Speciale Sanavìo

LA STORIA AL ROVESCIO

(Piero Sanavio 1930-2019)

di Paolo Valesio 

Si può parlare di un amico, che è stato anche scrittore, quando la ferita, per gli amici e le persone care, è ancora fresca? Piero Sanavio infatti è scomparso il 4 gennaio scorso. Allora, ecco: un modo di avvicinarsi a questo delicatissimo nodo potrebbe essere quello di cominciare a mettere ordine nella nube dei ricordi, sempre frammentari. Ho conosciuto Piero più di mezzo secolo fa, in un battello che veleggiava lungo il Nilo, e che trasportava una numerosa comitiva di persone. Egli non passava certo inosservato: scultoreo (coltivava la lotta greco-romana), vestito all'araba (con quell'ampia tunica bianca, la gallabía, che allora in Egitto era il semplice abbigliamento del popolo). La prima mia impressione fu quella di una certa freddezza -- ma presto mi ricredetti, già in un paio di conversazioni in quella stagione al Cairo, e poi in tutta una serie (soprattutto a Roma) di quelli che divennero veri e propri dialoghi: con amici (in particolare Mario Lunetta), a quattr'occhi, al telefono. Sgranati in una serie di momenti non frequentissimi ma sempre intensi, questi dialoghi continuarono fino all'ultimo, una decina di giorni prima della sua fine -- un dialogo che fu bello proprio nel suo essere perfettamente normale, con allegra amichevolezza, come se nulla incombesse.

Ma non mi sento adesso di continuare a camminare lungo il viale della memoria. Quello che urge infatti è una prima valutazione criticamente riassuntiva. La mossa abituale sullo scacchiere della critica accademica è quella del: "E' ancora troppo presto per tracciare un bilancio ecc. ecc." Ma si tratta di una mezza verità. E' presto, certo, per elaborare i saggi filologicamente curati e per compilare quella monografia -- corredata da una bibliografia e da un esauriente profilo biografico -- che Sanavio merita; e ciò per la semplice ragione che questi lavori richiedono tempi lunghi.

Ma non è troppo presto per un bilancio preliminare; che non può non essere incompleto, e che non può non correre qualche rischio -- di quei rischi (revisioni in corso d'opera, polemiche e simili) che la critica accademica non ama correre; e che vengono lasciati a quella che una volta si chiamava la critica militante. Allora: ecco un piccolo pre-bilancio non troppo "ingessato" di un grande intellettuale e scrittore dagli aspetti controversi. Ma che vuol dire "controverso"? Questo dovrebbe essere, per uno scrittore, un pleonasmo o un complimento. E aggiungo: che vuol dire "anti-conformista" (come Sanavio certamente è stato)? Dovrebbe trattarsi, ancora una volta, di un complimento o un pleonasmo, soprattutto per un giornalista. Ora, Sanavio è stato un prolifico pubblicista , ma è stato anche molto di più: narratore (di romanzi e racconti), traduttore, autore di qualche interessante testo di teatro e di cinema; per non parlare del suo lavoro come organizzatore culturale a livello internazionale (all'Unesco). Ed è stato un saggista autentico, dunque controverso e anti-conformista; cosa che non è affatto inutile sottolineare, visto il panorama corrente (con varie belle eccezioni, naturalmente) della saggistica in Italia.

Ma la saggistica di Sanavio non si comprende pienamente senza considerare la sua scrittura narrativa.(Sanavio lascia, oltre ai vari romanzi pubblicati, almeno due romanzi incompiuti e più di una trentina di racconti, i quali ultimi si spera possano essere pubblicati prossimamente; intanto, uno di questi racconti di Sanavio è uscito nella rivista "Italian Poetry Review -- IPR", e un altro verrà pubblicato nel prossimo numero di questa stessa rivista.) L'immagine che meglio funziona per me come emblema generale della narrativa di Sanavio è il titolo dell'ultimo romanzo pubblicato da Honoré de Balzac, un paio d'anni prima della sua morte: L'envers de l'histoire contemporaine (Il rovescio della storia contemporanea). L'inverso, il rovescio, il flip side della storia: con tutti i piccoli e grandi intrighi della politica e della sotto-politica (la politica dei "servizi") ; e con gli inevitabili intrighi negli intrighi -- quelli erotici. Un mondo semi-segreto: nel senso che certi "segreti" -- che a volte costano la vita ai partecipanti più diretti e ingenui -- si possono rivelare segreti di Pulcinella; e in cui si continua a tramare intorno a varie azioni potenzialmente importanti (in senso politico e militare) che poi spesso finiscono nel nulla.

Sanavio porta su tutto questo panorama uno sguardo fondamentalmente scettico, che non è interessato a prospettive di riscatto; ed è sintomatico in questo senso il sottotitolo del suo ultimo romanzo pubblicato, nel 2016 (ebbi il piacere di presentarlo all'Università di Padova, depositaria delle carte Sanavio): Amina o le limitate possibilità dell'azione. Non è il più forte fra i romanzi di Piero, ma è ammirevole come testimone della coerenza -- che direi spietata -- di tutto il suo percorso: sia per lo sguardo scettico-stoico ("le limitate possibilità dell'azione") sulla storia, sia per l'attenzione alla fenomenologia dell'eros, sia per la persistenza di un certo sfondo geopolitico. Che è poi, in Amina, lo sfondo cairota al quale avevo accennato all'inizio -- e qui il cerchio della vita e della letteratura si chiude. Infatti quello che è stato emozionante, per il presentatore del libro, è stato ritrovare la città sul cui sfondo, tanti decenni or sono, aveva conosciuto Piero. "Sembrava che fosse ieri" (dicevano i romanzi di una volta) -- ma non è esatto: ieri era diventato oggi. (Può, la letteratura, fare miracoli? Non lo so: ma, se ciò fosse mai possibile, certo la sovrapposizione dell'ieri e dell'oggi sarebbe uno di questi.)

Ma vi è anche un'altra dimensione, in vari testi narrativi di Piero -- più discreta e quasi sotterranea, dunque più difficile da cogliere. In questa dimensione, l'intrigo non è più parapolitico, ma familiare: è un intrico piuttosto che un intrigo, cioè un cespuglio di relazioni umane invece che un nodo cospiratorio; si tratta semplicemente delle complesse ramificazioni dei clan familiari. Ramificazioni che Sanavio esplora con un tono in cui si insinua una certa dolcezza (una dolcezza, direi, "veneta"), come in una lunga nostalgia. (E allora si potrebbero rileggere, facendo attenzione a questo tono, anche le sue descrizioni degli intrighi storico-politici: dove potrebbe affiorare, sotto la maschera scettica, un fondo elegiaco.) E' emersa infine una sorpresa, nelle mie conversazioni con Sanavio fra il 2017 e il 2018, e leggendo certe sue pagine di introduzione critica: la sorpresa di un forte interesse per il sacro nel laico Sanavio; un interesse, oltre tutto, rivolto specificamente alla dimensione mistica ed esoterica. Esso andrebbe ulteriormente esplorato (anche in relazione a una possibile tradizione familiare, cui Piero usava accennare con rapida discrezione: quella della madre e della sua spiritualità di vena calvinista).

La saggistica di Sanavio è, qualitativamente e quantitativamente, all'altezza della sua narrativa -- e già questo è un fenomeno abbastanza singolare, nella saggistica italiana contemporanea. E' una saggistica dedicata ad alcuni dei grandi scrittori controversi (ancora questa parola ...) del Novecento europeo, come Ezra Pound e Louis-Ferdinand Céline; ma anche ampliata a tanti altri scrittori statunitensi. (Oltre al suo italiano nativo, Piero parlava correntemente il francese, l'inglese e lo spagnolo.). I saggi di Sanavio non sono accademici, eppure sono le opere di uno studioso, sono scholarly. (Questo aggettivo inglese è purtroppo necessario, perché il termine "scientifico" applicato alle scienze umane è fondamentalmente una stonatura. )

Non si tratta di saggi di pura erudizione, ma non sono nemmeno prose intimistico-poetiche. In effetti non vi è una contaminatio fra romanzo e saggistica in Sanavio: i suoi saggi sono scritti con appassionato razionalismo, e da essi emerge una peculiare dialettica interna. Come descrivere questa dialettica? Si parla spesso in inglese di un bundle of contradictions (fastello di contraddizioni) -- termine che peraltro si usa per designare la complessità psicologica di un dato carattere umano. Io vorrei invece sottrarre questa espressione allo psicologismo, e applicarla -- in senso positivo e , appunto, dialettico -- al movimento di dibattito interno e conflitto di idee che anima la scrittura saggistica di Sanavio.

Concludo rivisitando un'osservazione che è già stata fatta, a proposito di Piero: che cioè egli appartiene alla non piccola schiera di scrittori italiani, fra il Novecento e il terzo millennio, i quali non hanno ancora ricevuto un adeguato riconoscimento critico. Non discuto questa osservazione in sé, ma vorrei distanziarmi dal tono in cui essa è troppo spesso pronunciata: un tono fra il vittimistico e l'antiquario, che sembra contento di lasciare queste figure nella penombra delle loro piccole nicchie. E invece non si tratta di deplorare, ma di fare: cioè di parlarne fin da subito nel modo in cui loro compete, senza aspettare (ma ci si dovrebbe arrivare) che si eriga il laborioso edificio dell'opera omnia. La scrittura di Piero Sanavio è qui, con noi, adesso.