Cultura & Società

La Settimana Enigmatica

"Diario satirico per spiriti liberi"

5 Febbraio 2019

di Riccardo Cochetti


Con insospettato acume, il Premier Conte ha divinato con addirittura un giorno di anticipo la rilevazione Istat di segno negativo del PIL anche per quanto riguarda il quarto trimestre del 2018, che a detta degli economisti ci colloca in una fase di recessione tecnica, qualunque cosa significhi: il commercio internazionale sta rallentando a causa della guerra dei dazi e della vicenda della Brexit, mentre l'economia europea soffre per di più anche della frenata della cosiddetta locomotiva tedesca, ma nell'angusto recinto dello stivale l'unica preoccupazione sembra risiedere nella puerile e totalmente inefficace diatriba quotidiana tra chi addossa le colpe ai precedenti governi o a quello in carica. Dei dati più recenti hanno ovviamente approfittato i sempre sfrenati cultori delle grandi opere temporaneamente stoppate per denunciare in particolare la conseguente crisi dell'edilizia, anche se il decennio precedente ed a loro dire sfavillante ha assistito nel settore alla perdita di 600.000 posti di lavoro, pari ad un terzo degli addetti totali, e la chiusura di 120.000 imprese: fortunatamente in serata prenderà però il via il sempre rutilante Festival di Sanremo, e dunque anche questa inutile querelle così appassionante per i connazionali potrà serenamente scivolare in secondo piano. A dissipare il pessimismo indotto dalle comunque gravi notizie economiche, Conte ha fortunatamente dichiarato di aspettarsi un anno meraviglioso: in effetti a sentire i cinesi siamo appena entrati nell'anno dell'abbondanza, che è come risaputo quello del maiale, e potrebbe dunque non essere proprio un caso che Salvini in particolare possa apprestarsi a beneficiare di una cospicua messe di consensi nelle prossime elezioni europee ed in quelle nazionali, sempre più probabilmente anticipate mano a mano che si va prosciugando il presumibile bacino elettorale dei 5Stelle. Fabio Fazio ha intanto confessato in diretta televisiva come di questi tempi abbia il desiderio di emigrare, suscitando come ovvio in gran parte dei connazionali la sincera speranza che possa quanto prima riuscire ad esaudirlo, nella migliore delle ipotesi facendosi addirittura accompagnare oltre frontiera anche dalla Littizzetto, e probabilmente nel convincerlo all'esilio potrebbe risultare finalmente risolutivo il minacciato taglio del suo stipendio fino al limite dei miserrimi 240.000 euro annui imposto in Rai ai giornalisti: per quanto riguarda lui e Bruno Vespa, in un provvedimento del genere a detta di parecchi si potrebbe tuttavia riscontrare un che di sinceramente insopportabile, soprattutto nel doverli identificare come giornalisti, ma considerato che risulta tale anche la Gruber della concorrente La7 potrebbe apparire ormai del tutto inutile porsi il problema del buon nome della categoria. A proposito di TV, l'avvilente trasmissione "Alla lavagna" impudentemente propinata da RAI3 è finora riuscita a porre di fronte ad una classe di ragazzini, che malauguratamente non sembrano aver potuto contare su un'adeguata protezione né da parte dei genitori né del Telefono Azzurro, niente meno che esemplari educatori del calibro di Salvini e Toninelli, D'Alema e Veltroni, Cirino Pomicino e Maurizio Gasparri, Vladimir Luxuria e Daniela Santanché: si tratta originariamente di un format francese, ma, considerati gli ospiti collezionati nell'adattamento italiano, sarebbe risultato molto più pedagogico, nei confronti di discenti e telespettatori, invitarli a trascorrere il tempo della trasmissione dietro alla superficie di ardesia. Continua intanto a serpeggiare nel Paese un'angosciante incertezza circa la concessione di quell'immunità che sottrarrebbe Salvini dal processo che secondo la Procura di Catania gli spetterebbe per la vicenda della nave Diciotti: i 5Stelle sembrano orientati ad assumere una decisione in merito solo dopo la lettura delle carte, ed è estremamente rassicurante, specie per chi improvvidamente riteneva che il partito vincitore a mani basse delle più recenti elezioni non avesse una solida base programmatica, scoprire che ha invece come stella polare del proprio agire politico quanto meno la cartomanzia. Si vocifera comunque che possa essere in divenire un vergognoso scambio tra i Vicepremier, barattando il no al TAV di Salvini con il no di Di Maio al processo, ma anche chi sembra ben conoscerne la reciproca tempra è orientato a dividersi tra chi ritiene che nessuno dei due neppure conosca l'aggettivo riferito allo scambio e chi ritiene che dei due fatti in discussione solo il primo vedrà alla fine la luce, contemplando peraltro un tunnel, come alla fine saprà argomentare da par suo il buon Toninelli a sostegno dell'ennesimo voltafaccia 5Stelle. Il quale ha peraltro nel frattempo reiterato la sua coazione ad ammantare di gaffes anche qualche rara buona idea, svilendo la giusta asserzione che a Torino sarebbe preferibile una linea di metropolitana piuttosto che il collegamento ferroviario con Lione con uno sciatto "ma chi se ne frega di andare a Lione", ovviamente risultato inconcepibile per tutti coloro che non hanno avuto la sua impareggiabile fortuna di nascere in quel di Soresina. Quanto alla situazione del Venezuela, il governo italiano è per ora l'unico dell'Unione Europea a non aver ufficialmente riconosciuto il golpista scelto dagli Usa, Juan Guaidò, come presidente autonominato, e viste le posizioni in campo ciò potrebbe essere facilmente attribuito ad esclusivo merito del Movimento 5Stelle: per ovviare a tale sgradito inconveniente, il Presidente Mattarella sembra aver dunque inopinatamente spinto per un pronunciamento parlamentare che possa ottenere sulla vicenda una maggioranza purché sia, ma in grado di far allineare anche il nostro paese sulla posizione golpista della UE. Al riguardo, sembrano purtroppo sempre pochi coloro che riescono a tenere presente che il diritto all'autodeterminazione dei popoli dovrebbe essere il primo dei valori da rispettare nelle relazioni internazionali, nonché a rilevare come il poderoso afflato per la cosiddetta ingerenza umanitaria o l'esportazione della democrazia in altre zone del pianeta risulti essere sempre tanto più deciso quanto maggiori sono le risorse petrolifere e/o i giacimenti minerari presenti nel sottosuolo locale. Sarebbe ovviamente sempre gradito che i governanti possedessero un forte senso dello Stato, ma dovrebbe risultare altrettanto opportuno che avessero almeno quello del ridicolo: non che possa far minimamente rimpiangere le slides da cialtronesco consulente aziendale proiettate da Renzi, ma la performance di Di Maio che scopre la teca contenente la carta PostePay su cui verrà caricato il reddito di cittadinanza rimarrà a lungo incancellabile nella pur impressionante storia della nostra classe politica. D'altra parte, da scaramantico quale pregiudizialmente potrebbe essere considerato in quanto napoletano, il giovanotto potrebbe aver ritenuto che, come aver baciato a suo tempo la teca di San Gennaro gli abbia consentito di pervenire al prestigioso incarico che incredibilmente riveste, ricorrere anche in tale circostanza ad un medesimo contenitore vitreo potrebbe essere uno degli ormai rarissimi escamotages in grado di farglielo conservare. Riguardo al Reddito di cittadinanza si è comunque diffusa una negativa presa di posizione in quanto, come si sono puntigliosamente dedicati a sottolineare anche fior di pensatori sedicenti di sinistra come l'inconcludente Calenda, l'ex Ministra Fedeli ed il presunto mite Boeri, procurerebbe scandalosamente ai beneficiari un introito mensile addirittura superiore a quello percepito da un lavoratore: prova evidente di come nessuno di costoro, anziché criticare un provvedimento, migliorabile quanto si vuole ma che oggettivamente mira a fornire un pur limitato sostegno alla povertà, riesca purtroppo a ritenere ben più spregevole un così infimo livello delle correnti retribuzioni, che costringe alla povertà anche chi un lavoro ce l'ha. Secondo alcuni, sarebbe al riguardo interessante sentire almeno uno dei tre contendenti alla poltrona di Segretario del PD garantire il più serio e vigoroso impegno del partito, anziché nell'evitare l'alleanza con i 5Stelle, il che gli lascerebbe l'unica ovvia alternativa di farlo con Salvini e Berlusconi, in una lotta politica e sociale per ottenere un salario minimo atto a garantire al lavoratore quanto meno il rispetto del disconosciuto diritto previsto dall'articolo 36 della Costituzione, quello che prevede, evidentemente nell'indifferenza dei cosiddetti democratici, una retribuzione in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa: risultato che invece secondo molti altri è del tutto fuori luogo aspettarsi dal prossimo Segretario di un partito che di sinistra non è mai stato. In effetti, durante la Convenzione che ha immediatamente seguito le votazioni riservate agli iscritti al partito, nessuno dei tre primi classificati, che si sfideranno il prossimo 3 marzo in una simpatica disfida ai gazebo come da tradizione aperta a passanti, avversari politici e perdigiorno, ha minimamente preso le distanze dalle politiche di destra che tanto hanno giovato all'inarrestabile crollo elettorale del PD, ed anzi Giachetti le ha addirittura rivendicate con orgoglio: chi è addentro alla liturgia del partito si dice al riguardo sicuro che, laddove costui come prevedibile non riuscisse a prevalere nell'incarognita faida sotterranea in corso nonostante i pubblici inviti all'unità interna, potrebbe giovarsi della sua veemente arringa per offrirsi a restare con Renzi anche nel suo prossimo raggruppamento. I più l'hanno infatti correttamente interpretata come una difesa d'ufficio, il proprio. Quanto alla disfatta ormai in divenire per l'armata 5Stelle, secondo alcuni sempre più somigliante ad una pedissequa trasposizione parlamentare di un famoso film di Monicelli, sembra purtroppo che il rientro di Di Battista dalle Americhe non stia giovando come previsto alla rimonta nei confronti del cannibale leghista: e pensare che cotanto rimpatrio ce lo saremmo pure potuto risparmiare, se solo Beppe Grillo avesse a suo tempo individuato ed imposto con maggior lungimiranza, come Capo politico del Movimento, l'unico apparentemente in grado di far esprimere agli elettori, anche solo a nominarlo, una grande approvazione.