Corto Circuito

LA STORIA O MEGLIO LE STORIE VERSUS LA BARBARIE

di Marco Palladini

Le recenti polemiche relative alla soppressione della traccia di storia al prossimo esame di maturità, mi hanno fatto riflettere sui tanti nodi implicati da questa decisione del Ministero dell'Istruzione.

In primis, un simile provvedimento, motivato dalla scarsa adesione degli studenti negli anni scorsi al tema storico, sembra essere coerente con la tendenza attuale alla smemoria generalizzata. Nella società della ipermodernità più si accrescono a dismisura i database cibernetici che conservano memoria, anzi memorie di tutto, anche delle inezie, delle cose più banali ed inutili, e più si amplifica l'attitudine dei soggetti a non conservare memoria personale quasi di nulla, dimenticando quello che è avvenuto appena ier l'altro. Quindi la Storia o Historia che dir piaccia è ormai materia riservata agli specialisti. Non di rado per un ventenne di oggi, la Resistenza si confonde con le guerre puniche, Hitler diventa pressoché un contemporaneo di Napoleone, la Brigate Rosse agiscono in combutta con le camice rosse di Garibaldi. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Un simile azzeramento della conoscenza storica, una tale ignoranza della profondità di campo del divenire storico producono dei cittadini inconsapevoli, dei bamboccioni spesso frustrati e rabbiosi, suscettibili di essere manipolati e fomentati da qualsivoglia capetto o leaderino populista (di destra o di sinistra, beninteso). La Storia non è maestra di vita, d'accordo, ma un sapere adeguato e lucido dei tanti, complessi intrecci della storia interna ed internazionale aiuta a valutare, a soppesare le proposte politiche e a scegliere con cognizione di causa, evitando di sorbirsi acriticamente vuoti slogan propagandistici e continue sequele di autentiche scemenze.

In secondo luogo, è curioso che la svalutazione della Storia avvenga in un tempo dominato dalla comunicazione al cui centro è onnipresente quello che usa chiamarsi lo 'story-telling', cioè la narrazione. Lo story-telling ha invaso e vampirizzato l'editoria letteraria, dove ogni oggetto non omologato con le forme di una narratività facile, di presa immediata, di agevole consumo viene rigettato senza pietà. Ma lo story-telling prolifera, si può dire, in ogni campo. Nel mondo industriale della produzione una merce si afferma se i tecnici della promozione pubblicitaria azzeccano lo story-telling più convincente e seducente. Nella televisione generalista i presentatori oramai si presentano tranquillamente come 'narratori' e i reality-show più seguiti sono quelli con lo story-telling più avvincente e, se intonato con la più squallida tivù-spazzatura, pazienza, ciò che conta è l'audience. Persino nello scenario della politica odierna il politico che riesce ad emergere è quello più abile a costruirsi uno story-telling efficace, magari usando a manetta i social, da Twitter a FB, a Instagram. Ossia enfatizzando l'egotismo e il personale narcisismo che abbatte ogni confine tra pubblico e privato, tanto quello che conta non sono la weltangschauung (e chi ce l'ha ormai più una visione del mondo?), un programma di cambiamento, una strategia vera di riforme economiche e civili, ma la narrazione ammiccante, insinuante, 'paracula' che tra il 'lìder maximo' e la base che lo vota non c'è differenza, c'è la medesima ignoranza e ottusità e presunzione. E lui è lì per rappresentarli tutti, per fingere di beneplacitarli perché la 'ggente' comune lo ama e lo sostiene proprio perché lui è 'uguale' a loro. E poco importa, come nel caso di Trump, che il leader sia un arcimiliardario vanaglorioso e loro i poveracci della 'white trash', il sentire o, meglio, la commedia del sentire è la stessa. Questa è la storia che vogliono sentirsi dire e a cui vogliono assolutamente credere.

In terzo luogo, mi viene da pensare che la Storia dovrebbe sempre dare... pensiero, cioè produrre pensiero. Perché la storia non è mai raccontata una volta per tutte. La migliore ricerca storica è quella che continuamente sottopone ad approfondimenti e revisioni le storie passate, non accontentandosi delle versioni precedenti. La storia può sempre essere smentita o rovesciata. La narrazione storica sconta il fatto, come si sa, che è sempre la narrazione di chi ha vinto e che si premura di mettere al bando la narrazione degli sconfitti. Mentre invece proprio una acuta dialettica tra le ragioni dei vincitori e quelle dei vinti ci permetterebbe di comprendere meglio che cosa è realmente accaduto nelle vicende del passato. E questo vale sempre, pure oggi. Basta considerare una situazione aperta e spinosa come quella presente del Venezuela. La narrazione prevalente nei media occidentali - Nord e Sud America, Europa - accusa il regime di Maduro di essere una simil-dittatura illegittima, un governo antidemocratico, infiltrato dai narcotrafficanti che sta affamando un intero popolo. E naturalmente reputa giusto l'embargo economico come arma di pressione per rovesciarlo in nome della libertà e della democrazia (occidentale e filo-Usa). Ma c'è una contronarrazione di qualche paese latino-americano e di qualche giornale europeo (da noi "il manifesto") che ci racconta che nonostante le molte contraddizioni e le debolezze del suo governo, Maduro è ancora sostenuto da consistenti fasce della popolazione, da un movimento di seguaci del chavismo, talora organizzato in comuni popolari che cercano di resistere alle terribili condizioni economiche e materiali attuali. Determinate in massima parte dal ricattatorio embargo deciso dagli Stati Uniti che, non a caso, stanno appoggiando e consigliando in tutti i modi l'antagonista Juan Gerardo Guaidó, il presidente dell'Assemblea nazionale, individuato come il 'fantoccio' giusto per ricondurre il Venezuela nella zona d'influenza dell'America trumpiana, contro la penetrazione di Cina e Russia che stanno acquistando consistenti stock di petrolio venezuelano. Dunque, la crisi politica di questo paese non la si può contemplare se non anche all'interno della strisciante 'guerra planetaria' in corso tra l'impero yankee e quello cinese che connoterà l'intero XXI secolo.

Come si vede la storia è fatta anche (o soprattutto) di storie opposte, irriducibili, di narrazioni che veicolano ragioni politiche spesso radicalmente differenti e non è detto che la ragione che alla fine prevale (se prevale) sia quella in sé 'totalmente giusta'. Il conflitto storico contiene sempre piccole dosi di verità relative che non stanno tutte da una parte o dall'altra. Così, scrivere, analizzare, interpretare i 'fatti' storici serve ad abituarsi a non essere manichei, dogmatici, rozzamente sommari e settari. Le narrazioni storiche anche del presente non devono indurci a fascisticamente "credere, obbedire, combattere", ma a ragionare sui tanti, diversi fronti del reale. Afferma Slavoj Žižek che "ogni cultura ha la barbarie alle sue spalle". Ecco una storia al plurale, degna di tal nome è un modo per avversare la barbarie. Anche quella di ritorno.