LA POLITICITÀ

DELLA LETTERATURA

di Francesco Muzzioli

La politicità della letteratura. Si direbbe questione accantonata, nell'attuale andazzo della produzione per il mercato, del romanzo-intrattenimento, della poesia-emozione e via digradando per i rivoli della postletteratura. Eppure, ogni tanto, saran soprassalti nel sonno inquieto della ragione, ritorna a galla questo problema, magari nella forma etica della responsabilità dello scrittore. Si parla, magari, anche soltanto di "realismo". E allora vale la pena di tornare a riflettere perché il binomio politica-letteratura si presta facilmente ad equivoci.
Il primo problema è: quale politica? Infatti, a rigore, la letteratura potrebbe essere politicizzata da entrambi i lati dello schieramento: eppure di solito la questione viene sollevata solo sul lato sinistro, quello dell'antagonismo. Infatti, dal punto di vista dell'egemonia costituita, è meglio che la politicità passi inavvertita sotto vesti neutrali (il valore estetico, l'intrattenimento, l'emozione e quant'altro) e tocca semmai agli oppositori demistificare quell'apparente innocenza, indicandone l'intrinseco cui prodest.

Tuttavia, anche una volta presa posizione dalla parte giusta, i problemi non finiscono, ma cominciano. Infatti occorre superare alcune ottiche limitative: possiamo fermare la considerazione della politicità ai comportamenti dell'autore? Chiaro che no (anche se poi ci possiamo trovare davanti a casi assai complicati, come ad esempio un Céline). E possiamo limitarci al contenuto del testo? La visuale consueta della letteratura impegnata vi si acconcia di buon grado ed oggi sembrerebbe l'unica politicità plausibile, magari declinata sul versante della salvaguardia della memoria, nei pressi della testimonianza. Indubbiamente, in certe circostanze, la politicità del contenuto può avere una valenza considerevole: può sottrarre il lettore all'indifferenza e alla scarsa attenzione della lettura-passatempo, può rimettere l'occhio sulla storia rimossa, può supplire con cariche satiriche alle carenze e alle complicità della politica-di-mestiere (ridotta ormai spesso al tornaconto privato) , e soprattutto può rompere quella patina sentimentale o esistenziale che tende a essere predominante sia nel romanzo che nella poesia, visti entrambi come il ricettacolo dei drammi privati (delle solitudini, delle crisi d'identità, delle malattie, dei decessi, ecc.). Non solo contro l'ammiccante "principio del piacere" proprio del mondo-merce, vale bene un ruvido "principio di realtà"; ma anche verso il dolorismo individuale vale un richiamo all'orizzonte collettivo della cultura. Tuttavia, attenzione, che poi l'impegno dei contenuti non si riveli semplicemente un settore del mercato e non finisca per confermare il richiamo emotivo-empatico che ne caratterizza l'impianto consolatorio-compensativo. La materia del tema non basta.

Se la politicità in sé consiste in un momento divisivo, al contrario del valore estetico che si pretende universale, allora la sua funzione in letteratura potrebbe essere più efficace se si presenta come intrusione di un materiale ingombrante e non compatibile che viene a guastare l'atmosfera auratica. Come interruzione del rituale e irruzione in esso. È l'ipotesi formulata da Peter Bürger nella sua Teoria dell'avanguardia: posto che l'avanguardia dismette la concezione classica dell'organicità dell'opera in favore un'opera "non organica", quest'ultima sarà formata di un insieme eterogeneo di elementi; l'inserimento tra essi di un elemento politico potrà portare un aumento di attrito e dissonanza, potrà fungere da "decostruzione" dell'insieme, mentre nello stesso tempo la politica verrà adeguatamente relativizzata (evitando i guasti paralleli del trionfalismo e dello sconfittismo). Sintetizza Bürger: «Sulla base dell'opera non organica diventa in tal modo possibile un nuovo tipo di arte impegnata».

Ma, a questo punto, il problema si complica: c'è anche una politicità della forma? E come fare a riconoscerla? Mentre nel contenuto l'evidenza è immediata (sebbene poi ci sia sempre da discutere sulla grandezza dei personaggi negativi: quel dittatore, quel nazista, posti al centro del romanzo, non diventeranno troppo eroi?); più difficile è determinare da che parte stia una tecnica, una scrittura, un procedimento. E, d'altra parte, una volta connessa la politicità alla forma si può cadere nell'eccesso inverso, vale a dire nell'affermazione che l'arte sia di per sé politica in quanto tale e, invece di connotare il risvolto classista dell'estetica (il "classico", la "classe" intesa come savoir faire, ecc.), affidarsi alla "bellezza" magari oggi in quanto valore perduto e conculcato. Riducendosi a una lotta per la conservazione del capitale culturale che molto spesso, nell'arrembante regresso odierno, pare rimanga l'ultima spiaggia.

Eppure, in una scrittura come in ogni operazione artistica, resta da guardare e considerare l'impatto sul codice, sul linguaggio; quale gesto il testo compie e in che modo possiamo vederlo come, in senso lato (e passando magari, gramscianamente, per la mediazione della cultura) politico. Ora, l'impatto sul linguaggio può disporsi su un ventaglio di maggiore o minore conferma del codice; vedendolo dall'altra parte: maggiore o minore distorsione. Dove c'è da valutare non solo l'aspetto negativo (rottura, negazione, criticità), ma anche quello positivo (invenzione, creatività, libertà) che sono in buona sostanza indistinguibili. Senza l'uno non c'è l'altro e viceversa.

Insomma la politicità può allora consistere nelle varietà dell'espressionismo (che è il contrario dell'espressione, oggi dominante, dell'interiorità individuale), accompagnato dalla consapevolezza metaletteraria dell'operazione che si sta compiendo. Una politicità forte, degna del nome, non può accontentarsi di uno spazio concesso nell'immaginario collettivo, ma dovrebbe tendere ad una critica dell'immaginario collettivo, del suo impianto e delle sue figure dominanti. Per questo non potrà consistere che di anti-generi (antiromanzo, antipoesia, e via dicendo; ma il sistema dei generi merita un discorso a parte).
Inconcepibile oggi? Senza spazi editoriali? Senza pubblico? Forse, ma se non si fa la prova non lo si potrà mai sapere; e da qualche parte si dovrà pur cominciare...

Francesco Muzzioli. Critica Integrale -

https://francescomuzzioli.com/2020/02/29/la-politicita-della-letteratura/