Cultura & Società

LA RAGION D’ESSERE DELL’UNIONE EUROPEA.

DUE BREVI CONSIDERAZIONI

di Sandro Dell'orco

1 ― Secondo ogni apparenza e secondo l'ideologia borghese la legge fondamentale della società è lo scambio di equivalenti. Nulla deve essere più sottratto agli altri con l'inganno o la violenza, all'ombra di privilegi e dispotismi ormai morti e sepolti, ma tutto deve essere ottenuto onestamente attraverso un giusto e libero scambio di beni. Il capitalismo è il regno della giustizia e della libertà. Ne deriva che tutti coloro che tentano di fermare o intralciare il suo trionfo nel mondo sono degli ingiusti: cioè ladri, falsari e truffatori.
Lo Stato appartiene a questa categoria di soggetti. Infatti con la sua sovranità commette cinque peccati capitali contro il giusto scambio: le tasse, il debito, la creazione ex nihilo di denaro, la svalutazione e i dazi. Il primo si caratterizza come rapina: lo Stato, fregandosene dello scambio di equivalenti, sposta coattivamente e arbitrariamente la ricchezza fra le classi sociali del proprio paese. Il secondo è identico al primo, visto che il debito consiste in tasse differite. Il terzo è un reato di falsificazione di moneta: come il falsario, infatti, lo Stato stampa e diffonde carta moneta priva di valore e con ciò realizza in modo diverso lo spostamento di ricchezza fra le classi di cui sopra. Cioè ottiene con l'inganno ciò che con le tasse e il debito otteneva con la violenza. Infine, con la svalutazione e i dazi lo Stato commette il reato di truffa: abbassa artificiosamente il valore dei beni nazionali per accrescere le proprie esportazioni; oppure alza artificiosamente il valore dei beni stranieri per far decrescere le proprie importazioni.
Ora, se tali atti dello Stato sono incontestabili (e il fatto che siano denunciati dai capitalisti non li rende meno veri), altrettanto non si può dire per il giusto e libero scambio che regolerebbe la totalità sociale, poiché l'ingiustizia, come appropriazione violenta di beni precedente lo scambio giusto, si perpetua invisibile in esso; e come vero e proprio scambio ingiusto appare nel plusvalore fornito dal lavoratore al capitalista e da questi non pagato. Insomma il libero e giusto scambio capitalistico è un falso, un velo ideologico che nasconde l'antico e ingiusto dominio dei ricchi sul resto della società che continua tuttora.
In questa ottica più perspicua la pretesa hybris dello Stato contro il giusto e libero scambio, si rivela per quello che è: uno degli strumenti di autodifesa dei dominati contro la violenza della classe dominante mascherata da giustizia. Autodifesa che si attua con la conquista del potere statale e l'uso della sovranità popolare per redistribuire forzosamente ai poveri quanto i ricchi hanno rubato in passato e continuano a rubare attualmente dietro l'apparenza dello scambio di equivalenti.
Pertanto l'Unione Europea, abolendo la sovranità monetaria e finanziaria dei paesi associati, ha tolto ai poveri la protezione dello Stato lasciandoli in balìa dei ricchi, e rivelato così, al di là di ogni retorica universalistica, la sua ragion d'essere particolare e di classe.

2 ― Negli anni Settanta del secolo scorso i ricchi erano alle corde. Quote sempre più grandi del prodotto sociale passavano dal Capitale al Salario. Questo nel mondo occidentale. In quello orientale Cina Popolare, URSS e alleati erano comunisti stricto sensu e rafforzavano oggettivamente (e soggettivamente) le lotte e le rivendicazioni della classe lavoratrice nel mondo. A tutto questo il Capitale reagì, da un lato abbattendo i regimi comunisti e dall'altro annullando il potere delle organizzazioni dei lavoratori nei paesi occidentali. In Europa questo processo di vera e propria restaurazione del Capitale assunse la forma di costruzione dell'Unione Europea.

Le organizzazioni dei lavoratori europei erano potenti non solo nei luoghi di lavoro, nella società e nella cultura, ma anche e soprattutto nello Stato, che le costituzioni democratiche avevano permesso loro, se non di conquistare, per lo meno di occupare in modo significativo. Nello Stato i lavoratori avevano il potere di gestire le risorse dell'intera società e di trasferirle dai ricchi ai poveri, e questo senza abbattere il diritto di proprietà, come era stato fatto nei paesi comunisti, ma aggirandolo. Il meccanismo si basava sulla sovranità monetaria, che consentiva allo Stato di stampare ed emettere carta moneta dal nulla, e attuare così un corrispondente passaggio di ricchezza dai possessori di denaro a chi ne era privo. Questo forzoso prelievo di risorse, che avveniva subdolamente, automaticamente, "senza colpo ferire", era evidentemente esiziale per il Capitale finanziario; mentre i suoi principali beneficiari, le classi povere a reddito fisso, erano protette dai suoi effetti negativi dalla cosiddetta "scala mobile" ed altri simili meccanismi di rivalutazione.

I capitalisti europei attuarono allora il progetto (peraltro già esistente) di togliere la sovranità monetaria agli Stati e di attribuirla a sé stessi. Insomma un capovolgimento epocale, che saltando a ritroso secoli di democrazia, riportò il comando delle decisioni economiche dei paesi europei direttamente nelle mani dei privati e in particolare in quelle dei capitalisti della finanza. Con l'Unione Europea sono i ricchissimi privati (BCE, banche, istituti finanziari, fondi di investimento, ecc.) a battere o emettere moneta, mentre la totalità dei cittadini produttori, rappresentata dallo Stato, è costretta a chiederla in prestito a loro, pagando, ovviamente, un interesse. Una sorta di modernissimo signoraggio. Si contrassegnano pezzi di carta di valore zero e poi, in virtù di un ingiustificato privilegio sancito da leggi sovranazionali, li si prestano ai vari paesi dietro il pagamento di una percentuale sul loro valore nominale. I paesi europei son costretti a prenderli, qualunque sia l'interesse richiesto, perché, com'è noto, è la moneta che ― in una società di produttori privati come la nostra ― rende possibili gli scambi fra gli uomini e quindi la loro stessa vita. Con il monopolio della carta moneta i ricchi hanno dunque letteralmente in pugno la vita di 500 milioni di europei, come l'esempio greco ha plasticamente dimostrato. Manovrando opportunamente il tasso d'interesse governano i popoli. Se non tagli il tuo debito, se non riduci il welfare e i salari, se non mi vendi ogni tuo bene pubblico e privato a prezzi stracciati, ― insomma, se non fai la politica economica che ti ordino, io tolgo l'ossigeno della società di scambio in cui vivi, cioè il denaro, e tu crepi.

La spesa pubblica in deficit, prima scaricata sulle spalle del Capitale finanziario con l'emissione di moneta fiat, ora è un debito da restituirgli con gli interessi. Interessi destinati a crescere indefinitamente per via di Patti e Trattati (Maastricht, Lisbona, Fiscal Compact), che impoverendo i paesi li rendono sempre più insolventi e alla mercé dei creditori.

In sintesi, in Europa i ricchi si son fatti Stato. Questo non è più, come lo definiva Marx nel Manifesto, "il comitato d'affari della borghesia", ma è la borghesia. Sono i banchieri stessi, senza intermediari istituzionali ― mere figure di contorno al limite del ridicolo, prive di ogni consistenza spirituale, come del resto il loro ruolo di comparse richiede ―, ad amministrare, legibus soluti e pro domo loro la ricchezza delle nazioni.

Fin da piccoli ci hanno raccontato l'epopea delle guerre d'indipendenza e di liberazione nazionale. Tanti morti, tanti sacrifici per cosa? Per ritrovarci alla fine sotto il dominio diretto di un ristretto gruppo di potentissimi banchieri. Chi ha consentito tutto questo consapevolmente o inconsapevolmente ha un'enorme responsabilità. Ma fra tutti i più responsabili sono i partiti e le organizzazioni storiche della classe lavoratrice, che invece di opporsi a questo progetto, ne sono stati i principali alfieri, tradendo i lavoratori che rappresentavano e rendendo ormai impronunciabili le parole una volta gloriose di "Sinistra" e "Socialismo".