza oltre Tevere cominciò a scemare in maniera sempre più netta. Perciò, come dicevo prima, quando la Messa iniziò ad essere celebrata in volgare (necessità che Lutero aveva compreso perfettamente cinque secoli prima), il mio credo religioso era già in crisi da un pezzo. Questo non mi impedì di cogliere qualche clamorosa incongruità (chiamiamola eufemisticamente così) nella traduzione italiana dell'originario testo latino. Ricordo ancora allorché, nelle mie ultime frequentazioni domenicali, sobbalzai improvvisamente nel momento in cui il celebrante, poco prima del Pater noster, recitò, ad alta voce, l'invocazione Per ipsum (sc. Christum), et cum ipso et in ipso etc. (formula che peraltro conclude quasi tutte le preghiere del rito). Rimasi infatti profondamente scioccato dalla traduzione italiana: Per Cristo, con Cristo e in Cristo etc.

A parte la nettissima sensazione di una sorta di espressione blasfema - pronunciata ad alta voce proprio dalla persona dalla quale non lo si sarebbe mai aspettato -, il mio sgomento emerse in tutta la sua sgradevole violenza quando percepii che la traduzione era fallace e fuorviante. Per Christum è ovvio che significa "per mezzo di Cristo", laddove il Per Cristo italiano, a orecchie normali e ordinarie (ma il volgare del Rito non deve forse parlare a tutti ed essere di immediata comprensione per chiunque ?), induce a pensare che il sacrificio si celebri nell'interesse di Cristo. Per in italiano può avere valore strumentale, ma solo quando questo significato appaia chiaramente definito (Cf. p.es. Tullio De Mauro, Il dizionario della lingua italiana, Milano 2000, sv p. 1816: per effetto di; per mezzo di; per via di). E questo avviene solo nella traduzione italiana, mentre p.es. in quella tedesca il significato è inequivocabile: durch Ihn etc.

Ho chiesto e continuo a chiedere lumi in proposito soprattutto a rappresentanti più o meno illustri del clero cattolico italiano e non (ho frequentato per 50 anni la Biblioteca Apostolica Vaticana, perciò le occasioni non mi sono mancate), ma nessuno è stato in grado di fornirmi una risposta soddisfacente.

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Per rimanere nell'ambito della traduzione in volgare del testo della Messa, un'altra perplessità nacque in me nella resa della formula Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis / dona nobis pacem. Nella resa italiana tollis viene tradotto togli, in maniera riduttiva e insufficiente, dal momento che non si evidenzia il fatto che Cristo ha tolto i peccati del mondo, facendosene carico (e tollere ha proprio questo significato: cf. p. es. Cic. Verrine 3, 2, 1 e infra il Vangelo di Giovanni). Insomma, tradurre tollis con il semplice togli svuota, in realtà, il messaggio fondamentale del rito cattolico della Messa, perché - ripeto - non evidenzia a dovere il sacrificio (basilare, mi pare, per la dottrina e la fede) di Dio, che si sacrifica per i peccati dell'uomo.

Di fronte a questa grave omissione appare quasi un peccato veniale il fatto che, in luogo di agnus, non appaia agne, tenuto conto dei successivi miserere e dona. Forse non si sono volute alterare le parole del Vangelo giovanneo (1, 29: Ecce agnus Dei, qui tollit peccatum mundi), anche se, ripeto, gli imperativi di cui sopra avrebbero richiesto il più corretto agne.

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Ora però desidero sottoporre all'attenzione dei lettori una vera e propria chicca, testimone quanto mai eloquente del decadimento della conoscenza della lingua latina, anche in ambienti in cui non lo si sarebbe mai sospettato.

Come è universalmente noto, l'11 febbraio 2013 papa Benedetto XVI, al termine di un Concistoro, comunicò al mondo la sua decisione di dimettersi - ingravescente aetate - dal compito affidatogli nel 2005 di guidare la Chiesa di Roma. Bene: il suo breve discorso - a parte l'espressione pro Ecclesiae vitae da correggersi ovviamente in pro Ecclesiae vita - contiene uno di quegli errori epocali di latino che, ai tempi in cui noi andavamo a scuola, sarebbe stato segnalato con almeno tre fregacci di matita blu. Ma leggiamo il passo in questione: Bene conscius sum hoc munus [sc. il compito di guidare la Chiesa] secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere [la sottolineatura è mia], sed non minus patiendo et orando.

Come ognun vede, i responsabili del testo affidato alla lettura del Sommo Pontefice hanno adoperato il verbo deponente exsequor in significato passivo. L'errore è - se ce fosse stato bisogno - ulteriormente confermato dalla traduzione italiana diffusa dalla Sala Stampa e dalla Libreria Editrice Vaticana: Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. L'incidente risulta ancora più clamoroso se si pensa che esso si è verificato in una circostanza nella quale viene comunicata urbi et orbi una decisione epocale e così importante per la vita della Chiesa di Roma e per il mondo.

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E veniamo al titolo di questo mio contributo. Esso mi è stato suggerito da un sonetto di Giuseppe Gioachino Belli (del 28 aprile 1833), autore ancora oggi incredibilmente sottostimato nei programmi scolastici, che dovrebbe invece essere riproposto - per le sue stupefacenti qualità introspettive e poetiche - in luogo di autori ormai stantii e ammuffiti.

Ne trascrivo il testo (I sonetti di Giuseppe Gioachino Belli a cura diGiorgio Vigolo, Milano 1952, II, p. 1291 s. n° 935. Vd. anche Giuseppe Gioachino Belli, I sonetti, edizione critica e commentata a cura di Pietro Gibellini, Lucio Felici, Edoardo Ripari, Torino 2018, II, p. 2099 s. n° 936), facendolo seguire da quello biblico che ha fornito lo spunto al poeta.

L'asina de Bbalaamme

A ttempo de l'Ebbrei c'oggni storiaro

sapeva ppiú er futuro ch'er passato,

Balaàmme, all'usanza d'un frustato

cavarcava a ccavallo d'un zomaro.

Er ciuccio pe un zocché ss'era affermato;

e 'r profeta menava. "Eh ffrater caro,

perché mme fate lo scontent'amaro ?"

je disse er poverello martrattato.

"Avessiv'occhi com'avete mano,

potressivo vedé cchi cc'è cqui avanti,

e snerbamme le chiappe un po' ppiú ppiano".

Forze ve farà spesce Iddio sa a cquanti

che li somari parlino itajjano:

cazzo ! in latineria sce ne sò ttanti !

Numeri 22, 22-30: Et iratus est Deus, cum profectus esset [sc. Balaam] stetitque angelus Domini in via contra Balaam, ut adversaretur ei, qui insidebat asinae et duos pueros habebat secum. Cernens asina angelum Domini stantem in via, evaginato gladio in manu sua, avertit se de itinere et ibat per agrum. Quam cum verberaret Balaam et vellet ad semitam reducere, stetit angelus Domini in angustiis duarum maceriarum, quibus vineae cingebantur. Quem videns asina iunxit se parieti et attrivit sedentis pedem. At ille iterum verberabat eam et angelus Domini, iterum transiens ad locum angustum, ubi nec ad dexteram nec ad sinistram poterat deviare, obvius stetit. Cumque vidisset asina stantem angelum Domini, concidit sub pedibus sedentis, qui iratus vehementius caedebat fuste latera eius. Aperuitque Dominus os asinae, et locuta est: 'Quid feci tibi ? Cur percutis me ecce iam tertio ?'. Respondit Baalam: 'Quia illusisti mihi. Utinam haberem gladium, ut te interficerem'. Dixit asina: 'Nonne animal tuum sum, cui semper sedere consuevisti usque in praesentem diem ? Dic quid simile umquam fecerim tibi'. At ille ait: 'Numquam' etc.

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Parlavo sopra di tramonto inarrestabile del latino e anche dell'italiano. Vorrei perciò concludere questo mio breve scritto con un esempio clamoroso (che ho vissuto per esperienza diretta) di crassa ignoranza della lingua italiana in testi di legge.

Correva l'anno di grazia 1990 (l'occaso è cominciato per tempo) e io presiedevo una commissione di maturità classica in un liceo laziale. Come sempre, mi ero procurato il "Bollettino ufficiale della Pubblica Istruzione"contenente le norme regolanti lo svolgimento dell'esame stesso.

La lettura di un testo di legge - si sa - non è mai eccitante o coinvolgente. Eppure sottopongo qui gli svarioni che seguono, certo che il lettore non potrà non essere preso da un attacco di incoercibile ilarità (ma, al contempo, di irrefrenabile sgomento). Faccio grazia di tutti i refusi sia nella grafia delle parole che nell'interpunzione, in cui ho avuto la ventura di imbattermi. Avverto altresì che qualche errore può essermi sfuggito e che le castronerie sono elencate in una sgomentante climax ascendente. Il testo, come già detto, è il "Bollettino Ufficiale pubblicato a cura del Ministero della Pubblica Istruzione, anno 117°, nn. 21-22, 24-31 maggio 1990". Iniziamo con qualche esempio di congiuntivo optional: (p. 32 sg.: le sottolineature sono mie) "qualora invece usufruiscano [sc. gli alunni degli istituti pareggiati o legalmente riconosciuti] dell'abbreviazione per obblighi di leva o sono ammessi per recupero etc."; (p. 434) "il Presidente..... può disporre che, in caso di assenza dei candidati per motivi gravissimi, le prove integrative ed il colloquio di [sic] svolgono [sic] in giorni diversi etc". A p. 30 si legge: "Nei licei e negli istituti pareggiati e legalmente riconosciuti dalla Valle d'Aosta etc. " [per cui sarebbe un bel guaio se la Valle d'Aosta non volesse riconoscere quei tipi di istituto]. A p. 37 si dice: "Non può comunque essere nominato più di un'insegnante di arte applicata per ciascuna sezione" [disposizione evidentemente femminista]. Sia a p. 429 che a p. 445 si impone che i risultati dell'esame, i tabelloni e i quadri "sono da affliggere all'albo dell'istituto" [evidente uso causativo del verbo]. Sbigottisce la disposizione di p. 441: "Per quanto concerne la maturità tecnica e professionale, la precisazione delle materie caratterizzanti ha voluto rispondere all'esigenza di convogliare gli argomenti approfonditi dai candidati su discipline che rivelano la sua preposizione professionale" [dove si ottiene una tripletta di castronerie: rivelano (per rivelino), sua (per loro), preposizione per preparazione]. Ed ecco il vertice della climax (p. 434): "In conseguenza, nel caso di commissioni costituite per più indirizzi, se tale numero non venisse raggiunto, sommando agli eventuali membri aggregati, nominati per soddisfare le esigenze di cui sopra, il Presidente, il commissario di lettere, il rappresentante di classe o di indirizzo e gli eventuali membri effettivi, competenti per ciascun indirizzo, il Presidente integrerà comunquel'organo [evidente refuso per organico, ripetuto dopo qualche riga], nominando uno o più membri aggregati competenti in discipline dell'ultimo anno di corso dell'indirizzo" [non si riesce a comprendere se ci si trovi di fronte a una disposizione di legge o non piuttosto a una dettagliata esegesi di uno dei più raffinati capitoli del Kamasutra].