Per la Critica

Per festeggiare i 90 anni di Edoardo Bruno

“LA SUA GIORNATA DI GLORIA”: UN FILM ‘DEL’68’ PER RIPENSARE AL ’68, ALLA RIVOLUZIONE CHE NON C’È STATA

di Marco Palladini

Per festeggiare i 90 anni dell'illustre studioso e storico del cinema Edoardo Bruno, fondatore e direttore di "Filmcritica", la rivista par excellence dei cinefili italici, lo spazio romano Apollo 11 ha organizzato una proiezione (con 'dibbattito' come usava un tempo) dell'unico film scritto, diretto (e montato) da Bruno: La sua giornata di gloria, girato nel 1968 e presentato alla Berlinale nel '69. Un film come afferma il suo autore non 'sul '68', ma 'del '68'. Personalmente non lo avevo mai visto e recuperarne la visione dopo mezzo secolo mi ha procurato molti pensieri e riflessioni e ricordi emotivi circa quella lontana stagione sessantottesca a cui avevo dedicato lo scorso giugno una mia tambureggiante ballata poetica (https://malacoda3.webnode.it/ballata-del-sessantotto-mai-ri-trovato-o-semplicemente-dissipato/9).

Per alcuni versi la pellicola di Bruno mi ha fatto pensare ad Anna di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli realizzato nel 1972 e presentato al Filmstudio nel '75, film di culto del cinema alternativo. Ad accomunare le due opere l'uso del bianco & nero, lo stile militante-underground non rifinito, quasi grezzo e segnato dalle improvvisazioni degli interpreti, nonché l'ambientazione romana, soprattutto il centro storico e i luoghi frequentati dalla gente del 'moviment'. Ma La sua giornata di gloria risulta sorprendente perché - il direttore della fotografia è Romano Scavolini, figura seminale del cinema sperimentale italiano degli anni '60 - ritrae una Roma aerea, verticale, ripresa da terrazze e cornicioni, come preciso pendant estetico della citazione secondo cui la borghesia francese assistette al massacro degli insorti della Comune di Parigi nel maggio del 1871, guardando con i binocoli dalle terrazze di Versailles. Citazione ad hoc per una pellicola di contenuto insieme rivoluzionario e distopico, senz'altro insolita per gli umori e le visioni utopistiche del tempo.

Bruno, che dichiara di essersi ispirato al cinema di Eric Rohmer, immagina una sorta di triangolo politico e amoroso tra Claude, Richard e Marguerite, tre giovani che progettano o sognano una rivoluzione sia politica che artistica. Se il prologo è affidato a Pierre Clementi, con una scena tagliata da Partner di Bernardo Bertolucci, dove teorizza più o meno che l'attore deve essere l'interfaccia tra il pubblico e la coscienza rivoluzionaria e che si deve fare cinema per resistere al cinema, nella prima parte si impone il protagonismo di Claude interpretato da Carlo Cecchi (allora 29enne), che con la sua bella faccia e la sua irruenza definitoria e lapidaria traccia le linee dell'azione rivoluzionaria e artistica, citando Bertolt Brecht e spiegandone lo 'straniamento' recitativo e inneggiando a Rimbaud (perché bisogna 'faire la révolution et changer la vie'). Richard che si professa suo allievo finirà però per tradirlo, irretito dai discorsi quasi filosofici di un insinuante commissario (Philippe Leroy), che gli dà fintamente ragione e lo confonde per indurlo a fare il nome dell'autore dei volantini sovversivi. Così, apprendiamo (la prima parte è un flashback) il motivo della sanguinosa repressione iniziale, con una camionetta che gira per Roma con quattro poliziotti assatanati che hanno in testa un casco più da marzianetti che da celerini dell'epoca, e che provvedono sbrigativamente ad ammazzare a pistolettate tutti gli eversori cattivi, tra cui Claude, ucciso in casa. La parte centrale del film, interpolata da alcuni fotogrammi di partigiani da Paisà di Roberto Rossellini, è quella che mostra un incontro tra gruppi rivoluzionari che cercano di concordare un'azione comune per rispondere alla feroce repressione omicida del potere. Ed è la parte per me più raccapricciante da ascoltare a causa della esatta, mimetica riproduzione del linguaggio assembleare, iper-ideologico del '68. Tra i partecipanti si individuano il giovane scrittore Umberto Silva e la 24enne bellissima Angelica Ippolito. La contraddizione macroscopica che si ravvisa dopo 50 anni è tra le ragioni fondamentalmente giuste, le analisi anche anticipatrici dei militanti sessantottini - notevole l'idea già allora che i paesi del Terzo Mondo asiatici, africani, latinoamericani erano le campagne che assediavano le città rappresentate dagli Stati Uniti e dall'Europa occidentale - e le parole politico-ideologiche che venivano pronunciate: parole categoriche, astratte, pretenziose, sussiegose, rigide, velleitarie, davvero imbarazzanti oggi da riudire. Un linguaggio che è già, in sé, il preludio di un grande fallimento, nonostante che le facce e i corpi belli da vedere di ragazzi e ragazze mostrassero e promettessero anche altro. Discussioni e spaccature pseudo-dialettiche defatiganti e tediosissime. Le musiche con risonanze elettroacustiche di Vittorio Gelmetti si mixano con i quartetti di Bach. Al dunque, si raggiunge un faticoso accordo per una incursione armata contro una caserma di gendarmi. Il terrorista prescelto è Richard (Raúl Martinez), che viene accompagnato in macchina da Marguerite (Maria Manuela Carrilho). Scoppia però un temporale, i due si inzuppano e bagnati come pulcini si rifugiano in una casa-covo, dove si spogliano nudi. La scena finale davvero molto bella, concettualmente e simbolicamente, si rappresenta in una lunga inquadratura fissa che vede i due giovani congiunti, lei di spalle, in un infinito, amoroso abbraccio. Una plastica copula ferma che dura e perdura, mentre si sentono, fuori scena, scoppi di bombe, sirene, spari a ripetizione, clangori, rumori incessanti di guerra, insomma il dannato, infernale e normale mondo di fuori. L'attentato, quindi, non avrà luogo, prevale l'amore. Nel '68 si diceva che 'il personale è politico', ma qui forse è il politico che si riduce al personale.

La sua giornata di gloria mi è sembrato acuto e originale perché è un'opera 'del '68' che filma già in diretta la disfatta politica del '68. O forse no: perché, sembra volere dire Edoardo Bruno - che al tempo aveva già 40 anni, non era quindi un giovane sessantottino -, il senso autentico del '68 è che una vera rivoluzione deve essere una rivoluzione d'amore, una rivoluzione poetica. Quella che stiamo attendendo, purtroppo invano, come "Aspettando Godot", appunto da cinque decadi. Mentre il mondo di oggi procede ad ampi passi in una direzione radicalmente antipoetica.