LA RADICE E LA PIANTA DEL MALE

di emmequ

Mefistofele: "Sono una parte di quella forza

che eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene."

W. Goethe. Faust



Da quando il capitalismo prende corpo e potere, respingendo il medioevo e i suoi secoli bui; e specialmente poi al tempo delle rivoluzioni borghesi (americana, francese), e della prima rivoluzione industriale, e poi con essa la prima rivoluzione scientifica e tecnologica; e quando alza le bandiere della libertà e, nientemeno, della fraternità ed uguaglianza; e quando il secolo dei lumi sbaraglia (o sembra) il dominio reazionario chiesastico e il suo oscurantismo, e sembra dunque che abbia vittoria la rivolta contro il Dio dell'Inquisizione e dei roghi, delle guerre sante e crociate contro infedeli e battezzati, il Dio dei papi che fanno delle chiavi di Pietro segnacolo in vessillo, e di Pietro stesso figura di sigillo a privilegi venduti e mendaci...; da quando lo sviluppo capitalistico sembra portare finalmente al mondo il tempo del latte e del miele, poeti e scrittori hanno individuato in esso il Progresso, ed esso hanno chiamato col nome di Satana, l'Angelo ribelle.

Dante, no. Dante, si sa (iuxta Sanguineti) è un reazionario. Non lo ama il suo tempo, non vede progresso in quell'aurorale affermarsi del capitalismo di allora.

Nell'ultimo Canto dell'Inferno, riservato ai traditori [leggi in altra parte della rivista], egli quindi Satana ce lo mostra in tutta la sua orrificità. Nel percorso fin lì compiuto sotto la guida e il sostegno di Virgilio ha incontrato e ci ha mostrato molti demoni, i servi e gli aiutanti di Lucifero. Alcuni, anche perché guardiani e persecutori di brutti peccatori, come il nostro Malacoda aguzzino dei barattieri, perfino simpatici. Possibili allegorie positive.

Satana no.

S'el fu sì bel com'elli è ora brutto,/e contra 'l suo fattore alzò le ciglia,/ben dee da lui proceder ogne lutto.

Checché ne abbiano pensato e detto di poi − nei secoli delle rivoluzioni borghesi e del trionfo del capitalismo con le sue ideologie delle magnifiche sorti e progressive − quei poeti narratori e filosofi, niente di buono è venuto né mai verrà dal Principe delle Tenebre. Perfino il suo aspetto deve ricordarcelo: con quelle tre orribili teste, una rossa una gialla e una nera..., e relative fauci..., e con quell'ali, pensate un po', di vipistrello.

"Devil" Hans Memling, 1485

Chi crede nel Dio della Bibbia deve credere necessariamente anche in Satana... Io però, si parva licet, mai ho capito come sia possibile la faccenda. Dio, pantocratore, onnipossente, onniveggente, creatore del mondo e dell'Uomo per un atto di amore..., che fa?, gli scappa la mano e crea uno spirito altissimo, appena al di sotto di sé, bellissimo, tanto luminoso da chiamarsi Lucifero... e quello, tutto d'un botto (direbbe il Belli), e naturalmente per una questione di potere, raduna una torma d'altri angioloni e tenta il golpe nero. Si rivolta, ed eccolo da quel momento diventare il Male. È Dio insomma..., Dio onnisciente e onniveggente, onnipossente, sommo Bene e Bontà, Signore del Tempo ecc. ecc, PANTOCRATORE..., che ce fa sto regalo. In figura di SuperAngiolo prima, poi Malefico..., poi Asmodeo, Belzebù, Astarotte, Belfagor, Mefistofele, Bestia, Demoniaccio, Satana e Satanasso..., e poi sempre Principe del male e Principe del mondo − è Dio insomma che lo ha creato.

Ma il golpe è sconfitto, la rivolta soffocata, e ir berzitello luminoso e ambizioso è precipitato all'inferno. Cioè allo sprofonno. Però con licenza di uscire quando egli voglia. Ed anzi all'impronta, pressappoco all'ottavo giorno... o forse al decimo..., o dopo un par de settimane..., quando avevano appena finito di rimirare le meraviglie dell'Eden..., con specifica funzione di uscire dal profondo e presentarsi lassù, anzi un po' più su, e di entrar di soppiatto nel corpo imborzito d'un serpente bonaccione (che issofatto diventa un fijo de na mignotta), e in quel sembiante tomo tomo strisciare in quel giardino fiorito: il primo paradiso, quello in terra; quello che visto allora (dai due babbalei) nun s'è visto mai più. Ed eccolo così inguaiare di brutto, che più brutto non si può, quei due ignudi fanciulloni che lì senza malizia sollazzavansi bel belli. Inducendoli, pensate!, al peccato dei peccati: nientemeno che all'infausto desiderio di una umana conoscenza.

Conoscenza basilare, si specifica: conoscenza cioè e del bene e del male. Contenuta in quel momento (poi ci vorranno barbe di filosofi e scienziati; chilometri di biblioteche; milioni di alchimisti ricercatori e laboratori... e senza mai arrivarci) condensata, compressa, diciamo pure prigioniera, in quel pomo der cazzo. Insomma in quella mela. In conclusione: conoscenza di quel che Lui, Egli, il Creatore, aveva di sua sponte generato. E con loro − i due poveri tonti, rei di aver voluto conoscere e sapere (di avere in sostanza voluto diventare due pericolosi intellettuali) − e con loro fregandoci a tutti, di generazione in generazione, da due che erano ai 7 miliardi di oggi, condannandoci alla fatica pe' guadagnasse la pagnotta (e per tutto) e al dolore, al dolore, al dolore perfino pe' mettece a sto monno...

Il Diavolo di Michelangelo nella Cappella Sistina

E ai tormenti e ai dolori d'ogni tipo e maniera, che gli uomini all'uomo hanno saputo apprestare nei secoli e nei millenni. Sempre indotti, va da sé, guidati, aizzati da Lui, dal Belzebù Satanasso, e dai suoi innumerabili Mefistofeli aiutanti servitori untori di turno. Sovente, anzi sempre, privi di corna e di piede caprino, ma spesso in divisa, o in blu, o in grisaglia..., e in figura di duci, conducatores, fürer, tycoon, parun, pastori e pacificatori anche in tonaca nera (vedi Paolo VI) o in turbante da califfo, gangster e giullari pervenuti al potere. E così quella mela − e quer vedesse le vergogne (chissà poi perché le vergogne, dato che sempre Lui le aveva inventate e aggiustate e messe al posto giusto, e a giusta ragione create pe' nun facce finì prima de comincià) − così quella mela, quel mozzico sugoso, caro ci costa: ché comme de magnà l'ebbe viduti/ strillò peddio co' quanta voce aveva/ommini da vienì, sete fottuti!

Ma − dice il mio amico buon pastore e onestissimo, bravo prete che ogni giorno opera per il bene, o almeno per la consolazione, del prossimo suo ed anche del meno prossimo −: ma, dice questo amico, a parte il fatto che il male c'è proprio per quello scannolo der pomo, e a parte che se esso non ci fosse non ci sarebbe manco er bene..., a parte ciò il tuo dolore e il tuo male te lo procuri da te. E mi cita nientemeno che l'ateo Camus. Così: «Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n'è soltanto uno, che l'uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora. Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

Tiè! Piglia, incarta e porta a casa.

Ma io non ci sto. Da me un par de ciufoli! Me lo procuro da me un par de palle!

Prendi adesso 'sta bella corona, 'sto virus vipistrellesco, che ammorba la terra. Cosa abbiamo fatto di nostro, cosa hanno fatto, quei poveri vecchi asfissiati dal farfarello, quei dottori e infermieri che non erano manco vecchi, e quei giovani pure (ce ne sono)..., ammazzati senza sapere né come né da che né perché, e «senza moccoli e ccassa in zepportura... li buttano a la mucchia la matina». Senza un saluto, senza un'ultima carezza, senza uno straccio rosso − quando toccherà a me, famo le corna − per l'ultima mia parola.

Den Bosch

E le guerre? E le distruzioni fisiche e morali delle guerre? E l'abominio dell'olocausto: sei milioni di crocifissi...? E quel «male assoluto» di cui tanto parlò quell'erede polacco di Pietro (amico dei dittatori fascisti) [leggi in altra parte della rivista il Canto XXVII del Paradiso]? Punizione e prova! Per tutto quello che abbiamo fatto per esempio nel secolo breve..., per le colpe dei popoli non sempre innocenti? Ma chi l'aveva fatto quel male? A chi vanno accollati quegli 80 milioni di morti (e un miliardo di feriti) in due guerre mondiali, quei passati per il camino, quei trucidati e bruciati vivi dai nazi e fascisti? E quegli altri milioni − giovanotti, vecchi, madri, bambini − portati via dall'altre epidemie, dalle guerre a seguire, dalle guerre come sempre ideologiche e sante, umanitarie e liberatorie e naturalmente sempre − che ancora mietono oggi, Dantedì 2020: tipo 500mila soltanto in Siria − sempre fatte per onore e altruismo..., e senza calcolo e interesse veruno? O quei bambini sotto i due anni che ne muoiono uno ogni cinque secondi di fame, di malattie, di soprusi? Se lo sono voluto anche loro? Sempre loro, se lo son procurato? E sempre a sconto e punizione − su questa terra: non in quell'altra − dei peccati dell'Uomo? I bambini, le madri, i giovanotti che non diventeranno mai vecchi e che, tutti, non possedevano altro che una povera vita e appena una capacità di lavoro e di venderla pe' du' papabbraschi, o magari anche qualcosa in più ma solo qualcosa, mentre loro, i tycoon, i parun da le bele braghe bianche, i paperoni in blu di Scozia, i banchieri e fottuti accaparratori ed esportatori di danée prodotti da chi lavora (l'avete mai visto un banchiere su un carro armato o in una trincea o in una casa bruciata dai missili?), i cardinali e gli ayatollah e i presidenti..., loro a dire giaculatorie e a tagliare cedole e a ricevere dallo Stato sempre esecrato (cioè da noi) il rimborso di quel di meno che hanno potuto lucrare...

Ma tant'è. Chi crede nella Bibbia creda anche a questo.

Noi no. Noi abbiamo invece il dovere di non stancarci di rammentare la verità della storia, di aprire gli occhi agli illusi e fustigare i collusi, di smascherare i suoi chierici, di negare la negazione e rendere ai ciechi la vista perché vedano senza ritrarsi di che lacrime grondi e di che sangue il capitalismo mondiale e locale..., decadente ma ancor più dominante..., e il verso e il controverso del suo PROGRESSO.