Per la Critica

LA RIVOLUZIONE

DEL NOSTRO TEMPO

Manifesto per un nuovo socialismo

di Paolo Ciofi

Siamo immersi in una formazione economico-sociale dominante ma decadente, percorsa da contraddizioni distruttive. Il sistema perde efficienza, la produzione ristagna, il pianeta degrada, la disoccupazione e la precarietà si diffondono, la povertà si estende, e milioni di persone muoiono di stenti e di fame nel mondo. I rischi di una guerra nucleare crescono. Sono segnali drammatici che ci indicano uno stato di fatto di enorme portata: siamo entrati nella fase decadente di un sistema, cui corrisponde la fine del dominio degli Stati Uniti nel mondo. La crisi in cui viviamo non è solo economica, è la crisi generale di un'intera formazione storica. Sono in gioco la libertà e l'uguaglianza degli esseri umani, l'esistenza stessa del pianeta, pur in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnologica che consentirebbe di avanzare sulla via di una nuova, più elevata civiltà. E l'Italia sta dentro questo processo a cui si sommano antiche arretratezze.

Il dato che più colpisce è lo smisurato aumento delle disuguaglianze: tra i diversi Paesi, al loro interno e tra le classi sociali. Ma non si tratta di una temporanea "asimmetria" del sistema. È stato dimostrato, dati alla mano, che nell'assetto sociale dominante uscito vittorioso dalla guerra fredda con i Paesi del cosiddetto «socialismo reale» le disuguaglianze non sono un retaggio del passato, bensì un fattore costitutivo del meccanismo di funzionamento del sistema. E perciò continueranno a crescere nel futuro con effetti devastanti sulla vita delle persone e sull'intero ambiente naturale.

Una domanda non si può evitare. Che senso hanno in queste condizioni l'uguaglianza e la libertà per l'operaio di fabbrica e per il dipendente dalla piattaforma digitale, licenziati via internet e buttati sulla strada come scarti dall'algoritmo impostato sui criteri del massimo profitto? Che senso hanno per la massa dei giovani precari senza reddito e senza prospettive nella vita; per le lavoratrici e i lavoratori cognitivi, della ricerca e dell'informazione, sempre più instabili e sottoposti al nuovo taylorismo della rete; per gli addetti ai servizi pubblici e privati e alla catena agroalimentare, spesso non contrattualizzati e stretti tra bassi salari e assenza di tutele?

E per le donne, che patiscono a causa della doppia oppressione di classe e di genere, del doppio o triplo lavoro tra casa, fabbrica, ufficio e famiglia? Per i pensionati, che quando possono aiutano i nipoti e spesso tirano a campare con pensioni di fame; per fasce crescenti di ceto medio impoverito delle professioni autonome; per tutti quei nuovi poveri, uomini e donne, che sono aumentati a vista d'occhio, e che incontri sempre più spesso nelle strade e nelle piazze delle nostre città. E per i migranti, costretti a fuggire dalle guerre, dalla povertà e dalla fame, dalla rapina e dalla desertificazione sempre più ampia dei loro territori. Che senso hanno per tutti costoro le parole uguaglianza e libertà?

Evidentemente per loro, vale a dire per la parte di gran lunga preponderante di chi calpesta il suolo dell'Italia, ma anche dell'Europa e del mondo, le parole uguaglianza e libertà hanno senso se cambia radicalmente il senso della vita. Ma ciò non è possibile se non si lotta per rovesciare i rapporti sociali esistenti. Serve un processo di trasformazione della società che cambi alla radice i rapporti tra gli esseri umani, piegando l'economia ai bisogni delle donne e degli uomini del nostro tempo. In poche parole serve una rivoluzione. Non una rivolta, non una sommossa delle plebi, non un'insurrezione che occupi un Palazzo d'Inverno che non c'è, ma una rivoluzione sociale e politica nel senso gramsciano e moderno del termine.

Rivoluzione. Usiamola questa parola, tiriamola fuori dalla discarica della storia in cui hanno tentato di seppellirla i tecnocrati al servizio dei proprietari universali e dei loro «serbatoi del pensiero», i reazionari e i benpensanti, e anche i rifomisti (non i riformatori) di ogni specie. Di fronte a una rivoluzione scientifica e tecnologica in atto che con il digitale ha cambiato e continua a cambiare i modi di lavorare e di vivere, i vari riformismi praticati in questi anni si sono posti in difesa della conservazione dei rapporti sociali esistenti, portandoci allo stato di instabilità, di insicurezza e di pericolo in cui vive il mondo di oggi. Mentre la libertà e l'uguaglianza hanno assunto con le piattaforme digitali contenuti ed espressioni inedite rispetto al passato, che reclamano non l'aggiustamento del sistema bensì il suo superamento, una civiltà superiore.

Dunque, c'è bisogno di una rivoluzione e di un nuovo inizio per cambiare lo stato delle cose. E se il problema oggi è dare impulso a una nuova stagione di uguaglianza e libertà, la Costituzione della Repubblica italiana indica il percorso. È l'unica Costituzione europea che consente, attraverso la sua attuazione, di aprire la strada a un civiltà più avanzata, a un nuovo socialismo.


Quarta di copertina

Come conquistare una più alta civiltà in presenza di straordinarie innovazioni scientifiche e tecnologiche che consentirebbero a tutti e a tutte di vivere una vita libera e dignitosa? Come lottare contro la dittatura del capitale, un sistema di sfruttamento della persona umana e della natura, che tra disoccupazione, precarietà e lesione dei diritti attacca la libertà, accresce le disuguaglianze, diffonde guerre e conflitti fino a mettere in forse l'esistenza stessa del pianeta? Questa è la rivoluzione del nostro tempo. Il problema non è salvare il capitalismo, ma ripensare il socialismo. Un'altra idea di società, di relazioni tra gli esseri umani e con la natura, per la quale vale la pena di lottare.

Paolo Ciofi, saggista e politico, ha pubblicato tra l'altro Il lavoro senza rappresentanza (2004, nuova edizione 2011), Viaggio nell'Italia del lavoro (2008), Del governo della città (2016) e per la nostra casa editrice La bancarotta del capitale e la nuova società (2012), Costituzione e rivoluzione (2017). Nel Comitato centrale del Partito comunista italiano dal 1969 al 1986, tra i promotori delle lotte per il superamento delle «gabbie salariali», è stato segretario regionale e della Federazione romana del Pci, vicepresidente della Regione Lazio e parlamentare.